Storia di una pattuglia di Carabinieri in bronzo

Il Generale C.A. Arnaldo Ferrara narra la vicenda che ha portato alla genesi di una celebre scultura: un’opera nata da un’idea dello stesso generale, ideatore del soggetto, e realizzata da Antonio Berti
Al tempo in cui reggevo la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Arma, pur tra gli intensi impegni operativi attinenti alle esigenze dell’Istituzione, mi accadeva, non di rado, di sostare col pensiero sulle prime espressioni istituzionali dell’Arma, sulla sua vita successiva, su quella dei suoi personaggi. E su quelli più tipici che, immutati, avevano conservato il proprio profilo caratteristico che, nella letteratura e nell’arte, erano stati assunti quali riferimenti legati al divenire del Paese.

Da quelle estemporanee rievocazioni del passato, dal loro rinnovarsi nei ricordi della storia, è conseguita la mia convinzione che una raffigurazione in bronzo di quei personaggi avrebbe mantenuto ancora più viva la loro valenza documentale.
Così prese forma l’idea di realizzare sculture in bronzo dei primi Carabinieri del 1814 (anno di fondazione del Corpo dei Carabinieri Reali), del Carabiniere nelle molteplici forme del quotidiano servizio d’Istituto, oppure di quelli nelle multiformi figurazioni di carica sul campo di battaglia.

Il presidente Sandro Pertini all'epoca del suo incarico. Alle sue spalle si può notare una copia in bronzo de 'La Pattuglia dei Carabinieri nella tormenta'Tra tutte queste ideali sculture bronzee, però, mancava quella raffigurante la pattuglia dei Carabinieri a cavallo in servizio appiedato, quella affidataci dalla tradizione, che nel dispiegarsi degli anni ha sempre garantito, negli aggregati urbani, nelle zone di campagna, sino ai più piccoli paesi di montagna, la presenza dello Stato, in ogni circostanza, quali che fossero le asperità dei luoghi o di clima o le improvvise insorgenze.

Fu in questo quadro che posi la decisione di realizzare una “mia pattuglia in bronzo”: essa doveva simboleggiare, in tutta pienezza, la sua capacità di essere costantemente tra i cittadini, tra i paesani, tra la gente, e di garantire, a chi la incontrava, la consapevolezza del suo spirito di tutela e della constatazione che, alle sue spalle, costantemente operava un’altra figura emblematica, il Maresciallo, destinatario di tutte le istanze di bisogno degli abitanti dei luoghi e propulsore di ogni intervento risolutivo in loro favore.

E la immaginai, “la mia pattuglia”, composta da due Carabinieri a cavallo in servizio appiedato, con le mantelle di ordinanza, come ai tempi di fondazione del Corpo e come, negli anni successivi, scrittori e poeti di fama l’avrebbero fedelmente descritta.

Nacque così il progetto di aggiungere, alla rassegna delle figure in bronzo già realizzate, una pattuglia di Carabinieri pienamente operativa nelle condizioni di tempo più avverse, decisa a superare, come nella realtà, ogni difficoltà, per cui successivamente l’avrei definita la “pattuglia dei Carabinieri nella tormenta”.

E su questi pensieri prese forma la mia proposizione. Ne parlai con lo scultore, Professor Antonio Berti, caro ed indimenticabile amico, purtroppo scomparso, al quale confidai che avrei gradito realizzare una scultura raffigurante due Carabinieri in servizio di pattuglia, in atteggiamento di naturale movimento. E gli consegnai, nel senso, un mio modesto disegno a matita. Il professor Berti accolse con entusiasmo la mia richiesta e apprezzò molto la descrizione dei dettagli sul “come” avrei visto realizzata l’ipotizzata scultura. Quindi mi confidò che il tema lo affascinava molto, specialmente per quanto atteneva alla supposta collocazione della composizione artistica in un clima avverso, in una natura ostile, come io l’avevo configurata, in quanto ciò avrebbe favorito la realizzazione delle linee plastiche indicative del movimento da me desiderato. Nell’occasione, non mi feci scrupolo di sottolineargli quanto mi stesse a cuore che i due soggetti protagonisti della scultura fossero collocati in una posizione inclinata in avanti, come a rendere evidente la loro determinazione di superare con fermezza la forza di un vento tempestoso, con le mantelle mosse e spinte all’indietro, sì da rendere appieno la ferma decisione di proseguire oltre, per attuare il servizio loro affidato. Il “caro amico Berti” (così mi piaceva chiamarlo) con affettuosa propensione mi assicurò che aveva pienamente compreso il mio pensiero, aggiungendo che nell’esecuzione della scultura avrebbe riposto tutto lo spirito dell’Arma, che egli profondamente conosceva in quanto l’aveva amata sin da bambino.

