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AMBIENTE
FISCO PET-FRIENDL
02/07/2020


DOMESTICI - Detrazioni fiscali, cane gattoCani e gatti, certo. Ma anche furetti, uccellini, tartarughe e criceti, coniglietti e tutto quanto fa pet. Anche per loro la stagione fiscale 2020 si apre con una novità: l’innalzamento del tetto massimo di spese veterinarie detraibili, che da quest’anno sale dagli ormai vecchi 387,40 euro fino a 500 euro. Rimane la franchigia di 129,11 euro, vale a dire che si potrà portare in detrazione nella dichiarazione dei redditi solo la quota di spesa eccedente quella cifra.

A conti fatti, quanto si recupera? Calcolando che la percentuale di detrazione vigente è pari al 19%, a saturazione del tetto di 500 euro di spese veterinarie tornano indietro 70,46 euro. Fino all’anno scorso, invece, il massimo recuperabile si fermava a 49 euro.

A stabilire la modifica, rendendo il fisco più amico degli animali domestici – e anche del contribuente – è stata l’ultima legge di bilancio, con l’articolo 1 comma 361 intervenuto ad innalzare l’asticella del vantaggio fiscale rimasta ferma per quasi vent’anni.

La possibilità comprende i costi sostenuti per cure, visite veterinarie, microchippature, vaccinazioni straordinarie o routinarie, interventi chirurgici come ad esempio quelli di sterilizzazione e tutto quanto durante l’anno passato ha richiesto la salute dell’amato compagno animale domestico classificato dalla legge in senso ampio.

Il testo normativo di riferimento resta infatti il decreto del Ministero delle Finanze numero 289 del 6 giugno 2001, intitolato proprio Regolamento per l’individuazione delle tipologie di animali per le quali le spese veterinarie danno diritto ad una detrazione d'imposta. Esso include tutti gli “animali legalmente detenuti a scopo di compagnia o per la pratica sportiva”, dunque ad esempio anche i cavalli, escludendo invece esplicitamente gli animali allevati per reddito o consumo.

Mano alle ricevute, dunque, ricordando che anche in questo campo dalla dichiarazione dei redditi del prossimo anno vale il principio della tracciabilità delle transazioni in vigore dalla scorsa primavera: per poter beneficiare del rimborso Irpef, dal 2021 bisognerà dunque esibire l’attestazione di avvenuto pagamento delle spese veterinarie con carta di credito o bancomat. Per questa stagione fiscale, invece, si procede ancora con le fatturazioni tradizionali.

 

ALT AGLI UNGULATI

Fili invisibili contro gli ungulati: prova a tenderli la Toscana col progetto pilota – unico inSELVATICI - Caprioli, campi gruppo Italia – di sperimentazione della tecnologia a ultrasuoni Ultrarep (Ultrasound Animal Repeller) con cui si tenta di proteggere da cinghiali, daini & Co. le aziende agricole con metodo incruento.

La presenza di ungulati in questa regione ha infatti assunto nel tempo proporzioni preoccupanti sotto i profili ambientale, economico e di sicurezza pubblica. Gli oltre 400mila capi censiti, rendono la Toscana seconda di un soffio all’intera Austria per concentrazione di caprioli (il 40% di quelli presenti sul territorio nazionale), cinghiali (il 30% di quelli di tutta Italia) e poi daini, mufloni, cervi.

Le loro scorribande in cerca di cibo li portano in aree antropizzate, ma sono soprattutto gli agricoltori a tremare per le devastazioni che questi selvatici infliggono a colture e raccolti anche pregiati, come i vitigni del Chianti o dell’area di Montepulciano. Non a caso, capofila della sperimentazione – finanziata con fondi europei – è l’azienda Barone Ricasoli. Il gruppo di imprese agricole che sperimentano la tecnologia è distribuito per aree differenti tra colline per vigneti, foreste per impianti forestali e pianura per coltivazioni ortive.

I dissuasori, dal costo competitivo rispetto alle recinzioni meccaniche e certo meno impattanti sotto il profilo paesaggistico, vengono installati uno ogni 30 metri e non necessitano di manutenzione. A seguire il progetto, un’aggregazione di partner scientifici, tecnici ed istituzionali, organizzazioni ambientaliste e associazioni degli agricoltori. Tra un anno le prime valutazioni di risultato.

 

ALLEVAMENTO D’ALTRI TEMPI

REDDITO - Bufala pascoloC'erano una volta Agostina, Arabella, Nerina… a ogni levar del sole, il bufalaro le chiamava una ad una scandendone i nomi quasi in una cantilena al cui ritmo loro, ordinate e mansuete, lasciavano la mandria e andavano a posizionarsi a favor di mungitura per donare circa 12 litri quotidiani di buon latte ciascuna. Dopodiché se ne tornavano tranquille dalle altre bufale. Sono memorie di un tempo nemmeno remoto: fino al 1954 non si ha infatti notizia di bufale munte automaticamente.

Venendo all’attualità, la fortuna di questo animale dalla caratteristica scriminatura in mezzo alla testa, lo sguardo mite, è di certo legata alla produzione di mozzarelle e provole. In Campania si concentra l’80% del patrimonio nazionale bufalino, ma allevamenti di questo animale, la cui produzione di latte non è soggetta a quote, sono diffusi un po’ in tutta Italia. Non intensivi, poiché il bufalo deve stare all’aperto. Non foss’altro che per bagnarsi in acqua o fango all’arrivo del caldo, non potendosene proteggere altrimenti per via delle ghiandole sudoripare di scarsa capacità.

Ma cos’è che fa la differenza nel gusto della mozzarella vaccina o bufalina? Il latte, ovvio. Non solo per il diverso nutrimento assunto dagli animali, ma proprio per la percentuale di acqua che nel latte di mucca raggiunge l’87%, mentre in quello di bufala – che infatti è opaco perché più concentrato – non supera l’81%. C’è poi, nel latte di bufala, una maggior presenza di grassi (8,2% contro il 3,5%) a renderlo più saporito e adatto alla caseificazione. Quanto latte serve per ottenere un chilo di mozzarella? Ben 4 litri e mezzo. A tavola!