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ALTA QUOTA
La forma della Neve
01/11/2016
di Vincenzo Romeo

Un proverbio svizzero recita “La neve non è un lupo travestito da pecora, ma una tigre travestita da agnello”

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Gli appassionati dell’alta quota si stanno riversando per il periodo invernale sulle nostre bellissime montagne piene di neve, il cui fascino cattura tutti, piccoli e grandi. La neve per le sue caratteristiche regala tante emozioni nel suo ambiente d’eccellenza, la montagna. Fin da piccoli siamo affascinati dalla neve grazie ai racconti fiabeschi di libri, cartoon e film (il recente Frozen ha avuto un successo enorme), ed in età adulta continuiamo coltivando attività turistico-ricreative e sportive all’insegna del bianco mantello.

Ci regalano tante e forti emozioni la discesa con gli sci o la tavola sulla neve fresca, la passeggiata a piedi nel bosco con le chiome degli abeti piegate sotto il peso della neve, la risalita con le pelli sui pendii immacolati e luccicanti di brina, l’escursione con le ciaspole lungo il sentiero silenzioso ed ovattato circondato dal manto nevoso che ricopre uniformando e ridisegnando con morbidezza il paesaggio, spigoli, angoli, linee, profili, convessità, differenze e sfumature, tutto scompare per lasciare spazio ad un’unica linea e colore. Tante le sensazioni che la neve ci regala: innocenza, purezza, chiarezza, bellezza, serenità, dolcezza, fascino, equilibrio, perfezione ed estasi. Eppure in natura non esiste altra componente più “maliziosa, subdola, ambigua, contraddittoria e perversa” della neve. Un proverbio della Svizzera, dove la conoscono molto bene, esprime proprio questa doppia ed opposta faccia della candida neve. Il proverbio recita, sentenzia e scolpisce nell’animo di chi lo ascolta attentamente, con pochissime parole, un’esperienza centenaria legata alla sopravvivenza dell’uomo in un ambiente difficile ed avverso che in passato ha generato tanta paura e molte vittime: “la neve non è un lupo travestito da pecora, ma una tigre travestita da agnello”. Immaginate di avvicinarvi ad un agnello per accarezzarlo e che quando lo toccate veniate aggrediti da una tigre. In natura gli estremi, si sa, sono pericolosi per ogni elemento di cui è composto l’ecosistema: l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria, quando sono pochi o sono letali e pericolosi, rischiosi, per l’uomo e le sue attività. Più o meno durante il loro manifestarsi si dichiarano pericolosi. La neve ed il manto nevoso che “costruisce” non avvisa durante il suo manifestarsi ed evolversi. La realtà delle cose e della natura è come sempre ben altra.

La neve che costituisce il manto nevoso non è tutta uguale (e oserei dire anche che non è tutta bianca, per un attento osservatore). Il suo studio e la sua osservazione ci svelano un mondo ben più complesso e vario, tanto affascinante quanto ancora sconosciuto e di difficile comprensione e valutazione. Ma l’uomo ha sempre necessità di rassicurarsi e di rassicurare, fornendo nozioni, principi e regole di un fenomeno e di una componente dell’ambiente naturale sulla base delle attuali conoscenze. La formazione dei cristalli Dal momento della loro formazione all’interno della nube, le centinaia di tipologie di cristallo di neve che si generano intorno ad un nucleo di condensazione, sotto l’azione della temperatura e dell’umidità, dei venti forti, delle turbolenze e della forza di gravità, si costruiscono e si trasformano, si distruggono e si ricompongono. I cristalli di neve di precipitazione sono riconducibili a 10 sottoclassi, centinaia di forme cave o piene, tra colonne, piastre, prismi, aghi e dendriti (stellari, esagonali, piani o spaziali), cristalli, grappoli, brinati, sfere, coni, laminari e sferoidi.

E la loro trasformazione non si ferma neanche quando si depositano sul suolo. Sotto l’azione anche qui della temperatura, del vento, del peso stesso della neve, si avviano i processi di metamorfismo a carico dei cristalli (grani), che portano alla formazione di nuovi cristalli riconducibili a 10 classi, 26 sottoclassi e centinaia tipologie di forme e dimensioni. Nel 2009 è stata così riclassificata a livello internazionale la neve al suolo grazie al lavoro di numerosi esperti provenienti da tutto il mondo e dell’Associazione Internazionale della Scienza Criosferica e dell’UNESCO – IHP. Gli studi hanno riconfermato la complessità del mondo neve e dei processi che ne regolano le trasformazioni e quindi anche i fattori che condizionano la stabilità del manto nevoso in relazione al pericolo connaturato nei pendii ripidi: le valanghe. I cristalli di neve che durante le varie e diverse nevicate si depositano al suolo, contribuiscono alla formazione di un manto nevoso stratificato. Nell’ambito di ciascuno strato, subiscono nell’arco della stagione invernale, in funzione del regime termico atmosferico e quindi della temperatura della neve, numerose trasformazioni che portano alla formazione di diverse tipologie di grani che condizionano la resistenza, la fragilità e la coesione degli strati.

