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Sulla Comunicazione non Verbale e Linguaggio del Corpo

Quel che amore tracciò in silenzio, accoglilo,
 che udir con gli occhi è finezza d’amore.      
(William Shakespeare 1564-1616)              

Lo studio della Comunicazione non Verbale (CNV) ha attirato attraverso i secoli l’attenzione di più ricercatori tra, antropologi, psichiatri, psicologi ed esperti della comunicazione, da Della Porta a Lombroso, fino agli autori più recenti e alle ricerche commissionate dalla CIA e dal Pentagono, che si sono occupate finanche di tutte quelle strategie che consentono l’individuazione della simulazione e della menzogna. Freud era solito dire che "colui che ha occhi per vedere e orecchie per intendere si convince che ai mortali non è possibile celare alcun segreto. Chi tace con le labbra, chiacchiera con la punta delle dita, si tradisce attraverso tutti i pori". In altre parole, possiamo formarci l’impressione di una data persona solo sulla base di indizi non verbali [1].
La comunicazione non verbale, infatti, è un "linguaggio silenzioso", recenti studi hanno dimostrato che il 35% di tutta la comunicazione umana fa capo alle parole, tutto il resto, viceversa, è non verbale. Infatti, viso e corpo hanno un lessico tutto loro che rivela pensieri ed emozioni a nostra insaputa, permettendoci di avere più elementi per valutare una persona, modulare il nostro comportamento in base a ciò che riusciamo a "leggere" nell’interlocutore e a volte capire anche se la persona che abbiamo di fronte ha bisogno di aiuto (ad esempio persona depressa che finge di star bene). La CNV diventa, quindi, uno strumento operativo per capire l’altro nella sua completezza, nei suoi sentimenti nelle sue aspettative e nel suo modo di relazionarsi con l’ambiente e con gli altri. Capire i segnali del corpo rappresenta un vantaggio sul piano interpersonale. Questa facoltà ha un nome: si chiama sensibilità non verbale, è un’attitudine affine all’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri e di provare le emozioni altrui [2].
Lo studio della comunicazione extraverbale o linguaggio del corpo, come fa notare Centini, si propone di ricercare i modelli di comunicazione silente. Vediamo alcuni modelli tipici di comunicazione silente:
1) l’inarcare delle sopracciglia della persona diffidente;
2) il grattarsi la cima della testa quando si è in confusione;
3) l’incrociare le braccia per proteggersi contro l’altrui invadenza;
4) sorrisi e inchini in un incontro fra due concorrenti che vogliono bloccare la rispettiva aggressività;
5) l’accarezzare il primo oggetto a portata di mano quando si soffre la solitudine e si desidera la compagnia;
6) il lisciarsi le guance con il bavero della pelliccia come surrogato all’intimità.
Tutti questi comportamenti-segnale sono dotati di una intensa portata pragmatica, cui il partner contingente può difficilmente sottrarsi, anche se non ne prende chiara coscienza. è ad essi che imperativamente si reagisce e non alle parole dette e che spesso sono in aperto contrasto con quanto la cinesica va affermando [3].
