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AMBIENTE
SUL SENTIERO DEI LUPI
16/04/2021
di Annalisa Maiorano

Un viaggio nell’ignoto sul sentiero del lupo. L’atavica fascinazione per questo meraviglioso animale che per certi aspetti ci somiglia molto

 


“…Ridando la libertà a un

lupo, liberiamo noi stessi.”

 

FOTO AIl libro dello scrittore Giuseppe Festa I figli del bosco (Garzanti) celebra il fascino della natura senza rappresentarla come un sogno romantico, sfata miti e pregiudizi, rivelando la fierezza e l’anelito di libertà incarnato dagli animali e ci conquista evocando il rapporto di paura, amore e attrazione che da millenni unisce uomini e lupi. Un libro emozionante, ispirato a fatti realmente accaduti, che si legge tutto d’un fiato.

Gennaio 2017, Giuseppe Festa viene contattato da Elisa Berti, che, assieme ai genitori, dirige il Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica Monte Adone sull’Appennino Bolognese. Elisa ha una richiesta per lui: raccontare la storia di due cuccioli di lupo. Dopo un tentennamento iniziale, Giuseppe, appassionato di natura e animali, accetta.

“Un viaggio nell’ignoto sul sentiero del lupo”. Così potremmo definire il suo lavoro. Un racconto realistico che affonda le radici in quella fascinazione atavica legata ai lupi. Cosa l’ha spinta ad accettare l’invito di Elisa e quindi a mettere nero su bianco la storia di Ulisse e Achille?

I miei romanzi hanno sempre raccontato storie di uomini e animali, forse per l’imprinting che ho ricevuto da ragazzo al Parco Nazionale d’Abruzzo. Durante un turno di volontariato rimasi totalmente affascinato dalla dedizione, dal coraggio e dallo spirito di sacrificio dei Forestali e dei Guardiaparco che incontrai. Le loro storie di vita, tra animali selvatici e spietati bracconieri, sono state la linfa che ha riempito molti dei miei libri.

FOTO BI nomi dei due protagonisti riportano ad Omero, all’Iliade e all’Odissea, ai grandi classici insomma. C’è qualche nesso?

Direi proprio di sì. Il primo lupetto è stato trovato in una zona molto impervia dell’Appennino Romagnolo da alcuni escursionisti. Questi inizialmente lo hanno lasciato dov’era, poiché il suo branco poteva essere nelle vicinanze. Ritrovandolo però nello stesso punto diverse ore dopo, coperto di formiche, lo hanno raccolto e portato a valle. Arrivato nelle mani di Elisa, si è subito tentato di reimmetterlo in natura con l’aiuto di due esperti lupologi, Luigi Molinari e Mia Canestrini, attraverso la tecnica del wolf howling. Tentativo purtroppo fallito. Così il cucciolo ha fatto ritorno al Centro Monte Adone. Insomma, i primi giorni dopo il suo ritrovamento sono stati una vera Odissea, da qui il nome Ulisse. Due settimane dopo, al Centro Monte Adone arrivò un secondo lupetto orfano che a questo punto non poteva che chiamarsi Achille.

Il rapporto uomo-animale, l’imprinting e la difficoltà di reintrodurre in natura i selvatici sono i temi cardine della narrazione. Che idea si è fatto del lavoro svolto dai Centri di Recupero e dai Carabinieri Forestali che spesso collaborano con queste strutture?

Per portare a termine un progetto del genere ci vogliono un’approfondita conoscenza della fauna selvatica e grande determinazione. Quando si parla di lupi l’opinione pubblica si divide e trovare un compromesso non è facile. Spesso i decisori si trovano schiacciati in una vera e propria guerra di fazioni e a volte preferiscono non decidere o delegare ad altri. Il dottor Papik Genovesi di ISPRA, al contrario, ha avuto molto coraggio: dopo aver valutato che, grazie allo speciale programma di recupero, Ulisse e Achille non avevano sviluppato confidenza con l’uomo, ha dato parere favorevole al loro ritorno in libertà.

Il contributo dei Carabinieri Forestali è stato importantissimo: la loro conoscenza del territorio e del tessuto sociale locale sono stati determinanti nelle fasi della liberazione. Professionisti esperti, decisi e sicuri di sé, ma anche animi appassionati, capaci di commuoversi e di commuovere. Tre flash soltanto. Il maresciallo Minati, montanaro di origine, che vive la liberazione dei due lupi come un suo personale ritorno alle radici e si emoziona raccontandomi il suo primo incontro con un lupo, da bambino. Il maresciallo Camporesi, che davanti agli occhi di Ulisse mi confida di essersi sentito come uno studioso dell’arte davanti al quadro ammirato da una vita, provando una specie di sindrome di Stendhal lupesca. Il colonnello Andreatta, che alla fine dell’operazione, mentre torniamo a valle lungo uno stradello sterrato, ferma il fuoristrada e spegne i fari per farci ammirare lo spettacolo di migliaia di lucciole sotto i faggi. Quegli uomini mi hanno insegnato che la natura si protegge con l’uniforme ma soprattutto col cuore.

FOTO CCome riesce l’uomo contemporaneo a muoversi in questa natura selvaggia? Quali conseguenze hanno le nostre azioni?

Un grande leader dei Nativi Americani, Capo Seattle, diceva: “Ogni cosa è legata come il sangue che unisce una famiglia. Se l’uomo bianco sputa sulla terra, egli sputa su sé stesso”. Basterebbe recuperare queste considerazioni per renderci conto che stiamo andando nella direzione sbagliata. E invece non lo facciamo. Pensiamo al Covid-19: ormai ne parliamo da un anno, ma nella narrazione della pandemia è mancata del tutto la causa profonda, cioè la nostra sciagurata gestione della biodiversità, il commercio di specie selvatiche e la distruzione degli habitat che negli ultimi anni hanno portato diversi virus a fare il salto di specie. Spero che quando sarà finita l’emergenza, ci si possa interrogare su cosa fare perché ciò non accada di nuovo.

FOTO D - Copertina libro Festa
Cosa le ha lasciato questa incredibile esperienza?

Ho imparato che negli occhi del lupo possiamo scorgere il riflesso di un’empatia con la natura che purtroppo stiamo dimenticando. Ridando la libertà a un lupo, liberiamo noi stessi. Ridiamo respiro alla nostra parte più istintiva, e per un istante è come se fossimo noi a schizzare fuori dalle gabbie e a perderci felici nel bosco.







Esiste secondo lei ancora un nesso tra l’uomo e il lupo, oppure abbiamo perso ogni contatto con la nostra parte più selvaggia?

Il rischio di perderla c’è, soprattutto se non ci impegniamo a tenerla viva nei bambini. Da educatore ambientale, conduco molte attività all’aperto. Spesso mi capita di incontrare bambini che non sono mai stati in un bosco o che hanno visto gli animali solo in tv, che hanno la fobia di sporcarsi o anche solo di sedersi in un prato. Gli manca l’esperienza diretta con la natura. Non la vedono come un mondo da esplorare e ricco di scoperte, ma come un luogo pericoloso, dove ci si sporca. È compito di noi adulti dare l’esempio, promuovere sentimenti positivi, sporcarci allegramente le mani, respirare il bosco insieme a loro. Solo così potremo mantenere viva quella connessione con la Terra senza la quale non saremo mai in grado di preservarla davvero. Perché si conosce ciò che si studia, ma si protegge solo ciò che si ama.