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NATURA E BIODIVERSITA'
SULLA PELLE DEGLI ANIMALI
20/04/2021
di Chiara Grasso

Falsi santuari in Sudafrica si occupano di leoni, babbuini o ghepardi dal biberon al fucile per fare business, sfruttando volontari e turisti inconsapevoli. Le strutture valide da un punto di vista etico e scientifico vietano invece l’interazione tra i visitatori e i selvatici


FOTO A

Molte strutture turistiche internazionali, che ospitano animali selvatici, utilizzano in maniera impropria il termine “santuario”. Si usa il termine “falso santuario”, infatti, per indicare tutte quelle strutture che si vendono alle persone per quello che non sono. Spacciano gli animali per recuperati od orfani, facendone poi un vero e proprio fenomeno da baraccone, utilizzandoli per il loro business, senza preoccuparsi realmente della conservazione delle specie e del benessere del singolo individuo recuperato (sempre che lo sia). Se fosse davvero recuperato, l’ultima cosa che si deve fare è lasciarlo interagire con l’essere umano come fosse un cagnolino. Le strutture realmente valide dal punto di vista etico e scientifico sono quelle che impediscono ogni forma di interazione (ad esempio toccare o stare a stretto contatto) tra turista e animali ospitati. A tal proposito, in Sudafrica i falsi santuari sono uno degli introiti più redditizi per il turismo del Paese. Si stima che, ogni anno, circa 8.000 leoni siano allevati nei finti santuari per essere poi venduti alle riserve private ed essere uccisi in operazioni di caccia al trofeo. Questi leoni vengono fatti nascere e abituati all’Uomo, spacciati per orfani nei falsi santuari e fatti interagire con turisti e volontari che spendono migliaia di dollari per poterli coccolare. I cuccioli vengono separati dalle loro madri a poche ore di vita. Ciò provoca uno stress estremo sia per la madre sia per i cuccioli. Una volta giovani, dal biberon si passa alle camminate: ecco il business delle walking lions, passeggiate con i leoni per turisti che credono che questo sia amore per gli animali, forse non considerando la vera natura del leone e lasciandosi ammaliare da racconti che, però, niente hanno a che vedere con la vera conservazione. Una volta adulti, le leonesse vengono usate per la riproduzione a ritmi 10 volte superiori a quelli naturali, mentre i maschi vengono portati nelle riserve private, dove non sanno distinguere un biberon da un fucile e si fidano dell’Uomo, da cui sono stati coccolati fino al giorno prima. Ora, però, ricchi turisti da tutto il mondo arrivano e pagano per ucciderli e portarsi a casa il trofeo.

FOTO BI LEONI IN SUDAFRICA

Si stima che ci siano più di 250 strutture di allevamento di leoni solo in Sudafrica e tutto inizia proprio dai volontari internazionali che spendono migliaia di euro, tempo ed energie in progetti di “volontariato” credendo di fare del bene. Io per prima sono stata vittima e carnefice di questo turismo fatto sulla pelle degli animali. Nel 2015, presa dalla passione e dalla voglia di dare amore agli animali “in pericolo”, decisi di trascorrere un mese in un progetto di volontariato con animali in Namibia con un’associazione italiana. La destinazione era un “santuario” sponsorizzato ovunque. Per stare lì si pagava 400 dollari a settimana. Eravamo una ventina di volontari e la permanenza media era di circa un mese ciascuno. Insomma, un business niente male. Le mansioni che ci avevano assegnato erano di pura manovalanza: pulire le gabbie di galline, facoceri e babbuini, preparare il cibo, costruire staccionate e tagliare l’erba. In cambio, ci veniva “regalata” l’esperienza di dormire con una scimmia a testa ogni notte, di poter essere spulciati durante le uscite con i babbuini e di camminare con i ghepardi. Per tutta la permanenza, ho avuto un Herpesvirus labiale ben visibile. Questo virus è praticamente asintomatico per l’essere umano ma può essere letale per i selvatici. Nessuno dei responsabili mi disse alcunché. Nessuno tra i veterinari e i coordinatori dei volontari mi disse che non avrei dovuto interagire né avvicinarmi agli animali. Tornata a casa, dopo qualche mese scoprii dai social che una delle scimmiette con cui avevo dormito era morta. Ancora oggi mi chiedo se non sia stata colpa del mio herpes. Una volta a settimana, ci facevamo spulciare durante il “grooming” da babbuini giovani, che venivano bastonati se cercavano di scappare. Un’attività estremamente pericolosa per noi e per loro, vista l’aggressività che li caratterizza e l’inutilità di far fare grooming a volontari che non hanno alcun ruolo nel gruppo sociale, oltre al rischio di trasmissione di zoonosi (malattie).

Nel santuario vi erano decine e decine di babbuini dentro gabbie minuscole, un continuo rifornimento di cuccioli sempre nuovi e reclutamento di volontari inesperti. Ancora oggi guadagna migliaia di dollari sulla pelle degli animali.

Un giorno, invece, stavamo guidando in una riserva del santuario, quando il ranger scoprì che una femmina di ghepardo aveva partorito. Non ci pensò due volte a sedarla e prendere i tre cuccioli appena dati alla luce. Dicevano che la mamma non era in grado di prendersi cura dei piccoli e non aveva latte perché era vecchia. I cuccioli non vennero portati al centro di recupero o dai veterinari, né messi in quarantena: bensì a casa della proprietaria del santuario. Un anno dopo, venni a sapere da una veterinaria che lavorava lì all’epoca che la mamma dei piccoli era in realtà giovanissima, sana e di latte ne aveva in abbondanza. Ma quello che interessava ai gestori del santuario era di potersi appropriare dei piccoli ghepardi, in modo da imprintarli sull’Uomo, addomesticarli e renderli nuove mascotte per attirare turisti. Ora infatti questi sono i ghepardi che utilizzano per far passeggiare i turisti e che spacciano per “salvati e recuperati”.

FOTO CE NEL BEL PAESE?

In Italia invece siamo più fortunati: da noi ci sono veri Centri di Recupero (i CRAS/CRASE) in cui gli animali vengono salvati, riabilitati e, se possibile, rilasciati in Natura. Se questo non è fattibile, vengono tenuti all’interno del Centro, dove l’interazione con gli umani è limitata ai veterinari della struttura e mai consentita con i turisti. Le visite sono possibili solo in alcuni orari, in determinati giorni dell’anno, solo a un determinato numero di persone e categoricamente a distanza dagli animali.

Per il nostro progetto di volontariato o durante una vacanza, scegliamo quindi solo strutture che non consentano l’interazione tra Uomo e animale selvatico. Ogni volta che ci vengono proposte attività a stretto contatto con i selvatici, dunque, per sapere se stiamo contribuendo davvero al benessere e alla conservazione, basta farci una semplice domanda: “Se l’animale fosse libero in Natura, senza obblighi, rinforzi, ricatti e imprinting innaturale, si comporterebbe così?”. Scegliamo con cura, perché vi assicuro che se per i leoni passare dal biberon al fucile è un attimo, passare da “volontario” a “carnefice”, per noi, è ancora più tragicamente immediato.

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