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ANIMALI
LA REGINA DEI CIELI
28/02/2017
di Nicolò Giordano

L’aquila reale tra simboli antichi e moderna conservazione

Aquila Forestale - Fabrizio MogliaIl mondo occidentale ha conosciuto, nel corso dei secoli, il succedersi di regni ed imperi: popolazioni con diverse lingue e cultura hanno attraversato l’Europa, confrontandosi in sanguinosi scontri. Con il progressivo affermarsi di Roma, tutt’altro che semplice e scontato, e via via che la sua influenza e potenza militare si affermavano, nacque la necessità di individuare un simbolo che ne rappresentasse la supremazia. La scelta era ampia ed i romani finirono per attingere al mondo animale cui sono da sempre associati concetti quali fierezza, astuzia, coraggio. In accordo con quanto riportato dallo storico Sallustio si deve a Gaio Mario l’utilizzo dell’aquila, per la prima volta, nella guerra contro Cimbri e Teutoni (tra il 107 e il 101 a.C.).
Al tempo del suo secondo consolato, nel 103 a.C., adottò l'aquila come insegna delle legioni, assegnandone una a ciascuna legione e preferendola ai quattro animali (e creature) fino ad allora, e con essa, utilizzati: il lupo, il minotauro, il cavallo, il cinghiale. Da allora l'uso rimase fino alla fine dell’impero e l'aquila entrò a far parte a pieno titolo dell’iconografia romana: adornava le armature degli ufficiali, fu utilizzata per monumenti funerari ed accompagnò le legioni nelle campagne militari.
Va detto che tale animale aveva già dei trascorsi storici significativi, poiché, all’epoca dei Re, Tarquinio Prisco l’aveva usata come simbolo della propria supremazia.  Dunque, con buona probabilità i romani si erano allacciati alle antiche tradizioni etrusche assorbendole e facendole proprie. Del resto, non va dimenticato che l’aquila era l’icona di Giove, padre di tutti gli dei, e dunque, questo animale ha da sempre occupato le “alte gerarchie” celesti e terrene.

LA TRADIZIONE MILITARE

Rimanendo al contesto militare legionario, l'aquila era custodita dalla prima centuria della prima coorte, conservata presso l'accampamento (assieme ai signa militaria) all'interno dell'aedes signorum, uno degli edifici dei Principia (quartier generale della legione).
L'aquila usciva dall'accampamento romano solo in occasione dei trasferimenti dell'intera legione, sotto la responsabilità di un sottufficiale legionario, l'Aquilifer il quale, oltre a doverne garantire la custodia, era incaricato di portarla in battaglia e difenderla anche a costo della propria vita. In tal senso, l'aquiliferpuò essere paragonato ad un alfiere, quindi un giovane ufficiale dei moderni eserciti e la stessa aquila può essere considerata come una bandiera di guerra o uno stendardo.
Era segno di grave disfatta la sua perdita, evento che accadde in rare occasioni come nel corso della battaglia della foresta di Teutoburgo nel 9 d.C., quando ben tre aquilae caddero nelle mani del nemico germanico. Nel corso, invece, della rivolta batava, l'aver consegnato le rispettive aquile al nemico germanico, fu causa per quattro legioni del proprio scioglimento. In altri casi fu segno di grande vergogna ed ignominia, ma non di scioglimento, come accadde ad una legio V Gallica nel 17 a.C. o alla legio XII Fulminata nel 66 d.C. durante la prima guerra giudaica. Le insegne, quindi, venivano difese fino alla morte, oppure, durante le battaglie, conficcate nel terreno in modo tale da evitare la loro perdita.
Quale aquila è effettivamente rappresentata sulle insegne romane? Va ricordato che questo rapace, appartenente alla famiglia degli accipitridi, ha una diffusione significativa in diverse parti del mondo. La sua classificazione secondo precisi elementi tassonomici moderni ha avuto inizio alla metà del Settecento ed ha consentito, ad oggi, di individuare 11 diverse specie, a partire dall’aquila reale - Aquila chrysaetos (Linnaeus, 1758) identificata per la prima volta da Linneo.
Con buona probabilità l’aquila scelta dai romani è proprio quella reale, poiché per diffusione cosmopolita (che interessa l’emisfero settentrionale) e caratteristiche morfologiche sembra essere quella rappresentata sulle insegne repubblicane prima, ed imperiali successivamente. Il condizionale è d’obbligo poiché i romani pur essendo eccellenti osservatori della natura, per ovvie ragioni stilistiche ed estetiche hanno lasciato tracce iconografiche di questo rapace non necessariamente fedeli. In particolare, le insegne delle legioni erano piuttosto stilizzate e, quindi, i particolari relativi al colore dell’animale, alle dimensioni, alle caratteristiche del piumaggio o delle zampe (indispensabili per la corretta identificazione) non sono ovviamente rinvenibili con precisione. Dunque, ci dobbiamo basare soprattutto sulla distribuzione di questo animale e fare supposizioni sulla sua presenza anche in epoca romana. Considerata poi la lenta e inesorabile espansione dell’Impero non è da escludersi che nei territori attraversati dalle truppe si trovasse una o più delle varie specie oggi conosciute  ed in particolare quelle presenti nella penisola iberica, nei Balcani e nel Nord Africa. In questo senso l’aquila può essere considerata, con un piccolo sforzo di fantasia, una sorta di comun denominatore biologico dell’espansionismo romano.Aquila reale maschio adulto 2 - Foto M.Mendi

