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COSTUME E SOCIETA'
I sigari della Serenissima
01/09/2016
di Stefano Cazora

Gli Avana italiani nascono da un’antica tradizione che s’intreccia con la storia e la difesa del territorio, sono un esempio di produzione a chilometro zero che mantiene ancora viva una piccola comunità di artigiani appassionati

1La storia di sigaro del Brenta è molto interessante, fatta di clandestinità e contrabbando. Lungo uno dei fiumi più importanti del territorio, da Valstagna a Campese di Bassano del Grappa, i sigari si cominciarono a produrre alla fine del 1500, circa un secolo dopo l'arrivo del tabacco in Europa dalle Americhe. Soltanto nel 1763, quasi due secoli più tardi, i rappresentanti della Repubblica concessero agli agricoltori di coltivarlo legalmente. Il sigaro Nostrano, antenato di quello che è il Doge, era però già conosciuto, tanto che si hanno testimonianze storiche che parlano di sigari fumati dai signori veneziani già nel 1677. Nei secoli successivi la comunità del Canal di Brenta, colpita da pesantissime carestie, ha fatto di necessità virtù. Proibiti prima dalla Repubblica, quindi da Vienna e infine dai finanzieri italiani per motivi fiscali, i sigari Nostrani non esistevano ufficialmente ma erano consumati regolarmente in tutto il Veneto, grazie a una rete capillare di distribuzione che partiva da Bassano e raggiungeva tutta la regione. Questo commercio illegale andò avanti fino al 1939, quando sedici agricoltori costituirono una cooperativa denominata “al Consorzio tabacchicoltori del Grappa” dove si occupavano principalmente di tabacchi per sigarette, lasciando sempre spazio per sigari da passare clandestinamente.

Ora, grazie anche ad un contributo della Regione al consorzio che riunisce i produttori della zona e ad un accordo commerciale con una nota ditta produttrice di sigari, è stato possibile riportare in commercio questo storico sigaro. La parte artigianale della produzione avviene in un piccolo stabilimento sulle rive del Brenta, con dieci sigaraie che si occupano della manifattura e del confezionamento dei sigari. Le aziende che coltivano e conferiscono il tabacco che viene utilizzato per la produzione sono tutte situate in Veneto nelle province di Padova, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza: è questo il territorio tipico nel quale, nel corso dei secoli, l’originale pianta habanos si è adattata e sviluppata esaltando in modo originale tutte le proprie qualità. Il lavoro, scandito dallo scorrere delle stagioni viene svolto prevalentemente a mano. La raccolta avviene generalmente tra fine agosto e settembre e segna l’avvio della fase di selezione e cura del tabacco. 2La cura avviene all’aperto appendendo le singole foglie su filze in appositi capannoni in modo che si essicchino naturalmente all’aria. In questo periodo i coltivatori aprono e chiudono i portoni in modo da regolare l’ambiente interno in base al clima esterno. “Possiamo dire che il nostro è un sigaro a chilometro zero, dalla coltivazione del tabacco al confezionamento interamente realizzati in Veneto” – spiega Giuseppe Zuccolo, direttore della cooperativa che riunisce i coltivatori locali e che si è dotata di una piccola manifattura – “Un impegno difficile, faticoso ma entusiasmante che sta dando i suoi frutti se si pensa che l’azienda cresce con un incremento annuo di circa il 20 per cento. Il sigaro – continua Zuccolo - è realizzato interamente a mano dalle sigaraie della manifattura di Bassano del Grappa secondo un processo tramandato di generazione in generazione in oltre quattro secoli di storia.

Viene confezionato con fascia e sottofascia e gli strumenti utilizzati sono tutti manuali e necessitano di grande esperienza e sensibilità. A differenza dei sigari caraibici, la tradizione manifatturiera italiana non prevede l’uso di presse e formelle per ottenere una forma perfettamente cilindrica. Il sigaro così ottenuto, con foglie che arrivano fino a cinque anni di invecchiamento, si avvia pertanto ad un lento processo di maturazione”.

#Natura - anno XVII - N. 94   Settembre-Ottobre 2016