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GAIA di Fulco Pratesi
IL GINSENG SIBERIANO
28/06/2021


20210311_105152Il 17 agosto 1991, trent’anni fa, mi trovavo in Unione Sovietica per la Rivista Airone col fotografo catanese Franco Barbagallo nella Riserva Naturale Kedrovaja all’Estremo Oriente della Siberia. Per una strana coincidenza storica, due giorni prima dell’improvviso colpo di Stato che decretò la fine dell’URSS, dalla quale fortunatamente uscimmo senza conseguenze, nonostante ci trovassimo a più di 12.000 chilometri dall’Italia.

Girando in quella splendida e selvaggia foresta al limite tra la taiga di conifere settentrionale e quella decidua dei climi temperati proveniente da sud, cercavamo di vedere e, se possibile, fotografare, una delle rarissime tigri siberiane o uno degli ultimi leopardi dell’Amur.

L’ambiente era quello descritto nel libro “Dersu Uzala” dell’esploratore russo Vladimir Arseniev nei primi del Novecento e nel film di Akira Kurosava del 1975, legati alla storia di un piccolo e sapiente personaggio locale che aveva salvato la vita allo stesso Arseniev.

La nostra spedizione, guidata dal direttore della Riserva Viktor Korkisko, riuscì solo a farci vedere la tana di un leopardo, specie che oggi, dai 30 esemplari di allora, è arrivata a circa 60.

È indescrivibile la varietà e la bellezza di quei luoghi che allora proteggevano una biodiversità ricchissima. Riuscii a disegnare uno scoiattolo volante, che ci deliziò con un’elegante planata, e poi carabidi preziosi, farfalle immense e uccelli mai visti.

Nel fiume che attraversava la riserva, nuotavano grandi salmoni dai fianchi rosso ciliegia in risalita verso i luoghi di riproduzione. Mi immersi per fotografarli nelle gelide acque, ma restai deluso dal guasto della fotocamera subacquea.

La sorpresa maggiore ci colpì, girando tra le felci e gli immensi tronchi in disfacimento, quando Viktor si curvò a terra con una esclamazione, indicandoci una pianticella alta una trentina di centimetri, sormontata da un’infruttescenza rosso corallo, che il Direttore si affrettò a tagliare non prima che l’avessi ripresa con l’acquerello.

Spiegò il suo bizzarro comportamento svelandoci che si trattava di un esemplare del rarissimo Ginseng selvatico, l’autentico Panax ginseng, molto ricercato per le sue qualità farmaceutiche e afrodisiache dai bracconieri cinesi e coreani. E l’eliminazione dei vistosi frutti serviva a sottrarre alla loro vista la preziosa preda, la cui radice, che ricorda un corpo umano, avrebbe avuto, ci disse, almeno 15 anni di età e un prezzo di circa 60 rubli al grammo.

Questa storia, oltre a descrivere tesori vegetali sconosciuti, serve a spiegare l’importanza delle specie floristiche selvatiche, e la meritoria attività dei Carabinieri Forestali nei riguardi del contrabbando di piante protette.