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AMBIENTE
UOMINI E LUPI
01/10/2013
Di Corradino GUACCI, Presidente della Società di Storia della Fauna "Giuseppe  Altobello" Molise

Il lupo ha percorso insieme all’uomo buona parte del cammino evolutivo. Le sue doti di cacciatore e combattente sono state apprezzate dai popoli di cultura venatoria e guerriera. 

 

Riassunto
 
Il lupo ha percorso insieme all’uomo buona parte del cammino evolutivo. Le sue doti di cacciatore e combattente sono state apprezzate dai popoli di cultura venatoria e guerriera. Al contrario, dai popoli agricoltori e allevatori è stato sempre visto come una minaccia per i loro armenti e, per questo motivo,combattuto con tutti i mezzi. Nell’alto medioevo si assiste alla nascita del“lupo cattivo”, mentre si affaccia alla ribalta della storia il lupo antropofago, il lupo divoratore di uomini. Questa trasformazione è da ricondursi ai cambiamenti ecologici ed ambientali che si produssero nel passaggio tra antichità e medioevo. Tale evoluzione, favorita anche dall’avanzare del Cristianesimo che tese a demonizzare il lupo identificando in esso tutto il male possibile, la si riscontra anche nel mondo delle fiabe. Tra queste Cappuccetto Rosso, la favola forse più conosciuta al mondo, pubblicata a fine ‘600.

Abstract
Men and wolves 
The wolf has accompanied Homo sapiens for most ofhumanity evolutionary path. His skills as a hunter and fighter havebeen long appreciated by peoples belonging to hunting and warriorsocieties. On the contrary, early livestock breeders andfarmers have always seen the wolf as a threat to their herds and, forthis reason, it was fought by allmeans. The Middle Ages saw thebirth of the "big bad wolf" and thefirst appearance of history about man-eating wolves. This transformation is due to ecologicaland environmental changes producedat the transition between antiquity andthe Middle Ages. This change, favored bythe advance of Christianity whichtended to demonize the wolfidentifying in it all the evil possible, isalso found in the world of fairytales. These include Little Red Riding Hood fable, perhaps the best known in the world, published in late 600.

 
 

 

Il lupo nell’immaginario collettivo

C’è stato un tempo, non molto lontano, in cui gli uomini vivevano a stretto contatto con la natura; la gente abitava nei villaggi e là dove finiva il borgo iniziava la foresta. Il territorio era vissuto, giorno dopo giorno, attraverso le svariate attività che si svolgevano all’aria aperta: contadini, pastori, carbonai, boscaioli, carrettieri ecc.
In questo scenario era normale un contatto quotidiano con gli animali. Alcuni di questi, in particolare, hanno colpito l’immaginazione dell’uomo diventando protagonisti di leggende e di superstizioni. Basta pensare alle credenze suscitate dai rapaci notturni come i gufi, le civette e i barbagianni, dai pipistrelli e da alcuni anfibi e rettili. Gli animali hanno ispirato molti modi di dire, a loro abbiamo spesso attribuito difetti tipicamente umani  e, più raramente, qualità. Ciò dimostra, in modo eloquente, quanto la nostra vita sia stata influenzata dal continuo contatto con gli animali.
Ebbene, in questo bestiario più fantastico che reale l’animale selvatico europeo dotato della maggiore carica simbolica è, senza alcun dubbio, il lupo. Chi di noi, da bambino, non è stato minacciato con lo spauracchio del lupo cattivo? Attento al lupo…Fai il bravo altrimenti chiamo il lupo....Non strillare sennò ti sente il lupo e ti porta via...Non entrare là dentro che c’è il lupo…E così via in tutti i dialetti, dal sud al nord della penisola; anche in quel nord dove il lupo, fino a pochi anni fa, era scomparso da circa un secolo. Ma tale è stata la sua influenza nella vita di ogni giorno e sull’immaginario collettivo che questa figura ha continuato a essere viva e presente ben dopo la sua scomparsa fisica.
Una traccia evidente la ritroviamo nei proverbi, risultato della sedimentazione secolare di saperi e di esperienze, acquisiti attraverso l’osservazione di fenomeni ripetuti nel tempo. Quanti ve ne sono sul lupo!?!? Tanti. Tra proverbi e modi di dire, almeno un centinaio: dai latini homo, homini lupus - lupus in fabula - lupus pilum mutat, non mentem,  ai tradizionali il lupo perde il pelo ma non il vizio, in bocca al lupo, chi pecora si fa, il lupo se lo mangia, cacciarsi nella tana del lupo, affidare le pecore al lupo, tenere il lupo per gli orecchi, la fame caccia il lupo dal bosco, chi ha il lupo per vicino, si porti il cane sotto il mantello, chi ha paura del lupo non entri nel bosco, mangiare come un lupo, lupo non mangia lupo, tempo da lupi e così via.
Sono inoltre convinto che una analisi delle fonti locali ci restituirebbe, non solo le versioni in vernacolo di proverbi già noti in lingua, ma anche espressioni di cultura locale come nel caso del Verbano Cusio Ossola laddove il detto "Ne la nébia bàsa lou loùp vai a la chàsa" segnala la consapevolezza, ben presente al pastore occitano, della elevata probabilità di un attacco del lupo in condizioni di scarsa visibilità.

