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Libri

Zygmunt Bauman

“Cose che abbiamo in comune” 44 lettere dal mondo liquido

Laterza editore,
 2012, pagg. 212,
euro15,00

Zygmunt Bauman è tra i più acuti osservatori del mondo moderno, un mondo che l’autore definisce liquido, in cui tutto, o quasi, è in continua trasformazione.
Nato in Polonia nel 1925 da una famiglia ebraica, fuggì allo sterminio nazista rifugiandosi in Unione Sovietica.
Unitosi all’esercito dell’armata Russa, rientrò in Polonia da combattente ma, essendo cresciuto nel pensiero critico, nel 1968 dovette abbandonare il suo Paese per l’appoggio ai movimenti giovanili riformatori e per il suo rifiuto critico dell’ideologia marxista ufficiale.
Insieme alla amata moglie, scomparsa nel 2010, trova una nuova patria a Leeds, una cittadina dello Yorkshire dove tutt’ora vive.
Sociologo della post-modernità, che con una formula molto efficace ha definito modernità liquida, nella sua lunga vita e attraverso la sua opera ha affrontato tutti i temi decisivi del nostro tempo e ha analizzato la crisi attuale con grande precisione a partire da una esperienza, sebbene non diretta ma biograficamente decisiva, come quella della grande crisi del ’29.
Nel saggio odierno raccoglie 44 lettere dal mondo liquido-moderno scritte durante un periodo di quasi due anni all’alba dell’attuale crisi planetaria per cercare di capirne le cause.
Il nostro mondo liquido-moderno si trasforma con una rapidità ed una fluidità stupefacente così che tutto ciò che era valido, opportuno, utile ieri, oggi non lo è più poiché semplicemente superato da nuove mode, tendenze, sentimenti.
L’uomo, dunque, per evitare di sentirsi perennemente inadeguato sente la necessità di essere al passo col mondo in cui vive predisponendosi al continuo cambiamento con un atteggiamento che lo renda maggiormente flessibile.
Nonostante viviamo l’era di internet e delle “autostrade dell’informazione” la sete di capire il presente e prevedere il futuro non è pienamente soddisfatta.
L’eccesso di informazioni disorienta, travolge, inghiotte così Bauman immagina di poter disporre di una trebbiatrice per “separare i granelli di verità […] dalla pula delle menzogne, delle illusioni, delle sciocchezze, degli scarti”. Ci prova con questi 44 “racconti di viaggio” scritti da un viaggiatore in viaggio e indirizzate ai “figli della generazione Y” a cui forse spetterà il compito di riassestare un intero pianeta alla deriva, tirandolo fuori dallo stato di “interregno” in cui si trova attualmente.
Il richiamo ad Antonio Gramsci è diretto e quanto mai attuale quando, nel 1930 dal carcere di Turi, in provincia di Bari, scriveva: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
Un libro da leggere con attenzione che deve far riflettere soprattutto quella generazione di giovani che oggi si formano per assumere posizioni di responsabilità nelle istituzioni del futuro.

Ten. Col. Nazareno Santantonio


Luigi Fioravanti

Roba mia

Nuova editrice grafica,
2012, pagg. 110

L’Autore, Luogotenente nell’Arma dei Carabinieri per 46 anni in servizio, oggi a riposo, presenta una raccolta di preghiere, poesie, aneddoti, filastrocche, proverbi, provenienti alcuni dai luoghi di origine, altri dai luoghi dove è stato impiegato istituzionalmente e altri ancora che si riferiscono al periodo del pensionamento.
Scrive di persone e di fatti di vita vissuti direttamente o indirettamente con un linguaggio atipico che ricorda ora le zone dell’Italia centrale ora quelle della Sicilia occidentale dove ha incontrato la moglie Mariella che ha fattivamente collaborato alla stesura del volume, soprattutto per le preghiere, curandone l’appendice.
Le poesie spaziano dalla descrizione della Basilica di S. Pietro a Favara, un comune in provincia di Agrigento; da San Francesco a San Pio da Pietralcina; dagli stati d’animo alla Stazione Carabinieri comandata per lunghi anni dallo stesso Autore.
Una lettura rilassante e interdisciplinare che fornisce l’opportunità di conoscere luoghi, persone, sentimenti ed espressioni dialettali marchigiane, siciliane, romane.

