STORIA E CULTURA
NOZZE D’ORO PER DUCHESSA E ROMEO
30/05/2021
di Monica Nocciolini

Compie cinquant’anni il classico Disney “Gli Aristogatti” ambientato in una Parigi dai colori pastello pervasa da jam session di jazz. Ma questi non sono i soli felini celebri del grande schermo

Foto A - W. DisneyLa sofisticata micetta Duchessa e il più rustico Romeo «er mejo der Colosseo» festeggiano le nozze d’oro. Compiono 50 anni gli Aristogatti, la coppia felina più nota dei cartoon approdata sul grande schermo per la prima volta l’11 dicembre 1970 negli Stati Uniti per poi giungere l’anno successivo in Italia. Il film animato diretto da Wolfgang Reitherman è un sempreverde tra i Classici Disney, l’ultimo approvato da Walt Disney in persona. Ma cosa rende questa colonia felina di celluloide tanto efficace nella narrazione e nell’immagine, così da farne celebrare il cinquantenario in grande spolvero? Innanzitutto la tipizzazione dei personaggi, i cui caratteri si intersecano secondo schemi consolidati anche in altre fortunate esperienze non solo cartoon. La lei raffinata che si innamora del lui temprato dalla strada è del resto un cliché della commedia umana – vedi ad esempio Grease – ma anche di altre celebri esperienze “animate” tra cui quella dei cugini cani Lilli e il Vagabondo. Con gli Aristogatti il tipo tosto che cede al batter di ciglia della candida Duchessa è Romeo, gatto romano e romanesco nella versione italiana della storia, ambientata nella Parigi del 1910. L’intreccio si incardina su una complicata vicenda ereditaria. Madame Adelaide - la proprietaria di Duchessa e dei suoi tre piccoli Minou, Matisse e Bizet – lascia loro i suoi averi. La combriccola miciosa diviene dunque oggetto di brama da parte del maggiordomo di lei, Edgar, che li rapisce per appropriarsi del lascito. Smarriti nelle campagne, i micetti si imbattono nel gatto randagio Romeo – che nella versione originale è l’irlandese Thomas O’Malley – il quale se ne lascia conquistare perdutamente.

FOTO BDa lì le peripezie, con gli intermezzi buffi assegnati spesso ai cuccioli secondo un ritmo drammaturgico strutturato con cadenze da teatro lirico. E a proposito la colonna sonora aiuta non poco. Al di là delle melodie intonate durante il cartone dai vari personaggi, i suoni di cornice amplificano le antropomorfizzazioni soprattutto espressive generate dai disegnatori secondo tecniche collaudate che ingrandiscono gli occhi, arrotondano le forme soprattutto dei cuccioli o atteggiano posture, zampe e polpastrelli in modo da facilitare e assicurare la cassaforte del successo di ogni atto artistico. L’immedesimazione da parte dello spettatore e la duttilità rispetto al suo individuale orizzonte d’attesa vengono via via gratificati da eventi narrativi previsti e stimolati da altri che sterzano l’apparente naturale dipanarsi della trama. Sono i cosiddetti colpi di scena.

FOTO CNON SOLO ARISTOCRATICI

Non di soli Aristogatti si nutre la declinazione felina nella cinematografia d’animazione, in lungo o cortometraggio. Trent’anni prima dei mici parigini disneyani, ovvero nel 1940, William Hanna e Joseph Barbera avevano creato la serie Tom & Jerry, presto divenuta la più popolare di sempre nel genere. Qui il perimetro narrativo si compie nel perenne antagonismo tra i due col gatto grigio Tom – Thomas è il vero nome – il cui passatempo preferito è bullizzare il topolino Jerry. La dinamica relazionale tra loro è sempre sovrapponibile, con Tom più grande di stazza, certo, ma meno intelligente e veloce del topolino che lo teme, sì, ma anche un po’ lo compatisce tanto che qualche volta lo lascia anche vincere. La quantità di episodi della serie ha portato gli autori a esplorare, in versione animata, anche tematiche scottanti spesso prese di mira con provvedimenti censori. Autoimposto dai produttori fu ad esempio il blocco delle sequenze in cui alcuni personaggi si rilassavano con un sigaro, nate in epoca nella quale il fumo non destava opposizione e poi invece divenute inopportune, bersaglio di critiche e reprimende da parte degli spettatori.

Se Tom può destare irritazione per il gusto che ricava nel molestare una bestiola più piccola di lui, non altrettanto accade a Silvestro, il gatto bianco e nero uscito dalle matite della Warner Bros a metà degli Anni Quaranta del Novecento. Forse è lui il più antropomorfizzato tra tutti i gatti dei cartoni. Tende a intenerire mentre tenta di acciuffare il canarino Titti o il topolino messicano Speedy Gonzales, finendo sempre per rimediare guai simili a quelli che appassionano nella serie con Willy il Coyote e Beep Beep. Silvestro è talmente maldestro da indurre il suo stesso figlioletto Silvestrino – i cui contorni sono ancora una volta arrotondati per richiamare l’infante e gli occhi grandi a dismisura – a uscire con una busta di carta in testa per non farsi prendere in giro dagli amichetti. Nel cartone Titti quasi sempre mette in scacco Silvestro, portando a casa penne e piume mentre il gatto si fa malissimo incorrendo in ogni accidente possibile, prime tra tutto le proverbiali ombrellate della Nonna.