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SCIENZE
RISCHIO ED EVENTI METEO ESTREMI
06/11/2020
di Dott. Antonio Ricchi - Università dell'Aquila / CETEMPS


- METEOROLOGIA, RISCHIO ED EVENTI METEO ESTREMI, COM’È LA SITUAZIONE ITALIANA?

- EVENTI ATMOSFERICI ESTREMI: LE ALLUVIONI LAMPO

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METEOROLOGIA, RISCHIO ED EVENTI METEO ESTREMI, COM’È LA SITUAZIONE ITALIANA?

Dott. Antonio Ricchi. Università dell’Aquila/CETEMPS

La meteorologia è la scienza che studia i fenomeni fisici che avvengono all’interno dell’atmosfera. Anche se la associamo spesso ad attività comuni e quotidiane, essa riveste un ruolo fondamentale per la nostra economia e per la società. Si pensi che, per ogni euro investito in questo campo, se ne “guadagnano” circa 14. Un investimento vantaggioso che ha forti ripercussioni sulla vita di tutti i giorni. Ma spesso la popolazione non ha la percezione di questo impatto. Una volta un’amica mi disse “perché dovrebbe interessarmi se domani piove, al massimo apro l’ombrello”. In effetti, su due piedi, non seppi rispondere. Poi dentro di me nacque lo sconforto e misi su carta un nutrito elenco di valide ragioni per difendere la mia tesi, ovvero l’importanza di conoscere il tempo atmosferico. Alla fine si convinse (credo/spero). Quell’esperienza mi insegnò molto: ad ascoltare i dubbi degli altri e a non rispondere impulsivamente, inefficacemente. Mi accorsi di dover migliorare le mie conoscenze in fatto di comunicazione e “protezione civile” (che poi fu uno dei temi del mio dottorato di ricerca). Con il tempo ho avuto la strada spianata (ahimè) dal verificarsi di fenomeni sempre più “estremi” e sempre più difficili da prevedere, dunque ora anche la popolazione sembra intuire quali sono i “rischi” legati agli eventi atmosferici. Il termine “rischi” è inflazionato e mainstream ma mi piacerebbe spenderci due parole. La parola “rischio” ha origine incerta, potrebbe derivare dal greco bizantino hizikò (sorte, destino), o dall’arabo “rizq” (onere monetario). Questo ci suggerisce che può essere una parola bella e molto romantica quanto “brutta”. Ha le stesse caratteristiche quando la si usa in ambito scientifico. Il rischio è “stimato” attraverso alcuni fattori (o meglio dall’equazione R = P x V x VAL) più o meno determinabili come: la pericolosità (P) dell’evento che potrebbe colpirci (è una leggera brezza o un uragano?), la vulnerabilità (V) al danno a cui siamo esposti (quanto siamo predisposti a subire danni, siamo protetti in casa, da un porto, da noi stessi?) ed infine il valore (VAL)  di ciò che è esposto al rischio (appunto, noi stessi, una bicicletta, una barca o un’intera comunità).

 

Mappa rischio alluvioni e  Idro-Geologico fonte ISPRA.

Come si può evincere da queste definizioni il rischio aumenta se siamo vulnerabili ad un evento, se l’evento è molto pericoloso e ciò che è esposto all’evento è di elevato valore. Dunque, la stima del livello di rischio di una mareggiata su una costa disabitata della Liguria, nel 1750 era probabilmente diverso rispetto alla  stima odierna, dato che la costa è fortemente antropizzata, ci sono beni di valore e molte vite umane e, potenzialmente, la mareggiata assumerà caratteri più “estemi”.

Ma cosa sono gli eventi estremi atmosferici? Senza entrare troppo nei dettagli, i famosi “eventi estremi” sono quegli eventi che presentano un’intensità molto maggiore della media. In pratica in una curva di distribuzione della frequenza di apparizione di un determinato evento meteo, l’estremo rappresenta quello molto intenso e che teoricamente capita più di rado.

