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Il fallimento della rivolta

Eduardo Matania, Mazzini scongiura Ramorino di proseguire nell'impresaAll’atto pratico, il progetto di Mazzini si rivelò velleitario (se non suicida). L’apostolo genovese sarebbe stato, anche negli anni successivi, l’ispiratore di missioni impossibili, nelle quali molti uomini persero la vita. Quasi sempre la collaborazione della popolazione civile si rivelò illusoria, e qualche volta furono addirittura i popolani a imbracciare le armi contro i patrioti. Anche nel 1834 Mazzini era persuaso di poter contare sull’appoggio della gente. In un proclama del 1° febbraio di quell’anno (firmato dallo stesso Mazzini) si esprimeva la certezza che «in ogni città, borgo, o villaggio le campane suoneranno a martello» e che «i patrioti percorreranno le vallate e le campagne per propagare l’insurrezione» e che «ogni paese insorto segnalerà la sollevazione con dei fuochi accesi sulle alture». La rivolta fallì anche per altre ragioni: il sostanziale tradimento di Ramorino, l’intervento di altri governi (quello svizzero fece sequestrare le armi ai polacchi, disperse i volontari tedeschi e arrestò molti congiurati). Il ruolo dei Carabinieri risultò comunque determinante. L’Arma riuscì a infiltrare alcuni suoi uomini fra i rivoltosi, venendo in tal modo a conoscere in largo anticipo tutte le mosse dei mazziniani e dei loro ­alleati.
I mille uomini che poterono entrare nei territori del Regno di Savoia erano sparsi in vari gruppi con una pressoché totale mancanza di coordinamento fra l’uno e l’altro. Ci vollero poche ore per sconfiggerli e disperderli. «Ai primi scontri», scrive Gianni Oliva nella sua Storia dei Carabinieri, «gli insorti si sbandavano riparando oltre il confine svizzero e francese ed esaurendo in poche ore un movimento che avrebbe dovuto dare inizio alla rivoluzione nazionale: lasciavano sul campo due morti e due prigionieri (che sarebbero stati fucilati a Chambery alcuni giorni dopo), ma soprattutto le illusioni nutrite nei mesi precedenti». Mazzini scrisse: «Io ero attonito. Ero stanco della vita, di me, di tutti». 
In definitiva, quell’azione rafforzò il Regno di Sardegna, che dimostrò di sapersi difendere e offrì anche qualche episodio glorioso, come quello di Giovanni Battista Spadaccino (Medaglia d’Oro alla Memoria per il valore dimostrato sul campo), che conferì all’Arma un’immagine gloriosa al servizio dello Stato. Una settimana più tardi, un ordine del giorno firmato dal primo Segretario di Guerra, Emanuele Pes di Villarmina, ricordava il sacrificio dell’eroe con queste parole: «Militari piemontesi, in qualunque circostanza si presenti, nel momento del massimo periglio, ricordatevi del prode carabiniere! Con qual occhio, con quanta paterna cura il Vostro Re vegli su di voi e sulle vostre famiglie, non occorre che io ve lo annunzi: ve lo dicono i fatti». La monarchia trasse un indubbio beneficio da quella rivolta.