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  • N.3 - Luglio-Settembre
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Aspetti psicopatologici e medico-legali dell’omicidio seriale

Cap. Emilio Di Genova


Emilio Di Genova

Capitano Medico,
Ufficiale Addetto alla Sezione Sanità
della Legione Carabinieri "Lombardia".

"Lo studio del crimine inizia con
la conoscenza di noi stessi"
Henry Miller (1891-1980)

1. Introduzione

L’uccisione di un uomo da parte di un suo simile, comunemente definito come omicidio (hominis caedes), implicando la soppressione della vita umana, bene supremo ed inviolabile, realizza un fatto gravissimo non solo da un punto di vista morale, ma anche sociale e giuridico. Rappresentando un danno irreparabile per l’individuo e la società esso assurge, infatti, ad un duplice significato: sociale, in quanto costituisce un avvenimento abnorme, atipico, insolito rispetto all’ordine costituito della società con turbamento delle normali relazioni tra cittadini; giuridico, in quanto l’omicidio, come evidenzia Puccini [1], è un fatto contrario al diritto poiché viola il bene maggiore dell’uomo, cioè la vita, protetto dalla legge nell’interesse non solo dell’individuo, ma anche della collettività.
Se l’eliminazione da parte dell’uomo di specie diverse fa parte del suo bagaglio biologico, opportunamente modulato dagli apprendimenti storici e culturali, dunque non crea alcuna remora, l’uccisione di un proprio simile fa sorgere, invece, uno sdegno e una riprovazione generale che trovano, in ultima analisi, il loro fondamento nell’imperativo biologico che tende a salvaguardare gli appartenenti ad una stessa specie. Sebbene le uccisioni interspecifiche rientrano nelle finalità biologiche della sopravvivenza, la morte provocata all’interno della stessa specie è evenienza rara nel mondo animale, poiché ha il significato di indebolire la forza del gruppo; infatti l’uccisione da parte di un animale di un proprio simile accade, in genere, in condizioni non naturali come la cattività o per "motivazioni" istintuali finalizzate ad aumentare le probabilità di sopravvivenza. L’uomo tra i viventi, invece, occupa il primo posto tra gli uccisori intraspecifici, anche perché l’imperativo biologico di non uccidere un proprio simile può essere culturalmente attenuato o addirittura invertito, così da negare il diritto di appartenenza umana ad un altro uomo, con la conseguente perdita nei suoi confronti di ogni tabù, di ogni rispetto per la vita. Questa peculiarità della specie umana appare così radicata nella natura dell’uomo da risultare ben evidente non solo esaminando la storia stessa dell’umanità, tanto da fare affermare a Voltaire che la storia non è altro che un quadro di delitti e di sventure, ma anche analizzando qualsiasi altro prodotto del pensiero umano. Analizzato da un punto di vista antropo-fenomenologico ed esistenziale, l’omicidio appare, dunque, ascrivibile al concetto stesso di humanitas, caratterizzante l’essenza stessa dell’uomo, tanto che l’homo può essere definito non solo come faber, sapiens, ludens, ma anche come necans [2].
Tuttavia alcune condotte omicidiarie per le peculiarità che le caratterizzano sono capaci di suscitare nella coscienza collettiva tale sdegno che gli artefici di tali crimini vengono sovente definiti con il termine di monstrum, per indicarne così la mostruosità psicologica che li caratterizza e, quindi, la diversità, la lontananza e la non appartenenza alla collettività umana. In questi casi la condotta criminale, discostandosi da una criminalità che, per così dire, affonda le proprie radici nel sentire comune, apparendo incomprensibile ed inquietante, finisce per essere facilmente identificata in quella figura stabilmente inserita fra gli archetipi collettivi, nell’immaginario collettivo, che è quella, appunto, del monstrum.
Di fronte ad una aggressività ed ad una violenza percepita come "gratuita" e spropositata e ad omicidi considerati "inspiegabili" (perché svincolati da ragioni di carattere passionale o vendicativo), con un movente che viene percepito come unicamente legato al piacere di procurare la morte altrui, la coscienza collettiva tende a ricercare una spiegazione generale che dia certezza e sicurezza. Attribuendo agli autori di tali delitti connotati quali quello di "mostruosità" e di "follia", si crea una rassicurante separazione tra tali individui ed il resto della comunità, così che le loro azioni non vengono ad avere alcuna appartenenza con "la vera natura umana". Orbene, all’interno di questa particolare categoria di omicidi, vengono sovente collocati dai più, in virtù delle peculiarità che li contraddistinguono, i crimini perpetuati dai cosiddetti serial killers.


