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Rivista tecnico-scientifica ambientale dell'Arma dei Carabinieri                                                            ISSN 2532-7828

CLIMA 
CAMBIAMENTO CLIMATICO E TEORIA POLITICA
13/11/2017
di Prof.re Marcello di Paola, Dipartimento Scienze Politiche LUISS

 


L’aumento di gas serra nell’atmosfera e l’uso massiccio di combustibili fossili per incentivare i processi industriali che hanno portato il benessere e la crescita della popolazione mondiale, sono la causa del cambiamento climatico.  Un problema senza precedenti, che coinvolge i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta 



RIASSUNTO:
Il cambiamento climatico è un fenomeno ecologico: la temperatura media dell’atmosfera terrestre si sta alzando. È già di quasi un grado centigrado più alta di quanto non fosse nel 1800, agli albori della Seconda Rivoluzione Industriale. Le premesse ecologiche del cambiamento climatico sono un’aumentata concentrazione di gas serra nell’atmosfera e una diminuita capacità da parte dei sistemi naturali di assorbirli. Ciò che causa l’aumento di gas serra nell’atmosfera, è l’uso massiccio di combustibili fossili per energizzare processi industriali che, dal 1800 in poi, hanno permesso più alti livelli di consumi e di benessere alla crescente popolazione mondiale. Nell’arco di 200 anni, l’uso intenso di combustibili fossili quali fonti di energia ha alzato la qualità di vita di miliardi di persone, alterando però sistemi naturali che erano stati largamente stabili per millenni. Le implicazioni ecologiche del cambiamento climatico potrebbero andare da modificazioni di ecosistemi relativamente blande e sparse a massicce catastrofi di portata planetaria. Il cambiamento del clima è un problema senza precedenti, che coinvolge i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta e pone minacce multiple, probabilistiche, indirette, spesso invisibili e senza limiti spaziali o temporali.

Nonostante ciò, la maggior parte dei Paesi al mondo è lontana dalla de-carbonizzazione, la cooperazione internazionale vacilla e non sembriamo avere gli strumenti tecnologici per contrastare il fenomeno con successo.  Le difficoltà di gestione non sono solo il risultato di mancati accordi internazionali e scarsa volontà politica, ma rispondono anche a effettive difficoltà nel concettualizzare il problema climatico, ad applicare ad esso nozioni normative fondanti della teoria politica moderna quali democrazia e responsabilità, e a contrastarlo date alcune configurazioni strutturali dei nostri sistemi politici attuali.  

 ABSTRACT:

Climate change and political theory
Climate change is an ecological phenomenon: the average temperature of atmosphere is rising. It is almost one Celsius degree higher than it was in 1800, at the dawn of the Second Industrial Revolution.

The ecological premise of climate change is an increased concentration of greenhouse gases in the atmosphere and a diminished ability of natural systems to absorb them. The rising of greenhouse gases in the atmosphere is due to the massive use of fossil fuels in industrial processes that, since 1800, have allowed a growing world population to higher levels of consumption and wealth. For over 200 years, the intense use of fossil fuels for energy supply has raised billions of people's quality of life, altering at the same time natural systems that had been largely stable for millennia.

Ecological implications of climate change may range from relatively low and scattered changes in the ecosystem to great planetary catastrophes. Climate change is an unprecedented problem that involves the fundamental ecological systems of our planet with multiple, probabilistic, indirect threats, often invisible and without spatial or temporal limitations. Nevertheless, most countries in the world are far from de-carbonization, international cooperation is uncertain and we do not seem to have the technological tools to counteract the phenomenon successfully. Management difficulties are not just the result of failed international agreements and lack of political will, but also respond to real difficulties in conceptualizing the climate problem as far as fundamental notions of modern political theory such as democracy and responsibility are concerned.






FOTO A#1. L’Antropocene
1. L’Antropocene

Oltre a dirci che la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera è cresciuta di più del 30% dall’inizio della Rivoluzione Industriale, la scienza ci dice anche che circa la metà della superficie terrestre è stata trasformata da attività umane; che più nitrogeno è stato fissato dagli umani che da tutte gli altri organismi terrestri messi insieme; che più della metà delle risorse acquifere di superficie è stata appropriata dall’umanità e che almeno un quarto delle specie di uccelli presenti sulla terra nel 1800 è oggi estinto.  
Alla luce di questi dati, alcuni scienziati sostengono che negli ultimi duecento anni, e in particolare dal 1950 in poi, l’influenza umana sui sistemi ecologici del pianeta Terra sia divenuta così estesa, pervasiva e intensa da giustificare l’affermazione che il pianeta sia dominato dall’umanità: Homo sapiens è ormai il fattore trainante dell’evoluzione geologica e biologica della Terra – ciò che nessuna specie è mai stata prima. Questa nuova consapevolezza ha stimolato proposte ufficiali e dibattiti formali riguardo l’opportunità di cambiare il nome dell’epoca geologica attuale da Olocene in Antropocene.  Il passaggio ad Antropocene non è (ancora) formalmente accettato in geologia ma l’uso del concetto è già molto diffuso nelle scienze sociali e umanistiche, quale cornice di riflessione descrittiva, esplicativa e normativa. 

Il concetto di Antropocene illumina alcune importanti circostanze della vita sulla Terra oggi: la presenza di una quantità di umani senza precedenti, cambiamenti tecnologici rapidi e significativi, interconnessione globale, sfruttamento della natura su larga scala e conseguente degrado ecologico.  Il cambiamento climatico è solo una fra le tante sfide dell’Antropocene, le altre sono: la perdita di biodiversità, l’insicurezza alimentare e sanitaria, i rischi finanziari ed informatici globali, la proliferazione nucleare, il terrorismo transnazionale, le migrazioni di massa, gli effetti non previsti di ricerche nano-tecnologiche e alcune possibili implicazioni della biotecnologia e dell’intelligenza artificiale ecc... Molte di queste sfide sono collegate tra loro in vari modi. 

Ma il cambiamento climatico è il problema principe dell’Antropocene, poiché l’intelaiatura geologica del nostro pianeta è in larga misura una funzione del suo clima e il cambiamento di quest’ultimo innescherà, probabilmente, mutamenti molto rapidi e notevoli nella sua struttura biochimica, con effetti a cascata su ecosistemi, forme di vita e strutture sociali. Il cambiamento climatico è anche il poeta dell’Antropocene, perché racconta e misura la fragile intensità della vita che il suo protagonista, Homo sapiens, si è ritrovato a vivere: una vita globalizzata, tecnologizzata, esosa di risorse naturali, votata alla produzione e al consumo su larga scala. Il cambiamento climatico è infine la Cassandra dell’Antropocene perché ci ricorda che questa, pur essendo l’epoca in cui la natura è dominata dall’umanità, non è affatto l’epoca in cui l’umanità ha addomesticato la natura. La specie che sta cambiando il clima lo sta facendo a proprio danno. 

La caratteristica più ovvia dell’Antropocene è la crescente popolazione umana e la sua domanda di cibo, energia, beni, servizi e informazioni, insieme al suo bisogno di gestire i propri rifiuti. All’inizio dell’Olocene c’erano probabilmente 6 milioni di umani che vivevano di caccia e dei frutti della terra: oggi al mondo ci sono più di 7 miliardi di persone (saranno 9 miliardi nel 2050 e 11 miliardi nel 2100), molte delle quali controllano una quantità di risorse che fino a qualche secolo fa sarebbe stata riservata esclusivamente alla nobiltà, e ognuna delle quali intrattiene legittime aspirazioni a una qualità di vita sempre più alta. Allo stesso tempo, più di due miliardi di persone continuano a vivere con meno di due dollari al giorno e a morire di fame e di malattie facilmente prevenibili o curabili, a non avere accesso a importanti flussi di informazione e ad essere socialmente, economicamente e politicamente marginalizzate. Se è vero che mai così tanti hanno avuto così tanto come nell’Antropocene, è altrettanto vero che mai così tanti hanno avuto così poco. 

La tecnologia è un’altra importante parte della narrativa dell’Antropocene. L’umanità che sta trasformando la natura è organizzata in sistemi altamente complessi tenuti insieme da oleodotti, gasdotti, cavi elettrici, fibre ottiche, rotte aeree, autostrade, sistemi di controllo e calcolo digitalizzati, nuvole di dati e connessioni satellitari. È grazie alla tecnologia che i sistemi umani si sono espansi su tutto il pianeta: la tecnologia permette livelli di produzione industriali, il trasporto di materie prime e prodotti finiti da un continente all’altro e la ricerca individuale di migliori prospettive, ispirazione o semplicemente divertimento. La tecnologia permette inoltre “azione a distanza” che sarebbe stata inconcepibile fino a qualche decennio fa: traferimenti istantanei di ricchezza, informazioni e potere, sottoscrizioni elettroniche di contratti commerciali e accordi diplomatici, incontri erotici in realtà virtuale con qualcuno dall’altra parte del pianeta. La tecnologia ha penetrato le nostre vite nel profondo: se gli schermi dei nostri telefoni e computer per qualche motivo non si accendessero più, la maggior parte di noi si ritroverebbe senza soldi, senza lavoro, senza modo di raggiungere i propri cari e senza amici. La tecnologia non è più solo qualcosa che usiamo ma parte di ciò che siamo.      

La somma di tante persone, alti consumi e tecnologia ha risultati senza precedenti. Per alcuni versi ci sentiamo più potenti: possiamo salvare dalla morte un bambino malnutrito in un paese lontano con una semplice telefonata e una donazione; qualcuno a Las Vegas controlla droni che possono localizzare e uccidere terroristi che vivono su altri continenti; una carta di credito può procurarci ogni sorta di amenità proveniente da luoghi remoti del pianeta; pochi click al computer ci permettono di registrare le nostre opinioni su praticamente tutto e di condividerle con il mondo intero. 
Ma la tecnologia permette anche un altro tipo di azione a distanza. Piccoli nostri atti possono ripercuotersi molto al di là delle loro coordinate spaziotemporali in modi sorprendenti e non voluti. Quando accendo un interruttore, ad esempio, risalendo una lunga e tortuosa filiera globale di approvvigionamento finisco per collegarmi a qualche lontanissima riserva di combustibili fossili e così facendo attivo, rinforzo e promuovo ulteriormente la produzione di gas serra che rimarrà nell’atmosfera per migliaia di anni. L‘accumularsi di questi atti apparentemente banali, localizzati e individualmente innocui può alterare sistemi planetari in modi che avranno conseguenze globali, le quali a loro volta avranno precipitati locali. Questa dinamica - da locale a globale e di nuovo a locale, in ampia differita - è resa possibile dal potere dilatante della tecnologia ed è tipica e distintiva dell’Antropocene. Promuovendola tutti insieme possiamo cambiare il clima, spingere migliaia di specie all’estinzione e acidificare gli oceani. 

Molti di noi non vedono alternative praticabili al modo in cui viviamo oggi. Certo, io posso smettere di usare elettricità, ma questo mi metterà totalmente fuori sincrono con il mondo e non farà nulla contro il cambiamento climatico. Nell’istante in cui accendo un interruttore sono risucchiato in un reticolo globale di interessi economici e finanziari, di accordi politici e contratti commerciali la cui configurazione mi è largamente sconosciuta ma che io non sono libero di aggirare e anzi mi trovo fatalmente a sponsorizzare con il mio comportamento. È probabile che uno delle cose che più ostacola l’azione contro il cambiamento climatico sia proprio un senso profondo, che pesa dentro ognuno di noi, della nostra reale inabilità a far nulla per evitarlo.    

L’ironia è che dopo secoli di modernità e dei suoi contributi al nostro benessere e senso di autonomia ci ritroviamo alle porte dell’Antropocene pervasi da un forte senso di perdita di agenzia. Stiamo rimodellando il pianeta e indebolendo le condizioni della nostra stessa esistenza senza che nessuna decisione individuale o collettiva sia stata presa a riguardo. Stiamo alterando sistemi naturali e umani non secondo un piano ma a seguito di effetti non voluti di forze sistemiche che si sono incastrate, cristallizzate e stratificate in modo tale che esse paiono colonizzare le nostre vite, i nostri mercati e la nostra politica. L’umanità non è mai stata tanto potente come nell’Antropocene, eppure mai si è avuta così netta l’impressione che in controllo ci siano cose e non persone.  


FOTO B#2. La situazione climatica 2. La situazione climatica  

L’atmosfera della Terra cattura il calore dei raggi solari attraverso alcuni gas, tra cui l’anidride carbonica, il metano, il vapore acqueo e il protossido d’azoto. L’azione catturante di questi gas, detti ‘gas serra’ poiché appunto stabilizzano calore, fa sì che la temperatura della Terra sia di circa 33 gradi Celsius più calda di quanto lo sarebbe in loro assenza, permettendo così la vita.
L’atmosfera terrestre è formata per il 79% circa da azoto e per il 20% circa da ossigeno. Il restante include i gas serra (vapore acqueo 0,33%, anidride carbonica 0,0398%, metano 0,00016%, protossido d’azoto 0,00003%). Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera sono, come si vede, relativamente basse: ciononostante, se esse variano il clima del pianeta può, dato un intervallo di tempo abbastanza lungo, cambiare radicalmente.          