 
 

Il lupo nelle culture dei popoli

Solitamente non siamo consapevoli di quanto la nostra evoluzione, la nostra storia, siano strettamente collegate a quelle del lupo. C’è una sorta di filo d’Arianna che, attraverso i millenni, ci avvince a questo leggendario predatore.
I primi contatti risalgono alla notte dei tempi quando l’uomo era un animale inerme, non aveva né zanne né artigli e non ne aveva ancora sviluppato di artificiali: le armi. Pertanto, nel confronto con i cosiddetti “animali feroci”, gli umani erano più spesso prede che predatori. E tra questi ultimi c’era senza dubbio il lupo. Successivamente, affinata la tecnologia delle armi e perfezionate le tecniche di caccia, il rapporto preda/predatore si è andato via via modificando fino a capovolgersi.
Oggi è l’uomo il superpredatore per eccellenza. Non esiste animale, per quanto grande e feroce che sia, in grado di resistere alla capacità offensiva messa a punto dall’uomo. Al contrario, per una sorta di contrappasso, oggi l’uomo deve temere organismi piccoli, invisibili come i virus: Aids, Ebola, influenze epidemiche ecc.
Il lupo, fino a buona parte del 1800, era diffuso nella quasi totalità dell’emisfero boreale a nord  del 15° parallelo: tutta l'America del Nord, dalla tundra artica fino al Messico, tutta l'Europa e gran parte dell'Asia arrivando fino all'India e al Giappone. In questo lungo cammino percorso insieme l’immagine, che del lupo ne hanno avuto le popolazioni entrate in contatto con lui, è dipesa direttamente dal tipo di cultura di cui le stesse erano portatrici.
I popoli cacciatori, fin dai tempi più remoti, ne hanno sempre apprezzato la strategia di caccia, la resistenza nell’inseguimento e lo spirito di branco. Ne troviamo traccia nella raffigurazione stilizzata di un lupo (fig. 1), risalente al periodo dell’arte rupestre, proprio all’imboccatura della grotta di Font de Gaume nella Francia del sud-ovest dove, sulle sue pareti, sono rappresentati oltre 160 animali quasi tutti erbivori . La grotta, che non serviva come rifugio ma probabilmente luogo di pratiche magico-religiose, presenta un’immagine stilizzata di lupo proprio alla sua imboccatura. La posizione della figura, quasi a guardia degli animali in essa raffigurati, può rivelare sia un esempio di magia simpatica , che la coscienza della funzione svolta dal lupo nell’ecosistema, come controllore dei branchi di erbivori. Un ruolo ben noto, ancora oggi, al popolo Inuit che chiama il lupo “il medico dei caribù” .

