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AMBIENTE
VERDE VIVO
15/05/2017

di Nicolò Giordano


Sperimentazioni artistiche sul patrimonio arboreo della Capitale


FOTO AVivere nei centri abitati italiani di grandi dimensioni è diventato, da alcuni anni a questa parte, un problema importante. Soprattutto perché lo sviluppo urbanistico ha conosciuto, in un arco temporale breve, un’accelerazione significativa e spesso caotica che ha determinato problemi in termini di mobilità, spazi dedicati alla socialità, al tempo libero ed al lavoro. In numerosi e qualificati consessi, di pari passo con il crescere del disordine urbano, è stata sottolineata la mancanza di piani regolatori adeguati. Il cemento si è mangiato larghe fette del territorio, a discapito dello sviluppo di città a “misura d’uomo”. Anzi, il “moderno” e “funzionale” è divenuto rapidamente sinonimo di “freddo” e “straniante”. È innegabile che ogni città presenta caratteristiche peculiari relative al tessuto urbanistico, condizionato dagli aspetti geomorfologici, dall’evoluzione storica e dall’alternanza di periodi di sviluppo e decadenza. Ogni città italiana è una storia a sé stante: Firenze e Roma sono inscindibili dai fiumi che le attraversano, Milano vive un rapporto di amore-odio tra fascia urbana e peri-urbana; Palermo e Napoli vivono simbionti tra mare ed entroterra. Le mura presenti in molte città italiane, per secoli il principale vincolo all’espansione urbana, sono, in effetti, il confine più importante, lo spazio chiuso entro il quale venivano operate scelte urbanistiche ardite e sempre nuove: chiese e conventi, palazzi comunali e signorili, ville e giardini sono stati creati, mischiati, allargati, rimaneggiati spesso a scapito gli uni degli altri.

 

I NUOVI ASSETTI URBANISTICI

È solo con l’Ottocento che le mura cittadine crollano nelle capitali europee ed i nuoviFOTO B assetti urbanistici prendono il sopravvento: Parigi sviluppa i boulevards, Londra si dota della metropolitana, Vienna e Berlino conoscono nuovi assetti. E la creazione dei nuovi quartieri, delle nuove vie di comunicazione pone sfide particolari. La contrapposizione quartieri dormitorio/città giardino, con alterni risultati, diventerà il leitmotiv di tutto il Novecento. I quartieri popolari asserviti alle necessità della fabbrica e della industrializzazione galoppante sono in stridente contrasto con i progetti che considerano, invece, necessario dotare gli abitanti di spazi comuni, di verde e, in fondo, di un miglior tenore di vita. Se, dunque, fino a pochi decenni prima, il ricco possidente, il religioso, il nobile, avevano spazi vasti ove poter vivere, cacciare, dedicarsi a piacevoli occupazioni o da usare in occasioni di rappresentanza – spazi ben distinti e non utilizzabili da altri – la città moderna, già solcata da autovetture, chiede un diverso approccio. Un caso emblematico è rappresento da Roma, ove, dopo la breccia di Porta Pia, diviene fondamentale la costruzione dei nuovi palazzi amministrativi a discapito di ville e giardini privati. Nel giro di pochi anni spariranno vigne, uliveti ed orti. Il parco dei nobili signori diverrà nel breve volgere di pochi anni spazio pubblico. Con problematiche tutte nuove. In questo contesto si apre il difficile capitolo della gestione del “verde pubblico”. Se ancora tra fine Ottocento ed inizi del Novecento si accendono diatribe sulla creazione di “passeggiate archeologiche”, nel volgere di pochi anni gli assetti urbani saranno di fatto incentrati sulla contrapposizione centro/periferia. I viali alberati vengono creati in grande numero, ma con impianti non dei più felici: alberi messi a dimora a distanze sbagliate (tra loro e riguardo agli edifici); scelta di specie fatte secondo canoni estetici originali ed incomprensibili con prevalenza di piante che, a lungo andare, saranno destinate a creare non pochi problemi di stabilità; difficoltà a conservare gli esemplari vetusti ed a mettere in campo manovalanze preparate per gli interventi di potatura e conservazione degli alberi. In foresta, schianti e morte sono parte del ciclo naturale e consentono l’avvicendamento degli alberi. Ciò è normale, necessario, continuo, ma in città assistere al deperimento di una pianta, per motivi naturali o meno, sembra essere qualcosa di non accettabile: una pianta che cade può creare danni a cose o persone ed è considerata, diversamente da ciò che accade in bosco, alla stregua di un rifiuto da eliminare.