Non è dato ricostruire con esattezza ciò che sia accaduto al clima terrestre negli ultimi milioni di anni, poiché non abbiamo i dati. I climatologi possono però concentrarsi sul passato relativamente recente e affidarsi a indicatori indiretti. Per studiare la variabilità del clima solitamente si studiano le vicende di un gas serra in particolare, l’anidride carbonica, di cui si stimano le concentrazioni atmosferiche attraverso i secoli. Il metodo più accurato per far ciò è quello di analizzare le placche di ghiaccio più profonde dei Poli terrestri: le bolle d’aria in quel ghiaccio contengono aria di 800.000 anni fa. Queste analisi dimostrano che più anidride carbonica c’è nell’atmosfera, più alte saranno le temperature medie sulla superficie terrestre. Dimostrano inoltre che, negli 800.000 anni, non c’è mai stata tanta anidride carbonica nell’atmosfera quanta ce n’è adesso.
I climatologi si concentrano sull’anidride carbonica non perché gli altri gas serra non abbiano effetti sul clima o perché le loro concentrazioni non cambino, ma perché è sulle concentrazioni di anidride carbonica che gli umani hanno maggiore influenza diretta. Nel caso dell’anidride carbonica, a differenza di quello degli altri gas, è possibile discernere con precisione cosa sia naturale e cosa no perchè i livelli di anidride carbonica naturalmente presenti nell’atmosfera sono rimasti largamente stabili negli ultimi 12.000 anni (durante tutto l’Olocene) grazie al lavoro di assorbimento fatto da foreste, oceani e rocce. La situazione è cambiata solo quando gli umani hanno cominciato ad estrarre combustibili fossili dal sottosuolo e a convertirli in energia che desse linfa a modelli industriali di produzione e consumo. 

Dal 1800 in poi le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera sono cresciute progressivamente e molto significativamente. All’alba della Rivoluzione Industriale si era stabili a 280 parti per milione (ovvero 280 molecole di anidride carbonica per ogni milione di molecole d’aria), ma l’invenzione della macchina a vapore rivelò al mondo l’immenso potenziale energetico contenuto nel carbone, nel petrolio e in alcuni gas naturali, dando il via a un massiccio pompaggio di anidride carbonica nell’atmosfera, dovuto alle emissioni prodotte durante la combustione di tali materie prime. La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è conseguentemente aumentata, da circa 280 parti per milione nel 1800 a 398 parti per milione nel 2015. 
Questo è certamente il livello più alto raggiunto negli ultimi 800.000 anni e l’incremento continua a una velocità di due parti per milione ogni anno. Sulla base di misurazioni dal 1800 in poi, sappiamo che l’aumentata concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha già causato un innalzamento medio della temperatura della superficie terrestre di 0.8 gradi centigradi. Sappiamo inoltre che negli ultimi cinquant’anni la temperatura si è alzata due volte più velocemente di quanto non abbia fatto nel cinquantennio precedente.

Prima della Rivoluzione Industriale, vari processi naturali rilasciavano nell’atmosfera più o meno 700 miliardi di tonnellate di anidride carbonica l’anno. Quell’anidride carbonica veniva gestita in tempo reale da processi naturali di segno opposto: veniva assorbita dalle piante e dagli oceani e si sedimentava nelle rocce. Questo, insieme ad altri fattori, garantiva generale stabilità climatica. L’uso di combustibili fossili ha però aggiunto 30-40 miliardi di tonnellate d’anidride cardonica l’anno, pari a uno scarso 5% d’incremento. Il problema è che quel 5% sfugge alle capacità di sequestro dei processi naturali e resta dunque nell’atmosfera. Più anidride carbonica si accumula nell’atmosfera, più tempo ci vorrà perchè i processi naturali la eliminino. Se anche smettessimo di emettere, oggi, ci vorrebbero millenni per rimuovere l’anidride carbonica accumulatasi nell’atmosfera negli ultimi 200 anni. Ciò è aggravato dal fatto che abbattendo foreste, restringiamo ulteriormente le capacità d’assorbimento della natura. 

Per queste ragioni i climatologi sostengono che l’aumento di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ci abbia già condannato ad un aumento della temperatura pari, ad almeno, il doppio di quella che abbiamo osservato sinora, ovvero di circa 1.5 gradi centigradi rispetto al 1800. Questo succederà anche se cessassimo ogni emissione oggi, il che ovviamente non è un’opzione realistica: al contrario, le emissioni stanno aumentando. Con altissima probabilità la temperatura globale media si innalzerà pertanto oltre gli 1.5 gradi sopra i livelli di riferimento. 
L’uso industriale di carbone, petrolio e gas come fonti di energia dà conto di larga parte dell’aumento di gas serra nell’atmosfera degli ultimi 200 anni. La parte restante è invece dovuta a deforestazione, agricoltura e produzione di cemento. La deforestazione causa emissioni di anidride carbonica, metano e protossido di azoto, provenienti dalle carcasse di alberi e piante lasciate a decomporsi. I campi agricoli contengono grandi quantità di anidride carbonica nella forma di materia organica varia, che vengono liberate nell’atmosfera quando i campi vengono rivoltati dagli aratri. La produzione e l’uso di fertilizzanti e pesticidi rilascia nell’atmosfera protossido di azoto, laddove le coltivazioni di riso e i rigetti gastrici degli animali d’allevamento rilasciano metano. La produzione di cemento rilascia anidride carbonica. Le esalazioni delle discariche rilasciano metano. 

Tutte queste attività si sono intensificate negli ultimi 200 anni e in modo particolarmente marcato dal 1950 in poi. I modelli climatici non riuscirebbero a spiegare l’innalzamento medio delle temperature terrestri oggi osservabile se non includessero questi fattori antropici. Ciò non significa che il clima non cambi anche naturalmente: lo ha fatto per circa quattro miliardi di anni a causa della quantità di energia emessa dal sole, delle oscillazioni dell’orbita terrestre, di variazioni nell’inclinazione del suo asse, d’impatti di asteroidi, di eruzioni vulcaniche monumentali, o di mutamenti nelle coperture di ghiaccio e nelle correnti oceaniche. Significa però che non sarebbe cambiato così tanto e così in fretta se noi umani non avessimo contribuito in modo determinante. Per questo si definisce ‘antropogenico’ il cambiamento climatico che sta avendo luogo da circa 200 anni a questa parte.
Il quadro fornito sinora è però ingannevolmente lineare. Quando si alzano le temperature sistemi naturali di ogni tipo possono reagire in vari modi, innescando una serie di ritorni - o feedback - che possono rinforzare (feedback positivi) come alleviare (feedback negativi) l’aumento delle temperature. Ad esempio, gli oceani potrebbero divenire soggetti a gradi maggiori di evaporazione, aggiungendo vapore acqueo nell’atmosfera il quale, essendo un gas serra, catturerà e tratterrà ancora più calore. Questo è un feedback positivo. Un altro potrebbe essere innescato dallo scioglimento dei ghiacci terrestri: questi riflettono i raggi solari indietro nello spazio, ma la terra scura sottostante non ha queste proprietà riflettenti e dunque attirerà più calore. Un terzo feedback positivo, molto potente, ha a che fare con il possibile scioglimento del permafrost – ovvero la terra permanentemente ghiacciata di aree quali l’Alaska, la Siberia, il Canada e l’Antartide. Allo sciogliersi del permafrost il materiale organico che vi è stato seppellito sotto per millenni inizierà a marcire, rilasciando anidride carbonica nell’atmosfera. Se il permafrost copriva zone un tempo paludose, come è nella maggior parte dei casi, vi saranno anche massicci rilasci di metano.   
            
Questi sono tutti feedback positivi, ma potrebbero essercene anche di negativi. Ad esempio, un inaridimento di più ampie sezioni della superficie terrestre potrebbe, se accompagnato da venti abbastanza forti, causare la dispersione nell’aria di notevoli quantità di polveri. Alcuni tipi di polveri potrebbero oscurare parzialmente la luce solare, con effetto raffreddante. Lo stesso effetto può averlo la dispersione di aerosol, particelle pompate nell’atmosfera proprio dall’uso di combustibili fossili. Altri feedback ancora potrebbero essere sia positivi che negativi: l’accumulo di vapore acqueo che potrebbe seguire a evaporazioni di oceani e laghi, cui ho già accennato, potrebbe infatti formare nuvole che da un lato tratterrebbero maggior calore, ma dall’altro rifletterebbero via la luce del sole.  
L’implicazione è chiara: non sappiamo esattamente di quanto l’aumentare delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica e altri gas serra alzerà le temperature. Possiamo operare simulazioni da laboratorio, ma nel mondo reale saranno coinvolti numerosi processi naturali contemporaneamente e a diversi livelli (fisici, chimici, biologici), ed ognuno di questi processi è ancora solo parzialmente compreso dalla scienza anche preso singolarmente. Le nostre previsioni sono dunque solo probabilistiche: per quello che ne sappiamo, un raddoppiamento delle concentrazioni di anidride carbonica rispetto ai livelli pre-industriali (ovvero 550 parti per milione - i trend attuali, se non corretti, porterebbero oltre le 450 parti per milione intorno al 2050) potrebbe causare un aumento delle temperature medie terrestri tra gli 1.5 e i 4.5 gradi centigradi, o anche di 6 negli scenari più pessimistici. 

Ad infittire le zone d’ombra si aggiunge il fatto che le temperature non si alzeranno in modo lineare nel tempo né in modo uniforme nello spazio (da cui la continua precisazione che si tratta di aumenti delle temperature globali ‘medie’.) Alcune aree potrebbero riscaldarsi velocemente, altre più lentamente e ovunque potrebbe esserci più caldo o più freddo in alcune stagioni piuttosto che in altre. Sembra probabile che possa piovere di più durante l’arco dell’anno in Canada, Russia e in altre aree solitamente esposte più a nevicate che a precipitazioni. Potrebbe invece smettere di piovere d’inverno negli Stati Uniti occidentali, il che trasformerebbe quell’area in un deserto permanente. La stessa cosa potrebbe succedere nel bacino del Mediterraneo e in Australia. Il Polo Nord e il Polo Sud si riscalderanno più velocemente del resto del pianeta, causando un innalzamento globale delle acque. Il tutto ulteriormente complicato, in modi non chiari, da possibili macro-variazioni nelle dinamiche dei venti e delle correnti oceaniche.

Il quadro generale è dunque il seguente: l’innalzamento delle temperature medie globali potrebbe causare significativi cambiamenti eco-sistemici, grande distruzione del mondo naturale per come oggi lo conosciamo, nonché sofferenze e morte di moltissime persone. Il cambiamento climatico potrebbe in effetti sconvolgere la fisionomia della vita umana per come essa ha preso forma negli ultimi millenni e particolarmente negli ultimi due secoli. Le dinamiche attraverso cui ciò potrebbe avvenire sono varie e complesse, coinvolgendo feedback sia naturali che sociali che prenderebbero corpo in maniera diversa in luoghi diversi a seconda delle diverse ecologie naturali e sociali coinvolte. 
Pare però chiaro che, dati i tipi di fenomeni che possiamo prevedere saranno causati dall’innalzamento delle temperature, chi al mondo è già in difficoltà pagherebbe il prezzo più alto. Il cambiamento climatico acutizzerà e aggraverà reti di sofferenza e fragilità umana già indipendentemente esistenti per motivi economici, politici, geografici, storici, culturali, infrastrutturali, sanitari e così via. 
Questo significa che c’è differenza fra contrastare il cambiamento climatico inteso come fenomeno ecologico e contrastare il cambiamento climatico inteso come pericolo sociale. Per contrastare il fenomeno ecologico bisogna diminuire le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera, ma per contrastare il pericolo sociale portato dal fenomeno ecologico (ciò che in ultima analisi ci motiva a contrastare il fenomeno ecologico) bisogna anche prendere di petto molte gravi criticità che già caratterizzano i sistemi umani locali come globali - inclusa la povertà, l’insicurezza alimentare, sanitaria e idrogeologica, lo sfruttamento montante di materie prime, i conflitti armati e molto altro. 
Il fatto che ci siano oggi molte più cose e persone al mondo di quante non ce ne siano mai state, concentrate in città difficilmente traslocabili e totalmente assestate sull’assunto di una generale stabilità delle condizioni climatiche presenti; unito al fatto che non sia dato sapere con esattezza cosa succederà, quando, dove e come – tutto ciò lascia prevedere che il cambiamento climatico possa provocare danni senza precedenti al benessere umano in tutte le sue dimensioni.

FOTO C#3. Mitigazione e adattamento (e geo-ingegneria)  3. Mitigazione e adattamento (e geo-ingegneria)  

Il compianto comico Bill Hicks si diceva sorpreso dal fatto che l’umanità fosse ancora divisa in stati e impegnata in spartizioni e guerre, piuttosto che unita quale specie e dedita alla gioiosa esplorazione delle profondità dello spazio. I comici pretendono troppo dall’umanità e la gestione politica del cambiamento climatico lo dimostra. Ma prima di discutere del perché la gestione sia fallita vediamo quali fossero i suoi obbiettivi. Di cosa negoziano gli stati quando negoziano di clima? 

