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NATURA E BIODIVERSITA'
LO STUDIO E LA RICERCA BOTANICA DELLE ORCHIDEE IN ITALIA
04/03/2021
Luciano Zambianchi

Esistono più generi e specie di Orchideaceae che di Graminaceae

FOTO APERTURA



Dendrobium thyrsiflorum
nome comune Orchidea a pigna.

Pianta diffusa nella zona dell’Indocina settentrionale fino alle zone himalayane, cresce ad altitudini tra i 1.000 e i 1.500 metri. Foto e classificazione Associazione Italiana di Orchidologia (A.I.O.)









Oltre alle favole legate alle orchidee, gli aspetti biologici di queste piante hanno affascinato anche gli scienziati e i ricercatori, tanto da dare origine all’orchidologia, branca della botanica. Cercare di raccontare almeno gli aspetti più salienti dell’affascinante mondo delle orchidee è un’altra storia. Non ho la presunzione di riuscire a sintetizzare l’argomento in poche pagine, ma permettetemi di darvi alcune suggestioni che spero vorrete approfondire, magari iniziando a coltivare in casa vostra qualche specie.

PIÙ NUMEROSE DELLE GRAMINACEAE

La prima suggestione è che esistono più generi e specie di Orchideaceae che di Graminaceae. Alla base di questa capacità di adattarsi all’ambiente ci sono una serie di strategie evolutive che permettono un eccezionale numero di possibili varianti. Ogni frutto di orchidea (capsula) contiene da migliaia a milioni di minuscoli semi solitamente privi dei nutrienti necessari al proprio sviluppo. Naturalmente non tutti i semi diventeranno plantule e un numero ancora minore arriverà alla dimensione di piante capaci di fiorire e riprodursi, ma la quantità di tentativi fa sì che, dal punto di vista evoluzionistico, le orchidee siano vincenti per la capacità di adattarsi all’ambiente.

TECNICHE NUTRIZIONALI

Un’altra delle capacità vincenti sta nell’alimentazione: la famiglia delle Orchideaceae ha generi autotrofi, che generano in proprio gli zuccheri e le sostanze necessari alla crescita, partendo da elementi chimici non organici, ma anche generi saprofiti, ossia capaci di nutrirsi di residui di materia organica in decomposizione. L’alimentazione è mediata dai simbionti micorrizanti: lunghissime catene di funghi che trasportano alle radici delle specie (soprattutto di quelle epifite) i nutrienti necessari alla loro crescita. Sono state osservate catene di funghi lunghe decine di metri portare gli alimenti nutritivi alle radici di piante di orchidee collocate su rami di alberi.

SISTEMA RIPRODUTTIVO D’AVANGUARDIA

Che dire poi del sistema riproduttivo? Le Orchideaceae, a seconda degli ambienti in cui vivono, utilizzano tutti i sistemi di riproduzione a disposizione del mondo vegetale.
L’impollinazione entomofila, che avviene grazie al lavoro degli insetti, è la più frequente nelle orchidee e addirittura, in moltissimi casi, esiste un rapporto specifico ed esclusivo tra le specie e l’insetto impollinatore; lo stesso Charles Darwin postulò l’esistenza di un rapporto diretto tra l’evoluzione di una specie di orchidea e quella del suo insetto impollinatore. Studiando quella che comunemente è chiamata “orchidea di Darwin” (Angraecum sesquipedale) predisse l’esistenza di un insetto impollinatore con un apparato boccale dotato di un tubo per succhiare il nettare (spirotromba) lungo ben trenta centimetri. Quando Darwin fece la sua previsione l’insetto non era neppure concepibile, ma venne trovato quarant’anni dopo. Per attrarre i propri impollinatori (pronubi) le orchidee usano tecniche sopraffine.

OFFERTA ALIMENTARE: il nettare contenuto nello sperone condiziona l’insetto ad assumere una posizione che permetta al polline di incollarsi al suo dorso, per poi essere trasportato sugli altri fiori (impollinazione incrociata).

TRAPPOLA OLFATTIVA: quasi sempre usata dalle specie che hanno piccole dimensioni o un pronubo notturno. In alcuni casi l’odore emesso è quello dei ferormoni dell’accoppiamento dello specifico impollinatore.  Questa strategia è usata dalla cosiddetta “scarpetta di Venere” (Cypripedium calceolus).

MIMETISMO: in questo caso il fiore imita con il labello l’aspetto del partner dell’insetto impollinatore. È comune tra le orchidee del genere Ophrys, ad esempio le O. apifera e le O. bombyliflora, imitare rispettivamente le femmine di api e bombi: i maschi, cercando una pseudocopula, con i loro movimenti raccolgono il polline che poi trasporteranno su altri fiori. Gli insetti pronubi sono i responsabili dell’impollinazione incrociata, ma lavorando su vasti territori a volte sbagliano fiore e così anche loro, portando il polline su specie diverse, fanno nascere nuovi e complessi ibridi. Un’ape operaia è in grado di percorrere ben dieci chilometri durante i propri giri di bottinaggio.  In alcuni generi, come i Cymbidium, originari di zone dove gli insetti sono pochissimi come ad esempio gli altipiani tibetani, le specie hanno trovato una strategia di riproduzione originale: i fiori, che hanno tepali cerosi e consistenti, rimangono aperti e “freschi” per mesi. Questa particolarità li ha fatti amare dai fiorai e coltivare in tutte le parti del mondo: oggi è facile trovare i fiori e le piante di Cymbidium perfino nei supermercati.
Per ritornare alle particolarità riproduttive delle orchidee, posso aggiungere:

AUTOIMPOLLINAZIONE, il polline cade da solo nello stigma, oppure il fiore si autoimpollina senza aprirsi,

RIPRODIUZIONE ASESSUATA, con la produzione nella capsula di semi già fertili,

DIVISIONE VEGETATIVA  dei rizotuberi o degli pseudobulbi. 