 

GLI ALBERI DONANO UN NUOVO VOLTO

FOTO CEppure, immaginare le città senza alberi è impossibile, ci sono luoghi dedicati alle piante (piazza dell’alberone, ad esempio a Roma), piazze e viali che senza alberi avrebbero una fisionomia irriconoscibile e proprio grazie a tale presenza, mutano di aspetto durante l’evoluzione delle stagioni cambiando di colore e persino di profumo (i viali con alberate di arancio hanno un odore inconfondibile al momento della fioritura, di gran lunga preferibile allo smog cittadino). Durante il periodo estivo, la copertura delle chiome è un sollievo alle temperature alte, gli alberi contribuiscono costantemente alla depurazione dell’aria e, dal punto di vista estetico, il connubio alberi-monumenti è un elemento di arricchimento insostituibile. Gli alberi ricordano eventi storici, personaggi scomparsi e sono messi a dimora per farci stare bene. Dovrebbero essere sempre amati e rispettati.

 

LA GESTIONE DEL VERDE URBANO

Due recenti episodi, a Roma, segnano una nuova forma di sperimentazione dalla valenza in parte artistica. Il primo si riferisce alla gestione del verde storico di Villa Medici, la prestigiosa sede dell’Accademia di Francia, insediata nel 1803 da Napoleone, tra le più belle ville che dominano il panorama cittadino dal Pincio, ha un patrimonio arboreo di particolare pregio costituito prevalentemente da pini domestici, lecci, cipressi, tassi, olmi e anche palme. La villa ha conosciuto rimaneggiamenti aFOTO Dpartire dal 1500, anche negli spazi esterni, con il giardino che si estende per circa 7 ettari e nominato, tra l’altro, il più bel giardino d’Italia nel 2015. Osservando la villa da diversi punti della città, sia dal lato di Trinità de’ Monti che di Villa Borghese, non si può mancare di notare gli esemplari di pini domestici che svettano. Orbene, questo patrimonio arboreo è piuttosto malandato: pini, olmi e lecci presentano attacchi di funghi e parassiti ed hanno problemi di stabilità. Per questo motivo Muriel Mayette-Holtz, direttrice dell'Accademia di Francia, ha preso la decisione di far abbattere gli esemplari pericolosi. A differenza di altri casi, però, il doloroso evento è stato trasformato, il 16 gennaio, in una sorta di happening: gli artisti dell’Accademia sono stati chiamati a lavorare e trasformare il legno delle piante sacrificate in nuove opere. Un esperimento del tutto nuovo per Roma, con musica ed inventiva che fanno da contraltare al rumore delle motoseghe. Alberi smontati e rimontati, ricombinati secondo sensibilità diverse. A dimostrazione che il legno è materia viva, fonte di ispirazione, materia in divenire. Lo skyline romano è così destinato a modificarsi per i prossimi anni, poiché i grossi esemplari, specie i pini domestici, verranno rimpiazzati da giovani alberi e, quindi occorrerà del tempo prima che crescano forti e vigorosi.

Che tutto muti e si trasformi ne è convinto anche un giovane artista italiano, Andrea Gandini, che sempre a Roma, ha messo in atto una curiosa forma di recupero della materia. Armato di scalpello e martello ha iniziato a scolpire le ceppaie morte sparpagliate per la città, trasformandole in vere e proprie opere di falegnameria. Una sorta di street art arborea dagli esiti non convenzionali. Piuttosto che l’abbandono e l’incuria, lo scalpello di Gandini incide volti sul legno e regala ai distratti qualcosa di unico. La dimostrazione concreta che una buona ispirazione e la pazienza degli alberi riescono a ricomporre il bello. Per il piacere di regalare un dono, un’emozione, un istante di gioia.