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Rivista tecnico-scientifica ambientale dell'Arma dei Carabinieri                                                            ISSN 2532-7828

FAUNA 
SOSTENIBILITÀ DEL PRELIEVO VENATORIO ED UTILIZZO A SCOPO ALIMENTARE DEGLI ANIMALI ABBATTUTI
13/11/2017
di Riga Francesco – Tecnologo - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA)

Una figura importante per la gestione delle carni della selvaggina potrebbe essere il cacciatore formato, in grado di valutare il comportamento degli animali prima dell’abbattimento e di compiere analisi post-mortem. Il suo ruolo renderebbe più veloci i controlli sanitari e più facile la realizzazione di una filiera efficiente per le carni derivanti dall’attività venatoria


 

RIASSUNTO:

Nonostante una diminuzione del numero dei cacciatori nel territorio nazionale, l’attività venatoria è ancora un’attività importante che potrebbe avere un forte impatto su alcune specie selvatiche e, al tempo stesso, costituire una fonte di carni alternative per il consumo umano. Di conseguenza, è necessario adottare un tipo di prelievo in grado di consentire comunque la conservazione delle specie cacciabili (sia stanziali, sia migratorie), sia prevedere misure in grado di assicurare la massima sicurezza alimentare per le carni da selvaggina. In merito a quest’ultimo punto, il recepimento dei regolamenti comunitari a livello regionale e locale è di massima importanza per la definizione delle modalità con cui utilizzare le carni di specie selvatiche nel rispetto delle norme sanitarie. Un ruolo importante deve essere svolto dal cacciatore formato in materie di igiene e sanità che, grazie alle competenze acquisite, potrà effettuare le analisi preliminari dei capi abbattuti e costituire l’anello di base per il monitoraggio sanitario della fauna selvatica.

ABSTRACT:

Sustainalble hunting and game meat consumption
Despite the decrease in hunters number in Italy, hunting is still an important activity with a strong impact on wild birds and mammal species conservation.

Therefore, it is necessary to adopt a type of hunting which will allow the conservation of huntable species (whether stationary or migratory) and to provide means to ensure maximum food safety for game meat. However, EU regulation as applied at regional and local level are important to define the rules for a safe game meat consumption. Skilled hunters in the matters of health and hygiene and enabled to undertake an initial examination of game fauna on the field plays a key role. Trained hunter could be part of a wider wildlife health monitoring scheme.

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_DSC7896Fin dall’antichità la caccia è stata uno dei principali motori dell’evoluzione dell’uomo ed ha rappresentato una costante nella storia della civilizzazione umana, sia per quanto riguarda gli aspetti pratici della vita quotidiana (come fonte primaria o secondaria di sostentamento), sia per ciò che concerne l’evoluzione culturale dell’uomo (Clark, 1969). Lo sfruttamento della fauna selvatica ha però causato, fin dall’antichità, l’estinzione di molte specie selvatiche. Non è quindi sorprendente che i primi tentativi di gestire il prelievo risalgano già al 2500 a.C. nell’antico Egitto e che Carlo Magno nell’VIII secolo abbia emanato una serie dettagliata di leggi riguardanti il prelievo della selvaggina. Il concetto di limitare il periodo di caccia alla fauna selvatica per consentire la sopravvivenza a lungo termine delle specie era, inoltre, già stato adottato dal sottocomitato della caccia del Comando Supremo Mongolo durante il Regno di Gengis Khan nel XIII secolo (Caughley, 1895; Raganella Pelliccioni et al., 1993). Tuttavia, l’istituzione delle licenze di caccia e del limite individuale al carniere è stato introdotto soltanto nella seconda metà del 1800. Un decisivo cambiamento è avvenuto soltanto negli anni ’30 del secolo scorso, grazie ad Aldo Leopold (1933) che ha favorito lo sviluppo di un nuovo approccio alla gestione, guidato in modo sinergico dalle informazioni ottenute dalla ricerca scientifica e dall’evoluzione della normativa sulla conservazione della fauna selvatica.

A livello globale, lo sfruttamento della fauna selvatica è in questo periodo maggiore che in passato, principalmente a causa di molteplici ragioni. La popolazione umana, ad esempio, è superiore a 7,4 miliardi di persone, un livello mai raggiunto prima, ed esercita un forte impatto in ogni parte della superficie terrestre e, in misura sempre maggiore, sugli oceani e sull’atmosfera. Il risultato di questa escalation della popolazione umana e dell’incremento del consumo delle risorse naturali è un pericolo sempre maggiore di estinzione per molte specie di Uccelli e Mammiferi, sia a causa della degradazione dell’habitat idoneo, sia per il prelievo diretto della fauna (per scopi commerciali, di sussistenza o ricreativi).

