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COSTUME E SOCIETA'
LO SCATTO PERFETTO
30/06/2021
di Gabriele Salari

Non indossano una divisa, ma il più delle volte abiti mimetici e diversi strati per resistere al freddo e all’umidità, perché quando ci si apposta per scattare una fotografia naturalistica possono passare anche giorni. Conosciamo meglio questi artisti straordinari

 


FOTO A - Foto di Stefano UnterthinerSvegliarsi nel cuore della notte quando tutti dormono per trovarsi prima dell’alba già sul posto di lavoro. Lo fanno in tanti: infermieri, baristi, carabinieri e… fotografi naturalisti. Questi ultimi non indossano una divisa ma il più delle volte abiti mimetici, diversi strati per resistere al freddo e all’umidità, perché quando ci si apposta in un capanno per la fotografia naturalistica possono passare anche ore prima che passi l’animale da immortalare. Che emozione però la caccia fotografica o anche la foto paesaggistica che - al contrario di quanto si pensa - è anch’essa frutto di ricerca e passione. Per trovare quella brina o quella nebbiolina al punto giusto e al momento giusto quanti scatti bisogna fare!

Quando si usavano i rullini se ne consumavano vagoni, ora il digitale ha reso questo dispendio meno preoccupante e, soprattutto, si può verificare subito il risultato, anche se un grande maestro come Gianni Berengo Gardin consiglia sempre di non correre a guardare subito sul display il risultato. Per entrare nel mondo della foto naturalistica abbiamo scelto di presentare tre protagonisti, uno più legato allo scenario internazionale, un grande fotografo di Alpi e Appennini e una giovane fotografa sarda.

FOTO B - In primo piano il Maestro Stefano Unterthiner



Primo piano del Maestro Stefano Unterthiner










IL MAESTRO

Non ha bisogno di presentazioni il valdostano Stefano Unterthiner che, seguendo da ragazzo lo zio Paolo nelle passeggiate in montagna, si è appassionato alla fotografia e alla natura. Poi è venuta la laurea in zoologia, il dottorato in Scozia che lo ha proiettato oltre i confini nazionali e, dal 2009, la collaborazione con il National Geographic, primo italiano nella storia della fotografia moderna. Il suo è uno stile ben preciso, un codice di condotta.

“L’esperienza sul campo è molto importante, passare del tempo con gli animali con o senza macchina, come fa il ricercatore. Importante è trovare la propria posizione, capisci poi quando stai dando fastidio, tutti gli animali mostrano stress e disagio a loro modo. Credo in una fotografia empatica, che abbia una partecipazione con quello che si osserva. Bisogna scomparire, diventare uno spettatore”. Nelle sue foto, spesso, l’animale fotografato non è poi neanche centrale, perché Stefano usa quasi esclusivamente il grandangolo. “Il legame tra animale e ambiente racconta molto di più di un ritratto, la foto è più ricca e descrittiva”.

Il suo ultimo lavoro fotografico è stato alle Isole Svalbard (in uscita il libro XX), dove ha passato un anno fotografando a oltre meno 30 gradi di temperatura, con vento forte e difficoltà logistiche di ogni tipo. Ma per lui era importante documentare la natura in uno dei posti più colpiti al mondo dai cambiamenti climatici. Un’esperienza intensa per lui e per tutta la famiglia: “Ho scelto di continuare a essere un fotografo senza rinunciare ad avere una famiglia. Nel mio girovagare per il mondo mi ha sempre accompagnato mia moglie Stéphanie e ora lo fanno anche i nostri figli. Rémi, sei anni, ha spento la sua prima candelina in Thailandia e imparato a camminare in Finlandia. Bahia, due anni, è nata in Centro Italia (dove ha «visto» i suoi primi lupi) e festeggiato un anno di vita in Nuova Zelanda. Non facciamo viaggi brevi, ma viviamo per molti mesi nei luoghi in cui lavoriamo. Può sembrare difficile e complicato ma funziona. La natura e il viaggio sono le migliori scuole che conosca”.

Prima di viaggiare Unterthiner ha fatto la gavetta nel suo Parco Nazionale del Gran Paradiso, che è diventato, invece, negli ultimi anni, il principale campo d’azione per un altro fotografo, il romano Giorgio Marcoaldi.