FOTO B




Cypripedium calceolus,
nome comune Scarpetta di Venere o Pianella della Madonna

La specie è presente in tutto l’arco alpino ma anche nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.













ORCHIDEE SELVATICHE ITALIANE

Come avrete compreso, le orchidee sono attrezzate per vivere e riprodursi in moltissimi habitat, dunque anche in Italia ne sono presenti circa 190 specie selvatiche appartenenti a diversi generi. Vi raccomando di non raccoglierle: sono piante protette dalla Convenzione di Washington del 1973 (cites) e quindi, oltre al danno ambientale, la multa è assicurata. Le orchidee selvatiche sono importanti per la biodiversità e contribuiscono anche al mantenimento della entomofauna. Le loro forme e i colori non affascinano solo gli insetti, pensate che a Parigi c’è la sede di un’associazione tra chi ha visto la “scarpetta di Venere”, che da noi cresce sui contrafforti delle Alpi e nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

ORCHIDEE E MEDICINA

Nel Medioevo e nel Rinascimento alcune parti delle orchidee, specialmente i rizotuberi delle Ophrys e delle Orchis, erano usati per la cura dell’apparato sessuale maschile: i medici e gli alchimisti seguivano la dottrina della “signatura” che, comparando il macrocosmo e il microcosmo, prendeva in considerazione la somiglianza tra gli organi da curare e gli elementi usati nella cura. Le orchidee oggi vengono impiegate anche nella cosmetica, per la cura della pelle. Nelle zone tropicali alcune parti di orchidee erano usate dalla farmacopea tradizionale come potenti farmaci, oggi si è scoperto che le orchidee non hanno virtù terapeutiche di tipo biochimico, ma sicuramente sono tuttora apprezzate per la loro bellezza e rarità; come alcuni dicono: “… con la loro bellezza curano l’anima.”. Nel linguaggio dei fiori regalare l’infiorescenza di un’orchidea a fiore singolo vuol dire “sei unica”, diverso è invece il significato dei fiori che sono raccolti in spighe floreali o dei fiori staccati di Cymbidium.

I CERCATORI DI ORCHIDEE

Avrete letto l’articolo sui “cercatori” di orchidee nel 1800, e in particolare di William John Swainson, una persona di non grande cultura e scolarizzazione, ma ben ammanicata con i funzionari doganali (suo padre e suo nonno erano alti dirigenti, ed egli stesso trovò un impiego come doganiere). A ventisette anni andò in Brasile dove conobbe altri esploratori con i quali iniziò a collaborare; dodici anni dopo (1818) tornò in Inghilterra con i frutti del suo lavoro di “raccolta”: 20.000 specie di insetti, 1.200 di piante e un migliaio di uccelli impagliati. Grazie all’entusiasmo con cui i collezionisti accolsero il suo ritorno, egli iniziò con il Brasile un vero traffico, che lo rese ricco e gli permise di finanziare le proprie ricerche in Nuova Zelanda, dove morì a 66 anni. Devo confessarvi che anni fa, nel Triangolo d’Oro, dopo aver ammirato tante specie di orchidee tropicali fiorite ai bordi dei sentieri o lungo le rive dei fiumi, anch’io sono stato attratto dalla possibilità di trovare specie nuove, ma poi ha prevalso il rispetto dell’ambiente e così mi sono limitato a comprare, in un mercatino all’aperto di un paesino vicino a Wan Pong, un chilo di pseudobulbi di Dendrobium che probabilmente venivano venduti come erbe medicinali. In Italia fiorirono e si moltiplicarono. Oggi la situazione è diversa rispetto a quaranta anni fa e le associazioni amatoriali aiutano gli “aspiranti” ricercatori; ad esempio l’Associazione Italiana di Orchidologia (AIO) tra le sue molteplici attività organizza viaggi in Paesi tropicali, veri e propri safari fotografici in collaborazione con le associazioni orchidologiche delle nazioni ospitanti. L’AIO produce e distribuisce la rivista semestrale Caesiana (fondata nel 1993), che dal 2001 al 2009 è stata la rivista scientifica dell’European Orchid Conference(EOC); nel web potrete trovare tutte le attività e le pubblicazioni dell’Associazione.

QUALCHE LIBRO INTERESSANTE

In Italia sono molte le persone che hanno studiato le orchidee spontanee e quasi tutte le regioni possiedono, tra le proprie pubblicazioni, un libro sulle orchidee del territorio. Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha realizzato la bellissima pubblicazione bilingue (italiano-inglese) “Iconografia delle orchidee d’Italia”, con i testi del professor Walter Rossi e 130 tavole su carta usomano, di 49 x 34 cm, disegnate da Anne Eldredge Maury. Nei quaderni di “Silvae”, quella che oggi è la rivista tecnico-scientifica dei Carabinieri Forestali, è stato pubblicato un lavoro monografico del Generale Giuseppe Nicola Silletti e di Piero Medagli, dal titolo “Biodiversità e ibridazione nelle orchidee spontanee: un caso dell’Alta Murgia in provincia di Bari”, volume interessantissimo e ricco di immagini. Tra gli ultimi lavori pubblicati sulle orchidee selvatiche voglio anche segnalarvi il monumentale lavoro del fotografo botanico Bruno Petriglia, presentato nella sede della Società Romana di Scienze Naturali (SRSN) il 12 settembre 2020, intitolato “Orchidee del Lazio”, edizioni Belvedere. Il volume, frutto di cinque anni di ricerche, è composto da 480 pagine con 600 fotografie delle 94 specie laziali, ognuna delle quali è corredata di una scheda botanica con un ricco apparato scientifico.