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AMBIENTE
I FALSI MITI DEL COVID-19
13/02/2021
di Pierpaolo Signorelli

La dinamica del mercato energetico – ambientale non ha trasformato il mondo come si poteva credere nei primi mesi di pandemia; più prosaicamente ha imposto una frenata brusca nei rapporti commerciali e di servizi

FOTO A - Piattaforma petrolio

È passato quasi un anno da quando l’Italia e l’Europa sono state investite dalla pandemia del Covid-19 ed ora è possibile analizzare con più distacco i cambiamenti insorti nel mercato energetico-ambientale, al fine di fugare ingenue speranze e far luce sui punti ambigui, in merito alle conseguenze positive che la pandemia avrebbe arrecato nel processo di transizione verso un’economia decarbonizzata.

Partiamo da un elemento certo: lo stravolgimento più grave che si sia mai verificato nell’industria petrolifera mondiale, specie quella americana. Abbiamo assistito, increduli, al fenomeno – mai verificatosi prima nella storia economica del settore – di prezzi negativi, per i quali il compratore sarebbe stato pagato dal produttore per ritirare barili di petrolio! Il motivo era semplice: i piccoli e numerosi operatori dello shale oil (scisto bituminoso estratto mediante perforazione curvilinea) americano non avevano i mezzi per reggere al brusco calo della domanda dovuto al Covid-19 e pur di mantenere in esercizio gli impianti e continuare la lavorazione erano disposti a tutto! Meglio andare sotto per qualche settimana, ma salvare il “campo” di estrazione, che chiudere del tutto. Eppure così è andata, malgrado il taglio della produzione deciso dall’OPECPlus in primavera, con una storica convergenza d’intenti per preservare il settore petrolifero, ritenuto ancora strategico per le sorti dell’economia mondiale. Si è effettuato il taglio di produzione più significativo degli ultimi decenni, ben 11 milioni di barili al giorno (MBG), al fine di recuperare le quotazioni del greggio e mantenerle intorno ai 40-50 dollari (in inverno). Ma troppo tardi per lo shale oil. Ne hanno approfittato le grandi compagnie nazionali, come la Saudi Aranco, che avendo accumulato la stratosferica cifra di oltre un miliardo di bariliscorta nella prima ondata di pandemia, li ha potuti piazzare a prezzo super scontato presso Cina e India. Essendo il più importante produttore funge da swing producer cioè “controparte centrale” per il mercato petrolifero, capace di regolare il flusso di liquidità in base alle esigenze del mercato. E i due giganti asiatici, rappresentando da soli un terzo della popolazione mondiale, sono in grado di sostenere il mercato globale del petrolio per almeno un altro quindicennio. Mentre le quotazioni saranno regolate dai produttori, che doseranno le lavorazioni a livello sufficientemente elevato per conservare utili e non permettere la concorrenza dello shale oil.

FOTO B - Auto elettricaDOMANDA E OFFERTA

Possiamo quindi sfatare il mito del tramonto imminente del mercato degli oli minerali. Piuttosto si registra un ricompattamento della Domanda, concentrata maggiormente su alcuni Paesi e, soprattutto, dell’Offerta, dove i piccoli e medi operatori non disponendo di fondi adeguati e/o sufficienti aiuti dalle banche hanno dovuto chiudere, favorendo così gli accorpamenti aziendali e le concentrazioni di mercato. Poi si deve scartare l’ipotesi di una crisi del metano, idrocarburo da sempre connesso al petrolio. Anzi, il gas tende sempre a rafforzarsi come vettore energetico di sostituzione quando il petrolio retrocede, sia sul lato produzione sia su quello acquisti. Esso è infatti in grado di coprire anche lacune temporali brevi se l’impiantistica della Domanda è già approntata per il suo utilizzo, effettuando così uno switch dall’oil al gas.

Si fa notare che questa situazione è quanto mai negativa per il settore delle rinnovabili, perché avere petrolio a prezzo contenuto e gas in abbondanza, che integra e rimpiazza il primo, lascia minori spazi di ingresso per le fonti di energia rinnovabile (FER) che debbono usufruire di maggiori incentivi per essere competitive. E il Covid, almeno per il momento, non ha indotto le istituzioni nazionali e/o europee a stanziare fondi importanti per tale sforzo.

