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  • N.4 - Ottobre-Dicembre
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Libri

Paolo Cianconi

Addio ai confini del mondo

Franco Angeli Editore,
2011, pagg. 368,
euro 39,00

Attraverso un percorso spesso non lineare, spesso contraddittorio, spesso conflittuale, l’uomo si evolve e nello stesso tempo ritorna sui suoi passi, calpestando le proprie orme.
Su questo suggestivo e quanto mai coinvolgente itinerario, l’autore conduce il lettore a scoprire il significato ontologico dei termini comunemente utilizzati per comprendere le migrazioni, la globalizzazione e la "sindrome post-moderna".
L’analisi attenta dello sviluppo dei fenomeni sociali, della vita dell’uomo, seguendo un rigoroso ragionamento logico sia sotto il profilo storico, che economico che, appunto, sociale, illumina la progressione temporale degli accadimenti offrendo, nel contempo, una chiara chiave di lettura della fase contingente.
Sul finire del XX secolo le nazioni industrialmente avanzate, ma povere di materie prime, come l’Italia, hanno visto aumentare in modo esponenziale l’immigrazione extracomunitaria e, dopo l’ingresso nell’Unione Europea, anche della Romania.
Tale processo ha inciso sui settori occupazionale, demografico, sociale e, per certi versi criminale: basti pensare che attualmente i detenuti stranieri in Italia sono circa 23.000.
Con "Addio ai confini del mondo" si dispone di un dizionario etimologico per comprendere il mondo che viviamo e che spesso - come è citato - viene rifiutato come un figlio non proprio e non voluto.
Ma indubbiamente il Prof. Paolo Cianconi, docente in materia di etnopsicologia all’Istituto Superiore di Tecniche Investigative dell’Arma dei Carabinieri, fornisce un valido strumento professionale per ogni buon operatore calato nel sociale e, quindi, nel diritto.


