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Materiali per una storia dell'Arma

NOTIZIARIO PER L’ARMA DEI CARABINIERI

N. 6 - novembre-dicembre 1959

Il 1859 nella storia dei Carabinieri(*)

Ten. Col. CC. (r) Francesco Mario Pagano

(continua)

La campagna di guerra come tutti sanno si conclude vittoriosamente (ma prematuramente e per transazione, secondo le decisioni di Napoleone III) l’11 luglio, con la pace di Villafranca. Diciassette giorni dopo, il 28 luglio per l’esattezza, dal balcone del Municipio di Modena, Luigi Carlo Farini rivolgeva la sua parola di dittatore al popolo sottostante, che frenetico lo acclamava tale; e, tracciando egli rapidamente il suo programma - attraverso le cui fitte maglie s’intravvedeva la pensosa testa di Cavour - creava formalmente e solennemente quello stato di fatto nelle province modenesi, che doveva poi servire, come infatti servì, di lievito fecondo ai successivi avvenimenti politici dell’Emilia. È storia nota come l’atteggiamento di Modena, sotto la dittatura del Farini, e quello della Toscana, sotto la forte guida di Bettino Ricasoli (che sventava le mene per il richiamo del Granduca, non meno di quelle per preparare una occupazione francese), rappresentassero quanto di meglio potesse controbilanciare il generale collasso in cui si era caduti nel Piemonte, specie dopo la furiosa crisi di vicendevoli recriminazioni, culminata nel momentaneo abbandono del Governo da parte di Cavour. Queste organizzate reazioni di popoli intorno al Regno Sardo ebbero, come tutti sanno, importanza non trascurabile nel processo unitario; e devesi molto ad esse se la storia del periodo successivo al 1859 poté registrare, in attivo per l’unità italiana - consenzienti Francia ed Inghilterra - le annessioni definitive di Parma, Modena, Romagna e Toscana, coi memorandi plebisciti del 1860. Non ripeterò qui quanto il Farini disse in quel memorabile discorso d’investitura. Promise egli una consultazione popolare a breve scadenza, dichiarando esplicitamente che intendeva l’autorità affidatagli come soltanto temporanea, in attesa che lo stesso popolo decidesse dei suoi destini; ma disse pure che sarebbe stato “moderato, non molle; giusto, ma inesorabile...”.
Evidentemente tale programma presupponeva la disponibilità piena per il Farini, di una forza militare effettiva, organica, disciplin ata, imparziale, fedele, che avesse potuto assumersi la tutela e l’esecuzione dei suoi decreti e l’onere, non certo lieve in tali contingenze, del-l’ordine e della sicurezza pubblica. E quale corpo, quale organizzazione militare e di polizia avrebbe potuto meglio servire, dei carabinieri piemontesi, destinati a diventare presto carabinieri italiani? Giungiamo così alla parte che ebbero, o anzi meglio, che presero, i carabinieri in quella storica dittatura di Modena, che, sorta dalle incerte e caliginose brume di Villafranca, ed estesasi ben presto a Parma, Reggio, Bologna, si trasformò in dittatura dell’Emilia, si consolidò con la lega militare e doganale con la Toscana, portando rapidamente al fortunato cielo delle annessioni plebiscitarie. Dobbiamo essenzialmente ad un piccolo gruppo di documenti originali, appartenenti all’illustre generale dell’Arma Giuseppe Formenti, e ceduti anni or sono al Museo Storico, da un nipote di lui, ora anch’egli defunto, il colonnello Paolo Zunini, la ricostruzione più fedele possibile delle circostanze in cui i carabinieri rimasero a collaborare col Farini. E qui giova innanzitutto tratteggiare un po’ la figura del maggiore Formenti, comandante dei carabinieri a Modena. Era nato egli il 1 giugno 1804, a Parma, ed a 21 anni lo troviamo Guardia Onoraria, con rango di Alfiere, nelle Guardie Ducali. Ma lo ritroviamo presto sotto le bandiere del Re di Sardegna, sottotenente d’ordinanza nel 10 reggimento della Brigata Savona; ed il 1° aprile 1837, sottotenente nel Corpo dei Carabinieri Reali. Nel 1859, col grado di maggiore, è a Chambery a comandare quella divisione; ed è lì che, il 14 giugno - nella stessa giornata di Magenta e quando le vittorie di Montebello, Varese e Palestro, già riempiono di gioiosa certezza ogni cuore italiano - gli giunse l’ordine di recarsi immediatamente a riorganizzare il servizio della pubblica sicurezza a Modena, che aveva dichiarata decaduta la sovranità Austro Estense, e dove il Governo Piemontese aveva già inviato, come suo commissario, Carlo Luigi Farini. Vi accorre il Formenti e con i suoi carabinieri inizia la non facile opera; quand’ecco, all’indomani di Solferino e San Martino a noi pur fauste, il divisamento di Napoleone di troncare la campagna, e quindi il suo storico colloquio con l’Imperatore d’Austria e il patto di Villafranca. In virtù di quegli accordi il Piemonte avrebbe dovuto ritirare dai Ducati le sue truppe e ogni suo rappresentante o funzionario sia militare che civile. I carabinieri quindi, parte effettiva dell’Armata Sarda, avrebbero dovuto lasciare quella regione, e abbandonare il Farini; il quale, nel frattempo, per impedire una restaurazione asburgica, pregiudizievole per l’unità d’Italia, era riuscito, dimettendosi dalla carica ufficiale, mescolandosi col popolo e fondendone le volontà e gli animi, a farsi proclamare dittatore.
Ma se il ritiro di personale piemontese non avrebbe nel complesso potuto frustrare l’opera cui accingevasi il Farini, la partenza da quelle terre dei carabinieri avrebbe invece certamente compromesso la stabilità e la forza del suo governo e quindi il nuovo ordine di cose. Che poteva valere infatti la volontà di un capo, sia pure sostenuta dal largo favore popolare, senza una sicura organizzazione di polizia? Il maggiore Formenti, in data 26 luglio, scriveva al luogotenente generale Lovera di Maria, comandante del corpo in Torino, accennando evidentemente a tale difficile situazione e chiedendo se i carabinieri distaccati nelle province modenesi avrebbero proprio dovuto abbandonare quel Ducato e rientrare nel regno. La risposta non si fece attendere, ed è interessante conoscere integralmente il contenuto di quella lettera, nonché di una seconda del Formenti, e anche della risposta a quest’ultima da parte del generale Lovera. È in questi tre atti, di assoluta autenticità, l’aspetto vero e l’entità storica di quella che fu una delle più onorevoli vicende del passato dell’Arma.