2. Fenomenologia del serial killer

Tradotto dall’inglese, serial killer significa omicida seriale che comunemente indica l’assassino che, in luoghi diversi e in tempi successivi, uccide più persone, colpendo una categoria di vittime ben definita.
Nelle caratteristiche essenziali del serial killer vi sono quattro elementi fondamentali: la ripetizione dell’omicidio, l’assenza di motivazioni evidenti e di relazioni con la vittima, una finalità di tipo edonistico o di tipo fanatico, un legame più o meno netto con la sessualità [3].
Appare quindi evidente che definire in modo univoco che cosa si intenda per omicida seriale non è un compito facile; molti autori, infatti, hanno cercato di dare un contributo nella definizione e nella descrizione degli assassini seriali ponendo, di volta in volta, l’accento su questa o quella caratteristica con l’obbiettivo di individuare l’elemento saliente di tale tipologia di delitti. Uno dei tentativi più conosciuti e diffusi di classificazione, come rammenta Leyton [4], è quello proposto dal Federal Bureau of Investigation americana (F.B.I.) che suddivide gli assassini multipli in tre categorie principali:
-  il mass killer o "assassino di massa", che uccide almeno quattro vittime in un medesimo luogo, in uno stesso evento. Il soggetto non conosce le sue vittime, che per lo più sono scelte casualmente;
- lo spree killer o "assassino compulsivo", che uccide due o più vittime, in luoghi diversi ma adiacenti, in un lasso di tempo molto breve; tali crimini hanno spesso un’unica causa scatenante e sono tra loro concatenati. Il soggetto non conosce le sue vittime e, lasciando molte tracce dietro il proprio passaggio, tende ad essere facilmente catturato;
-  il serial killer propriamente detto o "assassino seriale", che uccide almeno tre vittime, in eventi distinti, in luoghi separati e con un periodo di intervallo emotivo cooling off time fra un omicidio e l’altro; in ciascun evento il soggetto può uccidere più di una vittima. Egli può colpire a caso o, al contrario, scegliere accuratamente le sue vittime. Spesso ritiene di essere invincibile e che non verrà mai catturato, per questo, sovente, ama sfidare le forze dell’ordine. Può trasformarsi, se attaccato, in spree killer.
Questa classificazione categoriale degli omicidi seriali, pur rappresentando uno strumento operativo di riferimento, presenta dei limiti, come hanno sottolineato alcuni autori ad esempio, uno dei principali difetti del quadro tassonomico proposto dall’F.B.I., è quello di non specificare la durata del periodo di cooling off tra un omicidio e l’altro, elemento questo fondamentale affinché si possa parlare di assassinio seriale piuttosto che di omicidio compulsivo o di massa.
Altro punto critico per poter parlare di omicidio seriale è quello di porre come limite inferiore a tre il numero di vittime, rimanendo così esclusi dalla definizione di omicida seriale tutti gli assassini che vengono catturati dopo il secondo omicidio e che, altrimenti, avrebbero continuato ad uccidere.
La maggior parte degli autori, sulla scorta delle indicazioni dell’F.B.I., comincia a parlare di omicidio seriale solamente dopo il terzo omicidio. Tale limite appare riduttivo, non considerando che il processo psico-criminodinamico che conduce ad una condotta omicidiaria di tipo seriale si può già innescare dopo due omicidi. Il fatto che il soggetto interrompa la sequenza dei delitti perché catturato prima che commetta il terzo omicidio nulla toglie al significato ed alla prospettiva in cui inserire la natura fenomenologica di questa tipologia di delitto.
Alla luce di tali motivazioni, per meglio rappresentare la complessità e poliedricità di un fenomeno quale quello dell’omicidio seriale, De Luca [5], ad esempio, propone che venga considerato assassino seriale chiunque commetta anche solo due "azioni omicidiarie", in quanto sufficienti a stabilire il circuito ripetitivo patologico che determina la reiterazione del delitto, sottolineando, in tal modo, l’importanza preminente dell’intenzione del soggetto, più che il risultato della sua condotta.
Utilizzare come parametro per l’applicabilità della categoria degli omicidi seriali soltanto il numero delle vittime pone, infatti, importanti problemi nell’ambito della differenziazione con altre tipologie di omicidi multipli.
Per tale motivo appare più rispondente a criteri fenomenologici, oltre che organizzativi ed operativi, operare un’analisi di tali delitti in termini psico-esistenziali e motivazionali. Questa modalità di approccio risulta più precisa ed efficace nel separare, ad esempio, l’omicida seriale dal pluriomicida o multiple murderer.