Gen.B. Enrico Cataldi




Maurizio Bortoletti

Corruzione. Le "verità nascoste" tra rischio oggettivo e percezione soggettiva

Rubbettino Editore,
2010, pagg. 168,
euro 14,00

Molto è stato scritto sul tema della corruzione, prima con riferimento allo Stato e, quindi, a quella politica - tra gli altri, il Pluto di Aristofane o il Lucio Flacco di Cicerone, fino ad enucleare il concetto per il quale la corruzione è intrinseca al sistema di funzionamento dello stato con Hegel, Machiavelli, Kafka, Corrado Alvaro, Hobbes, Tocqueville - e successivamente, dopo la cd. Tangentopoli, con fini divulgativi, più sintomatici che sistemici, più per inseguire spazio sui media che per pervenire ad una reale analisi della situazione.
Un percorso seguito anche nella cinematografia dove dopo i "I mostri" di Risi si è passati ai vari "Il portaborse", "Compagni di scuola" ed altre pellicole dell’ultimo periodo.
L’interesse per il tema si incrocia oggi con le tensioni prodotte nel sistema sociopolitico da una sconosciuta - quanto a sviluppi ed effetti - crisi economica, ma, soprattutto, con un’accentuazione dei livelli di sfiducia verso la politica tout court e, in particolare, verso la classe dirigente chiamata a guidare il Paese.
In tale quadro è normale porsi la domanda se nell’Itali, a culla del diritto, il diritto ci stava così bene, ricordando l’indimenticato Enio Flaiano, da essersi addormentato. O, ancora peggio, se l’Italia finirà, come vaticinato da alcuni, per staccarsi dall’Europa per cascare nel Mediterraneo.
L’analisi porterà alla luce alcuni spaccati interessanti circa queste due immagini che vengono continuamente riproposte, alcune "verità nascoste" alla stessa conoscibilità dei più: o, meglio, alcune "vere bugie" e alcune "false verità".
Alcune di queste, rendono giustizia ai tanti bravi dipendenti pubblici, alla maggioranza silenziosa di quei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, a quella Pubblica Amministrazione "perbene" che quotidianamente subisce gli effetti negativi prodotti da colleghi assenteisti, improduttivi, non aggiornati, che alla forza della legge preferiscono la legge del più furbo o del più forte.
La tolleranza verso questi comportamenti che non vengono sanzionati ha finito con il generare l’intolleranza della popolazione: l’Italia non sembra un Paese di corrotti, piuttosto, forse, una Nazione nella quale nessuno paga mai il conto, nonostante il continuo inasprimento delle sanzioni, soprattutto penali, che appaiono, ogni volta di più, come le grida manzoniane, indifferenti alle cause reali, così da vanificare la funzione di deterrenza speciale e generale della sanzione.
Le "verità nascoste" che emergono, sempre che qualcuno le voglia ascoltare nel frastuono che circonda un tema, quello della corruzione, diventato oggetto di rendita politica, consentirebbero di interpretare autenticamente la questione, per evitare il riproporsi di scelte sintomatiche, tipiche di un "ospedale da campo", di uno "stato barelliere", con l’abituale "pezza" che si mette dopo grazie all’allestimento, spesso affannoso, di un "pronto soccorso" per intervenire sulla situazione problematica esplosa, sull’ennesimo allarme, magari infondato.
La corruzione è evidentemente un tema centrale per qualsiasi democrazia e per tutti i Governi democratici: con buona pace di tutti, non può essere diversamente, qui in Italia, come altrove.
I corrotti, chi fa mercimonio della funzione pubblica assegnatagli, deve finire in carcere, senza "se" e senza "ma", evitando, però, di dare vita e alimentare un "mondo dell’anti-corruzione", come lo ha definito Steven Sampson nel suo Integrity Warriors, dotato di attori, strategie, risorse e pratiche proprie, con i suoi eroi, le sue vittime, i suoi cattivi.
All’Italia, che ha un sistema repressivo estremamente efficiente e invidiato, non serve.
Piuttosto appare necessario incidere sullo iato, che sembra immortale, tra il predicare ed il fare, che lascia i problemi perennemente irrisolti, che spesso non va oltre il momento dialettico del circuito "mediatico-convegnistico" con l’idea di legalità che sembra surfare sulle onde, apparendo e scomparendo con pari velocità e ciclicità, fino a diventare un passe-partout per la rassicurazione del cittadino, ghiotta occasione di promesse elettorali e di consenso a buon mercato mentre si allestiscono patiboli mediatici, si auspicano boia politici e si invocano governi di salute pubblica.
Per farlo non serve molto.
Per farlo serve, prima di tutto, una informazione oggettiva sul fenomeno.
Perché vi è "… la duplice necessità di neutralizzare adeguatamente le condotte illecite e di garantire una forte trasparenza sul fenomeno, anche per evitare- come ha sottolineato il Direttore della Direzione Investigativa Antimafia, il Generale dei Carabinieri Girone, il 6 luglio 2010, nel corso della Audizione avanti alle Commissioni I e II Riunite del Senato della Repubblica nell’ambito dell’esame del d.d.l. 2156 - che una amplificazione di dati inesatti possa incidere sull’immagine del Paese e, conseguentemente, sul suo rating in sede internazionale…".


