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ALTA QUOTA
ADDIO VECCHIO SCARPONE
01/05/2018
di Luca Calzolari

Breve storia della calzatura da montagna

Foto Apertura walk-1789654_1920


Per affrontare le grandi difficoltà su roccia nel corso del tempo sono state messe a punto calzature sempre più performanti.






Gli scarponi dei pionieri dell’alpinismo erano come le migliori calzature dei montanari: di ottimo cuoio, resi flessibili dall’uso e dall’impiego del grasso impermeabilizzante, con suole robuste ma non rigide. Per renderli stabili sulla neve e sul ghiaccio si ricorreva alla chiodatura delle suole. Prima di partire per il Monviso, nell’agosto 1863, Quintino Sella si preoccupò di «armare» le suole delle proprie calzature di «convenienti chiodi». Certo, i suoi scarponi non erano sofisticati come quelli del nipote Vittorio, il celebre fotografo, che per la spedizione al K2, nel 1909, se ne fece confezionare un paio speciali, con uno strato di sottile pelliccia tra tomaia e fodera interna e con le suole munite di chiodi non passanti, per migliorarne la termicità. La salita del Monviso apparteneva alla stagione dei pionieri, ed era logico che nei decenni successivi le calzature migliorassero. Se non nella tomaia, almeno nella disposizione dei chiodi. 

LE INNOVAZIONI
icon-steps-1991839_1920Poco dopo, comunque, apparve un’invenzione importante. Nel 1912, Félix Genecand detto Tricouni, gioielliere ginevrino che si era fatto un nome nel mondo dell’alpinismo, progettò un nuovo sistema di chiodatura per gli scarponi da montagna. Mise a punto una serie di placchette metalliche realizzate in due pezzi che, una volta fissate sui bordi esterni della suola e sul tacco, erano in grado di garantire una presa efficace su pendii franosi, neve ghiacciata, roccia bagnata o incrostata dal lichene. 
Tutte le grandi imprese alpinistiche dell’Ottocento e degli inizi del secolo successivo furono compiute con gli scarponi chiodati. La maggior parte degli scalatori rifiutava l’impiego dei ramponi per diversi motivi. La situazione si capovolgerà solo dopo l’invenzione del rampone a dieci punte, disegnato dal londinese Oscar Eckenstein e realizzato nel 1909 nell’officina di Henry Grivel a Courmayeur. Un attrezzo leggero e in grado di eliminare la fastidiosa sensazione di instabilità generata dai modelli precedenti. Nel 1935, nel corso di una gita sociale della S.E.M. alla cresta sud ovest della Punta Rasica, nel gruppo dell’Albigna, l’accademico milanese Vitale Bramani vide morire per assideramento sei giovani alpinisti sorpresi dalla bufera, che calzavano le pedule. Così Bramani si mise in testa dFoto E iStock_000015826676Mediumi realizzare una calzatura migliore. Uno scarpone più pesante, con la suola gommata, capace di unire la stabilità dei chiodi con il grip delle pedule. Favorito dalla conoscenza della famiglia Pirelli, decise di giocare la carta della gomma vulcanizzata. Si fece preparare una mescola tecnica e inventò una suola innovativa, che battezzò “carrarmato”. Nel 1937, in cordata con Ettore Castiglioni, Bramani collaudò le nuove suole aprendo una via sul versante nord ovest del Pizzo Badile. Di lì a poco nacque il marchio Vibram, coniato unendo parte delle sue iniziali. Nel 1947, nel primo stabilimento di Gallarate, cominciò la produzione del “carrarmato” di gomma. Ma il colpaccio Bramani lo fece otto anni più tardi, quando riuscì a calzare i componenti della spedizione italiana al K2 con le suole marchiate dall’ottagono giallo.

DALLA SCARPA ALLE CALZATURE DA ARRAMPICATA 
Successivamente tornarono in auge le pedule, anche se in versione inedita, con le suole in gomma liscia. Dalle leggendarie P.A. rosse prodotte a partire dal 1947 riservate ai grimpeur parigini di Fontainebleau, negli anni ’50 si passò alle mitiche EB blu che presto furono adottate dai climber anglosassoni e, a fine anni ‘70, arrivarono anche in Italia. Negli anni successivi, l’esplosiva evoluzione della scalata determinò una vera e propria corsa al miglioramento della calzatura da arrampicata. All’inizio facendo anche ricorso a soluzioni artigianali, nel tentativo di migliorare l’aderenza delle suole. Negli anni ‘80 si provò di tutto, dalla goma cocida spagnola a mescole che sembravano uscite da qualche laboratorio alchemico, montate su calzature alte e scarpette basse.