Rientrano in quest’ultimo gruppo i killers professionisti a pagamento, definiti anche con il termine di sicari, i quali uccidono dietro compenso economico; i killers affiliati ad organizzazioni criminali (Mafia, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita) che uccidono per ordine dell’organizzazione stessa; i killers utilitaristici o situazionali che uccidono nel corso di azioni criminali tese al guadagno personale (per compiere più rapidamente una rapina, per aprirsi una via di fuga, per eliminare un testimone, a scopo dimostrativo-intimidatorio, ecc.); i killers a motivazione ideologica che uccidono spinti da fanatismo religioso, patriottico o socio-politico [6].
Anche gli appartenenti alle suddette quattro categorie soddisfano numerosi criteri fra quelli proposti dalla classificazione dell’F.B.I. (numero di vittime; reiterazione del crimine che viene compiuto in luoghi diversi; intervallo di tempo fra un omicidio e l’altro; possibilità di uccidere più di una vittima in ciascun episodio delittuoso) che contraddistinguono l’opera di un omicida seriale; tuttavia, analizzando le motivazioni che spingono ad uccidere, i due fenomeni appaiono profondamente diversi.
Secondo Salfati [7], infatti, mentre per il multiple murderer la fonte delle motivazioni e le aspettative rispetto all’omicidio sono essenzialmente di tipo materiale, per l’omicida seriale, l’origine della sua condotta criminale è da ricondursi prevalentemente alla sfera psicologica e/o sessuale.
Questa differenziazione rende spiegazione di altre due importanti differenze fra i due gruppi di omicidi: mentre il multiple killer uccide vittime che non hanno, generalmente, nulla in comune fra di loro, l’omicida seriale, invece, uccide individui a cui attribuisce, in base alla sua "proiezione psicologica", elementi comuni che li unisce.
La serie omicidiaria posta in essere dal pluriomicida, avendo la propria genesi in motivazioni di natura socio-economico-politico-religiosa, può essere interrotta dall’autore stesso quando vuole, allorquando, cioè, venga a cessare la motivazione dei suoi delitti.
Il serial killer, invece, trovando la sua condotta criminale origine in una motivazione di natura psico-esistenziale con caratteristiche di compulsività, non potendo, per tale motivo, smettere di uccidere, continuerà a compiere i suoi delitti anche se tra un omicidio e l’altro l’intervallo emotivo libero, durante il quale il soggetto torna ad uno stato psicologico di relativa quiescenza, prima di un nuovo risveglio emozionale che può variare da molte ore a molti anni, se ciò non gli verrà impedito da un fattore esterno alla sua volontà quale la cattura o la morte.
Relativamente alla tassonomia dell’omicidio seriale, per cercare di definire meglio il profilo di un assassino inquadrabile nella categoria di omicida seriale, alcuni agenti dell’F.B.I. che si sono occupati dell’argomento, hanno creato numerose sottocategorie in base al tipo di motivazione dei delitti, alle caratteristiche della scena dell’omicidio, al numero di vittime e cosi via.
In realtà questi utili riferimenti operativi non hanno portato ad una definizione univoca del fenomeno, evidenziando al contrario, come la nozione di assassino seriale sfugga realmente ad ogni tentativo di definirla in modo circoscritto e come essa sembra fungere, invece, da grande "contenitore" in cui inserire omicidi a varia espressione fenomenologica, come afferma Serra [8].
A questo si aggiunga anche la constatazione di una certa variabilità storico-sociale che caratterizza il fenomeno, come sembra emergere soprattutto dall’analisi della casistica inerente agli omicidi seriali degli ultimi anni.
Ultimamente, infatti, sono risultati in netto aumento negli U.S.A. casi caratterizzati da omicidi non inquadrabili sul piano dei moventi tradizionali, alla cui insorgenza contribuiscono diversi fattori, reciprocamente embricati, di ordine individuale e sociale e che Scott [9] ha, per tale motivo, denominato miscellaneous murders.
Nonostante queste considerazioni è possibile, tuttavia, individuare alcuni parametri che permettono di delineare quelle caratteristiche criminogenetiche e criminodinamiche che consentono di tratteggiare a grandi linee l’archetipo dell’omicida seriale e di attribuire una tipologia delittuosa ad una condotta omicidiaria di tipo seriale.
