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COSTUME E SOCIETA'
COSTUME E SOCIETÀ RITI FLOREALI DELL’ESTREMO ORIENTE
21/04/2018
di Nicolò Giordano

In Giappone la fioritura di alcune specie è celebrata con incontri ed eventi

FOTO BC’è un termine giapponese, Hanami, che dovrebbe far nascere invidia in ciascuno di noi. Letteralmente viene tradotto con “guardare i fiori”, ma in realtà ha un significato più profondo: godere della bellezza della fioritura primaverile degli alberi. Infatti, in Giappone, alcune specie, in particolare il ciliegio, i cui fiori si chiamano sakura, ma anche il glicine, sono oggetto di grande attenzione, dando origine a veri e propri riti collettivi. In un Paese che viene considerato sinonimo di efficienza, velocità e progresso, potrebbe apparire davvero insolito che si dedichi tempo ad un fenomeno naturale così semplice e ripetitivo. In realtà, la cultura giapponese dedica al mondo vegetale un’attenzione sorprendente ed estremamente sentita.
Di sicuro, un grande aiuto viene dalla natura stessa, poiché le specie poc’anzi citate forniscono esperienze sensoriali di grande bellezza, sia pure per un tempo molto breve. Il ciliegio, ad esempio, ha una fioritura concentrata in uno spazio limitato e viene considerato anche un simbolo della caducità della vita e della rinascita. Non stupisce, quindi, che vengano dedicate specifiche previsioni meteo per conoscere il periodo esatto della fioritura e, al momento giusto, sotto le branche di questi alberi si organizzino incontri e pic-nic che si possono protrarre fino a tarda notte.
FOTO C1Né meno scenografici sono gli esemplari di Glicine del Giappone, conosciuto anche come Wisteria floribunda che, in alcuni parchi, producono fioriture spettacolari per le caratteristiche dei fiori. I grappoli di diversa lunghezza, dai 40 fino ai 120 cm a seconda delle cultivar, formano vere e proprie gallerie multicolori di inaudita bellezza. Anche in questo caso alla pianta viene associato un simbolo che è, in genere, la longevità.
Se avete avuto occasione di vedere il film di fantascienza “Avatar” di James Cameron, in cui la fantasia del regista ha dato vita ad un ecosistema fantastico popolato di specie nuove, non avrete avuto difficoltà a trovare significative somiglianze tra l’albero degli antenati (e della vita), difeso dai nativi del pianeta Pandora dalla cupidigia degli uomini, e la Wisteria.

Questo aspetto legato al sacro ed alla memoria di chi ci ha preceduto gode di grande importanza in estremo oriente. Agli alberi viene affidato il compito di “segnare” alcuni punti simbolici o importanti del paesaggio, quasi a voler conservare una sorta di sacra immutabilità. Se tutto intorno il mondo è in tumultuoso cambiamento, piccoli luoghi di culto sorgono sempre intorno ai grandi alberi, con una sorta di nascosto legame che unisce l’oriente alle antiche tradizioni latine del genius loci. Grande cura è dedicata ai giardini ornamentali, intesi come luoghi di armonia e bellezza. I templi, infine, sono quasi sempre circondati da alberi, per raggiungere una dimensione “più intima” che induca alla meditazione, che non è mai fine a se stessa. Non va, infatti, dimenticato che per la cultura orientale “la natura che circonda l’uomo è il modello per il suo essere interiore: la riproduzione del mondo «puro» della natura dentro di sé conduce al perfezionamento interiore. Non vi è un modello ispiratore esterno alla natura, un Dio che sta sopra la natura, ma piuttosto delle spiritualità (kami) dentro la natura che di essa sono l’espressione più genuina” (Prof. Aldo Tollini, docente di Lingua Giapponese classica all'Università Ca' Foscari di Venezia).

