I maestri del sorriso

Antologia degli umoristi italiani del Novecento. Alberto Sordi

 È molto improbabile, se non addirittura impossibile, trovare un italiano, giovane o anziano che sia, il quale non abbia mai visto un film con Alberto Sordi, e che non abbia perciò riso fino alle lacrime per le sue scene e battute di assoluto divertimento. Talora anche commuovendosi.

Nell’Albertone nazionale – di volta in volta interprete magistrale dell’ingenuo guascone o della simpatica canaglia, prototipo di un certo italiano-medio, un po’ sornione quanto generoso, all’occorrenza arrogante e opportunista, impenitente dongiovanni, gattamorta o furbastro (ma in fondo sempre perdonabile e di gran cuore) – molti possono in qualche misura riconoscersi. Il grande attore romano resta, infatti, lo specchio più fedele del costume spontaneo e un po’ provincialotto di un’Italia d’altri tempi, esuberante e fors’anche esagerata, ma gioiosamente fantasiosa e sentimentale: quella del dopoguerra, delle borgate piene di creativa vivacità, dei “poveri ma belli”, del miracolo economico, della dolce vita...

Talento eclettico e precocissimo, di temperamento estroverso, romano verace e per di più trasteverino, ultimo di quattro figli, Sordi nasce nella Capitale il 15 giugno 1920. Il padre Pietro è professore di musica e suonatore di bombardino al Teatro dell’Opera di Roma; la madre, Maria Righetti, è un’insegnante elementare. Poco più che bambino, improvvisa recite con un teatrino di marionette, e canta come soprano nel coro di voci bianche della Cappella Sistina. A 16 anni parte per Milano, iscrivendosi al corso di recitazione dell’Accademia dei Filodrammatici, ma verrà espulso a causa della sua pronuncia fortemente dialettale («Che ce potevo fa’?», confesserà poi. «A me, me veniva naturale dire guera o tera, co ’na “erre” sola...»).

Destinato ad una formidabile carriera, prima come doppiatore (prestò la voce a Ollio, alias Oliver Hardy), poi attore, regista, sceneggiatore, compositore e cantante, Alberto Sordi inciderà ben presto e fortemente sulla storia del cinema italiano, prendendo slancio dalle sue prime spassose trasmissioni radiofoniche, con le indimenticabili “macchiette” del Conte Claro, dei Compagnucci della Parrocchietta, o di Mario Pio («Pronto? Qui Mario Pio... Con chi parlo, con chi parlo io?»). Sarà fatale l’incontro con Federico Fellini, che gli offre la parte di protagonista ne Lo sceicco bianco, e poi ne I vitelloni, dando così l’avvio ad una lunga serie di pellicole, che faranno del giovane attore capitolino una stella di prima grandezza, con più di centocinquanta film all’attivo.

Impossibile sceglierne il migliore: da Il vigile a Il medico della mutua a I complessi (nel ruolo del “dentone”, bravissimo e impeccabile, che nonostante l’imbarazzante difetto, vince il concorso di lettore del telegiornale alla Rai). Alcuni, tuttavia, restano davvero emblematici. Come Un americano a Roma (regia di Steno, 1954), dove personifica la figura del giovane Nando Mericoni (detto anche Santi Baylor), giovanottone ammaliato dall’epopea americana, che parla con un improbabile slang mutuato dalle pellicole d’oltreoceano, scimmiotta i balli alla Gene Kelly e sogna di trasferirsi a Kansas City. In una classica scena, immerso nell’acqua di una marana, il fosso tipico della campagna romana, imita le gesta dell’attore Johnny Weissmuller, simulando, tramite un tronchetto di legno, una lotta concitata con un fantomatico coccodrillo, mentre tutt’intorno gli amici lo incitano con grande partecipazione: «Daje, Nando, facce Tarzan!».