A tale riguardo l’analisi dei meccanismi psicologici ha permesso di focalizzare alcuni aspetti che, ricorrendo con una certa frequenza, possono essere considerati con sufficiente ragionevolezza come peculiari di questa classe di omicidi. Innanzitutto la caratteristica comune di questi individui è di possedere una personalità che, in apparenza, appare piacevole, accattivante, socializzante, ma in realtà risulta fredda, cinica, manipolatrice, solitaria, elementi questi riscontrabili, sovente, nel disturbo di personalità di tipo narcisistico.
Howitt [10] fa notare, infatti, come questi sebbene abbiano spesso una vita pubblica convenzionale, caratterizzata cioè da "attività" sul piano fisico, sociale, economico e sessuale, che tuttavia, non è per loro fonte di appagamento e di piacere, comune è in loro un sentimento di profonda solitudine, di "vuoto esistenziale", di inadeguatezza che viene a costituire il pabulum per una vita segreta, in netto contrasto con quella pubblica, ricchissima di fantasie sadiche e perverse che occupano nel loro immaginario spazi sempre più consistenti, tanto da costituire la dimensione predominante della loro attività immaginativa e determinare una progressiva inversione nel rapporto realtà-immaginazione, fino all’inevitabile passaggio all’atto.
Un elemento estremamente importante quale parametro nella disamina della criminogenesi delle condotte dei serial killers è quello inerente al rapporto fra sessualità e distruttività.
Alcuni serial killers, di fatto, in conflitto perenne con i loro impulsi sessuali, scelgono accuratamente le vittime e il movente, da un punto di vista psicopatologico, va ricercato nella gratificazione di un bisogno psicologico profondo di questi assassini, per il ripetersi di una particolare motivazione, conseguente, probabilmente, ad una mancata subordinazione della loro aggressività all’istinto sessuale: "la distruttiva e sadica associazione di sesso e morte" [11].
Dall’analisi condotta da Ainsworth [12] emerge con chiarezza che la sessualità degli autori di omicidi seriali ha un significato tipicamente dismaturativo e difettale, in cui, cioè, la relazione sessuale è rimasta fissata ad un livello "pre-oggettuale".
Non possedendo il concetto intrapscichico di "altro da sé", tali soggetti difettano del raggiungimento di una relazione oggettuale matura e completa, incapaci di vedere nell’altro una persona in cui collocare i propri bisogni, desideri ed attese.
Questa struttura psicologica fa sì che ogni relazione interumana, così come il rapporto sessuale stesso, venga ad esser inserito in una relazione frammentaria, disarticolata e deficitaria con il mondo e con gli altri.
Il mancato raggiungimento di una relazione oggettuale matura e completa, che è all’origine del profondo vuoto esistenziale e della disperata solitudine che caratterizza la vita psichica di tali individui, assieme alla degradazione dell’"altro", vissuto come cosa da poter usare e distruggere, dà origine ad una distruttività in cui l’uccisione in serie funge da surrogato emotivo ad una vita incapace di ottenere piacere nelle comuni attività (amicizie, lavoro, affetti, ecc.).
Secondo Alison [13], invece, questo binomio sesso-morte acquista un’importanza così determinante nella genesi dei delitti seriali che, per poter parlare di omicidi attribuibili ad un assassino seriale, deve sempre esistere una componente sessuale; in modo particolare la motivazione che spinge al delitto sarebbe costituita da una particolare parafilia, con carattere di compulsività, denominata necromania, termine che definisce una perversione dell’istinto della vita caratterizzato da un interesse patologico per la morte, esperito mediante l’uccisione ed il contatto con il cadavere.
Il piacere necromanico rappresenta un impulso irresistibile a ricercare il contatto diretto con la morte che finisce per caratterizzare tutto il vissuto del soggetto e che si manifesta inizialmente trasformando, prima dell’omicidio, ciò che è vivo in qualcosa di non vivo, degradando cioè la persona a cosa da utilizzare e distruggere, per poi, successivamente, determinare quella particolare attenzione al cadavere che caratterizza l’azione dei serial killers.
L’uccidere per sesso o facendo sesso è dunque ciò che, ormai per tradizione, definisce l’omicida seriale, eppure, il fenomeno è molto più complesso di quanto possa sembrare anzi a volte può apparire quasi riduttivo parlare di assassino seriale solo quando ci si trova in presenza di omicidi a sfondo sessuale.