Anche i popoli guerrieri quali i Normanni, più noti come “Vichinghi”, ne apprezzavano l’audacia, la forza e il coraggio mostrati in combattimento. L’ammiravano a tal punto che nel pantheon nordico si assiste ad un vero e proprio affollamento di lupi. Qui infatti troviamo il lupo Geri “l’affamato”, e il lupo Freki “il divoratore”, fedeli compagni di Odino, dio della guerra, sempre presenti al suo fianco. E ancora Skoll e Hati altri due lupi che, inseguendo il Sole e la Luna nel tentativo di divorarli, determinano l’alternarsi del giorno e della notte. Alla fine dei tempi nel Ragnarök, la battaglia finale tra il Bene ed il Male che porta alla distruzione del mondo, il mito vuole che Odino venga divorato da un lupo gigantesco di nome Fenrir.
Su una piastrina di bronzo (fig. 2), appartenente ad un elmo del VI secolo d.C.  rinvenuto in Svezia, vi sono raffigurati un vichingo in armi e un Ulfhedinn, letteralmente “testa di lupo” che, insieme ai Berserkr i “pelle d’orso” erano guerrieri sciamani sacri ad Odino. Questi, secondo una tradizione norrena, confidavano nella possibilità di immedesimarsi nei loro animali totem. Coperti unicamente di pelli di lupo o di orso si gettavano in battaglia in preda ad un furore mistico, il furor germanicus , che li portava a dimostrare una forza disumana, a non avvertire il dolore delle ferite subite e, purtroppo, a massacrare indistintamente tanto i nemici che i loro alleati, animati da una violenza parossistica.
Questa “smania di sangue”, esternata nelle frequenti incursioni sulle coste e nell’entroterra dell’Europa centrale e mediterranea, ha certamente favorito il  risveglio del mito della licantropia. A loro si riferiva il vescovo Olaus Magnus quando parlava di “Licantropi del Baltico”.
Il lupo, come animale totemico, era diffuso presso tutti i popoli dell’emisfero boreale, dai pellerossa delle praterie americane che lo ritenevano portatore della “medicina della conoscenza” alle steppe dell’Asia percorse dai cavalieri mongoli  il cui condottiero più famoso, Gengis Khan, riteneva che la sua stirpe fosse originata dall’unione di una cerva e di un mitico lupo grigio .
Anche nell’olimpo romano il lupo era collegato alla guerra. Infatti Marte, che ne era il dio, veniva rappresentato nell’iconografia tradizionale su di un carro trainato da due lupi  (fig. 3). Tra l’altro era il patrono dei Veliti una sorta di incursori che, dotati di un equipaggiamento leggero e con una pelle di lupo sopra l’elmo, venivano lanciati per primi all’attacco, con compiti di disturbo. E come non pensare a Roma, al mito della lupa capitolina nutrice di Romolo e Remo, figli di Rea Silvia e dello stesso dio Marte.
