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AMBIENTE
EMOZIONI ANIMALI
13/02/2018
di Monica Nocciolini

Amano, soffrono e si divertono anche loro

FOTO A - apertura articoloI delfini che saltellano sulle onde? Si divertono come matti. La scimmietta che si lascia penzolare da un ramo appesa per la coda gode del relax. L’orso che prende a zampate un altro animale ha paura e cerca di difendersi. Emozioni. Perché un universo emotivo degli animali non umani esiste eccome, ed è almeno in parte condiviso col nostro, al punto da poter immaginare che rappresenti un ponte non verbale di comunicazione e reciproca conoscenza interspecifica.

VICINI NEL DOLORE
Era il 2008 quando, nel Sanaga-Yong Chimpanzee Rescue Centre in Camerun, la scimpanzé Doroty passava a miglior vita. Mentre le sue spoglie venivano trasportate via, il gruppo degli altri primati si radunò in massa vicino alla rete. Insolitamente silenziosi, abbracciati, seguivano il passare del feretro come in un funerale umano. Nel 2013 divenne virale il video, girato a Dana Point in California durante un Whale Watching Safari, in cui una femmina di delfino trasportava su di sé il corpicino del cucciolo morto, stando alla sua condizione, ormai da qualche giorno mentre attorno a lei si radunavano altri cetacei in un desolato abbraccio acquatico.
Episodi che commuovono ma non sorprendono gli scienziati che di frequente osservanoFOTO B comportamenti simili. Anche negli elefanti, spesso individuati mentre raggiungono le ossa dei loro antenati defunti in una sorta di pellegrinaggio cimiteriale. Proprio questi animali di grande sensibilità commossero il mondo quando, nel 2012, l’elefantessa indiana Panang dovette affrontare la morte della sua cucciola Lola, di tre mesi appena, all’interno dello zoo di Monaco di Baviera. L’elefantina aveva rivelato una grave patologia cardiaca e i veterinari decisero di intervenire chirurgicamente per tentare di salvarla. L’operazione non ebbe successo. La direzione dello zoo, però, dinanzi a Panang che non si dava pace senza capire dove fosse finita sua figlia, si vide costretta a restituirle il corpicino. Solo così, sfiorandola con la proboscide e fiutandola, l’elefantessa comprese l’accaduto e iniziò a elaborare il lutto con l’aiuto del suo gruppo, i cui esemplari, a turno, toccavano a loro volta l’elefantina Lola con la proboscide.

VOGLIA DI GIOCARE
Se nell’elaborazione sociale del lutto si può proiettare – perché questo è poi alla fine il rischio da parte degli osservatori umani – una tensione a sperimentarsi vivi e a rafforzare identità e relazioni intraspecifiche, di branco o di gruppo, che è pur sempre una funzione, come la si mette quando l’animale gioca apparentemente per il puro gusto di divertirsi? Uccelli, rettili, polpi persino; non v’è dubbio: giocano. Tra i vari studi che lo confermano c’è The Genesis of Animal Play dell’etologo dell’università del Tennessee Gordon Burghardt, le cui osservazioni sul gioco nei rettili attestano ad esempio che i draghi di Komodo si cimentano in interazioni con gli oggetti, che nulla hanno da invidiare alle marachelle di Fido che ci devasta le pantofole per pura ilarità. Allo stesso modo, se lungo il Nilo notiamo palloni o bottiglie di plastica vuote che rimbalzano a pelo d’acqua, probabilmente sarà perché le tartarughe dal guscio molle staranno facendo una partitina. 

DIVERTENTE DA MORIRE
FOTO CNei cuccioli il gioco è fonte privilegiata di apprendimento: la grande volpe che lotta per gioco col suo piccolo lo prepara ad attacchi futuri. Per gli adulti, invece, l’attitudine alla giocosità è anche pura e semplice ricreazione che sfida i detrattori del ‘tempo perso’, dello ‘spreco’ di energie e dell’abbassamento dell’attenzione a proteggersi, che nelle otarie alle prese con attività ludiche, ad esempio, produce l’85% delle morti. Ma loro, nulla: continuano a giocare.
Gli invertebrati non sono da meno. Nello studio comparso nel 2015 su Current Biology, la biologa Sarah Zylinski mette i bastoni di traverso allo scetticismo con cui, scrive, è solitamente accolta l’ipotesi che anche loro possano giocare e soprattutto divertirsi. E invece: “Ho visto un Octopus bimaculoides (un polpo, ndr) in cattività balzare su un granchio violinista e poi rilasciarlo incolume, ripetendo la presa e il rilascio più volte come potrebbe fare un gatto con un topo”. E poi c’è chi flirta, come il ragno Anelosimus studiosus che, scrive ancora Zylinski, si dedica a giochi erotici senza fini riproduttivi.

DA DARWIN IN POI, AFFINITÀ INTERSPECIFICHE
Rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disprezzo, disgusto: sono le emozioniFOTO E cosiddette primarie di cui molti studiosi hanno via via tentato una classificazione e che il ricercatore Paul Ekman, docente di psicologia in California, tra il 2007 e il 2008, è riuscito a codificare come innatamente presenti nell’uomo a prescindere dall’elaborazione soggettiva e dai condizionamenti storico-sociali, geografici o di qualunque altra natura. Si tratta di emozioni prevalentemente funzionali, dettate dalla spinta alla sopravvivenza personale e della specie e capaci di produrre mutamenti fisiologici (come il cuore che aumenta i battiti) e comportamentali (la fuga per la paura, o alcune mimiche facciali involontarie come gli occhi che si spalancano per lo stupore) prima che psicologiche (ciò che ciascuno sente dinanzi a una sollecitazione esterna). È riguardo a queste che già Charles Darwin aveva individuato risposte affini per animali umani e non, dedicando alla questione la sua opera del 1872 il cui titolo italiano è L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali.

EMOZIONE BESTIALE
Ma se una prima e spontanea chiave di individuazione e lettura dell’emotività degli animali può passare per lo strumento delle affinità, in oltre un secolo gli studi etologici sono andati assai oltre anche nel dotarsi di elaborazioni metodologiche in grado di fareda protocollo scientifico per le ricerche, come nello studio del 2016 di AJ de Vere e FOTO D (2)Stan Kuczaj dal titolo Where are we in the study of animal emotions? Del resto Marc Bekoff, docente di ecologia e biologia evolutiva dell’università del Colorado nonché autore di numerosi studi sul tema e promotore della Carta per la compassione verso gli animali emanata nel luglio 2017, è perentorio: “Dobbiamo abbandonare – afferma in un’intervista a Psychology Today – la visione antropocentrica per cui solo i grandi animali possiedono la capacità mentale per forme complesse di sentimento e coscienza. Certamente – prosegue – possiamo perdere alcuni dettagli, ma è certo che gli altri animali aspirino a vivere in pace e sicurezza e in assenza di paura, dolore e sofferenza, proprio come noi”.