Il sentimento pervasivo di morte che connota tutto il vissuto di questi soggetti fa sì che l’atto aggressivo venga a costituire, nel loro inconscio, un tentativo di controllare la morte stessa, non essendo di fatto mai orientato verso l’appagamento sessuale in senso stretto, ma all’eccitamento che deriva dal distruggere, dal dominare, dal trionfare e dal sentirsi potenti nel provocare paura, dolore e sofferenza, quale "allucinato" ed estremo tentativo di sublimare il proprio cronico senso di inadeguatezza ed inferiorità.
Riguardo alla genesi di questo comportamento deviante, numerosi sono stati i contributi dei vari autori che, nonostante alcune differenze, concordano sull’importanza della presenza di esperienze traumatiche nell’infanzia e nell’adolescenza degli assassini seriali. In modo particolare, secondo il modello sistematico-relazionale, il comportamento omicidiario seriale presenta un’origine multifattoriale, nascendo dall’interazione di tre fattori (individuale, socio-ambientale, relazionale) che si intrecciano tra loro, con diversa importanza da individuo ad individuo. Secondo questa teoria l’individuo, tenuto conto delle sue caratteristiche innate, subisce l’influenza dei sistemi nei quali è inserito (la famiglia in particolare) e delle relazioni che ha instaurato nell’ambiente con gli altri; con il passare del tempo esse vengono vissute in modo sempre più negativo e disgregante fino a che, perdendo il senso della realtà, egli passa all’atto omicidiario. Tale azione ristabilisce momentaneamente un nuovo labile equilibrio psichico-esistenziale-relazionale del soggetto, fino a che altre relazioni vissute come negative non innescano nuovamente la pulsione omicidiaria.
Ponendo l’attenzione sull’elemento individuale emerge come nei serial killers sia presente in modo frequente, anche se non assoluto, l’esistenza di varie forme di patologia mentale (Tab. I), tanto che questo elemento costituisce uno dei parametri di inclusione fondamentale fra quelli adottati dall’F.B.I. per delineare il profiling di un presunto omicida seriale.
Fra di esse, come ricorda Bruno [14], l’assoluta prevalenza spetta ai disturbi di personalità ed alle parafilie, mentre gli stati psicotici cronici, rappresentati soprattutto dalla schizofrenia paranoide, sono riscontrabili solamente nel 5% dei casi.
In quest’ultima ipotesi siamo in presenza di quello che possiamo definire "assassino seriale allucinato", ovvero un individuo affetto da ebefrenia sistematica (inquadrabile nel contesto della schizofrenia paranoide) che presenta un quadro clinico caratterizzato da gravi alterazioni del contenuto del pensiero associati, sovente, anche a disturbi della percezione (delirio di tipo persecutorio o di tipo allucinatorio) che, determinando un grave distacco della realtà, possono sfociare in condotte devianti anche omicidiarie. Le vittime di solito sono scelte a caso e possono essere estremamente eterogenee per età, classe sociale e sesso.

Tab. I Disturbi mentali riscontrati nei serial killers



Importanti informazioni circa l’analisi e la classificazione di un omicidio seriale emergono non solo dall’indagine sui moventi e sul numero e tipologia delle vittime, ma anche dalle modalità esecutive con le quali vengono commessi. Facendo riferimento alla diffusa classificazione operata dall’F.B.I., in relazione alla criminodinamica di una condotta omicidiaria, possiamo distinguere fra serial killers "organizzati" e serial killers "disorganizzati" inoltre differenziamo l’omicida seriale che agisce da solo da quelli che commettono crimini in coppia o addirittura in gruppo.
In Italia l’esempio più emblematico di omicidi seriali di gruppo è rappresentato dalle uccisioni commesse in Emilia-Romagna dal 1987 al 1994 dai tre fratelli Savi, due dei quali agenti di polizia e dai loro complici anch’essi agenti di polizia. Mi riferisco agli omicidi condotti dalla "Banda della Uno Bianca" che agisce con rapidità e spietatezza; i suoi membri utilizzano tecniche militari e dimostrano di conoscere alla perfezione le province di Bologna, Forlì e tutto il riminese. Analizzando brevemente la personalità dei fratelli Savi vediamo che Roberto, ex assistente capo della Polizia di Stato della Questura di Bologna, è la mente perversa della banda, pianifica tutte le rapine che la banda compie e che porteranno all’uccisione e ferimento di molte persone, ha un carattere taciturno, è un sanguinario esaltato, un fanatico di armi e violenza, il suo essere sadico lo manifesta già la volta in cui tagliò tutti i capelli ad un tossicodipendente. Fabio è un camionista dal carattere chiuso; da ragazzo, non ama la compagnia dei suoi coetanei, abbandona presto gli studi. Fa domanda per entrare in Polizia, ma viene scartato per un difetto alla vista. Nei rapporti con le donne è violento, brutale, essenzialmente sadico, dai gusti sessuali perversi ed ossessivo. Alberto, l’altro ex agente di polizia, è un debole di carattere e un indeciso e subisce la personalità degli altri due fratelli. Il padre dei Savi è un uomo violento, xenofobo, ama le armi ed è lui a trasmettere la stessa passione ai figli. I fratelli Savi uccidono nel corso delle rapine. Altre volte gli omicidi appaiono del tutto immotivati, determinando l’uccisione di nomadi e militari e verranno eseguiti soltanto per soddisfare un sadico piacere personale.
