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AMBIENTE
La difficile gestione del verde pubblico: Prospettive future
01/07/2016
di Nicolò Giordano

Il punto di partenza è buono ma l'arrivo difficile 

aL’ecosistema naturale, costituito dagli spazi verdi urbani e dagli spazi agro-naturali che la città ha incorporato nella propria frangia periurbana, è un capitale prezioso che la città costruita incorpora in sé stessa, le cui molteplici funzioni – ecologiche e sociali – generano importanti benefici per la qualità dell’ambiente urbano e per la vita dei cittadini. Una gestione sostenibile della città non può quindi prescindere dal considerare questo patrimonio naturale come oggetto di specifiche politiche di pianificazione e controllo. Ciò richiede un approccio interdisciplinare, capace di integrare i principi della scienze naturali negli strumenti di pianificazione del paesaggio e – più in generale – negli interventi di trasformazione del territorio.” La difficile gestione del verde pubblico: prospettive future Con queste parole si apre lo studio “Strumenti di painificazione del verde urbano in Italia” a cura della Dr.ssa Silvia Collina, edito anni fa e condotto da ISPRA. Un passaggio che contiene in sé tutte le benefiche potenzialità del verde all’interno dei contesti urbani. Ma dimentica, per pochi istanti, le implicazioni e difficoltà che occorre affrontare all’atto pratico, in Italia, per garantire lo sviluppo armonico dei centri urbani, la qualità della vita e la manutenzione di quanto custodito nelle città. Basta, infatti scorrere poche pagine del pregevole studio per imbattersi in una tabella che contiene ben 39 strumenti amministrativi di pianificazione in grado di scoraggiare qualsiasi uomo armato di buona volontà.

DIFFICOLTÀ OPERATIVE E AMMINISTRATIVE La selva delle norme, a livello territoriale è, infatti, impressionante: piani territoriali, urbanistici, paesistici, di sviluppo economico, complicati, scoordinati, sovrapposti. Nati, nelle intenzioni del legislatore, per offrire le massime garanzie, ma destinati al fallimento, ai compromessi o a rimanere sulla carta. Facciamo, dunque, un passo indietro e proviamo a guardare in una diversa prospettiva il paesaggio urbano. Città-bosco-terreni agricoli sono concetti ben distinti ed antitetici: ciascuno cresce a discapito degli altri. La città moderna, ad esempio, si espande togliendo spazio agli altri due ed espelle dal proprio tessuto, nella crescita costante e dilagante, ogni punto di riferimento naturale. Per poi ricostruire, in contesti impoveriti, una parvenza di decoro vegetale: orti sui tetti (nella migliore delle ipotesi) e piantine sui davanzali; alberature stradali destinate all’abbellimento e alla morte certa per incuria e consunzione; alberi all’interno di giardino condominiali scelti con criteri botanici a dir poco discutibili (cedri e magnolie, solo per citare i più gettonati). Diciamolo in maniera chiara: un albero in città, infisso nella pavimentazione stradale, senza alcuna cura e rispetto, è destinato a vivere di stenti e a morte sicura. Se si osserva lo sviluppo urbanistico di molte città italiane, specie i grandi centri, l’errore di fondo che si scorge è sempre lo stesso: la crescita convulsa e non pianificata operata a partire dagli anni ’50 del secolo scorso.
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La città industriale, divenuta rapidamente post industriale, è sorta sull’emergenza abitativa, ovvero sotto la spinta di creare nuovi quartieri dormitorio per la popolazione. Una sorta di deportazione di massa consenziente. Sono state, quindi, tralasciate le scelte sulla mobilità, operate sempre ed esclusivamente a favore del mezzo a motore privato (la velocità come simbolo apparente della modernità) e preservando il verde in maniera approssimativa e scoordinata. Le grandi città come Roma, Firenze, Torino o Milano hanno storie di sviluppo differenti tra loro, anche in considerazione dei diversi contesti geografici e storici e, oggi , le rispettive popolazioni hanno a disposizione percentuali più o meno significative di verde pubblico. Milano si è espansa sacrificando il sistema rurale dei cascinali che circonda la città; Torino ha optato per i quartieri operai, figli del boom economico e dell’industria automobilistica, conservando una sorta di regalità imbalsamata confinata nel proprio centro storico; Firenze ha mantenuto la sua dimensione provinciale e campanilistica, trovando limiti nel territorio circostante (stretta tra l’Arno ed i rilievi che la contornano); Roma, una storia a sé per sovrapposizioni, rimaneggiamenti, segni e sgorbiature succedutesi nel tempo, unica città italiana che ha abbracciato (e stritolato) al suo interno riserve e giardini storici, sempre e perennemente affamata di territorio. Al pari di Napoli che ha ormai circondato il Vesuvio da tutti i lati e dilaga da nord a sud, in un succedersi ininterrotto di cemento.
La crescita demografica delle città ha cominciato a porre nuovi problemi con il passare degli anni.

