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COSTUME E SOCIETA'
IL BACO DA SETA E IL GELSO
03/09/2021
di Silvia Cappellozza - CREA - Centro di Agricoltura e Ambiente

Impatto sull’ecosistema


 

FOTO 1






Foto 1: Il gelso produce le foglie, nutrimento del baco da seta.








Per capire come la sericoltura agisca sull’ambiente è necessario premettere che l’allevamento del baco da seta e la coltivazione del gelso sono legati in un binomio inscindibile. Infatti, il baco da seta è un insetto strettamente monofago: si nutre solo della foglia della pianta di gelso (foto 1). Sebbene siano stati creati mangimi, ovvero diete artificiali (foto 2), che svincolano l’allevamento della larva dalla stagionalità della produzione della foglia, in essi la componente rappresentata da foglia di gelso essiccata e polverizzata deve essere compresa in un range variabile dal 25 al 40%. Questo limite, assieme ad altre criticità legate alla tipologia d’allevamento con substrato sostitutivo dell’alimento naturale, rendono l’alimentazione con foglia fresca di gelso l’unica via attualmente concreta ed economicamente sostenibile per la gelsibachicoltura.  

Foto 2

                                                                                                                                                                   

Foto 2: Larve di baco da seta allevate su mangime artificiale.

 


                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Se questo può sembrare un problema per una diffusione dell’attività, da un punto di vista ambientale costituisce un’opportunità per il nostro territorio. Infatti, la Penisola è caratterizzata da un elevato dissesto idrogeologico e da fenomeni di progressiva erosione e desertificazione dei suoli, che sono connessi, da un lato, all’abbandono di alcuni territori marginali da parte degli agricoltori, dall’altro, alla pratica di un’agricoltura poco conservativa in termini di sostanza organica del terreno, oltre che ai cambiamenti climatici, i cui effetti cominciano a farsi via via più rilevanti anche in Europa. Secondo il rapporto ispra 2018, il 91% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico e il 16,6% del territorio nazionale si trova nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50mila km quadrati).

 

LA PIANTA

Foto 3



Foto 3: Gelseto in zona declive









Il gelso è dotato di un apparato radicale che si approfondisce sia verticalmente che orizzontalmente, creando un fitto intreccio di radici. Queste imbrigliano il terreno e anche in zone declivi (foto 3) rallentano l’azione di vento e acqua che scorrono sulla superficie del pendio, asportando particelle di suolo e facendole accumulare a valle. La rapida capacità di crescita del gelso fa in modo che la pianta riesca a creare una fitta copertura vegetale durante la stagione estiva, contrapponendosi alla forza con cui le goccioline di pioggia impattano sul terreno e, pertanto, riducendo i movimenti franosi. Sperimentazioni condotte in Cina hanno evidenziato come l’impianto di gelsi sia essenziale nel consolidare i terreni declivi, sia che questi siano naturali, sia soggetti a terrazzamento da parte dell’uomo. Si è inoltre verificato che sempre in questi ambienti, in caso di prolungati periodi di siccità, la chioma del gelso crea un microclima più fresco di alcuni gradi rispetto al territorio circostante, non coperto da vegetazione. Ciò che rende, però, interessante questa essenza vegetale rispetto ad altre, è la capacità di produrre foglia per la bachicoltura e biomassa vegetale o legnosa per scopi diversi, anche in terreni poveri di elementi nutritivi, con quantità limitate di acqua e persino, per alcune varietà di gelso, in terreni salini o calcarei. Per queste sue eccellenti caratteristiche, la pianta è stata anche impiegata in recuperi di ambienti desertici, con forti anomalie di reazione (pH), o inquinati da metalli pesanti (discariche).

Foto 4



 

Foto 4: Il gelso allevato a filare e cespuglio.














Altra importante peculiarità del gelso è quella di potere crescere come arbusto, con portamento cespuglioso o come albero dalle imponenti dimensioni con chioma larga e ombrosa (foto 4). Nella prima tipologia è molto utile a creare bassi presidi che contrastano l’avanzata del deserto, nella seconda tipologia come barriera per separare i campi coltivati in lunghi filari, che prevengono l’allettamento dei cereali, dovuto a forti raffiche di vento, danno riparo a insetti e uccelli, come pure ombra agli animali al pascolo.
Foto 5





 

Foto 5. Gelso maritato alla vite.