La comunicazione non verbale, inoltre, racchiude, come rammenta Mastronardi [4] vari aspetti:
-  la presentazione che comprende l’aspetto, l’andatura, l’abbigliamento, la postura, il contatto fisico. Un importante significato diagnostico può essere attribuito anche all’abbigliamento. Molte malattie mentali, infatti, possono essere spesso sospettate grazie all’osservazione dell’abbigliamento; ad esempio, lo psicoastenico è meticoloso, veste in maniera raffinata e non si presenta in pubblico se non in perfette condizioni; il maniaco è abitualmente disordinato; il depresso se ne disinteressa; lo schizofrenico è generalmente sporco. Essendo le possibilità espressive infinite, non sempre queste possono essere specifiche ma varieranno a seconda del contesto. In particolare, l’atteggiamento e il gesto raramente hanno un significato specifico. Ad esempio un atteggiamento di questo tipo: "capo sollevato, sguardo fisso verso un oggetto o una persona, fulmineo, tagliente, corpo eretto, gambe e braccia irrigidite" può indicare l’atteggiamento tipico di chi è stato colto di sorpresa da una stimolazione visiva o uditiva; come pure potrebbe rivelare un sentimento di orgoglio, tenacia, sicurezza di sè, di contro un atteggiamento flessorio con la testa e il busto piegati in avanti può indicare malinconia, disinteresse;
-  gli emblemi ossia atti non verbali che hanno una traduzione verbale immediata, conosciuta e condivisa dai membri di un gruppo, di una classe, di una cultura. Gli emblemi possono prendere il posto delle parole qualora non si riesca a parlare a causa del rumore, della distanza, di condizioni organiche (mutismo). A questa classe, ad esempio, appartengono il gesto di sollevare il pollice per indicare che "è tutto a posto", ruotare l’indice nella guancia per esprimere l’idea di un cibo particolarmente gustoso e così via. I gesti illustratori direttamente collegati al discorso, servono ad illustrare ciò che viene detto, solitamente, mentre si viene detto, ad esempio nell’illustrare la dinamica di un incidente potremmo far collidere la punta delle nostre dita tenute unite per rappresentare lo scontro delle automobili. I gesti regolatori sono gesti che mantengono e regolano l’alternarsi dei turni di conversazione. Vengono eseguiti in maniera inconsapevole e abituale, secondo le regole apprese in modo inconscio;
-  i segni paralinguistici: schiarirsi la voce, cambiare il volume o il tono, fare silenzio ma anche ridere, singhiozzare, sbuffare sono comportamenti che appartengono alla branca della comunicazione non verbale conosciuta come paralinguistica. I comportamenti paralinguistici possono essere espressi coscientemente o inconsapevolmente e trasmettere atteggiamenti, emozioni, sensazioni. Il tono può essere alto, medio, basso: la dominanza spesso è espressa da un tono basso, mentre la sudditanza è comunicata da un tono più acuto. Anche il volume è modulabile: chi è in collera alza la voce, chi è intimidito la abbassa. Il parlato può essere più veloce o più lento: chi ha un eloquio molto veloce è solitamente ansioso, per contro chi parla in modo moderatamente veloce dà l’idea di essere ambizioso, energico ed estroverso, le persone che parlano in modo lento e monocorde appaiono depresse o avvilite;
- i segni analogici (innati, istintivi, metacomunicativi): comprendono il viso e le manifestazioni dell’emozione. Le emozioni si manifestano soprattutto nel viso, non nel corpo. L’osservazione delle espressioni del volto e i loro cambiamenti in relazione agli stimoli ambientali possono fornirci alcune precise indicazioni: il tipo di emozione che la persona sta provando, la sua intensità e l’eventuale coesistenza di più emozioni insieme. L’espressione del volto, secondo Horgan [5], può altresì apparire in maniera completa per tempi molto brevi (espressioni prolungate indicano la falsità dell’emozione), in maniera completa per tempi brevissimi ("microespressioni"), in maniera incompleta e parziale se correlata a un tentativo di nasconderla o celarla all’interpretazione altrui, in maniera asimmetrica quando lo stesso atteggiamento compare sulle metà del viso con diversa intensità in caso di falsità o simulazione. In tutto ciò, l’elemento universale è l’aspetto peculiare che la faccia assume in presenza di ciascuna emozione primaria, mentre le varie culture differiscono nelle