FOTO C1IL VALORE SIMBOLICO DELLE PIANTE
Una simile concezione è molto diversa da quella del mondo occidentale, in cui esiste un progetto divino, creatore di ogni cosa. Senza addentrarci in considerazioni di ordine filosofico e religioso, che non sono lo scopo di questo breve articolo, preme, invece, sottolineare il forte valore simbolico associato alle piante. Che può dare origine anche a scelte piuttosto insolite. In numerosi siti di informazione è stata riportata la notizia della Stazione ferroviaria di Kayashima, nella provincia di Osaka. Costruita nel 1910 vicino ad un esemplare di albero di canfora, a seguito delle nuove necessità di trasporto, la stazione ha subìto successivi ampliamenti che avrebbero potuto essere fatti a discapito dell’albero. Invece, nel 1972, si decise di costruire la nuova piattaforma sopraelevata della stazione proprio intorno al canforo, la cui età presunta si aggira intorno ai 700 anni. Completata nel 1980, la stazione circondava il tronco dell'albero facendo emergere la chioma verde sopra la copertura. E anche oggi l’albero fa bella mostra di sé, con la sua splendida copertura a mitigare un paesaggio composto ormai esclusivamente da cemento e acciaio.
FOTO EOccorre dire che il canforo (Cinnamomum camphora (L.) J. Presl, 1825) gode in oriente di notevole rispetto: si tratta di una specie estremamente longeva (si dice possa vivere fino a mille anni) ed imponente (le piante più grandi raggiungono anche i 50 metri di altezza) che ha conosciuto una discreta diffusione in occidente, soprattutto a scopo ornamentale, a partire dall’Ottocento. Alcuni splendidi esemplari si trovano in Italia nei giardini del Palazzo Borromeo all’Isola Bella, sul lago Maggiore, mentre un altro esemplare, anch’esso monumentale, si trova nel Parco di Capodimonte, a Napoli. Meno noti, ma ben integrati nel panorama cittadino, sono gli esemplari che si trovano non lontano dal Ministero delle finanze a Roma, nella zona della Stazione Termini, ed all’interno della Scuola ufficiali Carabinieri, sempre a Roma (zona Aurelio). Anche il canforo ha conosciuto una trasposizione cinematografica particolare: è il grande albero del film di animazione “Il mio vicino Totoro” del regista Hayao Miyazaki, abitato da una strana creatura: lo spirito buono Totoro, custode della foresta. Non a tutti è concesso vedere tale spirito, che, invece, si manifesterà alle piccole protagoniste fornendo loro un prezioso aiuto. Quest’ultimo personaggio ci rimanda ad un altro elemento della tradizione culturale giapponese associata al mondo vegetale, ovvero quello del “Kodama” che altri non è se non uno spirito che risiede in alcuni alberi. È un ambito quasi fantastico, ove la natura conserva un alone misterioso e magico, pervaso, al contempo, da grande rispetto.


FOTO DIl significato di kodama è cambiato nel corso dei secoli: inizialmente veniva considerato una divinità della natura legata agli alberi (designata con il termine kami). Il kodama è dotato di poteri sovrannaturali e, come nelle migliori antiche tradizioni, abbattere un albero ritenuto dimora di un kodama era (ed è) considerato fonte di sventura: per questo motivo i giapponesi usano marcare i tronchi di tali alberi con una corda sacra detta Shimenawa. Questa, a sua volta, ha una funzione di barriera volta a separare il mondo terreno, rappresentato dalla società umana, da quello ultraterreno simboleggiato da santuari e shin'iki, i territori sacri. L’esemplare di canforo della stazione ferroviaria di cui abbiamo parlato prima è “protetto” e separato dal viavai di viaggiatori proprio da queste corde. Eppure, la distinzione tra i due mondi non è poi così netta, considerato che vedere un kodama è reputato di buon auspicio: significa che il luogo è vitale e pieno di energia positiva.
Superstizioni orientali? Niente affatto. Chiedetelo a driadi, ninfe, gnomi, fate e folletti la prossima volta che vi concederete una salutare e silenziosa passeggiata in bosco…