Altra leggenda da ridimensionare riguarda il minor impatto delle produzioni antropiche sull’ambiente, con particolare riguardo ai livelli di CO2 che si sarebbe legittimati a credere discendenti: diminuendo la Domanda mondiale impossibilitata a consumare perché chiusa in casa, dovrebbe diminuire il livello di concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera. Purtroppo non è così. Se infatti è vero che è calata l’emissione mensile della CO2 nell’atmosfera per i singoli mesi di isolamento, tale quota non è certo sufficiente a realizzare un’inversione su una tendenza che dura da oltre un cinquantennio e che quindi per la massa accumulata ha un’inerzia estremamente lunga. Perché si avvii tale processo occorrerebbe, contestualmente ed in tutto il mondo, l’abbandono repentino e definitivo dei processi di combustione, negli impieghi stazionari (centrali termoelettriche e riscaldamenti) come nella trazione con motori endotermici nei trasporti terrestri, marittimi ed aerei. Ed una simile rivoluzione non solo tecnologica, ma in primis politica e culturale non può essere certo promossa da un virus, per quanto diffuso esso possa essere nel mondo.

Si potrebbe opinare che la pandemia abbia comportato diverse forme organizzative del lavoro e degli spostamenti (smart working) ed una rinnovata sensibilità e rispetto del cittadino medio nei confronti della Natura, marcando un più consapevole senso della propria finitudine. Se anche questo sentimento fosse effettivamente autentico e generalizzato, è attitudine perlopiù dell’opinione pubblica europea; al riguardo bisogna tener ben presente – e qui si riscontra un altro grande paradosso – che l’indirizzo politico intrapreso dall’Unione Europea è, se non isolato, certamente piuttosto autarchico, essendo un processo seguito solo dal Giappone e minoritariamente da altri Paesi, più per ragioni tecnologiche e commerciali sviluppate proprio verso l’Europa che per vero interesse verso l’ambiente. Di base, infatti, il Vecchio Continente è un caso speciale nel panorama mondiale: nessuno detiene il mix di elevato livello di cultura, di welfare (con esclusione dell’Italia, che dal 2001 ha progressivamente perso gli elevati standard che prima vantava), di tecnologia degli europei, e nessuno ha fermamente disposto, in una visione politica plurigenerazionale, di convertire l’attuale economia in una decarbonizzata. E tutti questi fattori costituiscono il supporto economico-politico perché si possa innescare il processo di rivoluzione ambientale nell’economia. Ma il resto del mondo è lontano, a volte moltissimo, rispetto a simili standard, basti pensare all’Africa o, peggio, al vicino Oriente, dove le priorità sono ben altre.

FOTO C SMART WORKINGIL MANCATO CAMBIAMENTO

E non sembra esserci stato nulla nel nerissimo 2020 che abbia portato ad un’inversione di tendenza in chiave ambientalista dei Paesi non europei, anche perché le condizioni economiche mondiali si sono aggravate moltissimo e per realizzare la transizione energetico-ambientale occorrono rilevanti investimenti e un’azione governativa durevole. Inoltre l’Europa, che come detto costituisce caso particolare e all’avanguardia, è probabilmente il continente maggiormente colpito dagli effetti del Covid: i Paesi europei sono tutti altamente indebitati e l’Italia soprattutto rischia il default, perché scotta l’altissimo debito pubblico pregresso. La vera partita, quella che segnerà veramente e profondamente il nostro futuro, sarà allora determinata dalle politiche che si imposteranno nella ripresa, se cioè si prediligeranno scelte conservative che ripristinino progressivamente la situazione pre-Covid, oppure si deciderà coraggiosamente e tenacemente di rilanciare sulle tecnologie meno impattanti per l’ambiente attraverso un’erogazione di nuova moneta da destinarsi alla riconversione tecnologica dell’attuale economia.