Cap. Giovanni Fàngani Nicastro


Simona Ruffini,
Stefano Maccioni,
Domenico Valter Rizzo

Nessuna pietà per Pasolini

Editori Internazionali Riuniti,
2012, pagg. 160,
euro 16,00

Psicologa e criminologa, Simona Ruffini è consulente in psicologia giuridica e dottore di ricerca in Scienze Forensi, presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Roma Tor Vergata.
Autore di diverse pubblicazioni giuridiche, Stefano Maccioni è avvocato penalista e componente della Commissione di procedura Penale presso il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma.
Giornalista e scrittore (già autore di due opere letterarie: “Il governo della mafia”, edito da Arbor nel 1994 e “Il bluff. Viaggio nell’Italia del lavoro flessibile”, pubblicato da Editori Riuniti nel 2002), Domenico Valter Rizzo lavora per Rai 3 come inviato della trasmissione Chi l’ha visto?
Questi, in breve sintesi, gli autori del libro “Nessuna pietà per Pasolini” il quale, scritto in un siffatto contesto multidisciplinare - espressione di differenti ma correlati background culturali e professionali - si evidenzia quale opera di indubbio spessore, tesa a dimostrare le molteplici incongruenze che caratterizzano la confessione fornita da Giuseppe Pelosi, da sempre accusatosi dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini.
Alcune illogicità, peraltro, gli autori rilevano anche nelle indagini condotte all’epoca dagli inquirenti, sebbene in misura assai contenuta giacché, come noto, la magistratura non ritenne credibili le dichiarazioni dell’uomo, a quei tempi poco più che diciassettenne, condannandolo per omicidio volontario, ma in concorso con altri, ad oggi tuttora ignoti.
L’indagine condotta dagli scrittori muove da tre sostanziali presupposti:
a) Pelosi non avrebbe mai potuto massacrare, fino a renderlo quasi irriconoscibile, il corpo di Pasolini;
b) il giovane, di carnagione olivastra, occhi marroni, capelli scuri e ricci, non corrispondeva alla descrizione del ragazzo dai capelli lisci e biondi, fornita dai gestori del ristorante “Biondo Tevere”, ove il poeta si fermò a mangiare poco prima dell’omicidio;
c) l’arma del delitto non può essere, come sostenuto dal ragazzo, lo stesso bastone di legno decomposto strappato dalle mani di Pasolini che, asseritamente, lo aveva in precedenza brandito allo scopo di aggredirlo.
Procedendo per step squisitamente abduttivi (e non deduttivi), Ruffini, Maccioni e Rizzo danno vita ad un documento la cui validità intrinseca non è rappresentata dall’individuazione di una nuova ipotesi investigativa - ancorchè largamente propagandata (il legame con l’uccisione di Enrico Mattei e la scomparsa di Mauro De Mauro) - ma dalla capacità di smantellare, con risoluta determinazione, una tesi, quella riferita dal Pelosi, ritenuta fallace, incongruente, irragionevole.
Lontana dal fornire la soluzione del caso, l’opera getta tuttavia le basi per un’analisi critica dei fatti storici, indirizzando il lettore verso un percorso di rivisitazione sensata che, pur essendo giocoforza incompleta, quantomeno svuota di credibilità la versione fornita dal reo-confesso. I tre, pertanto, partono dal presupposto che l’accertamento della verità debba necessariamente passare per il filtro severo e rigoroso dell’azione dubitativa, interpretando, così facendo, il ruolo di nuovi ipotetici investigatori. Verosimilmente, quella appena descritta, è la stessa forma mentis che ha caratterizzato il lavoro svolto da almeno due di loro (Ruffini e Maccioni), cui spetta l’indubitabile merito di aver stimolato la magistratura alla riapertura del caso nel 2010, a seguito di richiesta di riapertura delle indagini da loro sottoscritta, depositata l’anno precedente ai sensi dell’art. 414 cpp.