Chi studia il cambiamento climatico da qualche decennio sorriderà al ricordo di quando si pensava ancora che lo si potesse prevenire. Abbiamo certamente abbandonato ogni illusione di prevenirlo adesso. Per un’opzione eliminata un’altra se ne è però creata, ovvero la geo-ingegneria. Oggi il cambiamento del clima lo si mitiga, o ci si adatta ai suoi effetti, o si ingegnano gli ecosistemi nel tentativo di districarsi dai suoi effetti. 

La mitigazione è ciò che la governance climatica ha inseguito invano per quasi trent’anni. Mitigare il cambiamento climatico significa ridurre le concentrazioni atmosferiche di gas serra, in particolare quelle di anidride carbonica. Uno dei modi per far ciò è ridurre le emissioni. È subito chiaro che finché diventare ricchi e godersi la vita coinciderà con produrre più emissioni la mitigazione per riduzione non funzionerà per i motivi per cui non ha funzionato sinora. Perché questo tipo di mitigazione funzioni bisogna che l’utilizzo di energie non-fossili pervada le infrastrutture di produzione e consumo globali e che l’opportunità del suo utilizzo sia estesa al numero maggiore di persone possibile a costi bassi. In assenza di questo, politiche basate unicamente sulla mitigazione per riduzione dovranno affidarsi alla buona volontà (strategicamente irrazionale) dei singoli stati, o ricorrere a schemi di incentivi incentrati perlopiù su tasse e/o sulla creazione di meccanismi di mercato che mettano un prezzo sulle emissioni e ne permettano il commercio. Entrambe queste opzioni sono senz’altro utili e necessarie nell’ambito di un ventaglio di politiche immediatamente implementabili, ma non possono realisticamente condurci neanche vicino agli obiettivi di de-carbonizzazione che, secondo l’ultimo rapporto dell’IPCC del 2014, pare necessario centrare entro il 2050, per garantirsi un clima umanamente accettabile – corrispondenti a un taglio di almeno il 40% delle emissioni globali rispetto ai livelli attuali. Per far ciò non basta rendere più costoso l’utilizzo di combustibili fossili: bisogna trovare alternative e metterle a sistema su scale molto vaste. Inoltre, alcuni degli effetti negativi del cambiamento climatico, come lo scioglimento dei poli, l’innalzamento delle acque, periodi di siccità e precipitazioni anomale si verificano già in molte aree del mondo. In questi casi c’è ormai poco da mitigare e bisogna adattarsi.  

Eppure, anche se non è più sufficiente, la mitigazione resta necessaria. Le temperature possono alzarsi di più o di meno, ed è certamente meglio puntare a che si alzino di meno piuttosto che lasciare correre per poi dover rincorrere noi. Inoltre, mitigando si riducono il numero di perdite irreversibili di specie ed ecosistemi.  Infine, mitigando, si abbassano i costi di adattamento e si limitano i rischi connessi a temperature più alte. Dovremo allora adattarci al cambiamento climatico ma non per questo abbandonarne la mitigazione: dovremo anzi rafforzarla. Un modo per far questo, che potrebbe risultare molto meno divisivo che il ridurre le emissioni, è quello di aumentare la capacità di sequestro di gas serra dall’atmosfera. Ciò che si vuole mitigare è in ultima analisi il cambiamento climatico, non la quantità di emissioni di per sé: l’obiettivo è quello di diminuire la concentrazione di gas serra nell’atmosfera e questo può esser fatto sia immettendovene di meno che togliendone di più. 

Parliamo ora di adattamento. Ce ne sono vari tipi: di contrasto (come costruire muraglie costiere contro l’innalzamento delle acque) o di sicurezza (come spostare persone e infrastrutture via dalle coste). L’adattamento di contrasto gestisce la vulnerabilità di cose e persone, quello di sicurezza la riduce. L’adattamento può anche essere pianificato o spontaneo: spostare persone e infrastrutture, ad esempio, così come specie animali o vegetali, richiede pianificazione, laddove l’adattamento dei singoli coltivatori che negli anni selezionano nuove colture resistenti alla siccità è una forma di adattamento spontaneo. L’adattamento pianificato è intenzionale e tematicamente perseguito, quello spontaneo è automatico e/o incidentale. L’adattamento può infine essere reattivo o proattivo: le migrazioni di massa sono forme di adattamento reattivo, laddove la configurazione di sistemi alimentari basati su agricoltura urbana e peri-urbana su larga scala è un esempio di adattamento proattivo.  

Come si vede, politiche di contrasto molto diverse fra loro possono tutte esser classificate come forme d’adattamento, alcune meno auspicabili di altre. A rigor di logica dovrebbero contare come forme di adattamento anche tutte le politiche volte ad alleviare criticità sociali già esistenti anche a prescindere dal cambiamento climatico - come povertà, fame e carenze sanitarie - che il cambiamento climatico acutizzerà e renderà più pericolose. Dico a rigor di logica perché l’obiettivo delle politiche d’adattamento non è quello di contrastare il cambiamento climatico come fenomeno ecologico (questo è l’obiettivo delle politiche di mitigazione) ma quello di contrastarlo come pericolo sociale - come minaccia ai sistemi umani. Per far questo, bisogna rafforzare i sistemi umani che sono già deboli anche alle attuali temperature. 

Anche se i documenti ufficiali della diplomazia climatica, dalla Convenzione Quadro del 1992 in poi, avevano già tutti fatto menzione esplicita della necessità d’adattamento su scala nazionale, molti stati si sono piuttosto concentrati su mitigazione (per riduzione) e relative schermaglie internazionali. È auspicabile che questo cambi per almeno sei ragioni. Primo, l’approccio precedente non ha prodotto risultati apprezzabili. Secondo, esso è comunque insufficiente oramai. Terzo, nelle politiche di adattamento (come d’altronde in quelle di mitigazione per sequestro) ci sono anche molti soldi da fare - perché saranno aziende a costruire le barriere contro l’innalzamento delle acque o nuovi polmoni artificiali di assorbimento di gas serra. È dunque plausibile pensare che vari attori possano essere più motivati a perseguirle. Quarto, mitigare solamente significa non dar conto del mal-adattamento umano che già esiste in molti campi e molti luoghi anche a prescindere dal cambiamento climatico, in particolare tra i più vulnerabili. Quinto, mitigare tende a rendere il contrasto al cambiamento climatico una questione tecnica di calcoli, quote e livelli ottimali, quando invece in gioco ci sono il benessere e le vite di persone vere. Sesto, l’approccio calcolatore in cerca dell’ottimale è tipico di certe culture e non di altre: ci sono innumerevoli altre prospettive e risorse culturali disperse per il globo che potrebbero essere d’aiuto a contrastare il cambiamento climatico e che dunque andrebbero preservate e sulle quali bisognerebbe capitalizzare. A questi ultimi tre punti le strategie di adattamento sono più sensibili di quelle di mitigazione, in quanto maggiormente localistiche.
 
A conti fatti, adattarsi potrebbe risultare più arduo e costoso di quanto non sarebbe stato e ancora sarebbe mitigare. Se l’adattamento fosse impresa semplice saremmo infatti già tutti ben adattati: invece moltissimi paesi, anche industrializzati, sono allo stato mal-adattati al cambiamento climatico. Un problema è di conoscenze: abbiamo più dati e migliori a livello globale, ma per adattarsi localmente i paesi hanno bisogno di dati disaggregati a livello regionale e nazionale, che scarseggiano. Un secondo problema è di incentivi: chi deve adattarsi sono soprattutto i paesi più poveri, che però non hanno i fondi per farlo. Dunque i paesi più ricchi devono finanziarli, ‘internazionalizzando’ così i costi d’adattamento. Ma laddove mitigare in Olanda passando alle rinnovabili porta benefici all’Olanda stessa e non solo ai paesi più poveri, finanziare a distanza l’adattamento di questi ultimi è un’opzione meno attraente per gli olandesi. Ci saranno aiuti senz’altro, ma guardando al record storico saranno probabilmente insufficienti nella stragrande maggioranza dei casi.

Consideriamo ora la geo-ingegneria.  Per geo-ingegneria si intende l’attività di alterare intenzionalmente elementi eco-sistemici al fine di diminuire la concentrazione di gas serra nell’atmosfera. Questo può includere fertilizzare gli oceani per far crescere super-alghe sequestranti, pompare aerosol nell’atmosfera, creare masse di nuvole artificiali che riflettano via i raggi solari, se non addirittura sospendere specchi gravitanti nello spazio che facciano la stessa cosa. Tutto questo non ha niente a che vedere con la mitigazione, ovviamente; può forse esser visto come una forma di super-adattamento, ma siccome è globale e adatta il pianeta all’umanità e non l’umanità al pianeta (come invece fanno le politiche d’adattamento, tipicamente a livello locale) è bene distinguere la geo-ingegneria come caso a parte. Anche perché, a differenza degli altri due, la geo-ingegneria non richiede particolari modifiche allo status quo. Questo però a fronte dei grandi rischi che pone: non abbiamo mai giochicchiato con il clima e gli ecosistemi a livello planetario e non abbiamo idea di cosa potrebbe succedere se qualcosa andasse storto. In realtà non sappiamo neanche esattamente prevedere tutto ciò che potrebbe andare storto.

La geo-ingegneria viene spesso descritta come una sorta di Piano B, da utilizzare nel caso mitigazione e adattamento risultassero insufficienti e si entrasse in una fase di emergenza climatica. Il problema è che la geo-ingegneria non può essere testata in laboratorio: bisogna testarla direttamente sui sistemi coinvolti e questo, ovviamente, è rischioso. Sparare aerosol nell’atmosfera al fine di riflettere via parte dei raggi solari, ad esempio, potrebbe causare notevoli mutamenti nei palinsesti delle precipitazioni e delle stagioni, se è lecito pensare che gli effetti di un fenomeno tecnicamente simile come l’eruzione nelle Filippine del monte Pinatubo nel 1991 - ovvero meno piogge e anche notevole siccità in alcune parti dei tropici – sarebbero almeno in parte replicati. Inoltre, non è chiaro quando e su quali basi esattamente si possa dichiarare una ‘emergenza climatica’: ciò che è emergenza per il Bangladesh non lo è necessariamente per la Germania o il Brasile. Infine, i tempi del cambiamento climatico sono i decenni, i secoli e i millenni: se fossimo in grado di conoscere con esattezza tutti gli effetti che esso avrà nel medio e lungo termine forse ci considereremmo già in una situazione d’emergenza. Se così fosse, allora quando ci dichiareremo in una situazione d’emergenza sarà probabilmente troppo tardi.
 
Ci sono ulteriori obiezioni alla geo-ingegneria. Innanzitutto essa crea programmi di ricerca e rende disponibili pratiche i cui costi sono sopportabili solo dai paesi ricchi, i quali si troveranno così a monopolizzare conoscenze e tecnologie che i paesi poveri dovranno acquistare a peso d’oro (per spuntare buoni prezzi, i paesi poveri dovranno magari anche rendere disponibili i propri ecosistemi alle sperimentazioni). Inoltre, non è chiaro non solo quando e su quali basi ma anche chi avrà l’autorità di dichiarare uno stato di emergenza climatica e dunque comandare l’uso di tecnologie geo-ingegneristiche, e in nome di chi o cosa. Chiunque sia a prendere questa decisione, anche al termine di dinamiche deliberative chiare, definite e proceduralmente eque, starà comunque esercitando un grado e anche un tipo di potere che nessun uomo o organismo istituzionale ha mai esercitato prima. Ancora, confidare in un Piano B come la geo-ingegneria potrebbe promuovere una certa compiacenza nei confronti di sistemi e attori che non si impegnano né in mitigazione né in adattamento. Infine, secondo alcuni, la geo-ingegneria incarna e anzi potenzia quello stesso atteggiamento prometeico che ci ha portato a riscaldare il pianeta: un altro segno – grandioso – dell’arroganza umana nei confronti della natura.  

La geo-ingegneria attrae già oggi investimenti pubblici e privati molto significativi. La storia e i casi specifici diranno della fondatezza delle obiezioni sopra riportate. Anche a priori possiamo però affermare ciò che segue: comunque vadano le cose nei dettagli, la geo-ingegneria segnerà una fase assolutamente nuova nel rapporto tra l’umanità e il suo contesto ecologico. Se fino ad ora il massimo che abbiamo saputo fare è riscaldare non intenzionalmente l’atmosfera, come bambini che dipingendo su un foglio non si accorgono che i pigmenti stanno sporcando il tavolo sottostante, con la geo-ingegneria passeremmo ad alterazioni intenzionali di sistemi ecologici di base: passeremmo a incidere il tavolo direttamente, con lo scalpello. L’idea che l’atmosfera e il clima diventino artefatti umani va forse persino oltre la visionarietà dei tecno-entusiasti più sperimentali; e l’idea che possiamo districarci dalle conseguenze ecologicamente e umanamente deleterie della nostra forma di vita attuale senza però cambiarla di un punto, ma anzi riaffermandola a forza di venture capital e camici bianchi, non dice neanche un granché bene della nostra capacità di immaginare il futuro creativamente. 