In Italia, l’andamento delle popolazioni di molte specie oggetto di caccia (e di interesse conservazionistico) appare controverso e determinato principalmente dalle modificazioni ambientali che hanno interessato il territorio, piuttosto che dal prelievo venatorio. L’abbandono delle coltivazioni in ambiente montano, (una diminuzione della superficie agricola di oltre 2 milioni di ettari solo negli ultimi 20 anni), l’incremento della superficie forestale hanno sicuramente influito positivamente sulle specie legate agli ambienti forestali e di ecotono (ad esempio cinghiali, cervi e caprioli). Al contrario, le specie adattate agli agroecosistemi (lepri, fagiani, starne, ecc.) stanno attraversando un periodo di contrazione.

_DSC7926Altro aspetto da considerare è il decremento della popolazione venatoria nel nostro Paese; si è passati da 1.701.853 cacciatori nel 1980, a 751.876 nel 2007 e 579.252 nel 2016; anche ammettendo lievi variazioni dovute al metodo di stima di questi numeri (numero di licenze di caccia o numero di tesserini venatori rilasciati dalle amministrazioni locali) è evidente una tendenza negativa. Tuttavia, questa diminuzione non implica automaticamente una bassa incidenza della caccia sulla fauna stanziale o migratrice, in quanto un errato prelievo potrebbe compromettere la sopravvivenza delle popolazioni, soprattutto se questa causa di mortalità si aggiunge ad altre cause naturali derivanti dalla perdita di habitat idoneo o da “catastrofi” naturali, ad esempio primavere-estati particolarmente siccitose ed incendi di grandi proporzioni (cfr. Genovesi, 2016). Di conseguenza, anche se il numero dei cacciatori risulta in diminuzione, è necessario un approccio complessivo per la gestione delle specie animali che prenda in considerazione la dinamica delle popolazioni, le condizioni ambientali e le possibili minacce per la conservazione delle popolazioni.

 

_DSC8662Il prelievo sostenibile della fauna

 

Il prelievo venatorio della fauna omeoterma, è regolato dalla LN 157/92 che menziona e recepisce le direttive europee e quelle internazionali; questa legge nazionale (e le sue emanazioni regionali) consente l’esercizio dell’attività venatoria, purché essa non si ponga in contrasto con la necessità di conservare le popolazioni. È importante notare che la LN 157/92 definisce la fauna selvatica come “patrimonio indisponibile dello stato”, tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale. La legge stabilisce anche le modalità di programmazione della gestione venatoria attraverso lo strumento del Piano Faunistico Venatorio Regionale, che organizza il territorio-agro-silvo-pastorale e le attività di gestione faunistica finalizzandole al raggiungimento ed alla conservazione delle densità ottimali per ciascuna specie (Raganella Pelliccioni et al., 2013).

L’obiettivo di conservare le popolazioni ed il raggiungimento delle densità ottimali può essere raggiunto soltanto applicando un prelievo sostenibile (sustainable yield), che si basa su due principi fondamentali: i) la mortalità dovuta alla caccia dovrebbe sostituire la mortalità naturale, agendo secondo un teorico meccanismo di “mortalità compensativa”; ii) il prelievo venatorio dovrebbe “pilotare” la popolazione cacciata, intervenendo proporzionalmente sull’incremento utile annuo della popolazione per ottenere l’aumento della consistenza, la diminuzione o la stabilità della popolazione (Lovari e Riga, 2016). Il prelievo massimo (Fig. 1), si ottiene quando la popolazione presenta il massimo tasso di incremento, che si verifica quando la consistenza è pari alla metà della capacità portante dell’ambiente (consistenza massima di una popolazione di animali che le risorse presenti nell’ambiente possono sostenere).

La gestione venatoria attuata finora nel nostro Paese, è stata raramente impostata sui principi del prelievo sostenibile e ciò ha causato una mortalità “additiva” per le popolazioni naturali, causandone in molti casi la rarefazione e l’estinzione locale. Il risultato è che la caccia a specie quali la lepre europea, il fagiano e la starna viene effettuata in molte aree soltanto grazie ad interventi di immissione nel territorio di individui di allevamento o di provenienza estera, senza alcuna gestione dell’ambiente per favorire lo stabilirsi delle popolazioni naturali e soprattutto senza acquisire nessun dato sullo status e sulla dinamica delle popolazioni stesse.