Amedeo Osti Guerrazzi

Noi non sappiamo odiare.  L’Esercito italiano tra fascismo e democrazia

Utet,
2010, pagg. 368,
euro 24,00

Il volume nasce nell’ambito del progetto di ricerca dal titolo "Referenzrahmen des Krieges" nell’ambito della collaborazione tra vari istituti tra i quali il Deutsches Historisches Institut di Roma con il quale collabora l’autore. Inoltre, il libro è il risultato di un progetto di ricerca triennale finanziato dalla fondazione Gerda Henkel.
Il testo si basa essenzialmente su di una fonte inedita, ovvero le trascrizioni delle conversazioni tenute da vari ufficiali, quasi esclusivamente ufficiali generali e superiori delle Forze Armate italiane, carpite durante la prigionia nel Regno Unito nell’autunno del 1943. Principalmente, si tratta dei vertici della 1a armata catturata in Tunisia (compreso il Maresciallo Messe), nonché di altri ufficiali catturati successivamente (si ricordano gli ammiragli Leonardi e Pavesi).
Il libro è strutturato su nove capitoli (Le fonti e i protagonisti; la prigionia; il fascismo; Vittorio Emanuele III e la monarchia; la preparazione del Regio esercito; le operazioni; i tedeschi; crimini di guerra; il futuro, la democrazia), un’appendice, una parte riservata agli apparati, nonché alle fonti d’archivio e alla bibliografia.
L’organizzazione del testo focalizza l’attenzione sulle distinte questioni, offrendo un punto di vista genuino così come percepito dagli Alleati che avevano riempito la residenza, sede della prigionia degli italiani, di microfoni per poter acquisire quante maggiori informazioni possibili.
È evidente che il personale destinato alle operazioni di intercettazione fosse stato preparato opportunamente alla trascrizione di quanto ascoltato; inoltre, è altrettanto evidente che tale personale doveva essere in grado di comprendere l’italiano senza particolari difficoltà in modo da poter riportare correttamente le conversazioni.
Emergono così, nella loro chiarezza, i differenti aspetti che gli Alleati stavano cercando di valutare con la maggiore precisione possibile; così, si possono apprezzare i rapporti tra Forze Armate e fascismo, quelli tra militari italiani e tedeschi e la loro condotta nel corso delle operazioni belliche, il rapporto tra Forze Armate e la monarchia, nonché comprendere qual’era la visione di questi militari sul futuro del Paese.
Si tratta, senza dubbio, di una fonte interessante e preziosa perché consente di mettere a nudo lo stato d’animo di ufficiali quasi tutti di carriera che avevano dedicato la loro vita alle Forze Armate, alla guerra e al loro Paese, nonché di poterli inquadrare correttamente nel corso di tutto il periodo in cui avevano operato in uniforme. Solamente per citare il Maresciallo Messe, basti ricordare che aveva iniziato la carriera militare dai gradini più bassi sino ad essere promosso Maresciallo d’Italia alla caduta della Tunisia in mano alleata, venendo poi richiamato in servizio a fianco proprio degli ex nemici nel corso della cobelligenza.
L’autore stesso definisce questo libro non tanto come un testo di storia militare, quanto piuttosto "sulla mentalità dei militari, sulla loro percezione della guerra e della guerra fascista, sulla loro cultura e formazione, è una ricerca che tenta di capire come venissero «letti» ed interpretati alcuni argomenti riguardanti la storia d’Italia in un periodo fortemente caratterizzato dal fascismo e dalla sua politica di potenza […] non si intende dare alcun giudizio sul valore, sull’onore o sulle Forze Armate italiane preparate e formate, tecnicamente e politicamente, dal regime fascista".
Con questa chiave di lettura si può seguire e apprezzare il lavoro svolto dall’intelligence inglese quasi settant’anni fa e analizzato dall’autore nel corso del volume recensito.