Dopo circa una settimana, ricevetti una sua telefonata. Mi disse che aveva preparato un bozzetto in creta, preannunciandomi che il giorno seguente sarebbe venuto a Roma per darmelo in visione.

E fu puntuale. Lo feci accomodare subito nello studio di rappresentanza ed egli, con malcelata emozione, aprì una scatola da cui trasse un modello in creta in cui erano riportate le figure di due carabinieri in mantella, l’uno accostato all’altro, che bene esprimevano la tradizionale “pattuglia di Carabinieri”. La scultura era assai bella e i profili dei due carabinieri erano magistralmente composti nella loro montura fedelmente realizzata e con la caratteristica “lucerna”. Ma, mio malgrado, rivelavano una certa impronta di staticità e un atteggiamento di “posa” che non poco si distaccava da quel deciso movimento che intendevo fosse conferito alla composizione. I volti delle due figure, invece, anche se soltanto abbozzati, rivelavano il bel profilo che, in precedenti opere relative ai carabinieri, il mio caro Berti aveva realizzato su mie proposte: espressione ferma, austera, severa, tuttavia assolutamente rassicurante e solidale verso la gente a favore della quale la pattuglia svolgeva di norma il suo servizio. Mentre esaminavo il bozzetto, il professor Berti, con il garbo che gli era solito, accennò ad un sorriso che, come mi avrebbe confermato poi, conseguiva soltanto dal rammarico di non essere riuscito completamente ad accontentarmi.

Della sua affettuosa sincerità lo ringraziai di cuore, ma gli confermai quanto fossi convinto che, come tutte le altre sue sculture, l’opera che si accingeva a completare sarebbe stata a mio avviso altamente espressiva e di grande effetto. E lo trattenni a colazione, durante la quale parlammo, tra l’altro, di due opere che aveva in progetto. Dopo lo feci accompagnare alla Stazione Termini, al treno per la sua Firenze.

Trascorsero solo pochi giorni e il mio caro Berti mi telefonò per dirmi che sarebbe stato lieto di incontrarmi la settimana successiva, avendo egli un impegno presso l’Università di Roma. Pertanto, mi avrebbe portato la modellazione della “pattuglia” corretta con incisioni più rivelatrici di movimento come da me desiderato. L’incontro, come sempre, fu assai cordiale. Il nuovo modello in creta, molto curato in ogni particolare, esprimeva assai meglio la storica pattuglia dell’Arma, permeata dalla suggestiva impronta artistica del maestro. Era perfetta, anche se, in verità, conservava un senso non completamente adeguato al desiderato dinamismo che sempre rimaneva la caratteristica fondamentale della mia ideazione iniziale. Ma non ne parlai immediatamente al mio caro Professore che, data l’ora tarda, dovendo egli rientrare a Firenze, accompagnai verso l’uscita del Comando Generale. La giornata era di vento e di pioggia, che preludeva addirittura a un peggioramento.

Giunti nell’androne, il Carabiniere di guardia aprì una delle grandi porte di cristallo che danno sul piazzale antistante. In quel momento un violento soffio di vento investì sia il Professore sia me, sollevando ampiamente la mantella che avevo indosso e movimentandola materialmente verso l’indietro. Fu come l’immediato materializzarsi dell’ipotesi di movimento da me formulata nel progetto iniziale. Ne accennai subito all’artista, aggiungendo che quella forte ventata esprimeva, a mio avviso chiaramente, il dinamismo che intendevo fosse impresso alle mantelle dei due Carabinieri sulle quali ci eravamo tanto soffermati.

Il caro Berti ne fu come sollevato e lieto. Qualche giorno dopo, infatti, mi telefonò per dirmi che senza indugi era intervenuto sulla modellazione in creta e che riteneva proprio di essere riuscito ad esprimere sui moduli delle mantelle in creta le linee indicative di movimento che avrebbero caratterizzato la scultura. L’indomani, il paziente Berti, con viva soddisfazione, mi consegnò una modellazione completamente rielaborata: era una composizione stupenda, esattamente come l’avevo supposta; i profili dei due Carabinieri, leggermente inclinati in avanti e con le mantelle sollevate e spinte all’indietro, apparivano artisticamente realizzate in una pienezza di movimento, come spinte dal vento, anche se le relative parti terminali rivelavano una contenutezza che poteva anche svilupparsi ulteriormente verso il retro. Non mancai di farne lealmente cenno all’amico Berti.