Ci sembra opportuno a questo punto tornare alla suddivisione tra serial killers "organizzati" e quelli "disorganizzati". Possiamo affermare che i primi sono individui che pianificano con meticolosità i propri delitti, selezionano le vittime e le conducono sul luogo del delitto; si tratta per lo più di individui con alto quoziente intellettivo, affetti da disturbi della personalità di vario genere o da altre psicopatie, in genere socievoli e capaci di integrarsi con il tessuto sociale; spesso vivono con un partner o hanno una famiglia propria. Compiono l’omicidio con premeditazione, sono meticolosi e mostrano un notevole autocontrollo durante il crimine; dopo l’eliminazione della vittima cercano di occultarne il cadavere e di lasciare pochissime tracce sul luogo del misfatto (staging).
L’omicida organizzato segue un piano preordinato che prevede il raggiungimento della soddisfazione sessuale prima di eliminare la propria vittima e, per tale motivo, l’uccisione viene di solito compiuta lentamente, infierendo e torturando. Nei sadici, come rammenta Gulotta [15], in cui la sessualità è per così dire "compressa", la perversione è rappresentata dal bisogno di infliggere sofferenze materiali o morali alla propria vittima, perché solo così viene raggiunta la piena soddisfazione sessuale. Non la passione, quindi, ma la ferocia dell’istinto non soddisfatto spiegherebbe i frequenti casi di donne uccise da tali individui.
Questi soggetti possono torturare, uccidere e in diversi casi mutilare le vittime, solamente per raggiungere l’eccitazione e il piacere sessuale; assassini che quasi deumanizzano le vittime considerandole semplicemente oggetti. Oltre alla pianificazione (forensic awareness) e al tentativo di depistaggio, a volte altro elemento caratteristico è la signature sul luogo del delitto che consiste nel lasciare oggetti, simboli, biglietti, messaggi di altro genere da parte dell’omicida: una sorta di firma che rappresenta un bisogno psicologico profondo, un messaggio più o meno consapevole lanciato agli investigatori e, come tale, si presenta con costanza nei successivi delitti della serie.
L’assassino seriale definito "disorganizzato", infatti, non agisce secondo piani prestabiliti e il delitto avviene sotto l’impulso del momento, in preda ad un’intensa ansia e con un minimo controllo dello stato emotivo; per tale motivo lascia, sovente, numerose tracce sulla scena del crimine compreso il cadavere che viene abbandonato sul luogo del misfatto. In genere i soggetti appartenenti a questa categoria sono individui con un’intelligenza inferiore alla media, spesso disoccupati o impiegati in lavori precari; vivono soli o con i genitori e risultano, spesso, sessualmente incompetenti. Poiché il delitto nasce dall’impulso del momento che scaturisce, per lo più, da una situazione di malattia mentale cronica, l’arma utilizzata è spesso impropria (sassi, pietre, pezzi di legno e simili), a differenza dell’omicida seriale organizzato che utilizza prevalentemente coltelli o armi da fuoco. Un’altra classificazione, particolarmente utilizzata in Europa, suole analizzare la modalità in base alla quale viene eseguito l’omicidio seriale, operando una distinzione tra criminale psicopatico e psicotico. Secondo questa classificazione il criminale psicopatico risulta un individuo con una storia personale caratterizzata da frequenti antecedenti penali di violenza fisica e di aggressività associate, sovente, ad abuso di alcool e/o di sostanze stupefacenti. Può premeditare il suo gesto ed avvalersi anche di complici.
La vittima è spesso sconosciuta e il luogo del crimine viene scelto con attenzione, in modo da rendere agevole la fuga; raramente all’evento criminale segue il suicidio. Sims [16] fa notare che il soggetto psicotico è spesso in preda ad una sindrome depressiva, delirante e/o allucinatoria. Egli agisce da solo, senza premeditazione e la vittima è una persona conosciuta, spesso afferente al proprio entourage parentale.