In questo contesto, l’Italia è una nazione che si trova posizionata ad una latitudine media, inserita al centro di un bacino marino mite. Siamo al centro del Mediterraneo che è tutto sommato, ed in media, è più caldo, se paragonato all’Atlantico alla stessa latitudine. Siamo perfettamente al centro di questo mare, e siamo soggetti praticamente a tutte le dinamiche atmosferiche che si presentano alla nostra latitudine. Siamo influenzati dalle perturbazioni atlantiche, dalle ondate di freddo siberiane, dalle incursioni di aria artica, dalle ondate di calore africane. Tutte queste dinamiche atmosferiche quando passano sul Mediterraneo interagiscono con il mare (non solo con la superficie, ma con tutto il calore e l’energia contenuta nelle prime decine di metri di acqua). Questa interazione col mare ne influenza l’intensità, soprattutto nelle stagioni di transizione come l’autunno, quando il mare è ancora caldo e iniziano le prime discese di aria più fresca da nord. Nel loro passaggio sul Mediterraneo le masse d’aria impattano lungo complesse catene montuose, come i Pirenei, le Alpi, gli Appennini etc. Questa interazione è fondamentale perché ha la capacità di modulare non solo la direzione ma anche l’intensità dei fenomeni che transitano verso di noi. Dunque, che sia una tempesta di vento, una ciclogenesi esplosiva (come la tempesta VAIA del 2018), un Medicane (“Uragani Mediterranei”), che sia un Flash-flood (alluvione lampo) o un’irruzione di aria fredda, bisogna tener conto che prima o poi si “confronterà” con un mare mite, e con complesse catene montuose.

Un esempio di cui sentiamo parlare spesso sono, appunto, le alluvioni lampo. Questi fenomeni sono molto complessi da prevedere perché sono improvvisi, fortemente localizzati su piccole aree e possono scaricare al suolo tanta pioggia quanta dovrebbe farne in media in 6 mesi (il tutto su aree molto circoscritte). In pratica è come voler riempire un bicchiere, riversandoci sopra una bacinella d’acqua. Questi eventi non sono nuovi, li conosciamo da sempre e sono rappresentati in quadri, testi e dati storici. Spesso si sviluppano lungo le fasce costiere e con l’interazione di catene montuose. Questo perché alcune dinamiche atmosferiche permettono l’incontro di masse d’aria di diversa natura, per esempio aria fresca atlantica e mite mediterranea che, fluendo sul mare caldo, diventa più mite e carica di umidità. L’incontro di queste due masse d’aria crea una “convergenza al suolo” (una linea di scontro) in cui l’aria calda (più leggera) viene sbalzata verso l’alto, ed attiva moti convettivi molto intensi (con lo sviluppo dii intensi temporali). L’orografia può provocare il blocco o l’amplificazione di questa dinamica su una determinata area e dunque l’insorgere di precipitazioni intense e continue nel tempo, anche per molte ore, finchè la “linea di convergenza” non si sposta o disattiva. Qualcosa di simile avviene lungo tutte le coste italiane, in particolare in Veneto, Campania, Toscana, Liguria, Abruzzo, Sicilia. E qui torniamo alla definizione di rischio. Queste zone sono esposte ad un elevato rischio, perché l’evento atmosferico è estremo e dunque potenzialmente pericoloso (P alto); sono molto esposte grazie alla loro geografia, e possono essere vulnerabili (V alto) e fortemente antropizzate (VAL alto).

In questo complesso contesto di cambiamento climatico assistiamo a tempeste improvvise e che appaiono più intense della “media”, alluvioni lampo (come avviene in Liguria), periodi di marcata siccità e ondate di calore intense e prolungate ed addirittura dei piccoli uragani sul mediterraneo (l’ultimo si è abbattuto sulla Grecia a metà Settembre 2020). “Il clima cambia da sempre” dirà qualcuno. “La meteo ha sempre avuto una forte variabilità”. Questo è ovvio. Ma va compreso come è avviene il cambiamento, la velocità e l’intensità con cui lo sta facendo. Ed i dati ci dimostrano che il cambiamento sta accellerando rapidamente (purtroppo in questo periodo di pandemia abbiamo imparato un pò tutti a confrontarci con curve, linear, esponenziali e via dicendo, dunque non solo con il cambiamento, ma anche con la modalità di cambiamento nel tempo). Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e potremmo accennare anche qualche esempio sulle dinamiche che collegano l’aumento di energia nell’ambiente, con l’estremizzazione o la modifica di alcuni fenomeni.

Variazione delle probabilità che si presentino eventi freddi o caldi in un contesto di cambiamento climatico.