_DSC8674Una delle poche eccezioni a questa mancanza di gestione venatoria, è costituita dalla caccia di selezione a Cervidi e Bovidi, nella quale sono previsti piani di abbattimento annuali, calibrati a livello locale (per distretti di caccia), in cui i cacciatori prelevano un numero di capi predefinito sulla base di conteggi e stime della consistenza effettuati durante l’anno. Obiettivo di questa gestione è quello di indirizzare la popolazione verso una consistenza ottimale per l’ambiente ed una struttura in termini di classi di sesso ed età equilibrata, con un teorico rapporto paritario fra sessi (1:1) e una composizione per età bilanciata (Lovari e Riga, 2016; Raganella Pelliccioni et al., 2013).

Sebbene questo tipo di approccio non sia esportabile a tutte le specie oggetto del prelievo venatorio (ad esempio a causa dell’impossibilità di riconoscere il sesso e l’età degli individui in natura), sarebbe auspicabile estendere il più possibile questo tipo di approccio, formulando piani di prelievo quantitativi annuali, sulla base del monitoraggio delle popolazioni e dell’esame degli individui abbattuti. Negli ultimi anni, questo tipo di gestione “virtuosa”, ha cominciato ad essere adottata in via sperimentale anche per altre specie stanziali, ad esempio la coturnice.

 

Il controllo della fauna selvatica

 

Oltre al prelievo venatorio, la normativa nazionale prevede che, al fine di ridurre gli impatti causati dalla fauna selvatica alle attività umane o all’ecosistema, possano essere attuati interventi diretti di controllo degli individui. Questi interventi non sono assimilabili al prelievo venatorio, in quanto possono essere attuati in tutto l’arco dell’anno, con metodi non consentiti per la caccia, purché non causino impatti diretti o indiretti alle specie non target degli interventi (ad esempio nelle ore notturne con l’ausilio dei fari, catture con gabbie trappole ecc.) ed in aree protette (Parchi Nazionali o Regionali, Zone di ripopolamento e cattura, Oasi di protezione, ecc.). Il controllo della fauna è quindi da considerarsi un intervento esclusivamente tecnico e straordinario, finalizzato a risolvere un problema generato dalla presenza della fauna selvatica (il cinghiale è un chiaro esempio di specie problematica).

Le norme di riferimento che consentono gli interventi di controllo della fauna selvatica sono l’art. 11 comma 4 (Parchi Nazionali) e l’art. 22 comma 4 (Parchi Regionali) della LN 394/91 per le Aree protette e l’art. 19 della LN 157/92, per il resto del territorio.

Si noti che la LN 157/92 prevede che il controllo diretto delle popolazioni animali possa essere attuato soltanto dopo aver verificato l’inefficacia dei metodi ecologici per limitare l’impatto della fauna selvatica sulle attività umane; tale indicazione, benché non espressamente prevista dalla legge nazionale 394/91, viene di solito applicata anche alle aree protette. Per metodo ecologico, si intendono tutti gli interventi di prevenzione mirati a ridurre l’impatto che la fauna selvatica esercita sulle attività antropiche (danni alle colture, incidenti stradali, ecc.) o all’ambiente naturale (competizione con altre specie, alterazione documentata degli equilibri naturali) senza intervenire direttamente sulle popolazioni animali ritenute responsabili. Ovviamente i metodi di prevenzione variano a seconda delle specie animali e del tipo di coltura danneggiata.

Altra differenza tra le due normative è che il controllo diretto può essere effettuato nelle aree protette anche da coadiutori, ovvero “persone all’uopo espressamente autorizzato dall’Ente parco stesso” (LN 394/91), mentre nel resto del territorio, soltanto da guardie provinciali, eventualmente coadiuvate da guardie forestali, comunali e proprietari o conduttori dei fondi purché muniti di licenza per l'esercizio venatorio.

A causa della differente base normativa, caccia (anche quella di selezione) e controllo sono due attività distinte che non devono essere confuse; inoltre, anche l’utilizzo degli animali abbattuti durante le attività di controllo è normato in modo diverso rispetto a quello degli animali abbattuti durante l’attività venatoria.