La fatica letteraria, peraltro, giunge oltremodo tempestiva, giacché viene pubblicata a breve distanza dal verificarsi di alcuni accadimenti connessi con l’omicidio.
Nel maggio del 2005, infatti, nel corso della trasmissione televisiva della Rai Ombre sul giallo, contraddicendo precedenti dichiarazioni rese nel corso del procedimento penale, Pelosi affermò di non aver partecipato in prima persona all’aggressione di Pasolini, attribuendo l’azione omicidiaria a tre persone “dall’accento siciliano”, a lui sconosciute. Giustificò la sua reticenza affermando che costoro avevano minacciato di morte lui e i suoi genitori, decidendosi a parlare soltanto all’avvenuto decesso degli aggressori, asseritamente avvenuto di recente per cause naturali.
Nel 2009, usciva il volume “Profondo nero - Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica scia all’origine delle stragi di Stato”, di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, nel quale si ipotizzava un collegamento tra l’omicidio del regista e le morti di Enrico Mattei e Mauro De Mauro. Il primo fu il fondatore nel 1953 dell’ENI, di cui l’Agip - da egli interamente riorganizzata nell’immediato dopoguerra - divenne la struttura portante. Il secondo scomparve, forse per mano della mafia, verosimilmente a causa delle sue inchieste sull’omicidio di Mattei. Quanto sopra, appare strettamente correlato ai contenuti dell’ultima fatica letteraria di Pier Paolo Pasolini, intitolata “Petrolio”, dedicata alla figura di Mattei ma anche, e soprattutto, al mistero legato alla sua morte (nel 1997, una nuova indagine della magistratura accertò che l’aereo su cui viaggiava il funzionario “venne dolosamente abbattuto”).
Il 19 aprile 2010, nel corso della trasmissione Chi l’ha visto?, il giornalista Rizzo intervistava il citato Pelosi il quale, dopo aver riferito di minacce rivolte ai suoi familiari tese tanto a farlo tacere sulla verità dei fatti, quanto ad indurlo a tratteggiarsi quale unico responsabile dell’omicidio, accennava ad “un misterioso suggeritore” che lo avrebbe indotto a scegliere l’avvocato Rocco Mangia, “noto difensore di estremisti di destra e dei responsabili del massacro del Circeo”.
Nel 2011, sempre Pelosi pubblicava un libro (il secondo, dopo “Io, angelo nero”, Edizioni Sinnos, 1995) dal titolo “Io so come hanno ucciso Pasolini. Storia di un’amicizia e di un omicidio” (Vertigo Editore) nel quale, contrariamente a quanto paventato nel titolo, egli non indicava affatto mandanti ed esecutori dell’omicidio, ma si limitava a fare proprie le ipotesi formulate negli anni da giornalisti, opinionisti ed investigatori.
A corollario del testo - come fosse un capitolo virtuale - va certamente segnalato l’episodio verificatosi il 17 aprile 2013, a Roma, presso la libreria Mondadori (documentato presso il seguente sito:http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/12/21/news/pelosi_l_ultimo_mistero_su_pasolini_l_assassino_vivo_e_in_libert-26899927/) ove, in occasione della presentazione del libro qui recensito, lo stesso Pelosi si è a sorpresa presentato agli astanti. Incalzato da Walter Veltroni, anch’egli presente, Pelosi ha rilasciato importanti dichiarazioni, ancora una volta contraddittorie, riferendo che l’assassino di Pasolini sarebbe ancora vivo, ribadendo la sua presenza al Biondo Tevere e aumentando addirittura a sei, gli autori dell’omicidio.

Ten. Col. CC Gianluca Livi