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AMBIENTE
Vivere in un ecovillaggio
01/11/2016
di Annalisa Maiorano

Laboratori di microsocietà a misura d’uomo. Una “nuova vita” basata su modelli di sostenibilità ecologica e socioculturale


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Niente TV, smartphone, luce, gas o altre moderne comodità. Un nuovo inizio legato al ritorno alla terra e alla valorizzazione dell’ambiente e delle sue risorse. Lasciare le proprie sicurezze e gli ormai radicati ritmi cittadini non è facile né per tutti, ma sempre più spesso giovani e meno giovani abbracciano con entusiasmo nuovi progetti di vita legati a cambiamenti radicali. Scelte esistenziali dettate da consapevolezze ben radicate e tangibili nelle preferenze abitative, in quelle legate al consumo o all’alimentazione.
Proprio da queste spinte nascono gli “ecovillaggi”, comunità con una forte attenzione all’ecologia e alla sostenibilità non solo ambientale ma anche umana. Il termine “ecovillaggio” è un neologismo mutuato dall’anglosassone “eco-village”, coniato per la prima volta da Robert e Diane Gilman che lo utilizzarono nel volume “Eco-villages and Sustainable Communities” (edizioni The Gaia Trust, 1991). Un ecovillaggio può avere forme diverse: può essere una realtà urbana, suburbana o rurale, può essere minuscolo ed avere pochi residenti, oppure può raggiungere dimensioni più ragguardevoli ed arrivare a qualche centinaia di abitanti.

Alcuni villaggi sono nati dai resti di piccoli borghi o quartieri che hanno deciso di darsi forme di organizzazione e di gestione basate su una maggiore partecipazione alla vita dell’intera comunità. Il livello ed il grado stesso di “comunità” e di “condivisione” può variare molto da un villaggio all’altro. In Italia queste realtà sono diverse e numerose e molte strutture godono già di un buon livello di autonomia. Princìpi ispiratori Esistono ecovillaggi nati con l’obiettivo preciso di ridare vita ad un vecchio borgo abbandonato, nel rispetto dei valori architettonici e ambientali originari, ed ecovillaggi sorti intorno all’idea di sperimentare un modello sociale alternativo basato sui principi della solidarietà e della non violenza.
Altri sono legati ad una scelta di vita spirituale, spesso fuori dai dogmi delle religioni istituzionalizzate, altri ancora si sono formati per sperimentare un modello di società a basso impatto ambientale, basato sulla riduzione dei consumi e l’autosufficienza. Infine, in diverse comunità, si assiste ad una fusione di uno o più orientamenti. In ogni caso gli ecovilaggi rappresentano un punto di rottura con la moderna società. La struttura e la vita Lo stile di vita a impatto zero è sentito come un impegno costante e un valore condiviso da tutti i membri della comunità. Per la costruzione di abitazioni vengono privilegiati materiali locali come ad esempio pietre e legno, obiettivo la perfetta integrazione con il territorio circostante. 2L’uso di fonti rinnovabili, come i pannelli solari, garantisce invece l’energia pulita. La struttura socioeconomica si caratterizza per la presenza di una cassa comune a cui tutti partecipano, secondo modalità gestite autonomamente dai villaggi.

La condivisione di spazi di servizio, o cohousing, permette una notevole riduzione dei costi e alimenta la socialità. La diffusione di un nuovo stile di cooperazione e aggregazione sociale punta a promuovere comportamenti di solidarietà globale, nel rispetto dell’umanità e dell’ambiente. In una società profondamente individualistica, l’idea di vivere insieme condividendo professionalità, esperienze, affetti, risorse economiche e intellettuali certo meraviglia. Eppure si tratta di scelte effettuate per migliorare la qualità di vita e la gestione del proprio tempo, puntando ad aumentare la socialità e portando a una riduzione sensibile dei costi economici e ambientali. Gli “Elfi” di Sambuca Pistoiese Gli abitanti di questo ecovillaggio traggono il loro nome dai personaggi omonimi delle saghe nordiche, gli Elfi, capaci di vivere in totale armonia con la natura e nel pieno rispetto dell’ambiente e dei suoi ritmi. La comunità degli Elfi è uno dei primi esperimenti di ecovillaggio in Italia. Oggi la comunità conta quattro villaggi e quattordici rustici in cui si vive al naturale con riscaldamento e illuminazione assicurati dal sole e dal fuoco. La produzione agricola, sia di coltivazione che di allevamento, serve per l’autosostentamento. Gli Elfi sono molto attivi anche nei lavori di ristrutturazione, manutenzione e di recupero delle abitazioni e la comunità è aperta all’esterno, mentre altre realtà sono chiuse.