Ten. Col. Flavio Carbone




Mimmo Franzinelli

Il Piano Solo. I servizi segreti, il centro sinistra e il «golpe» del 1964

Mondadori editore,
2010, pagg. 381,
euro 21,00

Mimmo Franzinelli è uno studioso ben apprezzato nel campo della ricerca storica; ha al suo attivo una decina di monografie e tre libri fotografici in collaborazione con altri autori. La sua ricerca si è spostata dal Primo Dopoguerra alla storia più recente dell’Italia Repubblicana, affrontando argomenti poco noti o rileggendo con un’attenta ricerca sulle fonti primarie eventi del recente passato.
In particolare, per quanto riguarda il testo in esame, Franzinelli ha scelto di affrontare una questione molto complessa legata alla crisi istituzionale dell’estate 1964. La ricostruzione degli avvenimenti è molto attenta e può beneficiare di numerosi fonti archivistiche di personalità di altissimo livello protagoniste di quel particolare momento della storia nazionale.
Il testo è strutturato su un’introduzione, tre parti che costituiscono il corpo del lavoro, l’importante apparato di note, i profili biografici dei maggiori protagonisti di quel periodo e i documenti riprodotti che consentono di avere una lettura integrata del testo principale.
Com’è abitudine dell’autore, la lettura del volume di 381 pagine dev’essere completata attraverso l’interazione del testo principale, delle note, dei documenti e dei profili biografici. In questo modo è possibile avere un quadro d’insieme chiaro che offre una visione molto precisa degli avvenimenti descritti.
Come già accennato, Franzinelli ripercorre un capitolo particolare della storia nazionale, ovvero la crisi di governo del 1964 e analizza il ruolo avuto nella gestione della crisi da parte del generale Giovanni de Lorenzo, all’epoca dei fatti Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. Il generale aveva già ricoperto l’importante incarico di massimo responsabile del servizio informazioni delle Forze Armate prima di essere destinato alla testa dell’Arma.
In particolare, in quest’ultima è da segnalare lo sforzo notevole che de Lorenzo condusse nella modernizzazione dell’antica Istituzione, portandola ad un livello di efficienza estremamente significativo con l’adozioni di moderne tecnologie per l’epoca che la spinsero per alcuni decenni in posizioni di primazia rispetto ad altri organismi analoghi. Un altro importante passo voluto fortemente da de Lorenzo fu la costituzione del vertice dell’Istituzione quale centro di responsabilità amministrativa, consentendo la gestione diretta e più funzionale delle somme erogate per la realizzazione dei vari progetti che si inquadravano perfettamente alla nuova visione strategica che egli aveva imposto all’Istituzione.
Franzinelli ricostruisce puntualmente i profili di tutti i protagonisti e l’evoluzione degli avvenimenti lavorando su fonti primarie assolutamente inedite e particolarmente significative. Ciò in particolare gli consente di elaborare con estrema precisione il testo che si presenta scritto in modo avvincente e tale da consentirne un’agevole lettura.
L’autore afferma, sulla base di quanto esposto sinora, che non ci fu alcun tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale da parte di de Lorenzo, bensì il ruolo avuto dal generale sembra più attagliarsi alla funzione di risolutore dei conflitti politici di quella calda estate. Difatti, de Lorenzo fu conosciuto ed apprezzato anche negli USA grazie ai contatti che anch’egli mantenne con importanti figure dell’ambasciata statunitense. Questi ultimi considerarono con particolare attenzione ciò che il generale riferì ritenendolo, a ragione, in linea con la politica statunitense di quegli anni.
In definitiva, il paziente lavoro condotto dall’autore consente di chiarire in modo definitivo uno dei momenti che, a torto o a ragione, è stato indicato un episodio particolarmente significativo per la vita della giovane repubblica.
Per questi e per tanti altri motivi, il testo di Mimmo Franzinelli merita di essere letto.