prescrizioni circa il controllo della mimica emotiva. Il corpo, invece, rivela in che modo le persone fanno fronte all’emozione ma anche gli atteggiamenti, gli orientamenti interpersonali. Se una persona è arrabbiata, il suo corpo può rivelare come affronta questo sentimento (tensione muscolare nelle braccia e nelle gambe, postura rigida). Può chiudersi in se stesso. Può esserci attacco verbale o un accenno di attacco fisico. Le tre zone del viso, come afferma Ekman [6], capaci di movimento indipendente sono: fronte e sopracciglia; occhi, palpebre e radice del naso; la parte inferiore del volto, comprendente le guance, la bocca, la maggior parte del naso e il mento. Secondo lo stesso Ekman, esistono, quindi, indizi caratteristici per ciascuna emozione primaria:
1) paura: le sopracciglia sono sollevate e ravvicinate; le rughe della fronte sono al centro, non attraversano l’intera fronte, la palpebra superiore è sollevata, scoprendo la sclerotica, quella inferiore contratta e sollevata; la bocca è aperta e le labbra sono leggermente tese o stirate all’indietro;
2) rabbia: si manifesta attraverso tutte e tre le aree del viso, le sopracciglia sono abbassate e ravvicinate; tra le sopracciglia compaiono rughe verticali; la palpebra inferiore è tesa e può essere abbassata dall’azione del sopracciglio; lo sguardo è fisso e gli occhi possono apparire sporgenti; le labbra possono assumere due posizioni base: serrate fortemente, con gli angoli dritti o abbassati; aperte, tese, con un contorno squadrato come nel grido;
3) felicità: si mostra nella parte bassa del viso, gli angoli della bocca sono stirati indietro e sollevati; la bocca può essere chiusa o aperta, i denti coperti o scoperti; una ruga scende dal naso fino oltre gli angoli della bocca; le guance sono sollevate; la palpebra inferiore presenta rughe sottostanti e può essere sollevata, ma non tesa;
4) tristezza: gli angoli interni delle sopracciglia sono sollevati; la pelle scoperta sotto il sopracciglio forma un triangolo con l’angolo interno in su; l’angolo interno delle palpebre superiori è sollevato; gli angoli della bocca sono piegati in giù o le labbra tremano;
5) disgusto: si manifesta principalmente nella parte bassa del viso e nella palpebra inferiore, il labbro superiore è sollevato; anche il labbro inferiore è sollevato e premuto contro il labbro superiore, oppure abbassato e lievemente protruso; naso arricciato; guance sollevate; compaiono pieghe sotto la palpebra inferiore che è sollevata ma non tesa, le sopracciglia sono abbassate spingendo in basso la palpebra superiore;
6) sorpresa: le sopracciglia sono sollevate e incurvate; la pelle sotto il sopracciglio è stirata; rughe orizzontali attraversano la fronte; le palpebre sono aperte, quella superiore sollevata e l’inferiore abbassata; la mascella si abbassa, cosicché labbra e denti si schiudono ma non c’è tensione o stiramento della bocca.
Quindi, gli affect-display (dimostratori di emozioni) sono movimenti dei muscoli facciali ma anche corporei associati alle emozioni primarie (sorpresa, paura, collera, disgusto, tristezza e felicità). Alcune ricerche condotte da Elaad [7], hanno confermato che le espressioni del viso comunicano in modo efficace ciò che la persona prova in quel momento, mentre i movimenti del corpo fanno capire quanto è intensa l’emozione. è possibile, e anche semplice, controllare consapevolmente l’espressione facciale: non sempre, quindi, è una fonte attendibile di informazioni sullo stato emotivo. Tendenzialmente, l’espressione facciale, la mimica delle emozioni è controllata per il ruolo che si riveste nella vita sociale, per le regole di esibizione personali: abitudini prodotte dalle peculiarità delle esperienze familiari, per motivi professionali: gli attori devono essere capaci di manipolare la mimica, ma anche diplomatici, avvocati, politici etc., quarta ragione di controllo è data dall’esigenza del momento: l’arrestato colpevole mente con la faccia oltre che a parole, semplicemente, per salvarsi. Altre volte il controllo interviene, nel tentativo di nascondere un messaggio e sostituirlo con uno diverso: i messaggi allora sono contraddittori, rispecchiando uno il sentimento reale, l’altro ciò che si vuol comunicare o si crede di dover comunicare. Entrambi i messaggi contengono un’informazione, entrambi sono importanti.