«Torino, addì 29 luglio 1859

Al signor Maggiore Comandante la Divisione dei Carabinieri Reali- in Modena

Le interpellanze di V.S. Ill/ma contenute nel controdistinto foglio, furono ventilate in Consiglio de’ Ministri e vinse il partito che, cessando l’azione del Governo, a causa delle condizioni contenute nel Trattato di pace, su codesto Ducato, per cui tutti gli impiegati sì civili che militari devono sgomberare, i carabinieri preposti alla tutela del buon ordine sarebbe meglio che rimanessero al loro posto, mettendosi a disposizione dell’Autorità Superiore stata per acclamazione di popolo elevata al Reggimento della cosa pubblica. Il Governo nostro non può ciò ordinare all’Arma, ma ove questa volontariamente nell’interesse di codeste popolazioni preferisse di rimanere al suo posto, il Ministero le sarebbe grato e dà arra di conservare a ciascun Uff/le, Bass’uff/le e Carabiniere la loro posizione e la loro anzianità come se fossero nelli Regi stati. Questi riflessi io comunico a V. S. Ill/ma pregandola di ponderarli e di abbracciare quel partito, rimanendo o recandosi co’ suoi dipendenti a Parma, come più le aggrada. Se resta fa un atto di generosità, se si ritira è nel suo diritto. Quale sia poi per essere la sua determinazione pregola di significarmela e siccome questa sera si agiterà nuovamente al prefato Consiglio la questione, se qualche variante a queste disposizioni verrà fatta mi affretterò di farla a V.S. Ill/ma subito conoscere.
Il Luogotenente Generale Comandante
Lovera».