Ten. Col. Flavio Carbone




Piero Brunello

Storie di anarchici e di spie. Polizia e politica nell’Italia liberale

Donzelli Editore,
2009, pagg. 175,
euro 25,00

Piero Brunello insegna storia sociale e storica contemporanea presso l’Università Cà Foscari di Venezia quale professore associato. Presso la casa editrice Donzelli, ha pubblicato "Pionieri. Gli italiani in Brasile e il mito della Frontiera" (nel 1994) e curato con Pia Vivarelli "Carlo Levi. Gli anni fiorentini 1941-1945" (2003), oltre ad aver pubblicato altri volumi.
Il testo di Brunello è organizzato su otto capitoli (Ferrara, Torino, Venezia. Atto primo, Monselice, Venezia. Atto secondo, Ginevra, Lugano e Chiasso, Abano) intervallati da un intermezzo e integrati da un prologo, note biografiche e sugli archivi.
La vicenda inizia con l’incontro, apparentemente segreto, di nove anarchivi presso un’osteria di Abano, poco lontano da Padova, sulla strada per Rovigo, è intercettato dalla pubblica sicurezza che conosce perfettamente i movimenti del gruppo e che di lì a poco li arresta con l’accusa di "cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato". Era il 1881. In realtà si tratta dell’epilogo di tutta la narrazione che si sviluppa per tutto un decennio e si dipana in varie città d’Italia e in Svizzera, dove molti italiani si mossero per sfuggire alle maglie delle forze dell’ordine italiane. In questo caso, si deve rappresentare che le modalità di gestione degli anarchici non avvengono in modo cruento bensì attraverso un’attività che si potrebbe definire di tipo informativo che da vita ad una cospicua corrispondenza tra differenti organi di polizia, nazionali ed esteri e tra differenti organismi dello Stato, mobilitando anche un funzionario del Ministero degli Affari Esteri che svolse una funzione piuttosto delicata in Svizzera allo scopo di acquisire quante più informazioni possibili sui movimenti dei cittadini italiani colà giunti e sui propositi di questi al loro rientro in regno.
L’autore ricorda anche che le attività a carico degli anarchici si sviluppano nel corso di un periodo molto importante per la storia dell’organizzazione della polizia in Italia, ovvero con la presenza ai vertici dell’amministrazione di pubblica sicurezza di Giovanni Bolis, uno dei più intelligenti e capaci direttori di pubblica sicurezza. In particolare, Brunello sottolinea che, proprio durante la presenza di quest’ultimo al gradino più alto della PS, si decise la costituzione di un Ufficio politico, la nascita di un registro biografico delle persone sospette, con l’uso delle fotografie segnaletiche da parte delle Questure e l’assunzione "di agenti in borghese" oltre ad organizzare "un servizio di polizia internazionale in collaborazione con il ministero degli Esteri". E con tali premesse, Brunello predilige il punto di vista degli anarchici, di coloro i quali sono sottoposti all’attenta e discreta sorveglianza della polizia. Emerge in questo modo l’uso delle carte di polizia per la ricostruzione delle modalità di funzionamento dei meccanismi di controllo, privilegiando quale attore principale di tale narrazione le complesse e articolate modalità per esercitare l’azione da parte del sistema di polizia dell’epoca.
Dalla lettura del testo si nota come spie e delatori siano presenti e particolarmente attivi nel riferire alla polizia i movimenti, i comportamenti e le idee espresse dagli anarchici anche con i suggerimenti su come condurre le perquisizioni o orientare in modo più opportuno l’azione di contrasto. Le spie, pertanto, sembrano farsi apprezzare e divenire, soprattutto in alcuni casi analizzati nel volume, soggetti privilegiati e fonti di prim’ordine per alcuni funzionari che hanno la necessità di acquisire tali informazioni e intervenire prontamente per mantenere l’ordine e la sicurezza pubblica.
In definitiva, si ritiene che "Storie di anarchici e di spie" sia un volume di un certo interesse per conoscere non solo l’azione della Polizia nel secondo decennio postunitario ma soprattutto per comprendere quali erano i pensieri e le azioni degli anarchici in tale periodo.




Ten. Col. Flavio Carbone




Livio Antonielli
Soveria Mannelli

Polizia, ordine pubblico e crimine tra città e campagna: un confronto comparativo