L’arma utilizzata per compiere il crimine è, in genere, improvvisata e il passaggio all’atto disorganizzato è, spesso, assai violento. Questo soggetto frequentemente si suicida dopo il crimine, oppure si auto denuncia, lasciandosi arrestare senza opporre resistenza.
Sulla base di quest’ultima classificazione, ponendo la nostra attenzione sul fattore individuale in relazione al movente degli omicidi seriali, possiamo schematicamente dividere i serial killers in due grossi gruppi: il primo rappresentato dai soggetti cosiddetti "razionali", comprendenti gli psicopatici, i sadici, che compiono crimini seguendo una linea di condotta "organizzata" (e che costituiscono il maggior numero); il secondo costituito, invece, dai soggetti definiti come "irrazionali", come gli psicotici, che agiscono senza premeditazione e in modo "disorganizzato". Poiché gli appartenenti a questi due gruppi presentano notevoli differenze riguardo alla criminodimanica del comportamento violento, questa distinzione, seppure estremamente semplicistica, può essere utile nel ricostruire il profiling dell’omicida, risalendo, così, alla criminogenesi dell’atto omicidiario stesso.


3. Riflessioni conclusive

Come già affermato la fenomenologia serial killer è quanto mai complessa e poliedrica, a volte è difficile stabilire se la condotta omicidiaria, sulla base delle classificazioni precedentemente esaminate possa avere caratteristiche tali da poterla, ad esempio, ricondurre all’azione di un assassino seriale organizzato o disorganizzato o se invece debba essere diversamente considerata.
Per poter rispondere a tale quesito è necessario esaminare con attenzione la realtà antropo-fenomenologica ed esistenziale di ciascun soggetto in esame, con particolare attenzione alla sua storia psico(pato)logica e familiare in modo da delineare la criminogenesi che è alla base della sua azione omicidiaria.
A riguardo, emblematico è il "caso Ravagli" i cui delitti sono stati compiuti sempre a Bologna. Il Ravagli vive un’infanzia difficile in un clima famigliare conflittuale e violento. Pur avendo rapporti con i coetanei non riesce a stabilire relazioni di amicizia durature e profonde. La sua storia affettivo-sentimentale appare povera, probabile espressione delle sue insicurezze ed inadeguatezze sul piano relazionale. Il suo unico legame sentimentale con una ragazza che muore di AIDS lo porta ad accusare un’importante sintomatologia ansioso-depressiva che si acuisce con il deteriorarsi dell’attività lavorativa. Inizia a fare uso di cocaina e hascisc. In questo periodo di intenso malessere caratterizzato da sentimenti cronici di vuoto e di noia si colloca la sua relazione con una ragazza di nome Sara. è in questa fase della sua esistenza che accanto ai disturbi dell’umore già presenti inizia a slatentizzarsi una bouffè psicotica con allucinazioni, idee deliranti a sfondo persecutorio in cui riferisce di sentirsi vittima di un gioco attuato allo scopo di deriderlo e sbeffeggiarlo.
L’incertezza e il dubbio circa la reale identità delle persone con cui entra in contatto appare il tema dominante della trama delirante in cui il Ravagli percepisce le figure esterne come "doppie", ovvero come se dietro la stessa figura si nascondessero alternativamente molteplici identità. Tale delirio, incrollabile e del tutto insensibile alla terapia farmacologica, accentua una progressiva chiusura, introversione e sospettosità del soggetto, che finisce per inglobare nella tematica delirante amici, conoscenti, genitori e psichiatri.
È dunque all’interno di questa pressione pervasiva del nucleo delle idee deliranti che matura in lui il proposito delle uccisioni, quale sorta di estremo tentativo di "risarcimento" e di "vendetta" per il "gioco" ordito ai suoi danni e in cui le due vittime designate vengono a rappresentare simbolicamente tutti coloro che sono responsabili, ai suoi occhi, delle delusioni, fallimenti e frustrazioni da lui subite. A tale riguardo è importante sottolineare come la sintomatologia delirante che ha sorretto i due omicidi non appare in discontinuità con le esperienze passate e con i suoi vissuti affettivi, ma viene a costituire, per così dire, una sorta di "risposta", seppure patologica e distorta, alle esperienze di angoscia e di frustrazione vissute nel contatto con l’ambiente familiare ed esterno, sulla base di una personalità fragile e vulnerabile. Esaminata la criminogenesi degli omicidi, passiamo ad analizzare la criminodinamica degli eventi. Soffermando innanzitutto la nostra attenzione sulle due vittime, emerge come entrambe siano state uccise in luoghi diversi ed in uno spazio di tempo molto breve.