 

Il prelievo venatorio in Italia

 

Come evidenziato in precedenza, alcune specie (in particolare gli ungulati) hanno reagito in modo positivo ai cambiamenti ambientali che hanno riguardato il paesaggio italiano, soprattutto nelle aree montane, mentre altre, quelle più legate agli agroecosistemi tradizionali (coltivazioni non estensive, campi di limitata estensione caratterizzati da siepi e boschi, ecc.) sono andate incontro ad una tendenza negativa. Inoltre, proprio queste ultime specie (lepre, starna, ecc.) sono state gestite per decenni solo con la pratica del ripopolamento, con il risultato di creare popolazioni non riproduttive nel territorio cacciabile, che si azzerano al termine di ogni stagione venatoria.

Nel caso degli Ungulati, si è invece assistito ad un evidente incremento delle popolazioni per quanto riguarda la consistenza, la distribuzione e, conseguentemente, il prelievo venatorio. Nelle tabelle 1 e 2, si riportano a titolo di esempio i dati disponibili nella banca dati Ungulati gestita dall’ISPRA relativi al prelievo venatorio di capriolo (Capreolus capreolus) e cervo (Cervus elaphus). Numeri ancora maggiori sono riferibili al Cinghiale (considerando sia il prelievo venatorio, sia le attività di controllo); infatti, nella sola Toscana nel 2016 sono stati abbattuti quasi 100.000 esemplari e in Emilia-Romagna, nella stagione venatoria 2015-2016 il prelievo è stato di  22.150 individui.

Per quanto riguarda il prelievo degli Uccelli, un recente report dell’ISPRA (Sorace e Amadesi, 2016) realizzato considerando i dati dei carnieri di caccia di otto regioni italiane (Valle d’Aosta, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia), ha dimostrato che, nella stagione venatoria 2014-15, sono stati abbattuti in caccia 1.957.790 uccelli. Inoltre, nella stagione venatoria 2014-15 sono stati abbattuti nella regione Toscana 867.303 uccelli migratori.

Questi dati, seppur parziali ed incompleti (mancano ad esempio i dati relativi al prelievo dei Lagomorfi), mettono in evidenza in considerevole quantitativo di animali abbattuti e, soprattutto per quanto riguarda gli ungulati, la biomassa teoricamente disponibile per il consumo umano.

 

Il consumo e la cessione della fauna selvatica

 

La normativa relativa al consumo, cessione e commercializzazione della carne della selvaggina a vita libera abbattuta a caccia o negli interventi di controllo, derivano dal regolamento comunitario  178/2002/CE relativo ai principi generali della legislazione alimentare e dai provvedimenti comunitari che sono conosciuti come Pacchetto Igiene: Regolamenti CE 852/2004, 853/2004, 854/2004, 882/2004 e Direttiva CE 41/2004 (cfr. Ferri, 2016; Zanni, 2016).

Il primo aspetto da evidenziare è che la caccia è assimilata dal R 178/2002/CE alla “produzione primaria”, al pari del raccolto delle coltivazioni, la mungitura, la produzione zootecnica precedente alla macellazione, la pesca e la raccolta di prodotti selvatici.

Di conseguenza, in caso di autoconsumo entro le mura domestiche degli animali abbattuti a caccia da parte del cacciatore, non si applicano le norme in materia di igiene prodotti alimentari. L’autoconsumo non prevede quindi limiti numerici dei capi di selvaggina che possono essere consumati.

Anche nel caso della cessione diretta al consumatore finale, i regolamenti comunitari (852/2002 e 853/2002) non si applicano “ai cacciatori che forniscono piccoli quantitativi di selvaggina selvatica o di carne di selvaggina selvatica direttamente al consumatore finale o ai laboratori annessi agli esercizi di commercio al dettaglio o di somministrazione a livello locale che riforniscono il consumatore finale”. I concetti di “piccolo quantitativo” e di “livello locale”, sono stati definiti nell’accordo Stato Regioni recante “Linee guida applicative del Regolamento n. 853/2004/CE n. 2477”: la piccola quantità è pari a 1 capo/anno di selvaggina grossa e 500 capi/anno per la selvaggina piccola;  ii) il livello locale viene identificato nella provincia nella quale l’animale è stato cacciato e nel territorio delle province confinanti. Per selvaggina selvatica piccola si intendono gli Uccelli, i Lagomorfi (lepri e conigli) ed i Roditori e per selvaggina selvatica grossa, tutti i mammiferi terrestri selvatici che vivono in libertà e non appartengono alla precedente categoria.