«Il 31 luglio 1859
(Al Comandante Generale)

Scorgendo dall’ossequiato emarginato Dispaccio di S.V. Ill/ ma relativo alla posizione dell’Arma in Modena che le interpellanze da me subordinatamente rassegnatele con mio foglio n. 90 - in data 26 languente - furono ventilate nel Consiglio dei Ministri ove vinse il partito che, cessando l’azione del governo, a causa delle condizioni contenute nel Trattato di pace, su questo Ducato, per cui tutti gli Impiegati sia civili che militari dovrebbero sgomberare, i carabinieri preposti alla tutela del buon ordine sarebbe meglio che rimanessero al loro posto mettendosi a disposizione dell’Autorità Superiore stata per acclamazione di popolo elevata al Reggimento dalla cosa pubblica, e che sebbene il Governo non possa ciò ordinare all’Arma pure il Ministero sarebbe grato che la medesima preferisse rimanere volontariamente nell’interesse di queste popolazioni, io mi onoro farle conoscere come sino ad ordine in contrario li Uffiziali, Bass’Uffiziali e Carabinieri stanziati nelle diverse frazioni del Ducato non muove-ranno dal loro posto e seguiteranno ad eseguire il servizio della sicurezza pubblica. Li Uffiziali da me dipendenti a cui credei del caso di comunicare il contenuto della riservatissima succitata di Lei lettera, meco si uniscono nel divisamento di non muovere dal posto a noi assegnato, soltanto protestano ed io con loro che per qualunque cambiamento politico avvenuto o che possa avvenire in questo Ducato tutti
intendiamo di non voler passare al servizio d’altro Governo o Sovrano, ed essere ferma nostra intenzione di continuare fedelmente a servire S.M. il Re Nostro Vittorio Emanuele e nella sua Armata, ove ognun di noi da tant’anni cominciò e desidera por fine alla Militare Carriera. Tanto mi onoro parteciparle in riscontro dell’ossequiato di Lei relativo foglio Formenti»

«Torino, addì 3 agosto 1859
Al sig. Comand. la Divisione dell’Arma
Modena

Le condizioni che la S.V. Ill/ma e i di lei uffiziali annettono alla loro rimanenza in codesto ducato è affatto consentanea alla promessa che fece il Governo, di cui in mio foglio n. 91 P.llo Confid.le, cioè che non verranno punto pregiudicati in nulla nonostante la loro figurativi dipendenza dal Governo di Modena, la quale durerà sinché il Trattato di Zurigo avrà stabilito a chi passeranno codeste Province. Ciò determinato i Carabinieri continueranno ad ivi rimanere se avrà il Piemonte il dominio su di esse, si ritireranno immediatamente se passeranno ad un’altra corona. È questa la risposta fatta dal Ministero a questo proposito dopo aver letto il pregiato controdistinto di lei foglio, e vide bene che l’Arma avesse determinato di rimanere nell’interesse del buon ordine e della pubblica quiete, che il di Lei allontanamento avrebbe senza dubbio compromesso.
Il Luogotenente Generale Comandante Lovera».

