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I Carabinieri nel Novecento Italiano

L'uomo nuovo. Un mito. 1936-1939

 Nella storia dell’umanità è sempre esistito il “mito” di una redenzione dell’Uomo sia in senso religioso che laico: come “ritorno” a Dio dopo la sconfitta di Satana, oppure la realizzazione di una condizione di assoluta libertà dopo aver distrutto il “nemico”. Il Novecento ha sperimentato le ideologie per l’Uomo nuovo: con la “comunità di eguali” del comunismo; con la “comunità di sangue” del nazismo; con la “comunità nazionale” del fascismo. Ciascuna ideologia con il proprio “nemico” da eliminare: il “borghese-capitalista” per i comunisti; le “razze inferiori” per i nazisti; la “borghesia” per i fascisti intesa, però, non come classe, bensì come modo di concepire la vita.

Nel fascismo erano confluite le correnti antipositiviste come il volontarismo, l’attivismo, il pragmatismo, lo spiritualismo esaltati dai Vociani, dai Futuristi, dai Sindacalisti rivoluzionari e da D’Annunzio: tutti protesi a trasformare l’italiano in un Uomo nuovo. Dopo la guerra, l’arditismo, il combattentismo, crederanno di avere incarnato l’Uomo nuovo nello squadrismo e nella lotta alla borghesia, “imboscata” e “pacifista”. In sostanza, all’Uomo nuovo fascista si contrapponeva il “vecchio” borghese, in un primo tempo individuato nelle categorie a-fasciste come la nobiltà, il clero, l’aristocrazia in genere. Cui si aggiungeranno, successivamente, molti dei ceti medi corrotti dai personaggi del bel mondo.

I quali personaggi, a loro volta imitavano modelli di vita francesi, inglesi e soprattutto americani: la musica jazz, il tennis, il polo, gli incontri mondani per il bridge, il garden-party; le frequentazioni esclusive a Cortina d’Ampezzo, Venezia, Forte dei Marmi o addirittura all’estero. Vestivano all’inglese, fumavano e bevevano prodotti stranieri; leggevano esclusivamente autori non nazionali: esterofili in tutto e per tutto. Un vivere caratterizzato dallo snobismo, fondato su spregiudicatezza di costume, individualismo, esasperato disprezzo per tutto quanto apparteneva alla sfera dello spirituale; sul neo-malthusianesimo (uno, massimo due figli); sullo scetticismo e l’indifferenza ai problemi della Nazione; sul pessimismo di facciata che nascondeva invece l’affarismo, l’arrivismo, la voglia di vita comoda e “da caffè”.

L’uomo idealizzato dal fascismo era tutto azione creatrice, amor di Patria, vita austera, lealtà, cora ggio, cameratismo, buon padre e perfetto soldato; la donna moglie fedele, madre amorevole e casalinga. Membri di una società amante della natura, dedita al risparmio, al lavoro e all’autarchia (a una forma di no-global). Sin dall’inizio il fascismo fu polemicamente antiborghesia in chiave decisamente spirituale. Da qui l’educazione delle giovani generazioni di cui si è detto come “fascistizzazione”.

Verso il totalitarismo. Nel contesto della polemica antiborghese per la creazione dell’Uomo nuovo si sviluppa anche una polemica sindacale: per cui l’Uomo nuovo non poteva nascere soltanto da una Rivoluzione culturale, ma la stessa doveva essere integrata da una Rivoluzione sociale. La linea sociale si sviluppa ancor più dopo la Guerra d’Etiopia, specie nel mondo giovanile, dei sindacati e degli intellettuali emergenti. Il dibattito si fa pericoloso per l’ala conservatrice fascista, quella “autoritaria” dei nazionalisti (Rocco, Federzoni), decisamente antisocialisti. È il momento in cui prende forza la corrente “totalitaria” (Bottai).

Il discorso è di importanza vitale, perché si sposta sempre più verso una svolta sociale, su un “secondo fascismo” che col tempo investirà temi di fondo dell’organizzazione e della vita dello Stato: punti focali, quello della “rappresentanza” e del suo libero formarsi, specie in ambito sindacale. Si auspica l’applicazione della Legge 1934 delle Corporazioni, che prevedeva il tradizionale istituto delle elezioni per la formazione dei vari organi e per la nomina delle varie cariche delle associazioni di categoria: dalle più basse alle più alte.
Si tende verso una “democrazia fascista” sia pure in un sistema totalitario. In attesa di una svolta sociale, intanto, va avanti la Rivoluzione culturale: «Tutto il Paese doveva diventare una grande scuola di permanente educazione politica che facesse degli italiani dei fascisti integrali, degli uomini nuovi, mutando le loro abitudini, il modo di vita, la mentalità, il carattere e, al limite, la struttura fisica» (Renzo De Felice). Da qui, una serie di provvedimenti, alcuni discutibili, altri di interesse: l’abolizione del “lei”, il “passo romano”, tutti in uniforme il sabato-fascista, battaglia demografica e contro il celibato (prestiti matrimoniali, assegni di nuzialità, premi per le partorienti, case popolari eccetera), battaglia contro l’esterofilia, politica economica autarchica, no all’americanismo culturale (come modello di vita), disposizioni ai settimanali umoristici (Il Travaso, Marc’Aurelio, il Bertoldo eccetera) di non ironizzare sul matrimonio, la figliolanza numerosa, la religione, i personaggi storici, ma prendere di mira gli ambienti mondani, i “gagà” e le “gagarelle”, il linguaggio “straniero” e via elencando.
Si esalta la vita contadina; si migliora l’educazione («la persona civile non sputa per terra e non bestemmia»), e la salute della “stirpe” (lotta alla tubercolosi e… alle mosche) con ginnastica, refezioni, colonie e… olio di fegato di merluzzo a cucchiaiate a scuola. Si interviene su teatro e cinema per copioni italiani; idem per la musica.