Il cacciatore, al momento della cessione, è però tenuto a comunicare in forma scritta all’esercente l’attività di commercio al dettaglio o di somministrazione, la zona di provenienza degli animali cacciati. Nel caso dei suidi (cinghiale) e degli altri animali selvatici soggetti alla trichinellosi, le carni restano soggette agli esami sanitari relativi alla malattia.

Infine, la commercializzazione per consumo umano della selvaggina abbattuta può avvenire soltanto con il conferimento delle carni presso un “centro di lavorazione” riconosciuto ai sensi del RE 835/2002/CE; i cacciatori che intendono commercializzare la carne degli animali per il consumo umano, devono disporre di sufficienti nozioni in materia di patologie della selvaggina e di trattamento degli individui abbattuti e delle loro carni per poter effettuare un esame preliminare della selvaggina stessa sul posto. Se in base all’osservazione del comportamento dell’animale prima dell’abbattimento e all’esame preliminare post-mortem, il cacciatore formato non ravvisi rischi per la salute umana, la carcassa può essere trasferita al centro di lavorazione senza visceri. In questo caso, la carcassa deve essere accompagnata da una dichiarazione firmata e con numero di serie del cacciatore formato; nel caso di specie soggette a trichinellosi (ad es. il Cinghiale) la testa, ad eccezione delle zanne, e la trachea devono accompagnare l’animale abbattuto.

Nel caso invece che non sia stata fatto l’esame preliminare o se il cacciatore formato individui rischi per la salute umana, i visceri devono accompagnare la carcassa nel trasporto al centro di lavorazione autorizzato ed essere identificabili a un determinato animale.

Il trasporto al centro di lavorazione della carcassa privata dello stomaco e dell’intestino deve essere effettuato il più velocemente possibile.

Anche nel caso di selvaggina selvatica piccola (Uccelli e Lagomorfi), la commercializzazione degli animali abbattuti in caccia deve avvenire esclusivamente attraverso i centri di lavorazione; se il cacciatore formato nota comportamenti anomali prima dell’abbattimento, rischi per la salute umana nel corso dell’analisi preliminare o sospetti di contaminazione ambientale ha l’obbligo di informare le autorità competenti. L’eviscerazione della selvaggina piccola deve essere effettuata o completata senza ritardi al centro di lavorazione della selvaggina, salvo diverse indicazioni dell’autorità competente.

Qualora non sia possibile trasferire immediatamente gli animali abbattuti ai centri di lavorazione per conservarlo alla temperatura idonea (7 °C per la selvaggina grossa e 4°C per la selvaggina piccola) è possibile conservarli per brevi periodi in “centri di sosta o di raccolta”, logisticamente vicini al luogo di abbattimento, dotati di caratteristiche idonee (pareti e pavimenti facilmente lavabili, cella frigorifera di capienza tale da contenere gli animali appesi e non accatastati, registro di carico e scarico dei capi conferiti, contenitori per visceri e altri scarti non destinati al consumo umano, disponibilità di acqua pulita) ed identificati ai sensi della LN 283/62 o registrati ai sensi del RE 852/2004/CE.

Nel caso degli esemplari abbattuti nel corso di interventi di controllo, ai sensi dell’art.19 della LN 157/92 e degli articoli 11 e 22 della LN194/91, la destinazione finale è esclusivamente l’invio ad un centro di lavorazione della selvaggina per la successiva commercializzazione. Infatti, come ricordato sopra, gli interventi di controllo numerico non sono un’attività di caccia e l’operatore può essere considerato solo un prestatore d’opera, che agisce in sostituzione del personale dipendente di un Ente pubblico. Le azioni di controllo vengono gestite sotto la diretta responsabilità e coordinate dall’Ente gestore dell’area protetta o della Regione, ai quali spetta anche il successivo trattamento degli animali abbattuti e la loro commercializzazione. L’animale abbattuto resta, quindi, di proprietà dello stato o dell’Ente pubblico, non del privato coadiutore.

