Menu
Mostra menu

In Cambogia

due carabinieri a dorso d’elefante in un villaggio cambogianoAlla fine degli anni Ottanta, la Cambogia tentava di uscire da un ventennio drammatico. Aveva subito prima la dittatura di Lon Nol, poi quella di Pol Pot e dei Khmer Rossi, rovesciata dall’intervento del Vietnam, che occupò il Paese nel decennio successivo. Nell’aprile del 1989 il Vietnam, in seguito alle pressioni mondiali e a problemi di equilibrio politico nella regione (la Cina non lo appoggiava più come nel decennio precedente), annunciò che aveva deciso di completare il ritiro delle proprie truppe per la fine del mese di settembre. Quell’annuncio spinse il governo francese, forte della sua tradizionale e secolare influenza in quella zona, a organizzare una Conferenza di pace per trovare una soluzione. La Conferenza fu tenuta a Parigi dal 30 luglio al 30 agosto 1989 e riuscì a far incontrare al tavolo dei negoziati le quattro fazioni in lotta nella Cambogia, gli Stati confinanti, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti) e il Segretario Generale delle Nazioni Unite. Le parti si trovarono d’accordo sulla fine del conflitto armato e su un programma di ricostruzione della Cambogia.

Soltanto nel luglio 1991 le parti si accordarono per rimettere sul trono cambogiano il principe Norodom Sihanouk, spodestato nel 1969 da Lon Nol. Fu considerato comunque indispensabile un intervento delle Nazioni Unite nella difficile fase di transizione. Il Consiglio di Sicurezza, il 20 novembre 1991, decise di costituire un’autorità provvisoria internazionale di governo e di inviare un gruppo di esperti militari e civili provenienti da 24 Paesi (l’Italia in quel momento non fu inclusa fra questi). La missione presentava grandi difficoltà per tutti gli operatori e in specie per la componente militare e per quella di polizia civile. Dopo che il governo italiano si era dichiarato disponibile a partecipare all’attività di paci­ficazione, l’Onu chiese formalmente alle nostre autorità di contribuire in particolare alla componente della Untac (Autorità di Transizione delle Nazioni Unite in Cambogia) CivPol, che prevede­va circa 3.600 uomini, con almeno 75 carabinieri a livello sottufficiali, coordinati da un ufficiale.

carabinieri in perlustrazione lungo un fiume della CambogiaL’Arma dei Carabinieri fu contattata per una partecipazione qualificata alla missione ai primi di marzo del 1992. Le esigenze addestrative e di preparazione generale furono molto complesse. Fu previsto un corso sui diritti umanitari, anche se ristretto alle nozioni relative all’impiego particolare nella missione; occorrevano poi una preparazione speciale per muoversi sui campi minati e un breve corso di nozioni fondamentali di sopravvivenza, considerato che il territorio sul quale si doveva operare era molto diverso, per morfologia e ambiente, da quello normalmente conosciuto dagli operatori Civpol. Il contingente dell’Arma partì il 23 luglio 1992. Il giorno successivo era già operativo. Il quartier generale era a Phnom Pen. Il nostro contingente fu dislocato in nove province: Prey Veng, Preah Vihear, Kampot, Komopng Charn, Takeo, Stung Treng, Ratanakiri, Kratie, Phnom Penh (n.d.r.). Compiti istituzionali del contingente furono: il controllo del territorio e l’assistenza alle popolazioni; la supervisione dell’operato della Polizia locale, con la facoltà di compiere indagini autonome su crimini complessi o a sfondo politico; la scorta al personale dell’Onu; il controllo del libero svolgimento delle consultazioni elettorali previste per il maggio 1993. Le difficoltà logistiche si presentarono notevoli a causa delle condizioni di assoluto degrado della regione. Durante l'intero periodo di missione si registrarono diverse situazioni di pericolo e numerose esplosioni di mortaio e raffiche di armi in prossimità di uffici e abitazioni in uso a personale deIl'UNTAC (n.d.r.). L'aliquota dell'Arma è risultata una delle più qualificate professionalmente fra quelle delle 46 nazioni presenti; molti dei nostri militari sono stati posti a capo di "teams operativi" o incaricati di delicate incombenze. I Carabinieri si sono fatti apprezzare per la proficua opera investigativa, per la protezione offerta alle inermi popolazioni dei villaggi più sperduti e la concreta assistenza offerta in ogni situazione. L'Ambasciatore Yasushi Akashi, Segretario Generale Aggiunto dell'ONU e capo della missione, ha espresso parole di grande apprezzamento e di profonda ammirazione per l'operato dei nostri militari, soprattutto per la notevole carica di umanità, per l'alta efficienza e per l'encomiabile spirito di servizio posto in ogni attività operativa, precisando che la presenza del Carabiniere è stata, in ogni team, elemento aggregante e migliorativo. Nell’insieme, la Missione Untac riuscì ad ottenere solo in parte gli obbiettivi che si era prefissata: nella zona controllata dai Khmer Rossi non era stato possibile far svolgere elezioni, anche se non si erano verificati incidenti gravi.

La missione dell’Arma si chiuse con un bilancio positivo. I militari italiani dimostrarono la loro professionalità e il loro accurato addestramento. La missione risultò molto utile come banco di prova per l’ulteriore esperienza di lavoro con Polizie di altri Stati.