Rubbettino Editore,
2010, pagg. 203,
euro 13,00

Il volume, intitolato Polizia, ordine pubblico e crimine tra città e campagna: "un confronto comparativo" costituisce la pubblicazione degli atti dell’incontro di studi dal medesimo titolo tenutosi a Messina, presso l’importante cornice di Villa Pace, nell’ambito delle attività dell’Università di Studi di Messina, Facoltà di Scienze Politiche in collaborazione con altre Università italiane. In particolare, il seminario e il conseguente testo a stampa si devono inquadrare nel progetto PRIN 2007 intitolato "Controllare il territorio: uomini e istituzioni in Italia tra antico regime e Unità", la cui unità di ricerca era stata coordinata dal professor Livio Antonielli. Quest’ultimo, professore ordinario di Storia delle Istituzioni Politiche e Storia dell’Istituzioni Militari presso l’Università Statale di Milano, da circa un decennio si interessa di questioni relative alle forze dell’ordine e al controllo del territorio, in una cornice piuttosto ampia che spazia dal Medioevo sino all’età contemporanea.
Nel testo, gli interventi degli autori consentono di chiarire in modo semplice le molteplici differenze che esistono tra città e campagna, le azioni di contrasto alla criminalità e le differenti tipologie criminali nel corso del tempo, solo per fornire alcuni elementi di comprensione delle ricerche presentate nel seminario. Quest’ultimo è strutturato secondo uno schema consolidato che consente di gestire agevolmente il rapporto tra i relatori, l’oggetto di discussione e le riflessioni dell’uditorio sempre estremamente qualificato che, al termine delle sessioni di lavoro può confrontarsi con i primi nell’ambito di una costruttiva discussione.
In particolare, sono state date alle stampe le relazioni di Edouard Janssens, La police dans les campagnes aux anciens Pays-Bas du XIIIe siècle à la fine du XVIIIe siècle, Livio Antonielli, Polizia di città e polizie di campagna in antico regime: il caso dello Stato di Milano a metà Settecento, Paul Lawrence, The Police and Vagrants in France and England during the Nineteenth Century, Enza Pelleriti, Fra città e campagne, le compagnie d’armi nella Sicilia dell’Ottocento, Simona Mori, Spazi rurali e polizia nella Lombardia di primo Ottocento: appunti sull’attività dei distretti, Flavio Carbone, Lineamenti dell’organizzazione di polizia nel Regno di Sardegna: il Corpo dei carabinieri reali (1814-1853); Marie Vogel, Comment la police municipale française devient urbaine: les transformations de la carte policière en France 1880-1910.
Tra i numerosi pregi che emergono nella organizzazione convegnistica curata personalmente dal professor Antonielli e da un piccolo nucleo di efficienti studiosi, si ritiene significativo ricordarne almeno uno: il carattere multinazionale dei contributi che consente costantemente di avere una visione trasversale di una singola questione allargata a tutta l’Europa nel corso di lunghi periodi temporali. Tale osservatorio privilegiato aiuta a comprendere l’evoluzione di singoli fenomeni in un’ottica macrotemporale superando le consuete barriere nazionali o dei periodi storici oggetto di studio.
In definitiva, si deve dare atto che il sapiente lavoro condotto nel corso degli anni sul tema delle forze dell’ordine ha ottenuto sicuri successi e aperto nuovi filoni di ricerca ma segnala anche che resta ancora molto da fare.
In ogni caso, il volume in questione costituisce un viatico per chi vorrà cimentarsi in tali imprese.


Ten. Col. Flavio Carbone




Daniela Francese

La salute rubata

Aracne,
2010, pagg. 175,
euro 13.00

Una delle questioni più dibattute e discusse dei nostri giorni in ambito sanitario, come, noto, è quella della manipolazione genetica In tale contesto si inseriscono, da un lato, la ricerca di mezzi per ottenere l’"eterna giovinezza" e, dall’altro lato, quella per trovare terapie che consentano di superare definitivamente il dolore.
Ciò nell’intento, come affermano taluni, di raggiungere la felicità.
Si è così instaurato un vero e proprio mercato, come attestano anche recenti fatti di cronaca, degli organismi geneticamente modificati; che induce a riflettere sul valore della vita e della libertà. .
è quanto ci propone il testo di Daniela Francese, giornalista, acuta osservatrice dei fenomeni sociali, che dedica la sua ricerca alla bioetica e ai diritti umani.
L’Autrice conduce una completa indagine, ambientata in una realtà geografica particolare, sui trapianti di organi, sulla clonazione, sulle cellule staminali con annessi e connessi, evidenziandone il triste aspetto economico-commerciale e stigmatizzandone le responsabilità ai vari livelli.
Il testo è ben articolato in quattro capitoli, dove descrive magistralmente le varie questioni sia sotto l’aspetto sanitario, sia sotto quello etico, non trascurando il non meno importante profilo sociale, e un’appendice con gli specifici approfondimenti normativi nazionali e internazionali.
Il libro rappresenta non solo un aggiornato e utile strumento di lavoro per coloro che si occupano di questa disciplina nonchè un tema di approfondimento per gli appassionati della materia, ma anche un momento di buona lettura per tutti coloro che intendono soffermarsi serenamente, abbandonando per un attimo i ritmi frenetici del nostro mondo, a riflettere sulle problematiche della salute sotto gli aspetti sociali, politici, farmacologici, giuridici ed etici.

Cap. Giovanni Fàngani Nicastro