Pensiamo alle alluvioni lampo precedentemente descritte. Un mare più caldo (anche in profondità) trasferisce più energia all’atmosfera. L’atmosfera più mite rischia (non sempre e non è sempre chiaro come avviene) di amplificare l’intensità dei fenomeni estremi, proprio perché c’è più energia in gioco. Alcuni scettici potrebbero dire che in realtà la correlazione tra calore prodotto dall’uomo e cambiamenti climatici non è netta. La mia accorata risposta è secca: E’ FALSO! Ovviamente non è lampante e non si manifesta tutti i giorni “nel nostro orticello”, ma su scala globale è terribilmente “misurabile”. In primis l’atmosfera è un sistema “caotico”, non segue dinamiche lineari. Se aumento la temperatura di un grado non è detto che avrò il 2% di neve in più o in meno (è un esempio ovviamente). Le interazioni sono non lineari, complesse, dirette ed indirette e vanno studiate approfonditamente e mai banalizzate (sennò si aumenta l’esposizione…ed il rischio). In secondo luogo direi di aggiornarci perché iniziano ad essere pubblicati scientifiche di altissima impatto e molti lavori che stimano dove è andato a finire il calore prodotto dall’uomo negli ultimi 50 anni. I risultati sono impressionanti. Il 90% dell’energia generata da attività antropiche è conservata nel mare, nei primi 700-1000 metri, e il mare prima o poi ce la potrebbe restituire, o comunque potrebbe farlo lentamente e questo dovrebbe farci riflettere su un altro punto. Se di colpo bloccassimo le nostre attività, probabilmente ci vorrebbero decenni prima di vederne gli effetti (dato che molto calore è conservato in mare, negli abissi). Il restante 10 percento di “calore antropico” è stato usato per la fusione dei ghiacci, riscaldare il suolo etc. Circa 1% è in atmosfera. Alcuni eventi estremi sono aumentati del 25% negli ultimi 50 anni, altri sono diminuiti o rimasti invariati in frequenza ma è variata la loro intensità, aumentando. E tutto grazie a quell’1% (anche se ripetiamo, gli effetti non sono lineari, l’oceano e l’atmosfera interagiscono. In questo caso sto portando solo degli esempi generici e molto teorici).

Siamo sicuri di volere “assaggiare” quali sono gli effetti della restante percentuale? Soprattutto per chi è esposto ad un elevato rischio…come noi popoli del Mar Mediterraneo.

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EVENTI ATMOSFERICI ESTREMI: LE ALLUVIONI LAMPO

Dott. Antonio Ricchi. Università dell’Aquila/CETEMPS

Tra gli elementi che più caratterizzano la meteorologia moderna vi sono senza dubbio le alluvioni lampo (Flash Flood). Questi eventi atmosferici rivestono un forte ruolo mediatico proprio per le loro caratteristiche che spesso sono altamente distruttive. Dire “Alluvione Lampo” in gergo tecnico non ha molto senso, perché l’alluvione è il risultato del forte rovescio di pioggia, e non il rovescio stesso. Però spesso tendiamo a tradurre in maniera letterale termini anglosassoni ed il risultato è che per “alluvione lampo” intendiamo un fenomeno temporalesco, estremo e dunque molto intenso, e prolungato nel tempo rispetto alla media dei fenomeni di pioggia che caratterizzano una certa area. In breve, un temporale di eccezionale intensità su una determinata zona. Andrebbe fatta anche una discussione sul termine “lampo” perché non è detto che questi forti temporali siano “veloci”, anzi una delle peculiarità è proprio la persistenza per alcune ore sulla medesima area geografica. I Flash Flood (o alluvioni lampo, come si preferisce) sono temporali che si sviluppano indistintamente su tutto il territorio italiano ed in tutte le stagioni anche se, purtroppo, possono essere più “incisivi” su alcune aree geografiche come le zone costiere di Liguria, Toscana, Campania, Veneto ed Abruzzo. Questo “accanimento” è dovuto alla genesi stessa del fenomeno ed alle cause peculiari che lo attivano.

LE CAUSE

Come purtroppo abbiamo avuto modo di osservare negli anni, i Flash Flood sono tra i fenomeni atmosferici più citati dai “media”. Questo accade principalmente perché possono essere “esplosivi” nella loro distruttività, difficilissimi da prevedere e creano danni notevoli su aree spesso molto urbanizzate. I temporali che causano le alluvioni lampo sono sovente molto intensi e si generano “più frequentemente” lungo la fascia costiera. In generale in un temporale c’è bisogno di una causa di innesco che può essere una montagna o lo scontro tra due masse d’aria (ci sono anche altre cause, ma qui ci limitiamo ad analizzare quelle più utili per i nostri scopi divulgativi). In pratica ci vuole “qualcosa” che sollevi una massa d’aria umida e calda che si trova al suolo, e la spinga oltre una certa quota in cui è libera di salire velocemente sino al top dell’atmosfera (anche grazie all’aria più fredda che deve esserci in quota). Con le giuste condizioni energetiche, l’aria salendo si espande, si raffredda e condensa in goccioline (la nube) e idrometeore più grandi come pioggia, neve, graupel (neve tonda) e grandine. La condensazione rilascia calore e dunque il temporale ha ulteriore energia per salire verso l’alto.