IN PARADISO

FOTO C - Foto di Giorgio Marcoaldi“Vi feci tanti anni fa il mio primo viaggio naturalistico e poi mi sono trasferito lunghi periodi al Gran Paradiso. Gli ultimi due anni e mezzo circa di lavoro sono stati impiegati per realizzare il libro fotografico In paradiso e poi ho cominciato un nuovo lavoro sullo stambecco che verrà pubblicato l’anno prossimo in occasione del centenario del Parco”. La montagna è l’ambiente preferito di Marcoaldi che per i suoi reportage ha girato tutta l’Italia, documentando brillantemente anche l’attività che veniva svolta dal Corpo forestale dello Stato. “Ho iniziato a frequentare l’Appennino arrampicando in Abruzzo, e sul Gran Sasso rimasi affascinato da questi villaggi di pietra abbarbicati sulle montagne, Rocca Calascio in particolare, il cui castello è uno dei 10 più belli del mondo per National Geographic Usa. Ho iniziato a portare la macchina fotografica e la passione si è trasformata in una professione, prima lavoravo nel cinema e nel doppiaggio. La prima copertina che ho realizzato è quella di Airone con due stambecchi in combattimento nella neve. Che soddisfazione!”.

FOTO D- Il fotografo naturalista italiano Giorgio Marcoaldi




Il fotografo naturalista Giorgio Marcoaldi

 












Lavorando al primo libro sul Gran Paradiso, si è verificato invece l’incontro più emozionante per Marcoaldi. “Non avevo mai visto un gipeto in vita mia. In Valnontey si vede abbastanza spesso, quel giorno nevicava, c’erano nuvole basse. Ero andato a fotografare uno stambecco maschio che si riparava sotto una cengia. Avevo cambiato ottica e messo un grandangolare per avere il quadro d’insieme. Me lo sono sentito addosso, è passato a non più di tre metri, la prima volta mi ha colto di sorpresa, ma la seconda ho scattato. Potevo allungare la mano e toccarlo”.

Chissà se quando è andato in Sardegna, per realizzare un servizio sulla lavorazione del sughero per Airone, Marcoaldi ha provato le stesse emozioni della sua collega Nicoletta Muscas.

L’ARTISTA

Questa fotografa sarda, nata professionalmente con il digitale una decina d’anni fa, si concentra in particolare sulla sua regione e sull’ispirazione artistica che fornisce la natura. Alcune sue immagini ritraggono proprio le sughere della Giara, la terra nota per il cavallino, ultima specie di cavallo selvatico d’Europa, e uno scatto immortala le querce in una rara nevicata. Il contrasto tra neve e pianta mediterranea è suggestivo e poi la foto sembra quasi un ritratto al carboncino. Le sue immagini, infatti, sono sempre molto creative e con caratteristiche pittoriche.

FOTO E - Foto di Nicoletta Muscas“Non mi piace la caccia fotografica e i lunghi appostamenti, preferisco lasciarmi guidare dall’istinto. Ho scattato foto molto particolari nel mio giardino, mi piace perdermi in tutto ciò che ci circonda, osservare con stupore tutto quello che c’è. Non mi interessa andare dritta in un luogo iconico all’ora giusta con la luce giusta e perdermi magari quello che c’è lungo il cammino” spiega la Muscas. Oltre alla Sardegna, molto presente nelle sue foto è la Norvegia che negli ultimi 5 anni è diventata casa anch’essa per lei. Ma cos’hanno in comune? “Ampi spazi e poco antropizzati”.

FOTO G -L_artista sarda Nicoletta Muscas





L'artista sarda Nicoletta Muscas








Le sue foto scatenano l’immaginazione, i fenicotteri ritratti da Muscas ti trasportano in un mondo magico, favolistico, non c’è solo ricerca estetica. Perché però non trasformare la fotografia in un lavoro? “Ho scelto così al momento per non bloccare il processo creativo. Devo ancora individuare il progetto che vorrei realizzare, il tipo di fotografia che faccio è sempre il mio sguardo sulle cose”. E la raganella sulla foglia di limone ritratta nel suo giardino ne è forse la dimostrazione più efficace. Non serve andare lontano, per essere un buon fotografo naturalista, occorrono una sensibilità e un occhio che non tutti hanno.