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NATURAL SURVIVAL
CIBO SELVATICO
01/02/2019

di Marco Priori



FOTO A
Quando affrontiamo un’escursione nei boschi, una delle principali preoccupazioni è quella di perdersi e non ritrovare la via del ritorno. A questa idea la maggior parte delle persone lega la domanda: “in quel caso cosa potrei mangiare?”

Se si seguono le buone norme dell’escursionista, come lasciar detto a qualcuno dove si intende andare e studiare prima il percorso con una mappa topografica per valutare se è adatto alle nostre condizioni fisiche, difficilmente in Italia ci si troverà in condizioni tali da dover restare forzatamente a lungo in natura. Anche in malaugurate situazioni e con le batterie del cellulare scariche, i soccorsi probabilmente ci raggiungeranno in alcune ore o in pochissimi giorni. Nel frattempo dovremmo preoccuparci innanzitutto di mantenere il calore corporeo e di avere acqua a sufficienza. Si stima, infatti, che mediamente senza mangiare si può resistere tra i venti e i trenta giorni, mentre solo qualche decina di ore senza bere (in base alle condizioni fisiche e ai fattori ambientali).

Quando si parla di “cibo di sopravvivenza”, poi, viene subito in mente la caccia e in particolare nell’immaginario si pensa in genere a un cinghiale o qualcosa di simile! Nulla di più errato, naturalmente. Cacciare con armi primitive richiede un’abilità che non si può improvvisare e quasi certamente è un dispendio di energie inutile e deleterio. L’attenzione sul cibo, nel caso, deve ricadere sul mondo vegetale.

Le piante possono fornirci sostentamento, sali minerali e in certe situazioni essere usate come medicamento. Ma attenzione, prima di mangiare una qualsiasi pianta bisogna essere certi di averla riconosciuta con certezza come non tossica. Ingerire una pianta velenosa, infatti, potrebbe essere fatale persino se si avesse a disposizione un ospedale nelle vicinanze, figuriamoci nei boschi in cui non si avrebbe accesso a immediate cure mediche.

Supponendo quindi di dover rimanere qualche giorno in attesa dei soccorsi, possiamo valutare di utilizzare le piante che conosciamo. A molti sono note la pianta della Cicoria (Cichorium intybus) o del Tarassaco (Taraxacum officinale). Entrambe hanno molte proprietà e se ne può consumare praticamente tutta la pianta, dai fiori, alle foglie, alle radici. Ma soprattutto è noto che l’acqua di cottura di queste piante ci fornisce una elevata quantità di sali minerali, molto utili in casi di sforzo fisico. In questo modo potremmo anche reintegrare sali minerali se fossimo costretti a bere a lungo acqua “distillata” derivante dalla neve sciolta.

Un’altra pianta che può essere facilmente individuata e usata è il pino (genere Pinus). Le varie specie di pino hanno la caratteristica comune che le foglie, meglio note come “aghi”, crescono in genere raggruppate da due fino a sette insieme e partono da una sottile capsula lignea all’attaccatura con il ramo. Le altre aghifoglie, come ad esempio l’abete, invece, non hanno queste caratteristiche e le foglie nascono singole e direttamente attaccate al ramo. Delle piante di pino, oltre agli squisiti ed energetici pinoli, sono commestibili molte parti: la corteccia interna, la resina, il polline, le pigne tenere, e gli “aghi”, che contengono molta vitamina C e oli essenziali. Un buon tè di aghi di pino è ristoratore e ha effetti espettoranti in caso di raffreddori o malanni a cui si può andare incontro quando si è forzati a rimanere fuori.

Più aumenta la nostra conoscenza del mondo naturale e più si ampliano le possibilità di variare la dieta con queste risorse. Ma in caso di dubbio non bisogna per nessun motivo rischiare. Il pericolo potrebbe essere veramente grande.