Questo carteggio così eloquente ed espressivo non avrebbe bisogno di ulteriori commenti. Pure non può farsi a meno di considerare: 1) che la condizione in cui era venuto a trovarsi il Formenti coi suoi carabinieri era veramente sui generis. Anche in Sicilia più tardi, durante la breve dittatura di Garibaldi, vi furono carabinieri (a capo di essi il maggiore Massiera), apparentemente indipendenti dal Governo Piemontese, ma in sostanza destinati a quel servizio. E così pure in altri casi, per analoghe situazioni politiche. Ma le cose a Modena erano poste diversamente: a non considerare il momento di crisi e di generale incertezza create dal trattato di Villafranca, c’era il fatto che il Consiglio dei Ministri non aveva creduto di prendersi la responsabilità di ordinare, sia pure segretamente, al Formenti di rimanere a Modena. «Il governo nostro non può ciò ordinare... - aveva scritto come s’è visto il generale Lovera - ... se resta fa un atto di generosità, se si ritira è nel suo diritto…». Dunque il Formenti arbitro di scegliere il partito cui attenersi. Che cosa egli decide? - Restare - «sino ad ordine in contrario gli uffiziali, bass’uffiziali, e carabinieri stanziati nelle diverse frazioni del Ducato non muoveranno dal loro posto e seguiteranno ad eseguire il servizio della sicurezza pubblica ....»; 2) che gli ufficiali che ha con sé il Formenti sono degni di lui, ma soprattutto è il suo ascendente che li allinea, coscienti, di fronte ad un preciso dovere, volontariamente da tutti accettato. Scrive infatti: «li uffiziali da me dipendenti a cui credei del caso di comunicare il contenuto della riservatissima succitata di Lei lettera meco si uniscono nel divisamento di non muovere dal posto a noi assegnato». E subito dopo aggiunge qualche cosa che fà veramente onore a lui e ai suoi collaboratori, e che bisogna valutare ancora oggi in tutta la sua portata altamente morale. Dice infatti il Formenti al suo comandante generale (ultimo periodo della lettera del 31 luglio), che non sono gli affidamenti di carriera e di materiale vantaggio, dati dal governo, quelli che più interessano a lui ed ai suoi ufficiali, ma condizione essenziale ch’essi pongono è il restare, qualunque cosa avvenga, qualunque cambiamento politico possa verificarsi, sotto le bandiere dei Regno Sardo, per finire la carriera militare nella stessa uniforme con la quale l’avevano cominciata.
Il resto è noto: consultazione popolare; proclamazione da parte dei deputati eletti (24 agosto) della decadenza della sovranità della Casa Austro Estense e annessione al Piemonte. Il 12 marzo 1860 poi, come è noto, un nuovo plebiscito confermava questa annessione. Eguale felice destino per Parma e Piacenza e quindi per le Romagne: l’Italia era in cammino.
Passando a parlare della Toscana e dei grandi avvenimenti che nello stesso periodo di quelli modenesi assicurarono al nucleo nazionale che si andava ingrandendo, tutto il territorio del Granducato, cessato virtualmente di essere tale con la partenza di Leopoldo II per l’Austria (aprile 1859), nella storia dell’Arma dei Carabinieri si pone in rilievo una solida figura di ufficiale: il marchese Filippo Ollandini. Per meglio interpretarla, alla luce dei fatti, quella figura, e poterne valutare l’opera, sarà bene conoscere qualche cosa di lui. Apparteneva egli ad antica e nobile famiglia, originaria di quella estrema regione ligure che si salda alle ubertose terre di Toscana. Nei secoli XIV e XV la casata aveva gradatamente acquistato censo e potenza, ottenendo nel 1728, per decreto del Duca di Modena, il titolo di Marchese a connesso al feudo della Rocchetta nel Frignano. Il marchese Filippo era nato il 18 febbraio 1809 a Tolone (Francia) ove suo padre, Giovanni Giacomo, si trovava per essere capitano di artiglieria di marina nell’Armata napoleonica. Numerosi nella famiglia erano stati gli alti ufficiali, onde il giovane crebbe in un ambiente in cui non gli mancarono modelli di soldati valorosi e d’onore. Fu cadetto di marina nel 1826; sottotenente d’ordinanza nel 1830; poi passa nei Granatieri nel 1832 e quindi nei Carabinieri Reali il 22 aprile 1834.
