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AMBIENTE
Benvenuti nell'Antropocene
28/02/2017
di Marco Fiori

L’era contemporanea è caratterizzata dall’impatto dell’uomo sugli ecosistemi

elephant-foot-glacier-groenlandiaUna nuova paura disturba il sonno degli umani. La consapevolezza di avere invaso la Terra con oltre 7 miliardi di esseri che mangiano, si muovono, si vestono, si riproducono, si curano a spese del Pianeta e non sapere come arrestare o contenere tale fenomeno che si prospetta come ineluttabile, irreversibile e certamente preoccupante per le generazioni future, stante la limitatezza delle risorse disponibili. Saremo 10 miliardi nel 2050, forse il doppio a fine secolo. Intere popolazioni che hanno vissuto ai margini dello sviluppo, senza un reale accesso alle risorse e alla ricchezza pretendono, comprensibilmente, di percorrere le stesse tappe di sviluppo che hanno caratterizzato l’Occidente industrializzato dalla fine del XVIII secolo in poi.  Appare evidente che, se non cambieremo drasticamente modelli di consumo, rischiamo grosso.
Il noto giornalista scientifico del New York Times, Alan Weisman con il suo libro pubblicato in Italia da Einaudi “Conto alla rovescia: quanto potremo ancora resistere?” ha rilevato come, fino a quando per nutrirci ci siamo accontentati di sfruttare la “conversione” del Sole in cibo, siamo cresciuti a ritmo lentissimo. Basti pensare che nel 1815 eravamo un miliardo, nel 1930 il doppio ma, con la scoperta del petrolio e l’uso degli idrocarburi per generare energia siamo passati a 5 miliardi nel 2013 e puntiamo diritti ai 20 miliardi nel 2100.

UNA NUOVA ERA EVOLUTIVA

Nei prossimi cinquant’anni dovremmo produrre più cibo di quanto ne sia stato consumato in tutta la storia dell’umanità. I dati di Weisman sono tratti dal rapporto FAO “Lo stato dell’insicurezza alimentare del mondo, 2014” che stima in circa 805 milioni le persone – vale a dire uno su nove – che al mondo soffrono la fame. Vivendo gli umani di convenzioni e di verità scientifiche, si è giunti ad attribuire a questa era evolutivo-geologica l’appellativo di Antropocene (dal greco Anthropos, uomo, e koinos, recente), caratterizzata dall’ “invadenza” dell’uomo e dall’impatto che questa ha significato per l’ambiente. La data di inizio potrebbe essere il 16 luglio 1945, alle ore 5,29, quando nel New Mexico detona la prima bomba atomica che ha rilasciato nelle rocce isotopi radioattivi che ne hanno modificato addirittura la struttura. Jan Zalasiewicz (geologo, Università di Leicester) a capo dell’Anthropocene Working Group (AWG) ritiene di avere trovato i marcatori ideali per l’era caratterizzata dall’impatto di Homo sapienssul mondo, in particolare alcuni isotopi insoliti come il cesio 137 e il plutonio 239 e 240, sprigionatisi dall’esplosione e che impiegheranno millenni a decadere. In conseguenza delle successive detonazioni di centinaia di atomiche in tutto il mondo, anche in un lontano futuro ci sarà in circolazione una grande quantità di questi isotopi. Come il meteorite che circa 65 milioni di anni fa contribuì a porre fine al Cretaceo, e forse al regno dei dinosauri, così la prima esplosione nucleare.estinzione
Isotopi persistenti racconteranno anche la storia di cieli pieni di anidride carbonica proveniente dai combustibili fossili, la cui combustione ha già fatto variare la concentrazione di CO2 atmosferica di oltre 100 parti per milione, un cambiamento che di solito segna la differenza tra un pianeta avvolto nel ghiaccio e i climi più temperati in cui si è sviluppata la civiltà umana. Da molti anni, in realtà, geologi, esperti in stratigrafia, scienziati, climatologi, discutono su quale sia la data in cui l’Olocene, iniziato 11 mila anni fa, si sia concluso per far posto all’Antropocene, termine coniato già nel 2000 dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen. Quindi il momento di inizio della nuova era sembra essere ispirato da una valutazione geologica prima che storica.  Esistono altre tesi sulla genesi dell’Antropocene, come la diffusione dell’agricoltura (10mila anni fa circa) o la Rivoluzione Industriale (fine Settecento).

