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PIANETA ANIMALI  a cura di Monica Nocciolini
PIANETA ANIMALI - N° 121
23/04/2021


LÀ DOVE IL MUSEO SCODINZOLA

FOTO A DOMESTICI OKAgli amici a volte per la gratitudine e l’affetto si farebbe un monumento. E al miglior amico dell’uomo, allora, cosa si dovrebbe mai fare? Un intero museo, perbacco. Sono molteplici le esperienze in questo senso nate nel tempo ai quattro angoli del Pianeta. In Italia, a Mondragone in provincia di Caserta, c’è Foof ad accendere un faro sull’universo del Bau e sull’evoluzione del rapporto uomo-cane. Il polo, capofila in Europa, è nato dalla riqualificazione di un rifugio per cani abbandonati. Da lì lo scatto a far crescere l’idea amplificando il concetto di canile fino a creare un luogo che coniugasse celebrazione, cultura e tutela cinofila. Così, ingrandisci oggi ed espandi domani, attualmente il mondo Foof si compone di allevamento, rifugio e parco museo organizzato in più percorsi intrecciando storia, arte, cinema e scienza con spazi dedicati alla didattica e un anfiteatro per conferenze ed eventi.

Coi suoi 70mila metri quadrati, il museo tricolore sfida l’esperienza storica di The AKC Museum of the Dog, rientrato nel cuore della Grande Mela al 101 di Park Avenue nel 2018 dopo oltre trent’anni di inattività. La location centralissima si articola come un’enciclopedia canina, con collezioni d’arte che spaziano dalla pittura alla scultura, opere digitali e una preziosa vetrina a due piani ospitante rare porcellane e bronzi. Qui trovano posto i capolavori dei più celebri artisti cinofili come Sir Edwin Landseer, Maud Earl o Arthur Wardle. Ma alle aree squisitamente espositive si aggiungono quelle dedicate alle attività di approfondimento, con la biblioteca ma anche con quel microcosmo cinofilo costituito dall’intero archivio dell’American Kennel Club, il registro statunitense dei cani con pedigree, fondatore del nucleo originario del museo nel 1982 prima del trasferimento in Missouri. Poi il recente ritorno in grande spolvero, con l’intero edificio pronto ad accogliere semplici appassionati, scolaresche e studiosi. Altre esperienze in giro per il mondo ce ne sono, ma rimangono per lo più nel perimetro di una razza magari autoctona o particolarmente radicata sul territorio. Così, se in Alaska l’Iditarod Museum esalta il cane da slitta, a Passau in Germania il museo si fa bassotto, mentre in Svizzera racconta il San Bernardo e in Tennessee il cane da caccia. In Giappone, a Odate, il museo è dedicato all’Akita Inu: è la razza del celebre Hachiko, cane eroe nazionale con tanto di festa dedicata ogni 8 aprile, la cui storia è di fedeltà assoluta al suo umano. Lui morì al lavoro, e Hachiko lo attese fino al suo ultimo respiro per dieci lunghi anni davanti alla stazione ferroviaria che normalmente ogni pomeriggio glielo restituiva. La tenacia di questo cane è raccontata anche in pellicole cinematografiche come quella con protagonista Richard Gere. Il corpo di Hachiko è preservato e in mostra al museo della scienza. Ma a braccetto con cultura e memoria ci sono guizzi vezzosi. In Gran Bretagna il Castello di Leeds mette in mostra tutto quanto fa collare, con autentiche rarità in arrivo dalla notte dei tempi a narrare anche i percorsi di domesticazione attraverso pezzi risalenti fino al XV secolo. Sempre nel nome dell’amico cane.

 

ARIA FRESCA IN PORCILAIA

FOTO B REDDITO OK -  FOTO CRPA










       Foto CRPA


Tira aria nuova in porcilaia. O meglio: tirerà presto. Si è infatti recentemente conclusa la sperimentazione di un macchinario in grado di abbattere l’ammoniaca che si sviluppa nei locali adibiti all’allevamento di maiali. Il progetto GOI Ammonia Washing Machine, condotto dal Centro ricerche produzioni animali (CRPA) ha un obiettivo duplice: ridurre l'impatto ambientale evitando emissioni in atmosfera, migliorando il benessere degli animali e di chi lavora con loro, e da quelle produrre una soluzione fertilizzante in ottica di economia circolare. L’impianto, che letteralmente lava l’aria dall'ammoniaca, è stato sperimentato in porcilaie sia a ventilazione forzata sia naturale. Le efficienze di abbattimento di tale gas nel flusso d'aria trattato sono risultate mediamente del 90%, con punte del 99%. Il dispositivo pilota preleva l'aria ricca di ammoniaca e polveri dalle sale dove si trovano i maiali e la depura in una torre cilindrica. Il flusso di aria viene lavato in controcorrente da una soluzione nebulizzata di acido solforico a pH 3, la quale salifica l'ammoniaca formando una soluzione stabile di solfato d'ammonio utilizzabile a fini fertilizzanti. Nella stagione fredda, l’aria pulita così ottenuta viene reimmessa in porcilaia in modo da non sprecarne né disperderne il calore.

Ora c’è da pensare a come meglio valorizzare la sospensione ottenuta, una soluzione di solfato d’ammonio. Fertilizzante azotato completamente ammoniacale? Oppure in miscela con la frazione solida del liquame suinicolo prodotta dalle centrifughe aziendali? Avanza intanto anche lo studio sulla sostenibilità economica dell’apparecchiatura. In generale, però, la scienza pare spuntarla nell’intento di limitare le emissioni di ammoniaca. E in porcilaia tirerà una bell’aria fresca.

 

ATTENTI AL NIDO

FOTO C- Foto E. Beatrice













     Foto E. Beatrice


“Oh disdetta, i pappagallini sono fuggiti dalla gabbietta”. Ecco: da quel banale accidente domestico capitato chissà dove, oggi in Italia si stimano oltre 15mila esemplari di parrocchetto in libertà, monaco o dal collare. Si trovano in almeno una dozzina di regioni lungo lo Stivale e nella metà di esse ormai si riproducono allegramente. C’è un problema, con questo pennuto: è un volatile alieno. Normative europee alla mano, la specie andrebbe eradicata. Ma ormai sono troppi, e la loro prolificità porta al raddoppio di esemplari nel breve termine di un lustro appena.

E allora, che fare? Prestare attenzione, punto primo. Oltre infatti a rappresentare un flagello per le campagne di cui divora i raccolti soprattutto cerealicoli, non disdegnando incursioni nei frutteti, l’uccellino rappresenta un pericolo per via dei suoi nidi. Non a dimensione familiare, ma autentici condomini dove trovano spazio tutti i nuclei e le coppie del gruppo. Sì perché il parrocchetto, come altri pappagalli, ha un temperamento socievole. Insomma: si imbranca. E tutti insieme, a furia di intrecciare rametti, più che nidi costruiscono edificazioni che arrivano a pesare anche 150 chili. Nulla di male finché il nido-palazzina non spezza i rami della pianta su cui poggia per precipitare al suolo, magari addosso a chi passa sotto ammirando con stupore cotanta architettura. Simpatici da veder svolazzare tra i palazzi di città, dunque, ma rischiosi nei parchi urbani e periurbani. E tutto per quella fuga dalla gabbietta.