Roma che, nella sua espansione, entrò in conflitto con diversi popoli italici i quali avevano il lupo come loro animale totem: dagli Irpini che derivavano il loro nome dal sannita hirpus=lupo, ai Lucani così chiamati dal greco lukos=lupo, per non parlare del  termine osco lukon che sta appunto per lupo. Che dire poi dei Dauni una popolazione di origine illirica che circa duemila anni prima di Cristo, guidata dal mitico re Dauno, si stabilì nell’attuale Capitanata. Ebbene Dauni, Dauno e Daunia hanno la stessa radice derivando tutti dalla parola illirica dhau che significa letteralmente “strangolatore”, ma che veniva comunemente usata per indicare appunto il lupo. Se poi fosse necessaria un’ulteriore suggestione è da ricordare che, sempre secondo il mito, Dauno era figlio di Licaone re dell’Arcadia, trasformato in lupo da Zeus per avergli servito carne umana durante un banchetto in suo onore.
Gli stessi Longobardi, che tanta parte hanno avuto nella storia d’Italia, riconoscono nel lupo un loro mitico antenato. Ce ne parla Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, redatta nell’abbazia di Montecassino negli anni 787-789, quando racconta le peripezie del suo bisnonno Lopichis catturato dagli Avari e condotto schiavo in Pannonia, l’attuale Ungheria. Sfuggito alla prigionia viene guidato nel suo viaggio di ritorno verso la casa degli avi, proprio da un lupo . Evidenti tracce della devozione per il lupo si rinvengono nell’onomastica che è loro sopravvissuta: Volfango, composto dalle radici wolf e gang, può assumere il significato di cacciatore di lupi oppure di “colui che ha il passo del lupo” (da gangan=andare), Adolfo è composto da adal (nobile) e wolf e quindi “nobile lupo”, Rodolfo, composto da hroth (fama, gloria) e da wolf  “lupo glorioso”, Landolfo composto dalle radici land (paese) e wolf, infine Gandolfo, composto da gand (bacchetta magica) e da wolf; ha il significato di “lupo dotato di forza magica” oppure “lupo guerriero”.
Al contrario, i popoli sedentari agricoltori e allevatori, temevano il lupo come una calamità in grado di azzerare il gregge in un solo assalto notturno pregiudicando le loro stesse possibilità di sopravvivenza. Nei popoli di tradizione pastorale e guerriera, come i Greci e gli stessi Romani, si assisteva ad una sorta di schizofrenia poiché veneravano divinità cui era sacro il lupo come Marte (Ares per i Greci) e, al tempo stesso, numi tutelari delle greggi come il romano Fauno (Pan per i Greci), detto anche Luperco o come il greco Apollo, cui era attribuito l’epiteto di Liceo “sterminatore di lupi”.
L’aspetto paradossale del conflitto tra uomo-pastore e lupo, iniziato con la rivoluzione neolitica circa 7.000 anni fa, sta nel fatto che l’uomo ha trovato il suo migliore alleato proprio nel prodotto della domesticazione del lupo, il cane che da noi, in Appennino, è solitamente di taglia grande e di colore bianco. La scelta del mantello deriva, per alcuni, dalla sua funzione mimetica tale da non far scorgere all’animale da preda la presenza, in mezzo alle pecore, del candido guardiano; altri, come Columella  giustificavano la preferenza perché essendo molto diverso dal colore solitamente fulvo delle bestie selvatiche evitavano, nella concitazione della caccia all’aggressore del gregge, il rischio di colpire il cane al posto della fiera (De l’Agricoltura, libro VII).