3La “Comune di Bagnaia ” Un altro esempio italiano è la “Comune di Bagnaia”. Un centinaio di ettari adagiati tra le colline della Montagnola Senese, decorati dai pennacchi dei cipressi e dalle macchie grigie dei quercioli che s’insinuano tra la geometria delle viti e degli ulivi. La “Comune di Bagnaia”, fondata nel ‘79, è uno dei primi ecovillaggi storici d’Italia. Bagnaia è sorta dalla fusione di due esperienze comunitarie degli anni Sessanta. A ventiquattro anni dalla fondazione è una realtà agricola ed economica ben consolidata, dove vivono stabilmente diciotto adulti e alcuni bambini. Un piccolo borghetto, ristrutturato con cura e semplicità, circondato da un centinaio di ettari tra bosco, pascoli e seminativi, coltivati secondo le regole dell’agricoltura biologica. Le produzioni sono quelle tipiche della campagna senese: olio, vino, cereali, affiancati da una buona produzione di ortaggi, carne, uova e formaggi. Diciotto adulti di età e professionalità diverse: insegnanti, agronomi, ingegneri informatici, agricoltori, baristi, muratori che versano in una cassa comune i propri stipendi e una volta prelevata una “paga uguale per tutti” di 150 euro, utilizzano tutte le risorse per le spese comuni (spese mediche, educazioni dei bambini, trasporto, spese energetiche, cibo, abitazioni ecc.). Bambini che hanno la possibilità di crescere in compagnia di loro coetanei e giocare nella natura con anatre, conigli, capre, ma soprattutto possono contare sul sostegno anche di altri genitori. Nel mondo L’area più ricca di comunità ed ecovillaggi è il continente americano, dove si contano almeno 2.000 comunità, il 90 per cento delle quali si trova negli Stati Uniti, con un numero di membri stimato intorno alle 100mila persone. In Gran Bretagna e in Irlanda sono segnalate circa 250 comunità con 5.000 membri.

In Germania sono oltre cento, in Francia 33, nei Paesi Bassi 13, nei Paesi scandinavi circa 28. In Spagna e Portagallo 23 in tutto. Dal punto di vista numerico, il panorama italiano degli ecovillaggi è in linea con quello di altri Paesi mediterranei. Alla Rete Italiana Villaggi Ecologici aderiscono oggi una ventina di realtà, cui vanno aggiunti cinque-sei progetti, cioè comunità in via di formazione e almeno altre dieci realtà che non vi aderiscono. Se si analizzano i diversi modelli di ecovillaggi esistenti in Italia e nel mondo si possono trovare numerose linee comuni, ma anche molte differenze. Questo perché non esiste un modello standard, ogni esperienza si conforma intorno alla storia, alle ispirazioni e alle esperienze del gruppo promotore.
E molto spesso, la stessa struttura organizzativa e persino i principi ispiratori possono modificarsi nel tempo. La Rive La Rete italiana villaggi ecologici è un’associazione costituita da comunità, ecovillaggi, progetti di comunità e singole persone interessate a fare conoscere e sostenere le esperienze comunitarie. Alla RIVE appartengono esperienze differenti tra loro per orientamento filosofico e organizzazione, ma tutte comunque ispirate a un modello di vita sostenibile dal punto di vista ecologico, spirituale, socioculturale ed economico. Per maggiori informazioni si può consultare il sito della Rive (www.ecovillaggi. it) che aderisce al Global Ecovillage Network (rete globale degli ecovillaggi).