In ogni caso, non si può condannare la geo-ingegneria a priori e senza fare distinzioni. Si può, infatti, agevolmente giustificare la ricerca geo-ingegneristica di base, in quanto configurare un buon Piano B è spesso sensato e consigliabile. Inoltre ci sono differenze importanti fra geo-ingegneria volta alla gestione delle radiazioni solari e geo-ingegneria meno rischiosa (e probabilmente meno costosa) volta a rimuovere gas serra dall’atmosfera. Ma resta il fatto che l’applicazione della geo-ingegneria, avesse luogo oggi, avrebbe luogo in un contesto scarsamente regolamentato e in una fase di scarsa organizzazione e cooperazione globale. Mitigare e adattarsi per prima cosa, dunque: questo ci darà anche più tempo per studiare meglio la geo-ingegneria e soprattutto per approntare meccanismi istituzionali acconci alla magnitudine e complessità dei possibili rischi connessi alle sue applicazioni. 

Il problema è che potremmo non avere moltissimo tempo. La gestione del cambiamento climatico è stata largamente fallimentare negli ultimi trent’anni, non abbiamo ancora neanche sperimentato possibili strategie di gestione e ancora oggi la comunità internazionale fatica a muovere passi incisivi in modo compatto. 

FOTO D#4. Alcune ragioni del fallimento sul piano internazionale4. Alcune ragioni del fallimento sul piano internazionale

Il Summit della Terra di Rio, promosso dalle Nazioni Unite nel 1992, fu letteralmente la più vasta riunione di capi di stato mai vista. Tutti e 192 i paesi membri delle Nazioni Unite erano rappresentati e più di 17.000 persone presenziarono al forum alternativo promosso da varie organizzazioni non-governative. L’evento doveva segnare la nascita di una coscienza ambientale globale e definire le linee guide per una transizione condivisa ed efficace verso nuove forme di crescita economica, ora sostenibili. Il sogno di Rio era che i paesi del Nord e del Sud del mondo, gli industrializzati e quelli emergenti e in via di sviluppo, si prendessero per mano per proteggere insieme il pianeta e i suoi abitanti più vulnerabili. Il sogno era dunque quello di una trasformazione globale dei valori, via dalle ideologie politiche divisive che avevano segmentato il mondo in Est e Ovest fino a pochi anni prima e verso comuni obiettivi globali.
Il sogno di Rio era che gli stati assumessero obblighi reciproci e vincolanti in uno sforzo comune volto a proteggere l’ambiente e a trasferire benessere e i benefici della modernità ai paesi emergenti e in via di sviluppo e alle generazioni future. Era un sogno che voleva garantire libertà per tutti, onorare l’uguaglianza di fondo tra ricchi e poveri e promuovere fraternità tra le generazioni.

Gravi opposizioni politiche emersero però fin dall’inizio. In particolare una tra queste avrebbe caratterizzato ogni tentativo di governance climatica globale futura: l’opposizione tra i paesi industrializzati (Stati Uniti, paesi della Comunità Europea, Giappone, Canada, Australia e Nuova Zelanda) e i paesi emergenti e in via di sviluppo. Quest’ultimi sono rappresentati all’interno delle Nazioni Unite dal G-77, un’organizzazione fondata nel 1964 con lo specifico obiettivo di promuovere la crescita economica dei propri membri. Il G-77 raccoglie al suo interno istanze numerose e molto diverse fra loro. Riguardo al clima, ad esempio, esso dà voce contemporaneamente all’Alleanza dei Piccoli Stati Isola, i quali rischiano di finire sott’acqua qualora le temperature si alzassero troppo e chiedono dunque azione istantanea da parte di tutti; alla cordata dei paesi produttori di petrolio, che avversano invece qualsiasi mossa possa intaccare la loro principale fonte di reddito e gettano dubbi sui dati scientifici sul clima; e giganti emergenti come Brasile, India e Cina (la quale però non è un membro del G-77 ma un ‘invitato speciale’). Nonostante queste differenze interne, però, il G-77 è sempre rimasto compatto su due punti fondamentali: la richiesta di aiuti sia finanziari che tecnologici ai paesi industrializzati e il rifiuto di sottoscrivere accordi vincolanti per i propri membri prima che lo avessero fatto i paesi industrializzati. Questa opposizione ha caratterizzato l’intera traiettoria della diplomazia del clima e continua ancora oggi.

Giustificare l’idea che i paesi industrializzati debbano fare di più contro il cambiamento climatico di quelli emergenti e in via di sviluppo è apparentemente abbastanza agevole. I paesi industrializzati hanno storicamente contribuito all’innalzamento delle temperature molto più di quanto abbiano fatto i paesi emergenti e in via d sviluppo. I paesi industrializzati hanno anche maggiormente beneficiato, se non dell’innalzamento delle temperature in sé, quantomeno di tutte quelle attività economiche che lo hanno causato: l’aspettativa e qualità di vita dei loro abitanti si è infatti alzata in coincidenza con l’aumento delle loro emissioni e dunque con quello delle temperature medie globali. Sembra poi una elementare questione di equità che anche i paesi emergenti e in via di sviluppo possano crescere economicamente e migliorare le aspettative e la qualità di vita dei loro cittadini utilizzando gli stessi schemi di sviluppo utilizzati in passato dai paesi industrializzati – ovvero schemi i cui circuiti siano energizzati da combustibili fossili come petrolio e carbone, meno cari che le loro alternative da fonti rinnovabili. Inoltre, i paesi industrializzati hanno a disposizione più fondi e conoscenze di quelli emergenti e in via di sviluppo, e sono dunque quelli più capaci di sostenere i costi delle politiche di contrasto. Infine, molti degli abitanti dei paesi emergenti e in via di sviluppo, molti di più che non in quelli industrializzati, sono esposti e vulnerabili agli effetti potenzialmente peggiori del cambiamento climatico, essendo poveri e dunque più direttamente dipendenti dagli ecosistemi per il proprio sostentamento nonché generalmente meno equipaggiati per adattarsi a mutate condizioni.  

In sostanza, considerazioni di responsabilità storica, equità, capacità e vulnerabilità concorrono tutte nel giustificare il fatto che debbano essere principalmente i paesi industrializzati - il Nord del mondo, i ricchi - a condurre e finanziare la lotta al cambiamento climatico, almeno in una prima fase. I paesi emergenti e in via di sviluppo devono poter avere maggior margine per alzare le aspettative e qualità di vita dei loro cittadini attraverso schemi di sviluppo energizzati da combustibili fossili; raggiunto quell’obiettivo, però, devono anch’essi mettersi in linea con gli altri - gli industrializzati già de-carbonizzati - pena il fallimento dell’operazione tutta. Questo, a grandi linee, è il principio di “responsabilità comuni ma differenziate”, architrave delle relazioni internazionali sul clima. È un principio che esplicita considerazioni non solo di stabilità politica ed eco-sistemica ma anche e soprattutto di giustizia globale. 

Fu il principio adottato a Rio, ma ad oggi non si è riusciti a darvi una realizzazione pratica che soddisfi tutti. Financo l’accordo di Parigi del 2015, primo caso in cui non si cercava una soluzione comune negoziale sul clima ma si lavorava compositivamente, assommando cioè e sistematizzando le proposte volontarie dei singoli paesi e dunque in un certo senso eliminando la possibilità che alcuno fosse costretto a fare più di quanto volesse, non è stato giudicato equo da alcuni paesi – come il Nicaragua, che lo ha considerato troppo blando, e gli Stati Uniti che, dopo averlo promosso e sottoscritto, lo hanno rimesso in discussione perché troppo oneroso. 

Problemi pratici sul piano internazionale

La parabola fallimentare della diplomazia del clima dalle negoziazioni di Rio nel 1992 a quelle di Copenhagen nel 2009, e la difficoltà in cui continua a trovarsi anche dopo l’accordo di Parigi del 2015, illumina alcune difficoltà strutturali in cui si è venuta a trovare la governance globale negli ultimi trent’anni – non solo sul clima ma, con specificità diverse, anche su altri temi come la proliferazione nucleare e le regole del commercio internazionale.  Il caso del clima è però particolarmente vivido e dunque istruttivo, nonché il più grave.  
Una prima difficoltà è che sulla scena globale ci sono molti nuovi attori di peso, il cui consenso e cooperazione sono oggi non solo desiderabili, come erano nel passato, ma assolutamente imprescindibili. Paesi emergenti come Cina, Brasile, India, Russia, Sudafrica, Indonesia e Messico producono enormi quantità di gas serra e, in assenza di accordi globali efficaci che li limitino, ne produrranno sempre di più in futuro. Non c’è modo di contrastare il cambiamento climatico se questi paesi non collaborano, ma ciò significa che il valore della loro collaborazione aumenta. Questi paesi non collaboreranno se non in termini che siano per loro economicamente e politicamente accettabili. Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che la stessa logica si applica anche nei casi dei paesi già industrializzati e di quelli che ancora devono emergere: il cambiamento climatico accresce il valore e dunque il costo della cooperazione di ogni stato.

Inoltre, la gestione del cambiamento climatico non è unicamente nelle mani degli stati. Attori globali come aziende multinazionali, banche d’investimento, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il Fondo Monetario Internazionale e varie compagini supra-governative, inter-governative, para-governative o non-governative sono tutte coinvolte nella governance del clima in modi sia diretti che indiretti. Una moltitudine di attori molto diversi fra loro e le cui agende non necessariamente coincidono devono accordarsi su una questione estremamente complessa, che comincia solo ora ad essere compresa e che non è concettualizzata da tutti nello stesso modo. 

Se il cambiamento climatico è un problema geopolitico, allora servono nuovi accordi ed istituzioni globali che funzionino. Se è un fallimento di mercato allora ci vogliono tasse sulle emissioni e/o un mercato che assegni loro un prezzo. Se il problema è soprattutto tecnologico allora serve un programma d’energia pulita o forse di geo-ingegneria. Se il cambiamento climatico è solo l’ultimo modo in cui i ricchi danneggiano e opprimono i poveri allora bisogna rinnovare la lotta per la giustizia globale (una idea di cui mi occuperò più giù) – e via dicendo. Fenomeni che ammettono concettualizzazioni multiple, ognuna delle quali pare plausibile, sono difficili da gestire per i sistemi politici perché i diversi attori coinvolti individueranno soluzioni diverse in ambiti diversi e avranno ognuno la propria visione di cosa conti come successo e cosa come fallimento. 
Una seconda difficoltà è la complessità stessa della questione. In qualunque modo lo si concettualizzi, il cambiamento climatico non è un semplice problema ambientale ma una condizione ecologica dalle innumerevoli premesse e implicazioni politiche, economiche e sociali. È un problema multidimensionale che affonda le sue radici nel modo stesso in cui viviamo e chiama in causa questioni di demografia, sviluppo, investimenti, commercio, uso delle risorse, consumi, urbanistica, mobilità, educazione, salute, sicurezza, migrazione e molto altro. Ognuno di questi domini è competenza di questa o quella organizzazione internazionale, o di questo o quel dipartimento delle Nazioni Unite, o di questo o quel Ministero in questo o quello stato. C’è un alto grado di interconnessione operativa fra questi attori, a cui non corrisponde però un grado egualmente alto di integrazione operativa. Non si riesce a procedere senza consultare ciascuno degli organi che invoca giurisdizione su un dato dominio, ma poiché nessun dominio può essere gestito efficacemente senza che vengano chiamati in causa anche gli altri e senza che si agisca a vari livelli di organizzazione sociale (locale, nazionale, regionali, globale), ciascuno degli organi preposti vede la propria competenza sfumare in quella altrui - e con essa le proprie responsabilità.

Una terza difficoltà è che le istituzioni nascono per ridurre i costi di transazione in dati domini di competenza e nel far ciò rimodellano man mano i domini stessi, rendendo così più costosi possibili tentativi futuri di governarli in modi che non siano inquadrati all’interno del percorso già intrapreso. Questo crea un paradigma dello status quo che può risultare d’ostacolo a fronte di problemi di nuova generazione, poiché all’interno del paradigma risulta quasi sempre istituzionalmente razionale modellare i nuovi problemi in base alla batteria di soluzioni già a disposizione, piuttosto che modellare le soluzioni in base alla specificità dei nuovi problemi. 
Per vedere come questo si applichi al caso del cambiamento climatico basta considerare come le negoziazioni sul clima siano storicamente state modellate sulla falsariga delle negoziazioni sull’assottigliamento e il buco dell’ozono, che ebbero luogo a Montreal nel 1987. Quest’ultime riuscirono a proibire velocemente, seccamente e permanentemente la produzione e l’uso di molti dei clorofluorocarburi responsabili dell’assottigliamento/buco e furono dunque un fragoroso trionfo - tanto da essere definite dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ‘un esempio di eccezionale cooperazione internazionale; probabilmente l’accordo fra stati più di successo.’ 