 

Rischi sanitari del consumo delle carni di selvaggina

 

La carne della selvaggina può veicolare gli agenti di numerose patologie in grado di colpire l’Uomo. Ad esempio, le infezioni da Salmonella e Escherichia coli possono essere trasmesse (anche se poco frequentemente) dalle carni di ungulati, anatre e lagomorfi (cfr. Ramanzin et al., 2010). Nel cinghiale è stata trovata la presenza di Mycobasterium tubercolosis, di cui la specie potrebbe essere un serbatoio, anche se la proporzione di animali interessata dal batterio può essere molto variabile. Il rischio di infezione da Trichinella da parte dei suidi è, invece, molto conosciuto e oggetto di specifiche indagini. Benché il rischio di assumere patogeni con il consumo delle carni di selvaggina sia relativamente basso, il trattamento delle carni dopo l’abbattimento è molto importante per limitare il rischio che eventuali patogeni presenti nel tratto intestinale contaminino le carni; da qui la necessità di eviscerare il capo abbattuto nel più breve tempo possibile (soprattutto per gli animali di grandi dimensioni).

I rischi sanitari legati al consumo di selvaggina non sono riconducibili soltanto alle zoonosi presenti negli animali abbattuti, ma anche alla presenza di contaminanti ambientali nelle loro carni e negli organi interni. Questi rischi sono il più delle volte sottovalutati perché la presenza dei contaminanti è identificabile solo in seguito a specifiche analisi, non alla portata dei singoli cacciatori formati.

La contaminazione delle carni di ungulati con il Cesio (137Cs), riconducibile al fall out conseguente all’incidente della centrale di Chernobyl nel 1986, è stata dimostrata in molte aree del Nord Europa, Austria e probabilmente in Italia nord orientale (cfr. Ramanzin et al., 2010). La contaminazione con i radionuclidi ha un andamento stagionale; nel capriolo è più elevata nei mesi autunnali: essendo, molto probabilmente, causata dall’ingestione da parte degli animali dei funghi. Nel cinghiale è invece massima in estate e tende poi a diminuire in autunno ed inverno; ciò è dovuto al consumo del tartufo Elaphomyces granulatus da parte del suide.

Anche i metalli pesanti (cadmio, arsenico, piombo) possono contaminare le carni della selvaggina e sono localizzati soprattutto nei reni e nel fegato. La presenza di questi elementi nelle carni della selvaggina è molto variabile tra le popolazioni e la loro concentrazione è più alta negli animali che vivono in ambienti inquinati dalle attività industriali. La contaminazione avviene principalmente a seguito dell’ingestione da parte degli animali di funghi o licheni che accumulano i metalli pesanti.

Altra causa molto importante di contaminazione da piombo delle carni di selvaggina è la presenza di questo elemento nelle munizioni da caccia. Infatti, i proiettili tradizionali delle armi a canna rigata, utilizzati per la caccia di selezione, quando colpiscono l’animale tendono a frammentarsi in particelle di piccole dimensioni (o addirittura a polverizzarsi), disperdendosi nel tessuto muscolare e in altri organi, anche distanti dal punto d’impatto. La presenza del piombo negli Ungulati abbattuti durante l’esercizio venatorio è stata, da molte indagini, tra cui quella di Chiari et al., (2015), che ha esaminato esemplari di Cervo e Cinghiale abbattuti in Italia settentrionale.

I frammenti di piombo, a causa delle loro piccole dimensioni, non vengono rimossi durante la macellazione degli animali ed il successivo confezionamento delle carni. Di conseguenza, anche nell’Uomo è concreto il rischio di intossicazione da piombo (saturnismo) che può provocare gravi effetti sulla popolazione (ad esempio ritardi mentali) e pesanti ricadute sociali (Cortazar et al., 2009; Hunt et al., 2009). Per ridurre il più possibile il rischio di questa contaminazione e rendere più sicuro il consumo della selvaggina è necessario adottare l’uso di munizioni alternative (che montano le cosiddette palle monolitiche prive di piombo), oggi facilmente reperibili sul mercato e caratterizzate da prestazioni balistiche e costi simili a quelle tradizionali. Questa precauzione dovrebbe essere obbligatoria per gli interventi di controllo della fauna selvatica all’interno delle aree protette e dei siti Natura 2000 e per tutti gli animali che si intende destinare alla commercializzazione (Andreotti e Borghesi, 2012).