Già alla metà del diciannovesimo secolo il neurologo francese Duchenne de Boulogne aveva individuato le caratteristiche del vero sorriso sincero che coinvolge, oltre ai muscoli della bocca, anche quelli degli occhi. In genere, si è notato che le persone si lasciano facilmente ingannare dai falsi sorrisi; la causa di questi frequenti fraintendimenti è l’incapacità di distinguere i veri sorrisi da quelli creati ad hoc. Il tratto comune al sorriso autentico è la modificazione nell’aspetto prodotto dal muscolo zigomatico maggiore che contraendosi, solleva gli angoli della bocca inclinandoli verso gli zigomi. II sorriso genuino è contraddistinto da una contrazione spontanea di un muscolo dell’occhio noto come pars lateralis.
Una persona molto depressa cercherà di nascondere l’espressione triste e di manifestare una felicità moderata: ci ingannerà se crediamo che sia davvero felice, ma ci inganniamo anche se non teniamo conto del tentativo di nascondere la tristezza, perché forse vuol farci capire che comincia a sentirsi meglio, o che non ci dobbiamo preoccupare per lei; oppure cercherà di compiacerci o tranquillizzarci falsamente [8].
Infatti, Michalak [9] fa notare che il depresso che non vuol essere sospettato di intenzioni suicide non può non limitarsi a una maschera d’impassibilità ma abbozzerà dei sorrisi.
Il sorriso benché sia fra i segnali di specificazione delle mimiche emotive, è anche la maschera più usata per falsificare un altro tipo di emozione. La questione, allora, è come riconoscere che il messaggio non è spontaneo. Non esiste ancora una dimostrazione scientifica ma sembra che quando una persona cerca di controllare la mimica, concentra i propri sforzi sulla bocca più che sugli occhi o sulla fronte, in poche parole, nel modulare la mimica per accentuarla o attenuarla, si interverrà più facilmente sulla bocca. La felicità, invece, è l’unica emozione che non dà luogo a specifiche mosse delle sopracciglia e della fronte. Nella felicità simulata, quindi, la mancata partecipazione di questa zona non ci dice nulla. Per la stessa ragione, se una maschera felice è usata per nascondere un’altra emozione, tale maschera non copre la parte alta del viso e l’emozione autentica può rivelarsi nelle palpebre superiori e nella zona fronte/sopracciglia.
Di contro è molto più difficile, invece, controllare gli affect-display corporei. Questi movimenti possono essere collegati al comportamento verbale e ripetere, qualificare o contraddire un’emozione espressa verbalmente.
La realtà, secondo Prkachin [10], é che, in una certa misura, e in rapporto al nostro sesso, al nostro carattere e alle condizioni emotive, siamo in grado di esercitare una vigilanza su quello che esprimiamo. Alcuni di noi sono più consapevoli di quello che comunicano con il corpo, altri di meno; così, é stato dimostrato che le donne hanno una discreta familiarità con i segnali che esprimono; lo stesso vale per gli attori o per chi, per motivi di lavoro (come i caricaturisti, i pittori in genere, i venditori, ecc.) deve sviluppare un particolare intuito per questa dimensione della comunicazione. La nostra espressività corporea dipende anche dalla nostra personalità e dal nostro stato d’animo: c’è chi é di suo piuttosto freddo, analitico e "asettico": i messaggi non verbali di questo tipo di persona sono piuttosto ridotti, proprio perché dispone di un alto autocontrollo. Sull’altro versante ci sono le persone emotive, che appaiono "libri aperti" e non riescono a frenarsi anche a volerlo. Naturalmente, incide molto anche lo stato d’animo: se le nostre emozioni sono molto intense, facciamo fatica a trattenerle. Se siamo in ansia, ad esempio, il nostro corpo "intona" una vera e propria sinfonia: abbiamo tic involontari al volto, la nostra vena giugulare sul collo si ingrossa e sembra un martello pneumatico, le nostre mani artigliano l’aria; cambiamo spesso posizione del corpo e saltelliamo con i piedi. Possiamo anche mentire senza darlo a vedere: se non ci sentiamo in colpa o minacciati in alcun modo, possiamo anche non farci sfuggire alcun segnale.