Analizzando il comportamento tenuto dall’omicida prima, durante e dopo il crimine, alla luce delle categorie nosografiche precedentemente esaminate, abbiamo potuto constatare come il modus operandi dell’assassino sia riconducibile ad una condotta "mista", a pianificazione parziale, ovvero in parte organizzata ed in parte disorganizzata.
La fase precedente il crimine è caratterizzata da una attenta pianificazione (forensic awareness), che denota una condotta di tipo "organizzato":
- l’assassino infatti acquista una pistola semiautomatica tramite la quale compie gli omicidi, costruendosi artigianalmente anche un silenziatore;
- prepara, inoltre, una lista di vittime designate che secondo lui rientrano nel "gioco" ordito ai suoi danni.
Anche durante l’esecuzione degli omicidi, sembra prevalere uno stato d’animo caratterizzato da un certo autocontrollo:
- l’assassino attende pazientemente che le vittime siano sole e che non ci siano testimoni;
- i colpi d’arma da fuoco vengono sparati frontalmente con i proiettili che colpiscono i corpi in regioni estremamente vitali quali il collo e l’estremo cefalico; in un caso, addirittura, viene inferto anche il colpo di "grazia" alla tempia di una delle vittime. La fase dopo il crimine, invece, si caratterizza per una modalità di esecuzione più simile alla tipologia definita come "disorganizzata";
- infatti i corpi delle vittime vengono lasciati sul posto, senza alcun tentativo di occultamento (assenza di staging), da riferire però che tra la gamba destra e sinistra di una delle due vittime viene rinvenuto un biglietto con scritto "X S. Games" perché appunto è una persona che c’entra con i "giochi di Sara", questo gesto ricorderebbe la signature dell’omicida seriale organizzato. Dopo gli omicidi l’assassino vaga senza una meta precisa;
- raggiunge con l’autovettura una zona isolata ove rimane per molte ore rimuginando su quanto accaduto e sulle sue prossime vittime;
- all’arrivo delle Forze dell’ordine non cerca di mettersi in fuga, lasciandosi arrestare.
Sebbene una modalità operativa estremamente organizzata sia più indicativa dell’azione di un criminale professionista o di omicida seriale del tipo "psicopatico", mentre un comportamento fortemente disorganizzato faccia pensare innanzitutto di trovarsi di fronte ad un omicida "psicotico", caratterizzato da una impulsività patologica, tuttavia è noto che un omicidio in cui la scena del crimine testimoni un comportamento disorganizzato può essere commesso anche da uno psicopatico in preda ad un "orgasmo incontrollato di violenza e piacere", da un individuo con disturbo di personalità durante una crisi depressiva eterodistruttiva, da un soggetto in preda ad uno stato emotivo-passionale o anche da persone sotto l’influsso di alcool e/o droghe.
A tale riguardo, infatti, anche gli elementi che emergono dalla disamina della criminodinamica del nostro caso sembrano indicarci che non sempre è possibile stabilire una relazione diretta fra omicidio compiuto da un folle e condotta criminale disorganizzata e che invece, a testimonianza della difficoltà di inquadrare in rigidi schematismi i dati emersi dall’analisi di un crimine per poter risalire al profilo psico(pato)logico dell’assassino, accade che gli omicidi commessi da individui affetti da psicosi paranoiche croniche si connotino per una certa meticolosità e preparazione prima dell’omicidio, a fronte di un comportamento disorganizzato nella fase successiva.
Tutto ciò dimostra ulteriormente che gli omicidi seriali, come già abbiamo rilevato, hanno una svariata e complessa fenomenologia e che è difficile definire in modo univoco la figura del serial killer nonostante l’importante lavoro da parte di alcuni investigatori tesi a fissare dei punti di riferimento operativi quali numero delle vittime ed altre caratteristiche della scena del crimine, nel tentativo di accomunare le varie condotte omicidiarie, questo però non è sempre possibile perché esiste una variabile fondamentale che è l’elemento individuale che rende la scena del crimine ancor più complessa. è necessario quindi operare un’analisi approfondita di tali delitti in termini psicoesistenziali e motivazionali. Non a caso la criminologia moderna è attestata su approcci multifattoriali che individuano l’origine dei vari crimini in una serie concomitante di elementi individuali: socioambientali (in primis la famiglia), psicopatologici, neuropatologici, genetici.