 

Il cacciatore formato

 

Una figura importante per la gestione delle carni della selvaggina selvatica, come previsto dal RE 852/2004/CE è il cacciatore formato, in grado di valutare il comportamento degli animali prima dell’abbattimento e di compiere analisi preliminari post-mortem, al fine di identificare eventuali rischi per la salute umana. Il suo ruolo è quello di rendere più veloci i controlli sanitari e di facilitare la realizzazione di una filiera efficiente per le carni derivanti dall’attività venatoria. Inoltre, il cacciatore formato può costituire un anello importante del piano di monitoraggio sanitario della fauna selvatica. Non è necessario che tutti i cacciatori vengano formati, è, infatti, sufficiente che al momento degli abbattimenti, sia presente almeno una persona formata in grado di compiere l’esame preliminare.

Un aspetto critico è costituito dalla formazione: è necessario che gli Enti competenti realizzino direttamente specifici corsi o incoraggino le associazioni venatorie a farlo. Le materie da includere nel percorso formativo sono già state individuate nel regolamento RE 852/2004/CE e riguardano: quadro anatomico, fisiologico e comportamentale della fauna selvatica; comportamenti anomali e modificazioni patologiche riscontrabili nella fauna selvatica; norme igienico-sanitarie e tecniche per la manipolazione, il trasporto, l’eviscerazione dei capi di selvaggina dopo l’abbattimento; disposizioni legislative ed amministrative vigenti in materia di sanità pubblica e degli animali. Oltre a individuare le materie, l’organizzazione del corso deve anche prevedere un numero di ore adeguato (la Regione Emilia-Romagna ha previsto 42 ore complessive), con lezioni frontali ed esercitazioni, una seria valutazione finale e un attestato di abilitazione.

 

Conclusioni

Nonostante la tendenza negativa del numero di cacciatori in Italia, la caccia è un’attività ancora diffusa e praticata su tutto il territorio nazionale, i cui effetti sulle popolazioni di fauna selvatica sono controversi. Nel caso del cinghiale il prelievo, anche se particolarmente intenso, non è in grado di avere effetti negativi sulla consistenza delle popolazioni (Massei et al., 2014); altre specie sono invece più sensibili al prelievo venatorio e la mortalità causata dalla caccia è additiva rispetto a quella naturale e ciò provoca un decremento delle popolazioni (starna, lepre europea). Inoltre, il prelievo degli uccelli migratori (a scala sovranazionale) se non pianificato sulla base di solide informazioni scientifiche, potrebbe concorrere a causare il peggioramento dello stato di conservazione globale di molte specie. È, quindi, necessario che l’attività venatoria venga effettuata tenendo presente i principi del prelievo sostenibile, definendo piani di abbattimento compatibili con la conservazione delle popolazioni, ed identificando periodi di prelievo compatibili con il ciclo biologico e con i periodi di migrazione.

Attualmente, il consumo delle carni di selvaggina in Italia è in costante incremento, soprattutto grazie al prelievo degli ungulati (cinghiale, cervo, capriolo), caratterizzati da una biomassa molto maggiore rispetto a quella di uccelli, lepri e conigli. Esistono, tuttavia, dei rischi sanitari che potrebbero compromettere e che dovrebbero essere minimizzati affinché si possa la realizzare una filiera delle carni della selvaggina. In questo contesto è quindi importante il rispetto delle normative comunitarie e nazionali, l’attivazione di una rete di centri di sosta e raccolta locali delle carni e la formazione diffusa dei cacciatori in materie igienico sanitarie. Altro aspetto importante è costituito dall’uso di munizioni atossiche, al fine di garantire carni certificate prive di contaminazione da piombo (lead free), che avrebbero un valore aggiunto. Infine, dovrebbe essere intensificato il contrasto al commercio “in nero” della carne di selvaggina, al fine di garantire una maggiore sicurezza alimentare e, indirettamente, una diminuzione del bracconaggio.

Tab1Tabella 1 – Entità e distribuzione dei prelievi annuali di capriolo, stagioni 2000-2009. nc: specie non cacciata, nd: dato non disponibile; * senza Aziende faunistico venatorie / Table 1 – Number and distribution of roe deer stalked in 2000-2009 season nc: not stalked; nd: not available data; * except private estates.
 


Tab2Tabella 2 – Entità e distribuzione dei prelievi annuali di cervo, stagioni 2000-2009. nc: specie non cacciata, nd: dato non disponibile; * senza Aziende faunistico venatorie / Table 1 – Number and distribution of red deer stalked in 2000-2009 season nc: not stalked; nd: not available data; * except private estates.

tab3

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