Egli convenne subito, ma mi spiegò che alle limitazioni terminali delle due mantelle era stato costretto dalle esigenze di fusione che non avrebbero consentito al metallo, durante la fase di scorrimento nel calco di materiale refrattario, ulteriori sviluppi.

Soggiunse, però, che la particolarità da me segnalatagli avrebbe potuto essere superata fondendo, a parte, due pezzi aggiuntivi di mantella, secondo una proporzione adeguata, da saldare successivamente al resto della scultura con le modalità tecniche in cui gli esperti della fonderia erano maestri.

Qualche tempo dopo, l’opera in bronzo, completa in tutte le sue parti, era nel mio ufficio. Le mantelle, più estese e mosse verso l’indietro, descrivevano un insieme movimentato ed omogeneo di grande efficacia. Fui profondamente grato al “caro amico Berti” per la sua costante, affettuosa solidarietà. E ancora oggi è in me vivo il ricordo che ho di lui quando, completata la sua artistica scultura, lo vidi felice, estremamente soddisfatto di avermi infine accontentato in pieno nella mia proposizione.

Dopo quei giorni, la “mia pattuglia” è stata presente in varie mostre d’arte rievocative della storia dei Carabinieri. E, da allora, con cura è custodita presso il Museo Storico dell’Arma a rappresentare, oltre che una composizione d’arte di grande rilievo, la figurazione di un servizio tipico dei Carabinieri che, dai lontani tempi della loro fondazione, è stato tramandato, formalmente immutato e operativamente efficace, sino ai nostri giorni.

Così la preziosa scultura ha percorso gli anni che si sono succeduti e, con essi, le vicende storiche che hanno attraversato il Paese, tra cui quelle che hanno segnato l’anno 1978 con l’elezione, in data 8 luglio, del Presidente Sandro Pertini alla Suprema Magistratura dello Stato. Prima di allora, io lo avevo già incontrato, il mio indimenticabile Presidente, nell’aprile 1945, nel giorno della Liberazione del Nord Italia, attivissimo capo del Comitato di Liberazione Nazionale, a Milano. Vi ero contemporaneamente giunto con la 5a Armata americana, al Comando della 39a Sezione Carabinieri del Gruppo di combattimento “Legnano”, a conclusione delle operazioni di guerra sul territorio nazionale, tese alla completa liberazione del Paese.

Da allora gli anni si susseguirono, intensi, fin quando, eletto ai vertici della Repubblica, il mio caro Presidente mi convocò al Quirinale per annunciarmi che mi aveva nominato suo Consigliere per l’ordine democratico e la sicurezza.

E vennero gli anni vissuti al suo fianco: furono di grande fervore politico, operativo e sociale in ogni senso, caratterizzati dal suo innato dinamismo, dalla sua grande umanità vivificata da una straordinaria politica di esternazione e di presenza tra la gente con tutto lo slancio del suo carattere costantemente spinto ad ascoltare, a risolvere le istanze che da ogni parte gli pervenivano e ad esaltare il ritorno ai nostri antichi valori.

In occasione di una di quelle intense giornate di lavoro, in cui conversare con lui diveniva spesso momento di rievocazione dei suoi anni di lotta, di sacrifici e di ricordi, a volte velati di tristezza, ma sempre esaltanti, sentii di fargli dono di una fusione in bronzo della “mia pattuglia”.

Il mio caro Presidente gradì molto la scultura e, abbracciandomi, mi assicurò che l’avrebbe conservata gelosamente nel suo studio di Presidenza, «con vivissimo affetto e con tutti i cari ricordi in cui i Carabinieri gli erano stati vicini, profondamente solidali anche durante i periodi più tristi ma esaltanti della sua lotta politica».

Ora che il mio caro Presidente non è più, mi conforta il pensiero che “la mia pattuglia”, che egli aveva tanto gradito, vive in quella sua ultima sede nella quale gli fui accanto per sette anni quale suo Consigliere per l’Ordine democratico e la Sicurezza: il Palazzo del Quirinale.