Il sovraccarico di questi ultimi, derivante da varie cause (appesantimento, neve fresca, forza di gravità, passaggio di sciatore), può determinare o meno la loro rottura e conseguente formazione di una frattura che si propaga e che su di un pendio ripido genera il distacco della massa nevosa. Pertanto ogni tipologia di cristallo concorre, seppur indirettamente, alla sicurezza di un pendio. Un forte gradiente termico all’interno del manto nevoso (differenza di temperatura tra il suolo e la superficie) che si verifica per esempio quando la temperatura dell’aria è molto fredda e gli spessori esigui, favorisce i processi di metamorfosi costruttiva. Ne consegue la formazione di cristalli a calice (ne esistono 5 diverse forme) chiamati così per la loro forma che spesso ricorda una piramide con evidenti striature e gradini laterali (gli anelli di crescita del cristallo) di grandi dimensioni (il diametro può arrivare anche a diversi millimetri) e vuota al suo interno. La sensazione che si ha quando si passa una mano nello strato composto da tale cristallo è quella di raccogliere con una leggerissima pressione del sale grosso. Uno strato di questo tipo, spesso anche diverse decine di centimetri, all’interno del manto nevoso ovviamente determina una estrema instabilità, anche se in superficie sussiste uno strato più duro e compatto, e portante, ovvero in grado di sostenere il peso di uno sciatore.
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È come camminare su di una tavola dura sorretta da bicchieri di cristallo capovolti: un minimo sovraccarico ne determina la rottura e, su un pendio inclinato, la cristallo) di grandi dimensioni (il diametro può arrivare anche a diversi millimetri) e vuota al suo interno. La sensazione che si ha quando si passa una mano nello strato composto da tale cristallo è quella di raccogliere con una leggerissima pressione del sale grosso. Uno strato di questo tipo, spesso anche diverse decine di centimetri, all’interno del manto nevoso ovviamente determina una estrema instabilità, anche se in superficie sussiste uno strato più duro e compatto, e portante, ovvero in grado di sostenere il peso di uno sciatore. È come camminare su di una tavola dura sorretta da bicchieri di cristallo capovolti: un minimo sovraccarico ne determina la rottura e, su un pendio inclinato, la vita di un uomo dipende da un bellissimo ed affascinante cristallo di neve. I processi di metamorfismo all’interno del manto nevoso possono essere costruttivi, come nel caso precedente, ma anche distruttivi, ad esempio a causa di un riscaldamento della copertura nevosa (poggia, sole, caldo, etc). In questo caso il cristallo viene distrutto, fonde in parte nei suoi punti più sottili e periferici, e l’acqua che ne deriva scorre e rigela al suo centro, smussando angoli, gradini, spigoli e ramificazioni di vario tipo, verso forme più arrotondate.

È il caso dei grani arrotondati a grappolo, più o meno di grandi dimensioni, che formano strati compatti e duri, ben coesi al loro interno, e resistenti. In questo caso la stabilità dipende dalla capacità di legare con altri strati di diversa natura, sottostanti o sovrastanti. Diventa pertanto importante ai fini delle valutazioni di pericolo, l’individuazione di eventuali linee di fragilità tra uno strato e l’altro, responsabili della capacità di legare o meno i vari livelli. Altro cristallo pericoloso è la brina di superficie, che determina la formazione di strati a bassa resistenza e quindi fragili. Bella da vedere anche ad occhio nudo, è ricca di striature disposte su un unico piano. I cristalli più grossi, che si formano in vicinanza dei torrenti, sono come piume di uccelli di dimensioni anche ragguardevoli (diversi centimetri). Si generano sulla superficie del manto nevoso durante le notti fredde e serene: con il sole si illuminano e contribuiscono a quel luccichio che vediamo spesso sui pendii. Lo strato che compongono è estremamente fragile e dotato di bassa resistenza, pertanto se viene ricoperto da neve fresca diviene pericoloso al solo passaggio di un escursionista. I grani arrotondati (5 sottoclassi) possono formarsi grazie all’azione del vento che rimodella i cristalli preesistenti, levigandoli e compattandoli su uno strato ad elevata resistenza nel suo interno, ma di scarsa resistenza alla sua base, denominato lastrone da vento. Il taglio con gli sci può essere fatale allo sciatore incauto che non riconosce gli effetti del vento sul terreno.
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I grani sfaccettati (5 sottoclassi) possono derivare da processi di costruzione da altri cristalli in presenza di forti gradienti termici, e compongono strati a bassissima resistenza e pertanto pericolosi per l’instabilità che determinano nel manto nevoso. Con una lente d’ingrandimento 8× (una semplice contafili) se ne possono apprezzare gli angoli, gli spigoli ed i vari piani fatti di ghiaccio: lavoro superbo della natura che sembra fatto da mano umana. Tanto affascinanti quanto pericolosi. La neve è un materiale unico ed affascinante. Altamente poroso racchiude in sé tutti gli stati possibili dell’acqua, elemento fondamentale della nostra terra, ovvero quello solido, liquido e di vapore, in un piccolo ma meraviglioso cristallo disegnato con maestria da madre natura , così contribuendo a regalarci su un pendio innevato uno spettacolo infinito fatto di luci, colori, sensazioni ed emozioni senza dimenticare l’altra faccia della medaglia, la tigre, che si nasconde sotto i nostri piedi.