NUOVA SENSIBILITÀ DEL PUBBLICO E SCARSA CONOSCENZA DEL PATRIMONIO ARBOREO

La crescita demografica delle città ha cominciato a porre nuovi problemi con il passare degli anni. Le piante messe a dimora nelle corti condominiali e lungo le nuove arterie 50 anni fa, iniziano a manifestare i segni di malattie ed instabilità. Si confrontano, dunque, due nuovi schieramenti contrapposti: il partito della motosega e quello della salvaguardia del verde. I primi spesso coincidono con gli amministratori pubblici, preoccupati per i risvolti (penali e civilistici) associati all’incolumità pubblica. I recenti crolli con vittime dovuti alle avverse condizioni meteo hanno ancora una volta messo in evidenza la fragilità delle alberature, le cui implicazioni pratiche non vanno mai sottovalutate. I secondi sono giustamente preoccupati che in nome di interventi non sempre ben pianificati o per la realizzazione di nuove opere di urbanizzazione venga distrutto il patrimonio arboreo, senza adeguate forme di compensazione e ricostituzione. A ciò si deve, però, aggiungere un aspetto culturale che viene spesso sottovalutato: la scarsa conoscenza botanica e, quindi, delle reali necessità del patrimonio verde cittadino. Quanti di voi saprebbero rispondere ad alcune delle seguenti domande: di quanto spazio e luce ha bisogno un albero per poter crescere in maniera armonica? Quali sono le principali minacce fitosanitarie delle diverse specie? Cosa sono le specie autoctone e quelle alloctone? Perché alcune specie forestali vengono considerate invasive? Che conseguenze hanno i danni agli apparati radicali? Come si valuta la stabilità di una pianta? In che periodo dell’anno vanno effettuati (e come) gli interventi di manutenzione? Come si elimina una ceppaia? Che caratteristiche deve avere il terreno dove viene impiantato un albero? E via discorrendo. Sono domande non banali che comportano scelte mirate se si vogliono ridurre i problemi prima evidenziati. Ciò che appare al momento come necessità più impellente è disporre di personale competente per la gestione del verde urbano. In tal senso le figure del dottore agronomo e forestale, del botanico e del silvicoltore, dell’architetto paesaggista, dell’urbanista risultano fondamentali per la corretta valutazione, progettazione e cura dei diversi aspetti. E di pari passo occorre investire nella formazione della manovalanza (valutatori, tree climbers, operai delle ditte specializzate, ecc.) chiamata a fare gli interventi di manutenzione e gestione del verde.

CAPACITA’ DI DISCERNIMENTO, LETTURA DEL PAESAGGIO E PROPOSTE DI RILANCIO

I segnali di una possibile ripresa sono riscontrabili in numerosi contesti cittadini. Nei medi e grandi centri sono stati avviati da tempo tavoli di confronto per discutere dell’evoluzione delle città e grandi passi avanti sono stati compiuti anche a livello di amministrazioni pubbliche. La città di Torino ha sviluppato un proprio regolamento del verde urbano particolarmente all’avanguardia e si è concentrata nel dare una corretta informazione alla cittadinanza su come vengono effettuati i diversi interventi. La trasparenza e la comunicazione sono, infatti, elementi imprescindibili. La collaborazione con l’Università e il mondo scientifico è un ulteriore e l e m e n t o prezioso, aiuta ad affinare le conoscenze e a trovare soluzioni valide ai problemi fitosanitari, nonché ad adottare le migliori tecniche di intervento. Sono stati avviati così dei programmi finalizzati ad aumentare il patrimonio vegetale, a garantire la sostituzione delle alberature deperienti, al costante controllo della stabilità delle piante, alla valorizzazione degli esemplari monumentali e delle alberature storiche. Questi elementi, associati alla lettura del territorio, alla valorizzazione delle emergenze storiche e architettoniche e alle valenze culturali e simboliche delle piante dovrebbero essere sempre alla base dello sviluppo degli ambiti urbani. Se la cittadinanza è giustamente preoccupata degli elevati tassi di inquinamento o dei cambiamenti climatici, una delle possibile soluzioni per la mitigazione di tali effetti passa anche attraverso una revisione generale degli strumenti urbanistici. Lo sforzo che deve essere compiuto non è dissimile da quello svolto anche nei decenni passati da personaggi come Raffaele de Vico , architetto che ha saputo coniugare diversi aspetti come la conoscenza della storia e dell’archeologia, il senso estetico, la capacità di sperimentare soluzioni innovative per dare vita a sistemazioni di parchi e giardini dell’Urbe caratterizzate da grande impatto, funzionalità e bellezza. Sulla base di queste indicazioni non è difficile immaginare di costituire ed affinare i “bilanci verdi” di tutte le città italiane, scegliendo parametri comuni quali la percentuale di verde per abitante, la superficie boscata minima per quartiere, il bilancio della sottrazione di Co2 e dei particolati dall’atmosfera, la valutazione della mitigazione climatica. Questi obiettivi dovrebbero essere alla base dell’attività amministrativa e il loro raggiungimento o meno dovrebbe costituire criterio per valutare (anche) l’efficienza delle giunte comunali. Poter disporre di parametri certi e riconosciuti, magari certificati da Enti terzi, vale mille parole spese in propaganda elettorale. Il futuro vivibile delle nostre città implica uno sforzo collettivo importante. Richiede, in sostanza, di conoscere, studiare, valutare, interpretare, apprezzare e valorizzare ciò che ci circonda. Assumere questo impegno significa ottenere delle ricadute economiche significative in termini di occupazione, riduzione delle malattie, sviluppo della socialità e della solidarietà. Gli spazi verdi, quando ben gestiti, sono indispensabili punti di aggregazione, luoghi di svago e ricreazione. Aiutano a stare insieme e a riguadagnare maggiore serenità e armonia. Questo dovrebbe essere l’obiettivo chiaro e centrale di qualsiasi politica destinata al territorio, come indicato nell’articolo 9 della Costituzione: “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Il rinascimento del verde cittadino, garantito per tutti, se ci riflettiamo bene, può aiutarci a vivere più felici, in salute e libertà. Soprattutto di pensiero.