Per impostare un inedito tentativo di governance climatica, i funzionari che per primi tentarono di farlo nel 1992 a Rio guardarono al Protocollo di Montreal. Si cominciò così a lavorare partendo dal presupposto che se un fattore individuabile causa il problema (i clorofluorocarburi in un caso, i gas serra e in particolare l’anidride carbonica nell’altro), lavorando esclusivamente sull’eliminazione di quel fattore si risolverà il problema. Questo è più o meno vero nel caso dell’ozono, ma non in quello del clima. 
L’assottigliamento e il buco dell’ozono erano problemi ostici ma con soluzioni definite e definitive. Il cambiamento climatico è invece un problema configurato dall’interazione di una moltitudine di sistemi aperti, dislocati a diversi livelli ecologici e sociali, che operano su scale spaziali e temporali diverse, e che sono conosciuti ognuno in modo solo incompleto. Una seconda differenza tra il caso dell’ozono e quello del clima è che le emissioni di anidride carbonica non sono, come i fluorocarburi, un dettaglio prontamente ritrattabile: sono il respiro stesso del nostro attuale modo di vivere. L’intero sistema di infrastrutture di produzione e consumo mondiale è impostato sull’uso di combustibili fossili: per contrastare il cambiamento climatico bisogna ridiscutere modalità e strutture di tutto ciò che facciamo. Questo non è ciò che la diplomazia del clima si è storicamente proposta di fare: piuttosto, si è occupata di negoziare quante emissioni ogni paese potesse o non potesse produrre. Configurare quote in questo modo, senza ridiscutere e dunque lasciando invariati i metodi stessi con cui l’oggetto quotato viene prodotto, significa inevitabilmente imporre riduzioni. Ridurre le emissioni, dati i metodi attuali di produzione e consumo, significa frenare la crescita economica. 

Concentrandosi sui risultati (un dato aggregato di emissioni da tagliare) piuttosto che sui processi necessari a raggiungerli, il cambiamento climatico muta dunque da sfida cooperativa a serie di rinunce individuali che nessuno vuole fare. Negoziare frontalmente le riduzioni di emissioni significa rendere ogni nazione antagonista di tutte le altre: una strategia migliore sarebbe invece quella di ridurre le emissioni affrontando altri problemi la cui risoluzione implicherà riduzione di emissioni, sui quali è forse possibile allineare gli incentivi di diversi paesi più facilmente. Invece, si è tipicamente dato per scontato e si continua spesso a farlo, che si potessero costruire accordi efficaci sul clima senza occuparsi anche di questioni più ampie, in particolare quelle connesse alla disuguaglianza globale. Una terza differenza tra clima e ozono, più pratica ed estremamente importante, è che l’eliminazione dei clorofluorocarburi era tecnicamente possibile già nel 1987, esistendo sostituti egualmente funzionali ed economici - ma non è così, ancora oggi, nel caso dei combustibili fossili. 
In breve: nuove distribuzioni globali di potere, la complessità del problema climatico, l’affastellarsi di competenze isolatamente impotenti ma non sistemicamente integrate e la tendenza tipica delle istituzioni ad affrontare problemi nuovi con metodi vecchi hanno concorso a causare uno dei fallimenti politici più evidenti nella storia della governance globale e forse dell’umanità intera.

Problemi di inquadramento concettuale


Il principio di responsabilità comuni ma differenziate, architrave delle relazioni internazionali sul clima dal loro inizio ai giorni nostri, riconosce che il problema climatico sia comune e ne ripartisce le responsabilità in modo condiviso ma ineguale. In effetti, il principio presenta la gestione del cambiamento climatico come (anche) una questione di giustizia globale (intesa come giustizia fra stati) ed impIica che i paesi industrializzati, i ricchi, debbano fare di più contro il cambiamento climatico e che debbano farlo prima. Come detto, a fondamento di questo principio stanno almeno quattro ordini di considerazioni di giustizia: responsabilità storica, equità, capacità e vulnerabilità.
Molti accademici credono che pensare il cambiamento climatico come un problema di giustizia fra stati sia teoricamente rassicurante e sufficiente, e dipingono così il fenomeno come un caso speciale a cui applicare schemi teorici consolidati. Il paradigma della giustizia globale è molto apprezzato anche dai politici, particolarmente da quelli che rappresentano i paesi più poveri. Per coloro che sono svantaggiati dall’attuale ordine globale o che parlano in nome di coloro che lo sono, il linguaggio della giustizia globale offre una sorta di “soft power”. Costoro presentano il cambiamento climatico come una ingiustizia che i paesi ricchi infliggono a quelli poveri. A Copenhagen nel 2009, ad esempio, il capo negoziatore dei paesi appartenenti al G-77 Lumumba Stanislaus-Kaw Di-Aping, paragonò l’accordo appena raggiunto all’Olocausto.  

La descrizione del cambiamento climatico come un’ingiustizia perpetrata dai paesi ricchi a danno dei paesi poveri non è senza meriti, ovviamente. La maggior parte delle emissioni è prodotta dai paesi ricchi ma la maggior parte dei danni, sofferenze e morti che il cambiamento climatico causerà avrà luogo nei paesi poveri, che hanno meno capacità economiche e tecnologiche per reagire e spesso già soffrono di variabilità climatiche ed eventi meteorologici estremi (a loro volta già causa, quantomeno parziale, della loro povertà). L’Honduras, ad esempio, è naturalmente più esposto agli uragani degli Stati Uniti, l’Etiopia è più esposta alla siccità della Germania e probabilmente nessun paese è più esposto alle inondazioni di quanto lo sia il Bangladesh. 
Nel 2008 il Bangladesh pubblicò il suo Climate Action Plan, il quale richiedeva un finanziamento di cinque miliardi di dollari per i primi cinque anni. Questa cifra è più della metà del budget annuale del paese. Il Bangladesh semplicemente non può adattarsi al cambiamento climatico senza aiuto finanziario e tecnologico da parte dei paesi ricchi. Esso soffrirà immensamente gli effetti del fenomeno pur avendo avuto un ruolo minuscolo nel causarlo: le sue emissioni totali di anidride carbonica sono meno dello 0,2% del totale globale; su base pro capite, le sue emissioni sono circa un ventesimo della media globale e un cinquantesimo di quelle degli Stati Uniti.  

Sono questo tipo di considerazioni a fornire plausibilità all’idea che il cambiamento climatico sia un atto di ingiustizia dei paesi ricchi a danno dei paesi poveri. Un istante di riflessione porta però alla luce una serie di complicazioni. Il cambiamento climatico non mostra alcune delle caratteristiche tipiche delle tradizionali ingiustizie fra stati, mentre ne mostra altre che le teorie di giustizia globale tradizionali sembrano male equipaggiate ad affrontare.  
Una prima differenza è che molte persone (inclusi alcuni leader politici) nei paesi industrializzati sono, o quantomeno si dichiarano, all’oscuro degli effetti del cambiamento climatico. Altri paesi ammettono invece che ci siano effetti molto negativi e forniscono (o si dichiarano disposti a fornire) aiuti economici o tecnologici a coloro che ne soffrono. Se il cambiamento climatico è un caso di ingiustizia fra stati, questi elementi sono quantomeno strani. Nel primo caso, è come se un paese ne invadesse ingiustamente un altro ma senza sapere che lo ha invaso; nel secondo caso, è come se un paese cercasse di alleviare i danni che causa ad un altro pur continuando a causarli a livello di politica di base.   

Una seconda differenza è che le ingiustizie fra stati tradizionali includono l’imposizione intenzionale di danni e nel caso del cambiamento climatico non è così.  Le emissioni di gas serra sono un effetto non voluto delle attività industriali di un paese e il cambiamento climatico è a sua volta un effetto non voluto di queste (ed altre) emissioni. Ogni paese sarebbe senz’altro ben contento se le sue attività industriali continuassero senza produrre emissioni, così come se le emissioni non causassero alcun danno a nessuno mai. Nel caso di una guerra ingiusta o dell’imposizione di un accordo commerciale iniquo, l’intenzione è invece proprio quella di danneggiare gli altri togliendoli ciò che è loro (territorio o risorse).
Una terza differenza è che siccome l’atmosfera è del tutto indifferente ai confini nazionali e una molecola di anidride carbonica ha lo stesso effetto sul clima a prescindere da dove venga emessa, il cambiamento climatico è in realtà un problema causato da persone ricche (quelle che guidano, mangiano carne, usano i computer, fanno lunghe docce calde e via dicendo) in qualsiasi paese esse vivano, e sofferto da persone povere in qualsiasi paese esse vivano. Sia coloro che causano , che coloro che soffrono il cambiamento del clima, sono distribuiti in tutti i paesi del mondo (anche se in proporzioni diverse).  

L’India, ad esempio, è diventata negli ultimi venti anni uno dei principali emettitori mondiali, pur rimanendo anche una delle principali vittime del cambiamento climatico. Le precipitazioni monsoniche sono sempre più abbondanti e concentrate, lo scioglimento dei ghiacciai sull’Himalaya accresce i rischi di inondazioni nella piana del Gange, e i cicloni sulle coste sono sempre più frequenti. I costi economici del riscaldamento del clima per l’India sono valutati attorno all’1,8% del Pil annuale da qui al 2050, ma i costi sociali e ambientali potrebbero essere ancora più gravi. Il punto è che non sono solo i ricchi americani ma anche quelli indiani (e cinesi e nigeriani) a causare danni agli indiani più poveri (come anche agli americani più poveri). Le divisioni per stati non catturano con precisione né i colpevoli né le vittime del cambiamento climatico.
Una quarta differenza è che la maggior parte dei casi di ingiustizia fra stati prevedono un paese che si avvantaggia a spese di un altro paese e questo può andare avanti più  meno indefinitamente. I livelli attuali di emissioni di gas serra prodotti dai ricchi della terra, invece, non possono essere mantenuti indefinitamente, poiché le troppe emissioni di gas serra minacciano di destabilizzare le condizioni stesse che rendono una vita da ricchi possibile anche per i ricchi stessi. Un caso continuato di ingiustizia globale solitamente non indebolisce progressivamente anche chi la perpetra.

Una quinta differenza è che laddove i danni, le sofferenze e le morti connesse a guerre ingiuste o altri casi paradigmatici di ingiustizia fra stati sono, per certi importanti versi, interamente nelle nostre mani, quelle connesse al cambiamento climatico non lo sono. Il cambiamento climatico chiama in scena un nuovo attore - l’insieme di processi e sistemi ecologici, di interazioni e feedback che chiamiamo usualmente “natura” - spesso ignorato anche da molti teorici della giustizia globale che, impegnati a discutere di diritti e obblighi fra umani tendono a dare per scontato (magari inavvertitamente) che la natura offra sempre “un pasto gratis”. Nel caso del cambiamento climatico la natura presenta invece imperiosamente il conto e non accorda particolari dilazioni nel pagamento. I commensali possono languidamente  negoziare le rispettive quote da pagare finché l’oste è in cucina, ma c’è ben poco da negoziare quando l’oste si presenta al tavolo ed esige il saldo. In altre parole, concettualizzando il cambiamento climatico come un problema di giustizia fra stati si tende spesso a fare i conti senza l’oste e a dimenticare che all’oste non interessa come il conto venga ripartito fra i commensali, ma solo che venga pagato.  
Un’ultima differenza fra il cambiamento climatico e casi tradizionali di ingiustizie fra stati è la natura intergenerazionale del cambiamento climatico. Non è che le ingiustizie globali tradizionali non danneggiano le generazioni future: con tutta probabilità, una guerra ingiusta o l’imposizione di un trattato commerciale iniquo danneggiano anche i discendenti di chi li subisce. La differenza sta piuttosto nel fatto che in casi del genere evitare o debellare ingiustizie presenti coincide solitamente con l’evitare ingiustizie future; nel caso del cambiamento climatico, invece, la giustizia globale e quella intergenerazionale sono spesso in tensione. Per eliminare le ingiustizie connesse alla povertà globale, ad esempio, bisogna stimolare crescita economica che produrrà emissioni di gas serra che a loro volta contribuiranno a cambiare il clima, a svantaggio delle generazioni future. D’altro canto, gli investimenti finalizzati a proteggere le generazioni future dal cambiamento climatico implicano spesso costi opportunità per le generazioni presenti e in particolare per i loro membri più poveri.

FOTO E#5. Alcune ragioni del fallimento sul piano domestico5. Alcune ragioni del fallimento sul piano domestico

Il cambiamento climatico è un problema globale le cui conseguenze, dirette o indirette, possono ricadere su ciascun paese al mondo. Questo riduce l’efficacia delle politiche nazionali in quanto ogni paese, pur potendo limitare le emissioni dei propri abitanti attraverso leggi, programmi educativi e altro, può fare poco o nulla per limitare le emissioni delle popolazioni di altri paesi, ognuno dei quali è politicamente sovrano. Il cambiamento climatico è anche un problema globale la cui soluzione non può prescindere dalla cooperazione di tutti i paesi del mondo, in particolare di tutti i grandi e medi emettitori - una cerchia che si fa progressivamente più ampia con lo sviluppo di sempre più paesi. 

Fu Confucio a dire che “gli antichi che volevano dimostrare la loro grande virtù al mondo intero si preoccupavano in primo luogo di governare bene i propri paesi”. Non c’è garanzia che i moderni riescano a fare lo stesso. Disfunzioni politiche interne a un paese sovrano possono sabotare la governance globale del problema. Divisioni politiche interne agli Stati Uniti, ad esempio, hanno azzoppato la governance globale del clima per circa trent’anni. 

Esercizi di veto

È logico che più alti gradi di divisione politica, soprattutto a livello legislativo, si riscontrino all’interno dei regimi democratici. È il caso degli Stati Uniti ma lo stesso fenomeno è oggi molto in evidenza anche in Europa. Le democrazie più importanti del mondo, divise al loro interno da forze politiche contrapposte, paiono trovare grande difficoltà nel produrre legislazione domestica che si discosti significativamente dallo status quo. Questo è evidente quando si parla di cambiamento climatico, ma le maggiori democrazie contemporanee sembrano incapaci d’affrontare efficacemente anche molte altre pressanti questioni sistemiche e globali che sono caratteristiche dell’Antropocene, come le migrazioni, la gestione delle diseguaglianze, il terrorismo, il debito pubblico e l’instabilità finanziaria. 