O in quell’altra scena – fra le più leggendarie – che vede Nando rientrare a casa di notte, e in cucina trovare un piatto già pronto di pastasciutta lasciatogli in caldo dalla madre. In un primo tempo – com’è noto – lo scansa sdegnoso (non essendo una pietanza in stile yankee) e lo sostituisce con altre vivande più americaneggianti, a base di marmellata, yogurt, latte o mostarda, salvo poi rimetterle da parte per riprendere senza indugio il più casareccio ma goloso piatto di pastasciutta, affondandovi la forchetta con avidità, e giustificando il proprio cedimento con un solenne: «Maccarone, m’hai provocato, e io te distruggo: io me te magno!».

Altrettanto esilarante è la scena dell’esame di francese per la promozione a vigile metropolitano (in Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo, diretto da Mauro Bolognini nel 1956, con Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Gino Cervi e Nino Manfredi), dove Sordi, alquanto impreparato, non conoscendo l’esatta versione in francese di “zia”, cerca astutamente di aggirare l’ostacolo, traducendo la frase originaria “Il giardino di mia zia” con un ingegnoso giro di parole: Le jardin de la soeur de ma mère (“Il giardino della sorella di mia madre”)!
Una citazione speciale la meritano anche alcune brillanti trasposizioni cinematografiche di Molière, come Il malato immaginario (1979) e L’avaro (1990), entrambi diretti da Tonino Cervi, inframmezzati dallo scoppiettante e spettacolare Il Marchese del Grillo (di Monicelli, 1981), dove – fra le varie battute in romanesco più o meno grasso – c’è la celebre e irriverente «Me dispiace: io so’ io, e voi...».

Albertone s’era fatta la nomea di essere un po’ tirchio e, soprattutto, quella di non volersi sposare. Lui confermava: «Dubito fortemente di poter essere matrimoniabile». Aggiungendo: «Non mi sposo, perché non mi piace avere della gente estranea in casa». Quanto alla sua (vera o presunta) pigrizia, dichiarava convinto: «La ginnastica e il footing sono in gran parte attività masochistiche, proprio perché punitive della nostra istintiva passione per la spaparanzata».

Dimostrando le sue vaste doti di attore completo, Sordi eccelse anche in ruoli drammatici, primo fra tutti quello del soldato fannullone, imboscato e pavido, che infine diventerà un eroe suo malgrado, cadendo fucilato insieme al compagno di sventura, interpretato da Vittorio Gassman, nel capolavoro La grande guerra di Luigi Comencini, del 1959.

Non meno intensa e penetrante è la figura del geometra immotivatamente incarcerato in Detenuto in attesa di giudizio (Nanni Loy, 1971), che gli valse l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. E ancora, fra le molte altre, la vicenda delicata e amarissima di Un borghese piccolo piccolo (del 1977, regia di Mario Monicelli, premiato con il David di Donatello): una pellicola che segna, in sostanza, la fine della spensierata “commedia all’italiana”.

Come regista, Alberto Sordi girò diciotto pellicole, tra cui Fumo di Londra, Polvere di stelle (con Monica Vitti), Il tassinaro, e la romantica Nestore, l’ultimo vetturino. Fu attivo anche in televisione, partecipando a numerose trasmissioni. Restano memorabili, e di grande divertimento, i duetti con Mina in Studio Uno, e la serie Alberto Sordi, Storia di un italiano di Giancarlo Governi, spaccato critico della nostra società di fine Novecento, attraverso spezzoni dei suoi film di maggiore successo.

Fra gli innumerevoli premi e benemerenze, la Mostra del Cinema di Venezia gli assegnò, nel 1995, il Leone d’Oro alla carriera. Il 15 giugno 2000, ricorrendo il suo 80° compleanno, il Sindaco di Roma Francesco Rutelli gli cedette per un giorno la fascia di primo cittadino della Capitale.

Alberto Sordi, l’Albertone ancora oggi amato da un pubblico immenso, morì il 24 febbraio 2003. Il suo grande amico e regista Mario Monicelli, ebbe a dichiarare: «È stato un comico capace di contraddire tutte le regole del comico». Nel cielo della romana piazza San Giovanni, durante i suoi funerali, con la partecipazione di una folla straripante, stimata in cinquecentomila persone, tirato da un piccolo aereo, apparve uno striscione con su scritto: ’Sta vorta c’hai fatto piagne!

(30. continua)