 
 

La nascita del “lupo cattivo”

Per quanto è possibile sapere, il lupo che abitava le foreste dell’antica Roma o della Grecia classica, era simile a quello che noi oggi conosciamo; era considerato né più né meno che un cagnaccio che insidiava gli armenti e, l’aggressione all’uomo, era ritenuta un evento eccezionale, un omen, un presagio, come lo definisce Ortalli (Ortalli 1997). Nell’alto medioevo, invece, si passa dal timore per il lupo, per i danni che poteva provocare, al terrore del lupo; si affaccia, alla ribalta della storia, il lupo antropofago, il lupo mangiatore di uomini.
Ma cos’è accaduto se il lupo era sempre lo stesso animale? Quello che si era modificato, con molta probabilità, era il rapporto tra uomo e lupo.
Quali le cause di questo cambiamento? Un ruolo decisivo devono averlo giocato le trasformazioni ambientali avvenute nel passaggio tra antichità e alto medioevo. Al tempo delle guerre greco-gotiche che flagellarono la penisola per una ventina d’anni, dal 535 al 553, la dissoluzione dell’impero romano aveva portato al decadimento delle pratiche agricole e quindi all’abbandono del territorio. Ciò comportò un processo di inselvatichimento del paesaggio naturale, caratterizzato dalla cosiddetta “reazione selvosa” con conseguente diffusione degli ambienti boschivi e dell’incolto al posto dei terreni un tempo coltivati . Questo sconvolgimento ambientale implicò una  trasformazione dell’economia agricola, con un deciso incremento dell’attività di allevamento soprattutto brado, cui si affiancarono la caccia e la raccolta dei prodotti spontanei del bosco: in pratica una regressione, un ritorno all’antico delle pratiche agricole. La presenza di tanto bestiame al pascolo favorì il lupo perché gli mise a disposizione prede facili da  catturare, verso le quali veniva spinto dalla diminuzione delle sue prede naturali a seguito dell’aumentata attività venatoria da parte dell’uomo.
Diventò così inevitabile lo scontro tra due divoratori di carne: il lupo e l’uomo.  Un conflitto che lasciò sul campo morti e feriti dall’una e dall’altra parte. Va inoltre considerato che, a parte i cambiamenti ambientali che resero il lupo più aggressivo perché cacciato ed invaso nel suo habitat, proprio in quel periodo l’evangelizzazione cristiana si andava espandendo in centro e nord Europa. Non è da escludersi che il lupo, animale totemico di tante popolazioni ancora pagane, sia stato oggetto di una campagna di demonizzazione diventando così il simbolo di ogni male possibile.
Il Cristianesimo che, da un lato, aveva decisamente contribuito a creare questo nuovo demone, provvide anche a fornire i necessari antidoti, eleggendo una schiera di santi e beati per contrastare la minaccia dei lupi.
Il più conosciuto, senza dubbio, è san Francesco vissuto a cavallo del 1200, ma prima e dopo di lui ce ne sono stati molti altri, anche se meno famosi. Già nel VI secolo abbiamo sant’Erveo o Hervè, nato in Galles da un menestrello inglese e cresciuto in Bretagna alla corte merovingia di Childeberto. Cieco dalla nascita, mentre si trovava nel monastero di Plouvien insieme al suo giovane aiutante Guirano, un lupo divorò l’asino che stava tirando l’aratro. Hervè lo ammansì e lo aggiogò a sua volta, consentendo così di portare a termine il lavoro di aratura.
L’episodio della uccisione di un animale da soma e la successiva sostituzione con il lupo è una costante che si ripropone in molte vite di santi e beati.
A cavallo tra VII ed VIII secolo nel nord della Francia, nella regione del Pais de Calais, troviamo Santa Austreberta, badessa benedettina di Pavilly. Anche in questo caso l’asino, addetto al trasporto della biancheria dal convento alla lavanderia, cade sotto l’assalto di un lupo, il quale viene domato dalla santa e, da quel giorno, sostituito al posto della sua vittima.
San Guglielmo (Vercelli 1085- Goleto 1142) in viaggio verso la Palestina si fermò nell’avellinese dove a Mercogliano fondò l’abbazia di Montevergine. Mentre viveva da eremita sulle montagne dell’Irpinia il suo asino, unico e prezioso mezzo di trasporto, fu ucciso da un lupo che venne prodigiosamente trasformato in un mansueto animale da soma.
Lo stesso accadde a Sant’Amico, intorno alla metà del XII secolo, mentre si trovava nel monastero di San Pietro Avellana in Alto Molise da cui usciva ogni mattina per recarsi nel bosco a raccogliere legna da ardere. Un giorno, appena arrivato, si era disteso per riposare i piedi quando un lupo si avventa sulla sua mula e la abbatte. Sant’Amico, senza scomporsi, prende il basto della mula e lo pone sulla schiena del lupo costringendolo, da allora, a trasportare la legna al convento.
