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AMBIENTE
La difesa del suolo
18/08/2016
di Mario Tozzi

Il risanamento del territorio passa per una nuova cultura e il recupero di una coscienza collettiva

Otto metri quadrati ogni secondo che passa, questa è la vera emergenza ambientale italiana, che pesa più dell'inquinamento, più dell'amianto e del traffico, più ancora della bonifica dei siti inquinati. Otto metri quadrati al secondo è la spaventosa quantità di territorio vergine che viene ricoperto da asfalto e cemento (o incendiata) e perduta per sempre nella nostra penisola. Negli ultimi cinquant'anni il nostro territorio è stato consumato a un ritmo di novanta ettari al giorno di conversione urbana. Se questa spirale non verrà interrotta nei prossimi venti anni quasi 660.000 ettari saranno perduti (come a dire un quadrato di 80 km di lato, una superficie quasi ampia quanto la regione Friuli Venezia Giulia).
Il territorio ricoperto dal cemento e dell'asfalto, in Italia, dal secondo dopoguerra è quadruplicato ed è oggi valutabile intorno al 7,5% della superficie nazionale, contribuendo a rendere più precario l’equilibrio idrogeologico, dissipando le nostre risorse naturali e amplificando i fenomeni estremi causati dai cambiamenti climatici. Se le nostre alluvioni fanno così tanti danni e vittime dipende soprattutto dal consumo di suolo. Questo fenomeno ha già trasformato la memoria storica e l’identità del nostro Paese, mentre in Europa si va nella direzione contraria: in Germania si è arrivati a 43-44.000 ettari all’anno, un sesto appena dei nostri consumi più recenti.

 
 

In Gran Bretagna l’allarme per l’erosione dei suoli liberi e/o agricoli venne fatto suonare già negli anni Trenta e si concretizzò con la individuazione delle green belts, cioè delle cinture verdi. In questo modo la punta di 25.000 ettari consumati in dodici mesi negli anni Trenta è stata abbattuta ad appena 8.000 ettari annui nel decennio. Molto di più di quanto consuma la sola Sicilia ogni anno. Tutto ciò ha portato da una parte allo svuotamento di molti centri storici e dall’altra all’aumento di nuovi residenti in nuovi spazi e nuove attività, che significano, a loro volta, nuove domande di servizi e così via all’infinito, con effetti alla lunga devastanti. Dando vita a quella che si può definire la "città continua", come in pianura padana fra Torino e Venezia. Dove esistevano paesi, comuni, identità municipali, oggi troviamo immense periferie urbane, quartieri dormitorio e senz’anima: una conurbazione ormai senza fine per molte aree del paese. In molti casi le nuove costruzioni hanno impegnato aree che dovevano essere lasciate libere perché a rischio naturale elevato, come è il caso delle abitazioni abusive costruite alle pendici del Vesuvio, nella zona rossa di Sarno, lungo le coste tirreniche a rischio tsunami e ovunque ci siano vecchie frane o corsi fluviali che possono esondare. Ma perché gli italiani costruiscono così tanto e, se il fenomeno è così grave per l'ambiente, il rischio idrogeologico, il paesaggio e la memoria collettiva, come si dovrebbe agire per limitare i danni?

 

Legare i movimenti economici all’edilizia è un vizio tutto italiano che non ha nessuna ragione di esistere in un Paese già così gravemente ingombro di costruzioni come il nostro. Un popolo di muratori che dimentica il valore del paesaggio, vera ricchezza del Paese, ormai devastato dagli insediamenti in cambio di enormi periferie di una bruttezza disarmante con milioni di vani che ormai restano invenduti. Il consumo di suolo è intimamente connesso con la difesa di quest'ultimo dai rischi naturali. Come mai nel Paese che detiene il record europeo di frane e alluvioni (oltre mezzo milione su 700.000 continentali) e in cui avviene uno smottamento ogni 45 minuti, non si è riusciti per decenni a prendere un serio provvedimento, che sia uno, contro il dissesto e, anzi, si fa di tutto per incrementarlo? Qualcosa per la verità si inizia a fare, per esempio con la costituzione dell'Unità di missione contro il dissesto idrogeologico e per la sicurezza delle acque del Governo, che prova a fornire alcune risposte a quella domanda inevasa almeno dal 1966, anno in cui la ormai mitologica Commissione De Marchis pronunziò i suoi responsi dopo le disastrose alluvioni di Firenze e Venezia. Da quel momento tutti siamo diventati colpevoli e nessuno si sarebbe più dovuto (e potuto) nascondere dietro l'ignoranza dei fatti, finita la ricostruzione post-bellica e soddisfatto il grosso del bisogno di case e infrastrutture.

 

È doveroso domandarsi, ancora una volta, chi siano i colpevoli. Amministratori locali strangolati dalla cronica mancanza di fondi, malavitosi o semplicemente ignoranti del loro stesso territorio. Amministratori che hanno mandato a morte i propri concittadini non reprimendo gli abusi e concedendo di costruire dove non si doveva. E che chiedono, con una faccia tosta, lo stato di calamità naturale quando compromettono durante tutto l'anno la stabilità dei propri versanti, sperando poi nella buona sorte o nei denari dello Stato. Nessuna comprensione per chi ha consentito di costruire dentro il letto dei fiumi, sotto gli argini o ai piedi delle frane. Ci sono poi altri rimedi? Prima di tutto recuperare quanto già stanziato e far ripartire le opere di cui c'è veramente bisogno, perché non tutte sono utili e non tutte servono. Ma dietro tutto questo ci deve essere una nuova consapevolezza del merito delle questioni: conoscere i propri territori e preferire un risanamento contro il dissesto a una nuova costruzione inutile è il risultato di una cultura diversa che va al di là del consenso politico quinquennale e guarda oltre, verso il futuro dei nostri figli. Per questo però ci vuole una nuova cultura di cui non disperiamo gli italiani siano capaci, anche perché, in fondo, si tratterebbe solo del recupero della memoria e della coscienza collettiva che, decenni fa, da quegli stessi disastri ti riparava.

#Natura - anno XVII - N. 91 Gennaio-Aprile 2016