Approfondimenti


Teorie e regole del “parolare”

La storia del rebus parte da lontano e anche il nome è di incerta derivazione. Forse viene dal latino (rebus: “con le cose”), ma esistono anche altre ipotesi. Conosciamo rebus che risalgono al 3000 a.C., quando il re egizio Narmer, per firmare, disegnava un pesce (nar) e uno scalpello (mer). Anche i latini erano dei virtuosi dell’enigmistica; nel Medioevo, invece, i rebus campeggiavano sugli stemmi nobiliari. Grande rebussista fu Leonardo da Vinci: nelle sue carte si trovano spesso rebus schizzati in fretta, magari sul bordo di una pagina. Qualche esempio? Una clessidra, un suonatore di flauto e una padella servono a rappresentare la frase “Ora sono fritto”, la sillaba “in” seguita da una felce, un setaccio, una perla e delle more diventa il motto “Infelice se taccio per l’amore”.

Le consuetudini tutt’ora in uso tra i puristi del genere cominciano a codificarsi nel XIX secolo, quando si definiscono alcuni criteri di base nell’illustrazione e nella tecnica e nasce l’uso degli pseudonimi. Padre del moderno rebus di casa nostra è Briga, ideatore del rebus stereoscopico (per intenderci, quello non statico, che scorre nel tempo, costituito da più vignette disposte in successione).

A lui si deve la teorizzazione del rebus perfetto, costruito su tre elementi (il cosiddetto “triangolo di Briga”): chiave originale e consequenziale, frase risolutiva plausibile e illustrazione armonica. Briga fu anche tra coloro che, nel 1981, si impegnarono nella creazione dell’Ari che, nata dalla volontà di alcuni coraggiosi pionieri, riunisce oggi molti appassionati sotto la guida del presidente Franco Bosio. L’Ari ha una rivista, Leonardo, un sito (www.cantodellasfinge.net, o meglio: http://fun.supereva.it/paroliamofirenze.freeweb/altrove.htm?p) e organizza campionati e convegni.