Un modo per delineare chiaramente questa disfunzione è pensare ad alcuni attori in un sistema democratico come capaci di prevenire deviazioni dallo status quo attraverso l’esercizio di veti in fase di legislazione.  Tali attori possono essere specificati dalle costituzioni (ad esempio il presidente, il congresso e le varie corti negli Stati Uniti), possono emergere dal sistema politico (come i partiti membri di una coalizione di governo in molti paesi europei) o dalla società civile (settori industriali potenti, o sindacati o altri gruppi d’interesse). Il sistema dei veti crea pesi e contrappesi che proteggono gli interessi delle minoranze, prevengono cambiamenti destabilizzanti e difendono politiche e valori considerati fondamentali anche durante periodi di impopolarità. In breve, il sistema dei veti impedisce a un sistema democratico di divenire troppo fluido e flessibile. 

Questo è desiderabile quando lo status quo è desiderabile o un’eventuale shock esterno è benvenuto, ma quando queste condizioni non si presentano ciò che si richiede è invece proprio fluidità e flessibilità legislativa. È questo il caso del cambiamento climatico così come delle altre questioni menzionate sopra: si richiedono risposte politiche veloci, decise e innovative su cui gli attori in questione dovrebbero rinunciare ad esercitare i loro veti.

Ogni sistema politico ha un certo numero di questi attori, diversamente posizionati lungo lo spettro ideologico e ciascuno con un certo livello di coesione interna. Queste ed altre caratteristiche degli attori che possono esercitare veti in fase di legislazione determinano la gamma di prodotti legislativi che possono discostarsi dallo status quo. I grandi cambiamenti sono difficili quando quella gamma è limitata, ovvero quando ci sono molti di questi attori, quando le distanze ideologiche fra loro sono marcate e quando ognuno di essi è internamente molto coeso. 

La presenza di veti frena l’innovazione legislativa in ogni sistema politico, ma le democrazie sembrano particolarmente vulnerabili al problema e più attori hanno esercizio di veto in una democrazia, più alta sarà la sua vulnerabilità. Una concentrazione particolarmente alta di tali attori spiega come un paese potente ricco e tecnologicamente avanzato come gli Stati Uniti, possa essere sorprendentemente lento e inefficace nel gestire problematiche fondamentali di politica distributiva, equità razziale, immigrazione, bilanciamento fra libertà e sicurezza e ovviamente il cambiamento climatico (o quantomeno la sua sorella minore, la politica energetica). La costituzione degli Stati Uniti separa poteri all’interno del governo federale, delega diritti e funzioni agli stati e include una carta dei diritti che in alcuni campi fornisce esercizio di veto ai cittadini stessi. In aggiunta, nei decenni si sono stratificate pratiche che inibiscono ulteriormente l’azione come la necessità di maggioranze molto larghe per certe tipologie di deliberazioni. Intorno a tutto ciò fiorisce una intensissima attività di lobby da parte di numerosi attori dell’economia e della società, che esercitano i loro veti indirettamente attraverso i propri referenti politici.  
Gli Stati Uniti sono un esempio estremo ma non sono l’unico. Nella maggior parte delle democrazie europee i veti sono esercitati dai partiti membri della coalizione di governo e in alcuni casi, come in Italia, Spagna e Grecia, tali partiti hanno legami storici, diretti e forti con industria, sindacati o altri gruppi d’interesse. In questi paesi è difficile raggiungere consenso politico anche su questioni molto meno complesse del cambiamento climatico: sembra in effetti che per ogni possibile svolta legislativa ci sia sempre una corrispondente opzione immobilista, congeniale ad almeno un qualche attore cruciale. 
A volte l’immobilismo risponde a ragionevoli calcoli sui costi di transizione da status quo a nuove politiche e/o riflette l’incertezza riguardo sia i dettagli del processo di transizione che i suoi risultati ultimi. Gli attori che esercitano veti danno voce a queste considerazioni, insieme ad altre che ho già menzionato. Ma, in certe condizioni, tali attori potrebbero anche dare voce a tendenze immobiliste meno razionali, inevitabilmente presenti nelle istituzioni come nella società (e spesso abilmente sfruttate da vari gruppi d’interesse). Tra queste potrebbe esservi il voler evitare dissonanze cognitive attraverso varie forme di razionalizzazione, la ricerca di conforto in ciò che “ha funzionato finora”, un’ attenzione spropositata ai costi già incorsi, il timore di rimpiangere i cambiamenti attuati o anche il desiderio di mantenere e trasmettere un senso di controllo sulla situazione non ammettendone il mutamento.  Ognuna di queste tendenze protegge lo status quo e, quando si parla di cambiamento climatico, ognuna di esse è senz’altro al lavoro nei più importanti paesi democratici del mondo i quali sono, nella stragrande maggioranza dei casi, emettitori molto potenti. 

Se spiegata attraverso la lente degli esercizi di veto, l’inefficacia attuale di molte importanti democrazie dà adito ad una ulteriore preoccupazione. Il sistema degli esercizi di veto è pensato per fornire pesi e contrappesi che equilibrino la legislazione democratica, non che la blocchino nel nome dei vari interessi che, per vari motivi, sono soddisfatti dello status quo. Se questo succede, significa che la vita politica di una democrazia è non solo bloccata, ma anche occupata da questi interessi.  I sistemi democratici possono facilmente essere distorti dall’ineguaglianza d’accesso e d’influenza che l’esercizio di veti inevitabilmente permette: la dignità della legislazione può andare perduta nei meandri di procedure arcane e interessi corporativi.
I cittadini di molte importanti democrazie sembrano ben consci di questo pericolo. Negli ultimi anni, i loro disappunti e inquietudini hanno dato origine a vari movimenti popolari più o meno organizzati che tentano di aggirare o penetrare le strutture del potere democratico costituito. Questi movimenti rivendicano accesso e influenza, ed è loro caratteristica l’essere animati da una sorta di nostalgia per un mitologico passato in cui i politici venivano dalla gente, le opinioni dei cittadini erano integrali alle dinamiche di governo e ciò che pagava era il lavoro e non la rendita, la speculazione o le reti di relazioni e conoscenze. Questi mantra sono spesso accompagnati da una romanticizzazione dello stato-nazione, in quanto tali movimenti contestano non solo gli esercizi di veti propri delle istituzioni nazionali ma anche quelli di attori supra-nazionali, come l’Unione Europea o di attori globali come le reti della finanza internazionale e le multinazionali. Qualunque sia il loro futuro politico, queste reazioni popolari a veti locali e globali divenuti troppo ingombranti ricordano ai governanti che una democrazia è operata da e per i governati e che il potere esercitato dai governanti, per potersi dire legittimo, deve portare benefici ai governati. 

La comunità politica

Molti paesi democratici sono grandi emettitori. In questi paesi i benefici connessi alle emissioni domestiche ricadono (almeno in buona parte) sui governati, laddove gli effetti negativi di tali emissioni ricadono innanzitutto e perlopiù su chi da quelle democrazie non è governato: chi vive oltre i loro confini e le generazioni future, nonché la natura non-umana. Se le democrazie volessero curarsi degli spaziotemporalmente distanti e della natura non-umana, esse dovrebbero estendere la loro responsività politica molto aldilà dei confini tracciati dalle preferenze elettorali dei propri governati. Non è detto che questo possa generare largo consenso popolare, in quanto per occuparsi delle generazioni future, di coloro che vivono oltre confine e della natura non-umana i governi democratici dovrebbero in molti casi rinunciare ad apportare benefici ai propri governati, ovvero a chi li mette al potere con il proprio voto - per apportarli invece a chi non ha mai votato perché vive in un altro paese, non è umano o ancora non esiste. 
Questa è una difficoltà molto profonda a livello non solo pratico ma anche di principio. Ciò che la rivoluzione democratica ci ha consegnato è l’idea che i governi debbano agire nell’interesse dei governati piuttosto che in quello dei governanti. Per raggiungere tale obiettivo, la strategia democratica è quella di far governare i governati stessi, direttamente o attraverso i loro rappresentanti. La teoria e le pratica democratica si basano sul presupposto che i governati e i governanti siano agenti abili e competenti nell’iniziare e condurre azione politica, comunemente detti “cittadini”. Sono i cittadini e i loro interessi e benessere che contano politicamente in una democrazia. La cittadinanza democratica presuppone capacità di partecipare al processo democratico, la quale a sua volta presuppone agenzia politica. Questo potrebbe dirsi il presupposto democratico dell’agenzia.  

La centralità di tale presupposto non deve sorprendere considerando che i principi, le norme e le istituzioni democratiche si sono effettivamente evolute per governare relazioni tra agenti umani che vivevano in prossimità spaziale e temporale l’uno con l’altro e le cui decisioni e azioni politiche avevano impatti relativamente diretti l’uno sull’altro. Gli impatti climatici peggiori di azioni e decisioni prese democraticamente da agenti-cittadini si abbatteranno invece anche e soprattutto su una vastissima platea di non-agenti, che include gli spaziotemporalmente distanti e la natura non-umana. Questi non-agenti, essendo tali, non possono prendere parte all’attività di governo - non possono discutere, non possono votare, non possono legiferare, non possono protestare. Gli spaziotemporalmente distanti e la natura non-umana vengono impattati dagli effetti delle emissioni prodotte da uno stato democraticamente governato, ma non sono rappresentati nel processo democratico di quello stato (se non in modo molto indiretto, ad esempio attraverso qualche organizzazione non-governativa). In un sistema in cui essere governati corrisponde con il prendere parte all’attività di governo, chi o cosa è escluso da tale attività non è governato, ma dominato. 

Il presupposto dell’agenzia spiega come la democrazia possa storicamente esser stata compatibile con l’esclusione di schiavi, uomini senza possedimenti, donne e membri di altri gruppi da attività di governo che impattavano prepotentemente le loro vite, interessi e benessere. Essi non erano considerati agenti nel pieno senso della parola ed erano pertanto democraticamente dominati. Nel caso del cambiamento climatico la situazione pare riproporsi su scala molto più vasta: pare che la democrazia implichi il dominio di agenti presenti e locali su un vasto universo di non-agenti che si estende oltre i confini dello spazio, del tempo e della genetica. Laddove i grandi imperi del passato colonizzavano ampie aree del pianeta, l’impero democratico del presente, cambiando il clima, ne colonizza il futuro. 

Alla luce di queste considerazioni, non è del tutto chiaro come la teoria e la pratica democratica debbano rapportarsi al cambiamento climatico. Il deficit democratico attuale, chiaramente percepito e denunciato da movimenti popolari in molti importanti paesi, dovrà in qualche modo essere generalmente ridotto se le istituzioni non vorranno perdere progressivamente legittimità. Allo stesso tempo però, riguardo il cambiamento climatico in particolare, le istituzioni democratiche dovranno saper resistere alla tentazione di declinare ogni responsabilità nei confronti degli spaziotemporalmente distanti e della natura non-umana. Non sarà facile e la difficoltà è strutturale: i cittadini sono quelli che contano in democrazia e i cittadini vogliono che le istituzioni democratiche nazionali servano i loro interessi innanzitutto e perlopiù - piuttosto quelli di chi vive oltre i confini dello spazio, del tempo e della genetica.

Il tasso di sconto sul futuro


Per scansare la contestazione dei cittadini a fronte di scelte impopolari, i politici si affidano a volte agli economisti, che certifichino come le scelte da farsi siano necessarie o addirittura in realtà vantaggiose. Il problema, nel caso del clima, è che gli economisti non danno sicurezze e anzi sembrano rimpallare la questione nientemeno che ai filosofi. Un modo per leggere le difficoltà delle democrazie quando si tratta di cambiamento climatico è considerare i due principali studi economici sul tema: The Economics of Climate Change, prodotto da Nicholas Stern nel 2007 su committenza del governo inglese, e A Question of Balance, prodotto in risposta dall’economista americano William Nordhaus nel 2008. 
Sir Nicholas Stern, già capo economista della Banca Mondiale, sostenne nel suo libro che i costi delle politiche di contrasto al cambiamento climatico sarebbero stati di poco più che l’1% del PIL mondiale annuo, laddove i costi dell’inazione sarebbero stati pari al 5% del PIL mondiale annuo, con possibilità di arrivare fino al 20% in alcuni scenari. Il PIL mondiale nel 2007, anno di pubblicazione del libro di Stern, era di circa 55 trilioni di dollari: si parlava dunque di una spesa di 550 miliardi dollari annui al fine di evitare la perdita di somme fra i 2.5 e gli 11 trilioni annui. La proposta di Stern era di finanziare tale spesa attraverso una tassa di applicazione immediata, pari a $311 per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa.
Fin dalla sua uscita, The Economics of Climate Change provocò reazioni animate e contrastanti: molti consideravano le conclusioni di Stern irrazionalmente esose, e perfino chi era generalmente d’accordo con esse obiettava in vari modi sugli assunti e la metodologia della sua analisi. William Nordhaus, professore di economia a Yale e storico consigliere d’alto profilo per diverse amministrazioni americane, era in netto disaccordo sia con le conclusioni che con assunti e metodologia, e criticò Stern nel modo più elaborato e puntuale. 