Comanda la luogotenenza di Cortona ed è indubitabile che ivi ebbe modo di distinguersi subito, se il Comandante Generale di allora, marchese Taffini D’Acceglio, nel partecipargli direttamente, in data 29 luglio 1835, la nomina a luogotenente in 2°, faceva, tra l’altro, apprezzamenti favorevoli sul modo di servire dell’ufficiale, soggiungendo pure che gliene aveva fatto molti elogi il luogotenente colonnello del Corpo, Sig. Conte Martin di Montù, suo superiore diretto. La prima missione importante affidata all’Ollandini si connette alle vicende della precedente occupazione dei Ducati di Parma e Piacenza da parte delle forze piemontesi, che, come tutti sanno, era avvenuta dieci anni prima, ossia nel 1848. Anche allora ai carabinieri spettò in quei territori il compito della tutela del-l’ordine pubblico. In un primo tempo furono gli stessi carabinieri addetti alle singole divisioni che vi provvidero coi mezzi propri, ma in un secondo tempo si aggiunsero alcune stazioni territoriali appositamente impiantate. Non rientrano nell’ambito di questa conferenza, vicende di dieci anni prima per cui non ci diffonderemo a trattarne. Ma ci interessa conoscere l’Ollandini e nulla di meglio a tale scopo potrebbe valere che una sua lettera rapporto, proprio di quel lontano 1848. Quando fu inviato nei Ducati egli rivestiva il grado di capitano, e avendo assunto quasi subito il Comando dei Carabinieri di Piacenza, ivi si trovò coi suoi dipendenti al momento dell’armistizio Salasco, ed ivi rimase anche dopo, in forza di una clausola armistiziale, tenendo testa, in un modo mirabile, al generale austriaco Thurn, comandante della piazza, il quale con vari pretesti, pressioni di ogni genere, lusinghe e minacce, aveva tentato in tutti i modi di sloggiare i carabinieri da quei territori, sino ad imporre esplicitamente ciò, dichiarando che un governo militare provvisorio austriaco avrebbe provveduto ad ogni servizio. Ora, quale sia stata l’azione e soprattutto la rivelazione di carattere, di capacità, di alto senso del dovere e di italianità, dell’Ollandini, possiamo rilevarlo per l’appunto da quella lettera rapporto alla quale accennavo dianzi. Diretta al generale Lamarmora, capo delle truppe piemontesi, subito dopo un violento colloquio avuto col generale Thurn, quella lettera diceva testualmente: «L’Imperiale reale comando generale austriaco qui in Piacenza, per scrivere quella lettera di cui ieri ebbi l’onore di parlare a Vostra Signoria illustrissima, vi ha pensato sino a quest’oggi sino ad una ora dopo mezzogiorno: questa mattina diede una nota al sindaco per essere informato se noi eravamo partiti, se ci disponevamo a farlo e quando. Come io dissi di sopra verso un’ora dopo mezzogiorno sono stato chiamato dal luo
gotenente maresciallo Thurn, il quale mi diede lettura di uno scritto con cui dimostrava in poche parole tutta la convenienza che io avrei avuto a ritirarmi. Il suo ragionamento era questo: le autorità sarde compresi i tribunali civili e criminali devono evacuare Piacenza, e questa città dovendo essere retta da un governo provvisorio militare austriaco, ne consegue che i carabinieri reali piemontesi non possono più avere in Piacenza nessuna missione da compiere. Ho risposto al luogotenente maresciallo che il discorso era logico, ma che né io né i miei dipendenti potevamo lasciare la città senza incorrere in grave responsabilità, imperciocché l’8° degli articoli convenuti tra lui e il signor conte Bricherasio m’imponeva l’obbligo di rimanere coi miei carabinieri al nostro posto; che il consiglio per iscritto di cui voleva favorirmi non garantiva, non lo avrei perciò accettato, né l’avrei eseguito. A conferenza vi era un altro generale e il capo di stato maggiore e tutti mi vollero persuadere che era del mio meglio di andarmene. Non mi lasciai sgomentare e stetti fermo nel mio proposito tuttoché essi impiegassero tutte le arti per arrivare nel loro intento e finii per concludere che se non mi davano ordine imperativo di partire, e per iscritto, per comprovare che essi me lo avevano imposto, io non mi sarei mosso. Allora fra di loro si consigliarono: lessero e rilessero i dispacci del maresciallo Radetzky e già sembrava che il luogotenente maresciallo Thurn fosse disposto a darmi quest’ordine, quando il capo dello
