I Mille secondo Camilleri

Sospendiamo i limoni di Camilleri (fate conto che non sia la loro stagione), per dare spazio a una lunga chiacchierata, indovinate su cosa? Niente di meno che, udite udite, la Spedizione dei Mille!
Maestro, chi era il signor Garibaldi? A quali altri personaggi della Storia lo possiamo paragonare?
«Mi rendo conto che il paragone può apparire ardito, ma in ciò che vado a dire non c’è alcuna considerazione, per così dire, politica. Mi attengo alle figure umane, come la storiografia ce le propone. Guardando alla mitologia odierna, Giuseppe Garibaldi potrebbe essere considerato una sorta di Che Guevara, che però non commette il suo errore, cioè andare dove non c’è un terreno fertile. Garibaldi sceglie perfettamente il teatro in cui operare: la Sicilia. L’isola era stata un continuo terremoto, dal 1848 in poi. Anche perché il Regno borbonico si era preoccupato di regnare, ma non di avere dei cittadini borbonici, di trovare un’unità al suo interno, per esempio tra napoletani e siciliani. In Sicilia, anche per questo motivo, le spinte separatiste rimasero vivissime. Vi attecchirono in parallelo le idee liberali, che erano molto combattute a Napoli, dove si avvertiva la diretta pressione dei Borbone, mentre a Palermo non era così. Il capoluogo isolano aveva avuto addirittura un suo Senato, una forma d’indipendenza con Ruggero Settimo, e quindi il terreno era ottimo, per una rivolta».

Era stato ben arato, fra l’altro...
«Certamente. Da Francesco Crispi e da Rosolino Pilo, soprattutto. Crispi nel 1859 era stato due volte in Sicilia con un passaporto inglese e aveva messo in piedi questi cosiddetti Comitati rivoluzionari, che diffondevano presso il popolino alcune idee fondamentali. Prima fra tutte, quella di dare la terra ai contadini, antica promessa dei Borbone mai mantenuta. Loro avevano fatto una riforma del demanio, ma si erano ben guardati dall’attaccare i privilegi, le baronie. La speranza della terra attecchì molto in Sicilia, salvo essere una nuova delusione, perché anche dopo la caduta dei Borbone vennero distribuite un po’ di terre demaniali, ma il grosso rimase nelle mani dei vecchi proprietari e qualsiasi tentativo rivoluzionario venne represso, come a Bronte, dove agì Nino Bixio in persona».

(continua)