Anche alcune variazioni della voce e del modo di parlare possono accompagnare la menzogna. Un tratto vocale che contraddistingue chi sta mentendo è un tono che suona più acuto e stridulo. Se la persona prova del risentimento, ma vuole nasconderlo, la sua voce tende a diventare più metallica, secca e di volume più alto. L’articolazione delle parole subisce un’accelerazione, le parole vengono di frequente "mangiate" e il discorso appare spezzato; inoltre, le pause fra le parole si fanno più brevi. Se è amareggiata o scontenta (come di fronte ad un regalo deludente) il suo timbro echeggia più basso, flebile e sospirato. In questo caso, anche il parlare subisce un rallentamento e le pause sono più lunghe. Gesti e manipolazioni sono in genere buoni "compagni" delle bugie: spesso chi mente, tende a gesticolare meno del solito; questo sia perché è più concentrato del normale su quello che dice, sia perché riducendo i gesti, si sente meno esposto. Una delle cose che chi mente invece fa di più è manipolare, stritolare, premere qualcosa con le dita: può così appallottolare un foglietto, prendere una penna o il telefonino come se dovesse usarlo, ma limitandosi a giocherellarci e a portare lo sguardo su di esso. Quest’azione diventa così un pretesto che consente di alleviare la tensione dello sguardo diretto quando questo diventa insostenibile.
Quando tutto il resto del corpo "tace", ci pensano le nostre gambe e i nostri piedi a tradirci: se siamo in ansia o ci sentiamo in colpa, le estremità saranno dirette verso una potenziale via di fuga, come una porta, un atrio e perfino una finestra. Con i piedi possiamo tradirci in molti modi: sollevando i talloni, torcendo le dita, piegandoli sul lato esterno, calpestandoli, tirandoli indietro quando siamo seduti... insomma, quello che esprimiamo in quei momenti é proprio l’intenzione di "darcela a gambe" [11]!
Dall’analisi condotta da Pacori [12], invece, ci sono comportamenti che indicano, attrazione fisica: conoscerli è molto utile per superare timidezze, insicurezze e paura del rifiuto. A volte, ci piace una persona, ma magari non ci facciamo avanti perché non siamo sicuri della sua reazione o temiamo di equivocare i suoi segnali: supponiamo ad esempio, che una persona incroci il nostro sguardo e nel farlo si accarezzi i capelli, cioè dia un segnale di inequivocabile interesse; a quel punto, sapremmo con sicurezza che possiamo farci avanti. In certi casi, si può usare la comunicazione non verbale come una vera e propria sfera di cristallo: non si può non reagire quando si viene "toccati sul vivo"; così, quando, anche casualmente, pronunciamo determinate parole o frasi e chi abbiamo di fronte reagisce, possiamo essere certi che la questione lo riguarda di persona. Osservando le risposte del corpo del nostro interlocutore possiamo inoltre pilotare il discorso, così da selezionare gli argomenti che trova interessanti e scartare quelli che giudica irritanti: ai suoi occhi appariremo dei brillanti conversatori, sebbene sarà stato lui stesso, senza volerlo, a "indicarci la via"; cioè a guidare la scelta degli argomenti e delle parole più stimolanti.
Esistono anche indizi di attrazione che vengono però realizzati in modo involontario.