I CAMBIAMENTI DEL SUOLO

A supportare la tesi dell’AWG si aggiunge uno studio recente del professor Steffen della Australian National University che individua 24 indicatori globali che testimonierebbero come l’attività umana degli ultimi 60 anni abbia cambiato il “Sistema Terra”. Basti pensare che l’uso di fertilizzanti è aumentato di otto volte, l’uso di fonti di energia è cresciuto di cinque volte, la popolazione urbana è aumentata di sette volte, ai danni alla biosfera e all’estinzione di diverse specie, al cambiamento climatico, ai livelli di sostanze inquinanti presenti nei mari, o alla diffusione della plastica a partire dagli anni Cinquanta che ha modificato il tipo di sedimenti depositato sui fondi marini.  L'azoto è stato strappato dal cielo, trasformato in alimenti vegetali e, in ultima analisi, in un numero sempre maggiore di esseri umani - un raddoppio della quantità di azoto che circola nei sistemi planetari. La presenza in Groenlandia di isotopi del piombo nei campioni di ghiaccio registra un inquinamento causato dalla sua fusione in Spagna circa 2.000 anni fa da parte degli antichi Romani. I livelli di piombo decollano nel XX secolo, con l'aggiunta di questo elemento alla benzina. Tuttavia gli esseri umani hanno cominciato a lasciare un segno duraturo, anche se non in tutto il mondo, ben prima della metà del XX secolo, periodo da alcuni soprannominato "grande accelerazione". La bomba non è dunque l'unico marcatore proposto per segnare l'inizio di questa nuova epoca.  Nello scenario delle possibili teorie sull’inizio dell’Antropocene andrebbero menzionati anche i cambiamenti dei suoli modificati dall'uomo, quella che viene definita “archeo-sfera”, un mix unico di rifiuti, antiche infrastrutture, terreni arati e altre cose che possono essere profonde anche decine di metri. In questo modo non si avrebbe un marcatore geologico sincronizzato per l'intero Pianeta, ma l'archeo-sfera riflette il dato reale che neppure oggi l'antropocene è distribuito uniformemente, senza contare che da qui a 100 milioni di anni tutto ciò apparirà comunque solo un breve istante geologico. Le testimonianze di città, materie plastiche e milioni di miniere e pozzi di combustibili fossili persisteranno senz'altro sotto forma di tecnofossili. Nel giro di un milione di anni, salvo profondi cambiamenti, il clima dovrebbe essere tornato ai suoi ritmi naturali, ma le città sepolte nei sedimenti dall'innalzamento dei mari dovrebbero essere ancora conservate, insieme ai segni delle perturbazioni antropogeniche (anthroturbation) nel sottosuolo, come il plutonio prodotto dalle esplosioni sotterranee di ordigni nucleari. Queste resteranno per 10 milioni o addirittura 100 milioni di anni, o fino a quando la tettonica a placche non riporterà tutto in superficie, esponendo quegli strati alla pioggia che, molto lentamente, porterà via quei segni. Se il cambiamento climatico diventerà catastrofico e il mondo assisterà a un riscaldamento di 6 gradi delle temperature medie, il Pianeta abbandonerà il periodo geologico in corso, noto come Quaternario e lontano successore dell'Ordoviciano, per tornare a temperature mai più osservate dal Paleogene, più di 30 milioni di anni fa.
È il caso, in conclusione, di sposare la frase di Zalasiewicz (The Earth after Us) quando dice: "È difficile, come esseri umani, guardare da una giusta prospettiva al genere umano”.