La seconda modalità, in cui il gelso era coltivato un tempo nelle nostre campagne, contribuendo anche ad una importante funzione paesaggistica, specie quando era maritato alla vite come sostegno vivo (foto 5), viene di nuovo presa in considerazione dagli agronomi e decisori pubblici per realizzare la cosiddetta “agroforestazione” (foto 6), ovvero una modalità di coltivazione dei campi che unisce la produzione di derrate alimentari con la creazione di oasi alberate sui bordi degli appezzamenti, lungo fossati, canali o strade poderali. Lo scopo finale di questo tipo di pratica agronomica è di creare una maggiore biodiversità dal punto di vista animale, diminuendo l’utilizzo di insetticidi e formando anche dei serbatoi di stoccaggio dell’anidride carbonica. Sappiamo, infatti, che gli alberi, specialmente quelli a lungo ciclo come il gelso, che può vivere per alcuni secoli, ma che ha vita produttiva di circa 40 anni, sono in grado di immagazzinare l’anidride carbonica nei loro rami, tronchi, radici, rimuovendola dall’atmosfera, dove essa è responsabile, assieme ad altri gas emessi dalle attività umane, del tanto tristemente famoso “effetto serra”. Il gelso, inoltre, è stato studiato anche per l’effetto sull’assorbimento di particolato sottile (PM 1, PM2,5, PM10), dannoso per la salute umana, da parte delle foglie, e ha dato anche per questo aspetto buoni risultati.

UNA COLTIVAZIONE BIOLOGICA

Foto 6



Foto 6: Filari di gelso per agroforestazione

 












Tuttavia, ciò che rende la coltivazione del gelso nei nostri ambienti veramente preziosa, è il fatto che questa pianta non sia soggetta a trattamenti fitosanitari, perché questi danneggerebbero anche il baco da seta, e sia, perciò, praticamente condotta in biologico. Pochi sanno che il primo esempio di lotta biologica in Italia è proprio legato a questa specie vegetale. Infatti, il famoso entomologo Antonio Berlese, nel 1906, introdusse in Italia Prospaltella berlesei (che da lui, appunto prende il nome), parassitoide antagonista della cocciniglia del gelso (Pseudaulacaspis pentagona); la femmina di Prospaltella depone le uova nel corpo della cocciniglia, perforando lo scudetto protettivo con l’ovopositore; in seguito, la larva si nutre dell’ospite portandolo a morte e si trasforma in adulto. La cocciniglia fu così controllata naturalmente e non costituì più un problema per le piante di gelso.

Così come nel caso descritto, anche gli altri insetti dannosi della pianta vengono contrastati solo con mezzi fisici o di lotta biologica.  Infatti, la larva del baco da seta è sensibilissima a tutti i tipi di inquinanti, sia quelli distribuiti direttamente sul gelso, sia quelli trasportati dal vento sulle sue foglie, in seguito al trattamento fitosanitario di coltivazioni vicine. Pertanto, il baco da seta è un vero e proprio indicatore ambientale.

È un insetto che compie un ciclo corto (in un mese circa si trasforma da uovo a larva e, poi, crisalide). Questo comporta che su di esso non vengano compiuti trattamenti veterinari (antibiotici o trattamenti ormonali) ma i mezzi di contrasto delle malattie siano di tipo preventivo e consistano soprattutto nell’igiene di allevamento. Nel momento in cui si parla di proteine da insetti per l’alimentazione umana, e il primo insetto (tarma della farina) è stato autorizzato a questo scopo in Europa dall’ente di vigilanza (EFSA), l’allevamento del baco da seta assume particolare rilievo anche in questo senso. In generale, nutrirsi di proteine prodotte dagli insetti anziché dagli animali attualmente allevati a questo scopo (bovini, suini, avicoli e pesci), consente di risparmiare energia, acqua, suolo, con grandi benefici per l’ambiente.

Del baco, poi, non si butta via niente: le due proteine che compongono la seta (fibroina e sericina) vengono recuperate per finalità tessili, biomediche e cosmetiche. La crisalide viene utilizzata per l’alimentazione (animale e umana) o l’ottenimento di olio per obiettivi mangimistici o farmaceutici, realizzando così un’economia circolare, nella quale il sottoprodotto di un processo costituisce la materia prima per un altro. La fibra della seta ritorna ad essere scissa in acqua, azoto e carbonio, a differenza di altri materiali tessili ottenuti da petrolio, perché a fine ciclo può essere biodegradata naturalmente, essendo costituita solo da proteine. Processi di riutilizzo e riciclo di questa fibra anche per finalità diverse dal tessile sono attualmente allo studio da parte dell’industria.

Per concludere, quindi, la gelsibachicoltura ha tutte le caratteristiche per essere inserita nella transizione verde delle attività produttive e nella svolta ecologica prospettata dal Green Deal dell’Unione Europea.

 


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