Il punto di disaccordo principale tra Stern e Nordhaus era la scelta del tasso di sconto sul futuro. Il tasso di sconto decide quanto vale oggi un beneficio futuro: più alto è il tasso di sconto, meno valore ha il beneficio oggi – e dunque meno economicamente razionale diviene sostenere oggi i costi necessari a che esso si realizzi domani. La scelta del tasso di sconto è tanto più determinante quanto più si guarda avanti nel tempo, poiché i suoi effetti si accumulano: se 10 dollari fra un anno valgono 9 dollari oggi, 10 dollari fra due anni valgono 8.1 dollari oggi e così via. 
Nel caso del cambiamento climatico, come sappiamo, i tempi sono estremamente lunghi: le nostre emissioni resteranno nell’atmosfera per migliaia di anni causando mutamenti planetari che avranno effetti per migliaia di anni. Molte ricerche (fra cui quella di Stern) indicano che il 90% degli effetti peggiori del cambiamento climatico avrà luogo dopo il 2200. Se si applica un tasso di sconto sul futuro abbastanza alto, queste lungaggini porteranno l’economista a sconsigliare politiche di contrasto anche moderatamente onerose. 

Stern propose un tasso di sconto relativamente basso, dell’1,4%, secondo cui 1000 dollari fra 100 anni valgono circa 250 dollari oggi. Nordhaus propose un tasso di sconto del 5%, in linea con la pratica della maggior parte degli economisti, secondo cui 1000 dollari fra cento anni valgono circa 4 dollari oggi. Chiaramente, molti dei sacrifici giustificati da Stern risultavano essere economicamente insensati per Nordhaus, il quale consigliava infatti una tassa sulle emissioni molto più blanda e a salire nel tempo: da $27 a tonnellata a partire dal 2005 a $90 nel 2050, fino a $200 dal 2100 in poi. Questo avrebbe ridotto le emissioni del 25% nel 2050 e del 45% nel 2100, risultando in un aumento medio delle temperature globali, in riferimento ai livelli del 1900, di 2.6 gradi nel 2100 e di 3.4 gradi nel 2200. In mancanza di tali misure Nordhaus stimava perdite annuali pari al 3% del PIL mondiale, che sarebbero potute crescere fino all’8% annuale nel 2200. 

Stabilire un certo tasso di sconto sul futuro significa assegnare un certo grado di importanza al benessere delle generazioni future. Una prima corrente di pensiero, rappresentata da Nordhaus, sostiene che il tasso di sconto sul futuro vada estrapolato dai tassi d’interesse prevalenti sui mercati nel presente (tipicamente, appunto, il 5%). Il ragionamento che conduce a questa tesi non è il risultato di computi economici ma è piuttosto figlio di un presupposto etico di stampo democratico: che il lavoro dei governi debba essere ispirato da valori che siano quelli espressi dai governati, in cabina elettorale come sui mercati. Una seconda corrente di pensiero, rappresentata da Stern, sostiene invece che il tasso di sconto debba essere stabilito sulla base del valore morale di chi vivrà nel futuro. In sostanza, Nordhaus vuole chiedere alle persone (agli attori sui mercati) che valore assegnino al benessere delle generazioni future, laddove Stern vuole invece che tale questione venga posta nei termini non di cosa la gente preferisca ma di cosa è giusto o sbagliato. Il risultato sono due tassi di sconto molto diversi: come detto, 1.4% Stern, 5% Nordhaus. Secondo Nordhaus il futuro vale meno perché così dicono le persone; secondo Stern non vale (così tanto) meno, perché si parla sempre e comunque del benessere di persone. 

I costi dei danni provocati dal cambiamento climatico nel futuro, particolarmente quello distante, pesano dunque nei calcoli di Stern molto più che in quelli di Nordhaus, giustificando investimenti maggiori oggi. I costi di tali investimenti, d’altro canto, risultano tanto più leggeri per Nordhaus quanto più distanti sono nel futuro, il che giustifica rimandarli il più possibile. Su queste due implicazioni della scelta dei rispettivi tassi di sconto si costruiscono consigli di policy completamente diversi nei due casi: fare molto e subito secondo Stern, fare notevolmente meno e con più calma secondo Nordhaus.
Questa diatriba sul tasso di sconto è il corollario di uno scontro più generale fra due visioni completamente diverse della natura e del ruolo sociale dell’analisi economica - ovvero se essa sia e debba essere descrittiva o prescrittiva. A sua volta, tale scontro è figlio di due visioni profondamente diverse su quale sia il mandato dei governi democratici quando si parla di generazioni future. Secondo la visione di Nordhaus, che rappresenta quella della stragrande maggioranza degli economisti statunitensi, l’analisi economica registra le preferenze delle persone per come esse vengono rivelate sui mercati e le trasmette ai governanti, le cui politiche si trovano così a riflettere democraticamente le preferenze dei governati. Le scelte libere e autonome di quest’ultimi sono il fondamento stesso della democrazia, che l’economista ha il dovere solo di formalizzare e che i governanti, dall’economista informato, hanno il dovere di rispettare e tradurre in policy. Questo implica che la considerazione accordata dai governanti alle generazioni future deve essere esattamente la stessa che vi accordano i governati. 

Secondo la visione di Stern, invece, i governanti cui gli economisti forniscono strumenti sono guardiani non solo del presente ma anche del futuro di un paese – ed è del tutto possibile che questo futuro vada protetto proprio dalle preferenze poco informate e distorte del presente. Di fronte a un tema complesso e senza precedenti come il cambiamento climatico, è lecito dubitare che la maggior parte delle persone sia ben informata quando esprime le proprie preferenze. Inoltre, montagne di letteratura scientifica in economia sperimentale dimostrano in modo incontrovertibile che le preferenze delle persone sono sistematicamente distorte da varie forme di miopia temporale e dalla minore attenzione rivolta a ciò che non si ha vividamente sotto gli occhi (le generazioni future o i danni procurati da una catastrofe climatica, ad esempio). Infine, le generazioni future sono escluse non solo dal dibattito democratico, come già notato, ma anche dalle dinamiche di mercato da cui Nordhaus vorrebbe estrapolare il tasso di sconto che potrebbe decidere delle loro vite. 
Secondo Stern l’analisi economica deve portare alla ribalta le questioni etiche e sociali che caratterizzano i fenomeni o processi cui essa si applica, e puntare esplicitamente a fornire strumenti per migliorare il mondo. Secondo Nordhaus questa commistione di fatti e valori è il passo cruciale verso l’amministrazione controllata dell’economia e dunque delle scelte delle persone: paternalismo di stampo monarchico o socialista. Il problema è che l’importanza che Nordhaus dà alle preferenze dei governati è a sua volta non un fatto economico ma un giudizio di valore. 

Stabilendo un tasso di sconto dell’1,4%, Stern sfida chiunque a negare un punto etico molto semplice, ovvero che il benessere e le vite delle generazioni future non valgono meno di quelle delle presenti solo perché avranno luogo nel futuro. Politiche che implichino un sistematico svantaggio per le generazioni future, crescente quanto più distanti esse saranno - politiche, in altre parole, configurate in riferimento a tassi di sconto sul futuro relativamente alti - non sono eticamente giustificabili. 
L’argomento etico di Nordhaus è democratico: queste sono le politiche che la gente preferisce. L’argomento è problematizzato, come già notato, da preferenze non informate e miopi, dalla mancata rappresentanza delle generazioni future sui mercati, e da una visione specifica e non ovvia di quale sia il mandato dei governi democratici quando si parla di generazioni future. Inoltre, la storia è piena di casi in cui la gente ha preferito politiche che consideriamo moralmente abominevoli, come la pulizia etnica e la schiavitù. Nordhaus ha però anche altri argomenti etici a difesa del suo tasso di sconto relativamente alto. 

Il primo è di stampo prioritarista: l’urgenza dei bisogni ha grande importanza morale e la condizione dei più poveri del mondo è di grande urgenza, pertanto è eticamente giustificato trattenere fondi per i bisogni del presente a scapito di quelli del futuro. Questo argomento rischia però di confondere due possibili significati di ‘urgenza’: urgenza come acutezza oppure urgenza come immediatezza temporale. Nel caso in questione, non si stanno confrontando bisogni acuti dei più poveri di oggi con bisogni meno acuti delle generazioni future: il cambiamento climatico potrebbe in futuro generare bisogni altrettanto acuti di quelli che la povertà estrema genera oggi (anzi di più, perché esso aggraverebbe e aumenterebbe la povertà stessa in vari modi). Essendo inoltre il futuro molto lungo, saranno molte di più le persone che potrebbero trovarsi in situazioni di acuto bisogno nel futuro di quante non se ne trovino ora nel presente. Dunque il senso di ‘urgenza’ che potrebbe giustificare il dare precedenza al presente non può essere quello di acutezza. Resta quello di immediatezza temporale, ma la rilevanza etica dell’immediatezza temporale è proprio ciò che va dimostrato e un argomento non può essere identico alla tesi che supporta. Affidarsi a criteri di immediatezza temporale è solo un modo per decidere chi aiutare, non una giustificazione etica di quella decisione.

Un secondo argomento a disposizione di Nordhaus è basato sull’assunto ottimista che il futuro sarà migliore del presente. Fosse così, sarebbe eticamente sbagliato dirottare fondi via dal presente verso i nostri discendenti più avvantaggiati: i benefici conferibili al presente sarebbero infatti marginalmente superiori a quelli conferibili al futuro, proprio in quanto chi abiterà il futuro sarà già comparativamente più avvantaggiato di chi abita il presente. Ovviamente questo argomento funziona solo qualora risulti empiricamente vero che il futuro sarà migliore del presente, e questo però non è un presupposto che il cambiamento climatico ci autorizzi a intrattenere con piena certezza. È quantomeno verosimile che il cambiamento climatico possa rendere il futuro peggiore del presente sottraendo le condizioni necessarie ai progressi tecnologici, economici e sociali necessari a che l’assunto ottimista si realizzi: ad esempio concorrendo ad acuire la scarsità globale di cibo e acqua, frenando grandi economie nazionali e regionali, o impegnando paesi in costose ricostruzioni a seguito di eventi meteorologici estremi. 
Una posizione etica ‘democratica’ alla Nordhaus, pur con tutti i suoi innegabili meriti, cozza contro considerazioni eticamente più generali - quelle di Stern - senza avere a propria disposizione argomenti abbastanza solidi per contrastarle. La conclusione è che il tasso di sconto sul futuro non vada semplicemente estrapolato dai tassi di interesse riscontrabili sui mercati come vorrebbe Nordhaus. 

Ciò non significa però che il tasso di sconto sul futuro vada necessariamente stabilito all’1.4% come fa Stern. Un tasso di sconto tanto basso ha l’effetto strutturale di rendere i nostri calcoli estremamente sensibili a variazioni anche piccolissime nelle probabilità assegnate a eventi catastrofici nel futuro distante. Inoltre resta il problema, unicamente pratico ma comunque notevolissimo, che gli investimenti per il futuro che Stern propone sono assolutamente fuori mercato, proprio perché il mercato lavora a tassi di interesse del 5% e non si muove per meno. Per fare ciò che Stern suggerisce di fare non ci sarebbero verosimilmente investitori privati. Ciò non significa che non sia giusto farlo, ma che bisognerà trovare il modo di farlo senza sfociare in forme di centralizzazione dell’economia a loro volta eticamente ingiustificabili. 
Le posizioni di Nordhaus vanno allora viste come una batteria di sagge critiche e utilissime raccomandazioni, piuttosto che come una vera e propria alternativa a quelle di Stern. Con tutta probabilità, il tasso di sconto sul futuro eticamente ma anche economicamente giustificabile (assumendo la configurazione di efficaci schemi di incentivi) si trova da qualche parte fra l’1.4% e il 5%  -  più vicino all’ 1.4% che non al 5%.  

L’economia del clima rimanda dunque i politici alla filosofia: quanto vale il benessere delle persone future in confronto al nostro? E come stabilire un tasso di sconto che sia eticamente ma anche economicamente (e psicologicamente e politicamente) giustificabile per il presente?

#6. Responsabilità
6. Responsabilità

È plausibile sostenere che la difficoltà principe posta dalla gestione del cambiamento climatico sia l’attribuzione di responsabilità. Questo vale per gli stati come per le aziende e gli individui. Il cambiamento climatico causerà danni a cose e persone, eppure nessun agente è singolarmente responsabile per questo. Una ragione per cui è difficile attribuire responsabilità per il cambiamento climatico è la complessità dei meccanismi causali coinvolti. Il cambiamento climatico danneggerà cose e ucciderà persone ma aumentare la concentrazione atmosferica di gas serra non causa automaticamente la morte di nessuno. Vasti sistemi ecologici e sociali (fisici, chimici, biologici, politici, economici) mediano fra l’aumento di concentrazione di gas serra e le morti, rendendo le ricostruzioni e le attribuzioni causali estremamente difficili se non praticamente impossibili. Ciò è vero delle morti come di altri danni – a proprietà, specie, ecosistemi e via dicendo.
Ecco una ricostruzione del problema: ogni agente è parte della causa del cambiamento climatico perché ogni agente vi contribuisce con le sue emissioni. Ma essere parte della causa non significa esser causa di alcuna specifica parte dei suoi effetti, o di nessuno dei suoi tanti effetti. Le emissioni prodotte dalla mia macchina si aggregheranno a quelle di miliardi di altre macchine, viaggeranno attraverso lo spazio-tempo, si disperderanno nelle dinamiche e nei feedback di vari sistemi fisici e chimici su varie scale e mai causeranno alcuna specifica inondazione o uragano. Questo significa che non causeranno nessuno dei danni che pur accorreranno a cose e persone a causa di specifiche inondazioni o uragani. In altre parole non ci sono conseguenze dannose delle mie emissioni - né, ovviamente, di quelle di nessun altro. Questo ragionamento si applica tanto agli individui quanto alle aziende e agli stati. 