Il modo di guardare e i cambiamenti dell’occhio ne sono un esempio: le pupille possono dilatarsi (lo sguardo, in questo caso, sembra come trafiggere l’interlocutore, senza fissarsi in niente di preciso); inoltre, si tende a guardare più spesso l’altro a livello degli occhi e meno sul resto del volto o su mani o tronco). Un altro segno di piacere é dato dalla frequenza dell’ammiccamento palpebrale: le ciglia vengono sbattute anche quattro volte più veloce del normale. Numerosi segni di gradimento sono poi collegati alla regione delle bocca: la lingua può passare sul labbro superiore; le labbra possono essere mordicchiate, premute o spinte verso l’esterno; mentre si ascolta, la bocca é dischiusa e talvolta si appoggia un dito in prossimità di essa. Anche i capelli sono oggetti di intense "attenzioni" se qualcuno davanti a noi ci piace: la chioma può essere ravviata, aggiustata (più spesso dai maschi); una ciocca può venire annodata su un dito (da parte delle donne) o i capelli possono essere uniti in una treccia (sempre femminile). Se non stiamo interagendo con una persona che ci ha "puntato", l’orientamento del suo corpo tradirà in genere il suo interesse: oltre a farci bersaglio di ripetute occhiate, infatti, potrà direzionare il suo bacino, le gambe o anche solamente i piedi verso di noi e mantenere questa posizione a lungo.
Quando qualcuno é colpito dalle nostre parole o dai nostri argomenti, possiamo notare segnali involontari che lasciano trapelare il suo interesse. Se l’altro é seduto, può inclinare il busto in avanti mentre affrontiamo un certo tema: quanto più é interessato, tanto più la sua muscolatura apparirà tesa e scattante (per farsene un’idea, basti pensare al tifoso che guarda la TV mentre é in attesa del calcio di rigore). Alle volte, quando l’interesse é inferiore o l’altro non intende darlo troppo a vedere, può limitarsi a sollevare un piede e a tenerlo eretto o a tenere una mano come sospesa nell’aria.
Se un argomento risulta molto piacevole, l’interlocutore potrà comportarsi come se si trovasse di fronte ad un cibo piuttosto gustoso o ad una persona che trova attraente: potrà così leccarsi le labbra, passarsi la mano fra i capelli, manipolare un telefonino, una penna e altro.
Quello che ci fa capire che l’interesse non é rivolto a noi, ma a quello che diciamo, come ricorda Wiseman [13], é il fatto che l’atto viene eseguito immediatamente dopo una parola o un argomento che abbiamo esposto (in genere, passa circa un secondo fra lo stimolo e la reazione). La posizione delle spalle, il modo di toccare, pieghe e rughe che solcano il nostro volto e i gesti abituali e altri segnali possono tradire quello che siamo e le nostre inclinazioni. Ad esempio, chi tende ad avere le spalle basse e curve è un tipo piuttosto chiuso e refrattario al contatto interpersonale. Chi tocca con naturalezza e spesso é in genere piuttosto estroverso, anticonformista, sicuro di sé e si piace. Chi, invece, é generalmente schivo nel contatto é di solito inibito, insicuro, abitudinario, tradizionalista e trova di non essere particolarmente piacente.
Dunque, gli usi che possiamo fare del linguaggio del corpo sono innumerevoli. Innanzitutto, come fa notare Mannucci [14], possiamo dire che leggere i piccoli gesti involontari ci dà modo di conoscere la personalità e i dati nascosti degli altri, proprio in funzione di questa approfondita comprensione del carattere delle persone con cui veniamo a contatto possiamo migliorare o cambiare i nostri rapporti interpersonali. Un altro importante modo di impiego dei segnali non verbali è svelare le menzogne: se per esempio il nostro interlocutore ci promette di fare una certa cosa, ma allo stesso tempo si sfrega il naso, significa che molto probabilmente non la farà, o potremmo trovarci nella situazione in cui è importante conoscere l’opinione che una data persona ha di noi e identificando i messaggi non verbali possiamo conoscere esattamente cosa pensa veramente l’altro di noi.

Cap. me. Emilio Di Genova