Negli stessi anni, e sempre in Molise, un episodio analogo capitò al Beato Giovanni eremita da Tufara. Mentre era intento all’edificazione del Monastero di Santa Maria del Gualdo in territorio di Foiano Val Fortore, nel bosco Mazzocca, un lupo assalì e divorò l’asino che serviva al trasporto delle pietre necessarie alla costruzione. Il beato non si perse d’animo e chiamato a sé il lupo gli sistemò il basto sulla schiena destinandolo, anche in questo caso, a sostituire l’animale che aveva ucciso.
Altri santi invece sono rimasti famosi per aver ammansito dei lupi feroci, proprio come san Francesco.
Tra i più noti San Domenico di Sora che, intorno all’anno Mille, lasciato l’eremitaggio di Prato Cardoso, presso il lago di Scanno, per raggiungere il territorio di Cocullo assisté ad una scena straziante: gente affannata che correva gridando dietro ad un lupo che teneva un neonato tra le fauci, mentre una povera donna, sorretta da altre, piangeva disperatamente strappandosi i capelli. A quella vista S. Domenico alzò gli occhi al cielo e impose al lupo di tornare indietro. Con stupore di tutti, a quel comando, la belva cessò di correre e, rifacendo la strada percorsa, si diresse umilmente verso il Santo ai piedi del quale depose sano e salvo il bambino, che fu subito restituito alla madre. Questo miracolo viene ricordato ogni prima domenica di maggio a Pretoro (AQ).
E così via fino ad arrivare ad un gigante della fede come Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Anche sulla sua figura la tradizione popolare ha elaborato racconti soprattutto del suo legame con i lupi. Sicuramente molto è dovuto al suo stemma familiare che raffigura un paiolo sormontato da due lupi, in spagnolo lobos y olla; dalla ablazione di alcune lettere LOBOS Y OLLA e successiva fusione, deriva il titolo del casato di Sant’Ignazio. Ma la trasmissione orale narra che quando sant’Ignazio predicava tra le montagne abruzzesi, un branco di lupi affamati assalì greggi e bambini. Gli abitanti terrorizzati, supplicarono il santo che faceva penitenza tra i verdi pascoli, di salvarli da tanta ferocia. Sant’Ignazio, senza paura, si inoltrò in mezzo ai lupi, si sedette a terra e iniziò a leggere la vita di Gesù Cristo. I lupi si accovacciarono e, tranquillizzati, ascoltarono le parole del santo. Finita la lettura tornarono tra le montagne, senza più spaventare la gente del paese.
Ed è sempre nel Medioevo che torna in auge il mito classico dell’uomo-lupo, della licantropia. Le leggende riguardanti gli uomini–lupo si moltiplicano in tutta Europa, in costante espansione fino al 1700, con punte di massima tra il 1300 e il 1600, periodo in cui si intensificarono le caccie alle streghe. I roghi dell’Inquisizione sono stati molto spesso alimentati con presunti lupi mannari. Dal Settecento, il secolo dell’Illuminismo, si tenderà a sconfessare la possibilità che un essere umano possa trasformarsi fisicamente in un lupo, e la licantropia rimarrà contemplata solamente dalla psichiatria come affezione patologica. Anche se questa credenza rimarrà invece ben radicata nel folclore locale.
La stessa sequenza temporale la ritroviamo nel mondo delle favole. Infatti i favolisti classici , attribuirono al lupo  difetti tipicamente umani quali la malvagità, la stoltezza, la cupidigia, l’avidità e la prepotenza, la brutalità, ma nulla di più. È in pieno medioevo che, anche qui, si affaccia il lupo antropofago divoratore di esseri umani. Nel primo quarto dell’XI° secolo Egbert de Líège scrive La petite fille épargnée par les louveteaux. In questo racconto, dove una bambina vestita di rosso viene rapita da una lupa e portata nella sua tana, viene anticipato quello che costituirà il tema centrale di Cappuccetto Rosso, favola ben più nota che esordirà nel 1697 nella raccolta I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault.
Ora nonostante questa fiaba sia stata oggetto di svariate letture, anche in chiave psicoanalitica, arrivando a sostenere che in realtà il lupo del racconto non è l’animale che noi conosciamo, bensì l’uomo in veste di seduttore, c’è un dato di fatto che non può essere sottaciuto. Infatti nel periodo immediatamente precedente la pubblicazione della favola di Cappuccetto Rosso, il quinquennio 1691-1695, in Francia si verificò il maggior numero di attacchi di lupo all’uomo con più di 200 vittime .
Il famoso “fondo di verità” che c’è in ogni fiaba e in ogni leggenda.
In conclusione il rapporto tra uomo e lupo, altalenante tra amore e odio, tra fascino e repulsione, è passato nei secoli dall’ammirazione alla domesticazione, dalla paura alla demonizzazione per approdare, poi, allo sterminio pianificato.
Per raggiungere questo obiettivo, l’eliminazione del lupo dalla faccia della Terra, l’uomo ha utilizzato un’ampia gamma di mezzi, dimostrando un’inventiva non comune.
Ma questa è tutta un’altra storia.

 
 

Bibliografia

Bibliografia
ORTALLI G. 1997, Lupi genti culture – Uomo e ambiente nel medioevo, Giulio Einaudi editore spa, Torino. 

Referenze iconografiche
Bernard D., Dubois D., L’homme et le loup, Berger Levrault 1981.