Una seconda ragione è la frammentazione causale. Tutti concorrono al vasto problema di azione collettiva che è l’innalzamento delle temperature, a vari livelli di agenzia: individui, governi, aziende e organizzazioni internazionali. Perfino un cadavere, putrefacendosi sotto terra, emette anidride carbonica. Questa frammentazione è globale ed è ulteriormente complicata dall’essere anche intergenerazionale: ogni generazione emette una certa quantità di gas serra nell’atmosfera, contribuendo così a un problema di azione collettiva inter-temporale che è probabilmente ancora più ostico di quello intra-generazionale, in quanto non ci sono schemi di incentivi che tengano fra attori che non interagiscono fra loro (il problema è chiaramente più grave tra generazioni che non si sovrappongono).   

 Una terza ragione per cui è difficile ripartire responsabilità è la sistematicità delle forze che causano il cambiamento climatico. La manipolazione del ciclo del carbonio è intrinseca all’economia globale attuale così come guidare una macchina o accendere un computer lo sono alla mia giornata tipo. Il carbone è estratto in Australia, trasportato in Cina dove viene utilizzato per energizzare la produzione di automobili, computer e altri prodotti che vengono poi esportati verso i ricchi mercati europei e statunitensi. Io poi vado a lavorare in macchina ogni giorno e quando arrivo in ufficio accendo il computer per scrivere un libro sul cambiamento climatico. Altri fanno la loro versione delle stesse cose con un unico risultato atmosferico: l’emissione di tonnellate di anidride carbonica ogni giorno. Chi è responsabile qui: Australia, Cina, Stati Uniti, Europa, le multinazionali coinvolte, l’Organizzazione Mondiale del Commercio che presiede gli scambi globali di beni e servizi, le reti finanziarie che sponsorizzano tali scambi attraverso i loro investimenti, io, tutti gli altri, o nessuno? La risposta non è per nulla ovvia e la questione non è meramente teorica. L’attuale premier indiano Narendra Modi, ad esempio, ha ripetutamente dichiarato su forum ufficiali che se le fabbriche in Cina e India sono così numerose e inquinanti è per rispondere alla domanda di prodotti di consumo dei paesi ricchi (ovvero dei loro cittadini/consumatori). Modi non ha tutti i torti, come non li avrebbe nessun attore implicato nell’aumento delle temperature globali: ogni attore implicato può sempre scaricare le responsabilità su altri attori, perché la questione è sistemica, è il sistema ed è globalmente interconnesso a vari livelli di agenzia e organizzazione sociale. 

Inoltre, il sistema è dinamico. Al mutare e riconfigurarsi dell’economia globale l’Australia potrebbe essere rimpiazzata quale fornitore d’energia, la Cina quale luogo di manifattura e gli Stati Uniti e l’Europa (e i loro cittadini) quali consumatori dei prodotti finiti. Climaticamente parlando, tuttavia, questo potrebbe benissimo non fare alcuna differenza. Al di sotto della frammentazione e della complessità causale del cambiamento climatico scorre infatti un unico torrente condiviso di combustibili fossili. Fintanto che l’economia globale sarà energizzata da combustibili fossili, le temperature continueranno ad alzarsi a prescindere da quali attori occupino quali ruoli.  
Infine, sempre in ragione della dilatazione spaziotemporale e della complessità dei meccanismi causali coinvolti, sia prima che dopo che qualcuno muoia o qualcosa venga danneggiato sarà impossibile dire chi o cosa sarà o è stato vittima del cambiamento climatico. Prima, perché non ne conosceremo l’identità in anticipo: guardando avanti vedremo solo probabilità di danni distribuite su insiemi statistici di cose e persone. Dopo, perché non saremo mai sicuri che il colpevole sia il cambiamento climatico e non qualcos’altro, perché il cambiamento climatico danneggia e uccide solo per mano di sgherri come inondazioni, uragani, siccità, fame, malattie respiratorie, epidemie e conflitti armati.  

In breve, contribuendo al cambiamento climatico nessuno in particolare danneggia niente e nessuno in particolare. L’applicazione del principio del danno, un criterio tipico della teoria politica occidentale moderna come di molti sistemi legali contemporanei quando si tratti di attribuire responsabilità, è disabilitata dalla natura del problema e questo significa che assegnare responsabilità morali come legali per il problema risulterà più difficile. 
Dico difficile e non impossibile perché in molte società e in molti periodi storici le persone sono state ritenute moralmente responsabili non solo per i danni che hanno causato ma anche per ciò che semplicemente hanno fatto. Molte persone anche nelle nostre società sono moralmente disgustate da atti che apparentemente non causano alcun danno a nessuno, come rapporti sessuali consensuali fra individui dello stesso sesso e lacerare una bandiera. 

Alcune ricerche di psicologia sperimentale riguardo le strutture dei nostri giudizi morali hanno dimostrato che il principio del danno è in realtà solo una tra le tante fonti della moralità per come essa è esperita dalla maggior parte delle persone nella vita di tutti i giorni. Tra queste fonti ci sono anche considerazioni di reciprocità ed equità, lealtà al gruppo d’appartenenza, autorità e rispetto, purezza e santità. Il problema è che il cambiamento climatico non pare sollecitare queste altre considerazioni più di quanto solleciti quelle connesse al principio del danno. Nelle parole dello psicologo Daniel Gilbert:
Quando la gente si sente offesa o disgustata generalmente fa qualcosa a proposito, come prendersi a pugni o andare a votare. Queste emozioni morali sono il modo in cui il cervello ci richiama all’azione. Tutte le società umane hanno regole morali su cibo e sesso, ma nessuna ha regole riguardo la chimica atmosferica. Pertanto ci indigniamo per ogni violazione di protocollo eccetto quello di Kyoto. Sì, certo, il cambiamento climatico è una cosa cattiva, ma non ci fa sentire nauseati o infuriati o disonorati: è per questo motivo che non c’è impulso a condannarlo e a combatterlo.  

Quando si tratta di cambiamento climatico la stragrande maggioranza delle persone semplicemente non ha lo stesso trasporto viscerale che ha riguardo questioni come l’aborto, i diritti civili o degli animali, le lotte sindacali e il terrorismo. Il cambiamento climatico non solletica la nostra psicologia morale, né lo fa il destino degli spaziotemporalmente distanti e delle entità e sistemi naturali che ne subiscono e subiranno le conseguenze peggiori. Unito alle difficoltà nell’applicare il principio del danno, questo fa sì che nessuno si senta moralmente responsabile per il cambiamento climatico e che nessuno sia ritenuto moralmente (e legalmente) responsabile per esso – il che a sua volta incoraggia disinteresse generale e inazione.



#7. Considerazioni conclusive
7. Considerazioni conclusive

In questo articolo ho cercato di spiegare come le difficoltà sinora riscontrate nella gestione del cambiamento climatico non siano solo figlie di mancati accordi e scarsa volontà politica ma rispondano anche a effettive difficoltà nel concettualizzare il problema, applicare ad esso nozioni normative fondanti della teoria politica moderna quali democrazia e responsabilità e a contrastarlo date alcune configurazioni strutturali dei nostri sistemi politici attuali.  
Qualsiasi cosa accada in futuro dentro e tra gli stati, le aziende, le organizzazioni sovra-nazionali e quegli individui che hanno tra le mani il futuro del pianeta, è ormai chiaro che nell’Antropocene ci toccherà convivere con il cambiamento climatico e continuare a dar senso alle nostre vite in un mondo sempre più diverso da quello in cui l’umanità ha sinora recitato il suo spettacolo. 
Nulla potrà ‘risolvere’ il problema del cambiamento climatico, almeno nel breve termine - ma potremo forse configurare nuove visioni di quale sia, possa e debba essere il posto di Homo sapiens nei più ampi meccanismi delle cose. Forse, anzi, il nostro ri-localizzarci nei più ampi meccanismi delle cose dovrà passare proprio dall’abbandono dei nostri sogni di soluzioni finali e l’accettazione della complessità ineliminabile della nostra situazione. In questa prospettiva, il cambiamento climatico è più un catalizzatore per la riconfigurazione della nostra umanità che una (goffa) riconfigurazione del clima da parte dell’umanità. 
Ciò ovviamente non significa che il fenomeno ecologico e le sue implicazioni sociali non vadano gestiti su base programmatica – tutt’altro: ma significa che quella programmazione dovrà riflettere anche e soprattutto il nostro senso di cosa veramente conti. Un problema ‘ambientale’, apparentemente distante e intrattabile, diviene allora l’occasione per guardarci dentro e chiederci, all’alba del terzo millennio, a cosa vogliamo tendere come individui e come collettività.
Il cambiamento climatico e la vita nell’Antropocene più generalmente ci forzeranno a riconsiderare noi stessi. Ora che abbiamo la capacità tecnica di indirizzare l’evoluzione biologica e geologica del pianeta dobbiamo chiederci verso cosa vogliamo indirizzarla. In gioco è la possibilità di negoziare il mondo con grazia e dignità, generando e godendo di sistemi di significato e di valori che ci rendano fieri e sicuri di come viviamo. Il cambiamento climatico, come una storia d’amore finita male, ci regala l’opportunità di riconsiderare chi siamo diventati e chi vogliamo essere d’ora in avanti.

[1] Si veda Steffen, W., Grinewald, J., Crutzen, P. and McNeill, J. 2011. ‘The Anthropocene: Conceptual and Historical Perspectives’, Philosophical Transactions of the Royal Society A 369: 842–867; Hibbard, K. A., Crutzen, P. J., Lambin, E. F., et al. 2006. ‘Decadal Interactions of Humans and the Environment’, in R. Costanza, L. Graumlich and W. Steffen, eds., Integrated History and Future of People on Earth, 341–375. Boston, MA: MIT Press.

[1] Crutzen, P. and Stoermer, E. 2000. ‘The “Anthropocene” ’, Global Change Newsletter 41:17–18;

Waters, C., Zalasiewicz, J., Summerhayes, C., et al. 2016. ‘The Anthropocene Is Functionally and Stratigraphically Distinct from the Holocene’, Science 351(6269): 137–138; Zalasiewicz, J., Williams, M., Fortey, R., et al. 2011. ‘Stratigraphy of the Anthropocene’, Philosophical Transactions: Mathematical, Physical and Engineering Sciences 369(1938): 1036–1055; Zalasiewicz, J., Waters, C. N., Williams, M., et al. 2016. ‘When Did the Anthropocene Begin? A Mid-Twentieth Century Boundary Level Is Stratigraphically Optimal’, Quaternary International. http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1040618214009136.

[1] Si veda Di Paola, M. e Jamieson,D. 2016. “Political Theory for the Anthropocene”, in Global Political Theory, eds. David J. Held and P. Maffettone – Cambridge: Polity Press: 254-280

[1] Si veda Di Paola, M. 2015. “Virtues for the Anthropocene”, Environmental Values 24 (2): 183-207

[1] Si veda Di Paola, M. 2015. Cambiamento climatico: una piccola introduzione, Rome: LUISS University Press.

[1] Si Veda Jamieson, D. 2014. Reason in a dark time: Why the struggle against climate change failed and what it means for our future, New York: Oxford University Press.

[1] Si veda Preston, C. 2011. “Re-thinking the unthinkable”, Environmental Values 20 (2011): 457–479; Gardiner, S. 2011. A Perfect Moral Storm: The Ethical Tragedy of Climate Change. Oxford: Oxford University Press.

[1] Si veda Gardiner, S. 2011. “Ethics and global climate change”, Ethics 114 (April 2004): 555–600.

[1] Si veda Hale, T., Held, D. and Young, K. 2013. Gridlock. Why Global Cooperation is Failing When We Need It Most. Cambridge: Polity.

[1] Si veda Hulme, M. 2009. Why We Disagree About Climate Change. Cambridge: Cambridge University Press.

[1] Si veda Di Paola, M. e Jamieson, D. 2014. “Climate Change and Global Justice: New Problem, Old Paradigm?”, with Dale W. Jamieson,  Global Policy 5 (1): 105-111.

[1] Si veda Tsebelis, G. 2002. Veto Players: How Political Institutions Work. Princeton, NJ: Princeton University Press.

[1] Si veda Samuelson, W. and Zeckhauser, R. 1988. ‘Status Quo Bias in Decision Making’, Journal of Risk and Uncertainty 1: 7–59.

[1] Si veda Di Paola, M. e Jamieson,D. 2016. “Political Theory for the Anthropocene”, in Global Political Theory, eds. David J. Held and P. Maffettone – Cambridge: Polity Press: 254-280.

http://articles.latimes.com/2006/jul/02/opinion/op-gilbert2.

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