LE CARATTERISTICHE

Rapace maestoso, in grado di raggiungere altezze vertiginose, sfruttando le correnti ascensionali e dalla potentissima vista, l’aquila reale può cacciare su un territorio molto vasto, tra i 30 ed i 100 chilometri quadrati. Gli areali dipendono in larga misura dalla disponibilità di cibo e possono, pertanto, essere più o meno estesi.
Ha una lunghezza di 74 – 87 cm; la coda misura dai 26 ai 33 cm, con un’apertura alare di 203-220 cm. Il suo peso varia dai 2,9 kg ai 6,6 kg; la femmina è del 20% circa più grande del maschio.
Le sue parti superiori sono di color bruno castano, con penne e piume copritrici più pallide, le parti inferiori sono di color castano scuro, la testa invece è di color castano dorato.
A questa caratteristica si riferisce il secondo nome “chrysaetos”, che in greco vuol dire “aquila d’oro”. Il colorito varia a seconda dell’età e l’abito adulto viene completato a 5 anni di vita. La specie è alquanto longeva. In libertà raggiunge i 15-20 anni di vita; in cattività vi sono delle segnalazioni di individui che hanno raggiunto anche i 50 anni.
La distribuzione di questo rapace in Italia (ma anche nel resto d’Europa) aveva subito una significativa contrazione legata ad una vera e propria persecuzione operata dall’uomo al punto da essere inserita come “specie nociva”, ma anche dalla costante erosione degli ambienti naturali.
Secondo recenti censimenti, in Italia, sono presenti 476-541 coppie (Brichetti e Fracasso, 2003) che nidificano soprattutto nell’area alpina (363-402 coppie) e nell’Appennino (57-69). La popolazione, quindi, sembra mantenersi abbastanza costante.

LA TUTELA

Le principali minacce legate a questa specie sono dovute a diversi fattori: in primo luogo la trasformazione dell’ambiente, seguito da abbattimenti diretti (bracconaggio), avvelenamento da pesticidi, elettrocuzione ed urti con cavi, e prelevamento di nidiate.
Il disturbo arrecato dall’uomo nei luoghi di ni dificazione (che sono molto impervi) sono una delle cause della mancata riproduzione. Va, infatti, tenuto presente che l’aquila reale mal tollera la presenza dell’uomo in questa fase particolarmente delicata e può abbandonare i nidi se si sente minacciata. Questo aspetto è particolarmente grave, tenuto conto che le covate (la cui durata è di circa 50 giorni) non superano mai i due esemplari e che l’involo in genere avviene con uno solo dei giovani (l’altro viene ucciso o muore).
Per questo motivo, la preservazione di questa specie è stata considerata fortemente a rischio e lo è tuttora. La distruzione dei boschi, la contrazione degli spazi non frequentati dall’uomo, i prelievi dei piccoli per scopi legati al commercio illegale e gli abbattimenti continuano ad essere fattori di rischio. A questi va aggiunta una minaccia ancora più sottile legata all’avvelenamento da sostanze chimiche che uccidono direttamente gli animali o sono causa della distruzione delle uova che presentano gusci troppo delicati.Aquila_Romana_Aquilifer_Amiternum_Chieti
Vi è, quindi, la necessità di garantire maggiore tutela per questo maestoso animale, vertice della catena trofica e dall’importante ruolo ecologico, puntando a garantire dei veri e propri santuari ove possa vivere indisturbato. Ciò è molto difficile, specie nell’arco alpino, ove il turismo di massa sta determinando vistose modifiche del paesaggio e costante disturbo anche alle quote più elevate.
La scelta di un turismo rispettoso e meno invadente dovrebbe essere la prerogativa fondamentale per la tutela dell’aquila reale (e di altre specie), ma questa linea è spesso messa in discussione a causa dei forti interessi economici in gioco.
Da questo punto di vista, assumono un ruolo fondamentale parchi ed aree naturali protette, ove sono bandite la totalità delle azioni di disturbo e la presenza stessa dell’uomo (ove possibile). Anche se, va evidenziato che in Italia ottenere condizioni di wilderness accettabili è molto difficile, considerata la pressione antropica e la radicata presenza dell’uomo. In effetti, parlare di “natura selvaggia” ed incontaminata non è più possibile.
Il territorio italiano è stato talmente modificato che è impossibile immaginare l’ambiente conosciuto e vissuto secoli fa, dai nostri predecessori latini e romani: un paesaggio composto da boschi planiziali, selve impenetrabili, aree umide e specchi lacustri. Nulla di tutto ciò esiste più oggi, sostituito da infrastrutture, aree urbane, aree agricole, cave e discariche.
Sulla frenesia consumistica dell’uomo moderno, volteggia silenziosa e un po’ corrucciata l’aquila reale, che pazientemente sopporta. Sempre più lontana, sempre più relegata in spazi angusti.
L’auspicio è che l’uomo riesca a fare un passo indietro in questa folle corsa alla distruzione dell’ambiente, poiché in ultima analisi la ricchezza economica è di gran lunga misera rispetto alla ricchezza della Natura.