Quella suora poco... angelica

C’è voluta la prontezza di spirito di un parroco ottantaquattrenne, oltre all’intuito dei carabinieri della Stazione di Cles, per incastrare i tre giovani truffatori che avevano preso di mira i sacerdoti di tutto il Nord Italia, ai quali millantavano inesistenti donazioni
Un militare della Stazione di Cles davanti a una delle parrocchie prese di mira dalla bandaNon è ancora certo il numero di colpi messi a segno dalla banda di giovanissimi truffatori che aveva preso di mira i parroci di piccole chiese sparse per il Nord Italia. Promettendo loro una cospicua eredità in arrivo, riuscivano a farsi dare migliaia di euro per le spese notarili di successione. A fermare i tre ventenni ci hanno pensato i carabinieri del Comando Provinciale di Trento, i quali però non hanno abbandonato le indagini: stanno infatti cercando la mente che ha messo in piedi un raggiro tanto ben congegnato, con troppa inventiva, sembrerebbe, per dei ragazzi con solo qualche precedente penale alle spalle.

L’ingegnoso meccanismo di truffe si è inceppato a maggio, quando gli impostori sono incappati in un prete che – nonostante l’età avanzata – ha avuto la prontezza di riflessi per notare qualche anomalia nel loro comportamento e segnalare l’accaduto alla Stazione Carabinieri di Cles. L’allora Comandante, il maresciallo ASuPS Fabrizio Raciti (oggi alla guida della Stazione di Cavalese, sempre nel trentino) ha fatto il resto. Mettendo in piedi un’indagine alla vecchia maniera: grazie ad una capillare raccolta d’informazioni e al fiuto investigativo, l’inchiesta ha portato alla veloce identificazione dei tre responsabili, che in quindici giorni sono stati tutti denunciati all’Autorità Giudiziaria di Trento.

«Il parroco, un uomo di 84 anni che svolge il suo servizio in una frazione di Cles, ci ha telefonato nei primi giorni di maggio», ricorda il maresciallo Raciti, «raccontandoci di come, dopo l’iniziale soddisfazione per la notizia di un lascito di 53mila euro a favore della sua parrocchia, si fosse insospettito per l’atteggiamento delle persone che ruotavano attorno a questa vicenda. Ricevuta la telefonata di un sedicente notaio, infatti, che lo informava dell’eredità e chiedeva 4mila euro di spese per sbloccare il lascito, il prelato è stato più volte sollecitato ad eseguire il bonifico. Tra le tante conversazioni, a far dubitare il sacerdote c’è stata la chiamata di una donna che si spacciava per tale “suor Angelica del vicariato di Trento”, anche lei interessata a spronare il parroco ad effettuare il pagamento. In quella circostanza, il prelato si era incuriosito per l’orario in cui aveva ricevuto la chiamata, dopo le 19, manifestando anche alla donna i suoi dubbi e domandandole direttamente se a quell’ora gli uffici religiosi di Trento non fossero chiusi. La reazione della suora ha confermato quei sospetti; la truffatrice non ha saputo gestire l’imprevisto. Si è agitata e ha attaccato subito il telefono, senza dare una spiegazione».

I carabinieri trentini non hanno sottovalutato la situazione. Da Cles è partita anzi una segnalazione rivolta a tutti i Comandi Carabinieri d’Italia. In questo modo si è scoperto che la banda delle truffe ai preti era già all’opera da almeno un anno e mezzo, colpendo esclusivamente il Nord Italia. Agli atti, però, sono finite solo le denunce dei raggiri non andati a buon fine: due nella Val di Non e uno della Val d’Adige. Quelli andati a segno, probabilmente, i parroci hanno preferito non denunciarli.

«Abbiamo avviato subito le indagini», riprende a spiegare il maresciallo Raciti, «concentrandoci sui numeri di telefono lasciati al sacerdote che ci ha segnalato la circostanza. I truffatori, infatti, volevano che il prete facesse sapere loro quando fosse avvenuto il pagamento delle spese». Non c’è voluto molto a capire che le utenze, spacciate come recapiti di uno studio notarile di Torino inesistente, erano state inventate. Tutte tranne una, che forse per distrazione era stata lasciata senza variare alcuna cifra.

«Quell’unico numero di telefono realmente esistente», aggiunge il Comandante Raciti, «ha rappresentato il bandolo della matassa». L’utenza era intestata infatti a un rumeno di vent’anni. A quel punto Raciti, coadiuvato dal maresciallo Ilaria Di Micco, con una lunga ricerca di archivio è riuscito a scoprire che in passato il giovane straniero era stato controllato da alcuni colleghi mentre si trovava con una ragazza italiana di ventotto anni, la stessa che poi si scoprirà essersi presentata come Suor Angelica.

«Il ragazzo rumeno», racconta il maresciallo Di Micco, «non aveva precedenti specifici, perciò ci siamo concentrati per verificare anche il passato di chiunque fosse stato identificato in sua compagnia. È così che abbiamo trovato il nome di una donna di Torino, con precedenti per truffe ai parroci».

Da lì, la ricerca ha preso corpo e in breve tempo ha portato all’ultimo anello della banda: un altro italiano, diciannovenne, che fingeva di essere il famigerato collaboratore dello studio notarile al quale andavano pagate le consistenti spese legali. Identificata la banda, è scattata la denuncia per tentata truffa aggravata in concorso.