stato maggiore, avvedutosi dalla mia insistenza che lo scopo mio era poi di protestare formalmente della violenza che mi volevano fare contro la data fede, ne lo dissuase, per cui egli conchiuse che ne avrebbe scritto a Vossignoria illustrissima ed in caso nulla avesse potuto da Lei ottenere, io sarei rimasto qui coi mie carabinieri in mezzo a loro. La mia condizione si fa ognora sempre peggiore, non me ne sgomento però, e spero di poter condurre a termine la mia missione». La lettera continuava facendo una impressionante esposizione delle precarie condizioni di quelle popolazioni e delle molte angherie e vessazioni che gli austriaci infliggevano ad esse. Ora, senza più seguire il nostro brillante ufficiale nella sua missione piacentina, che egli compì del resto onorevolmente sino in fondo, ritorniamo sui nostri passi, nella Toscana del 1859, e sintetizziamo innanzitutto gli avvenimenti. Dopo la partenza del Granduca (aprile), l’opinione pubblica e le forti correnti che ne derivano erano in pieno contrasto. V’era chi auspicava il ritorno di Leopoldo; chi brigava per una dominazione francese, ma ecco il governo provvisorio con Bettino Ricasoli, affiancato diplomaticamente ma vigorosamente dal Commissario Straordinario del Re di Sardegna nelle terre Toscane, barone Boncompagni. Ed ecco qui riemergere la figura dell’Ollandini, col grado di maggiore, il quale per riservata disposizione del conte di Cavour viene posto a disposizione dello stesso Boncompagni, col dichiarato (ma non esclusivo) compito della riorganizzazione della Gendarmeria Toscana. Questo Corpo infatti andava disintegrandosi di giorno in giorno ed aveva quindi urgente bisogno di essere rapidamente rigenerato, con forze ed impronta le più adatte all’altissimo fine cui da quelle popolazioni si tendeva: l’unione al Piemonte per l’unificazione d’Italia. Alla fine di maggio, intanto, conclusasi vittoriosamente la campagna, e col nuovo corso preso dagli avvenimenti, era giunto in Toscana il principe Gerolamo Napoleone, genero di Vittorio Emanuele, al comando del corpo francese delle truppe d’occupazione. Quale fosse il valore reale di questo invio e del compito del Principe ce lo fa capire una lettera del Cavour al Boncompagni, datata 20 maggio 1859, in cui, a compendio di lunghi ragionamenti e istruzioni, è detto che non rimaneva che un partito a prendere: l’annessione al Piemonte. E qui il grande statista si dilunga ancora nei consigli e nei suggerimenti pratici per pervenire allo scopo. Era necessario premettere tutto questo prima di parlare della missione dell’Ollandini, affidatagli dallo stesso conte di Cavour, che ben ne conosceva i meriti.
La lettera del comando generale che gli ordinava di trasferirsi in Toscana e di mettersi a disposizione del Boncompagni per a “cooperare all’ordinamento dell’arma politica in quel paese ....”, è del 4 giugno. Indubbiamente però già da tempo il conte di Cavour aveva comunicato al Boncompagni che gli avrebbe inviato l’Ollandini, se lo stesso Boncompagni in data 28 maggio, nel rappresentargli varie impellenti necessità, gli scriveva fra l’altro: «Il marchese Ollandini potrà prestare opera molto utile anche per consigliare le riforme occorrenti in questa gendarmeria, perciò sarò grato a V.E. se Ella vorrà sollecitarne la venuta». In effetti l’Ollandini fu un attivo e prezioso collaboratore del Boncompagni, nel preparare il terreno per il plebiscito, e se risale a suo merito di aver trapiantato i carabinieri reali in Toscana, con un sapiente innesto sul troncone ancora sano di quella gendarmeria, il merito maggiore, che lo fece rapidamente salire sulla scena politica (fu anche deputato) e nella considerazione del Governo, resta pur sempre quello di avere nell’ex granducato, dato tutto se stesso alla causa unitaria che trionfò con lo storico plebiscito. Ecco infatti quanto si legge al riguardo nel Dizionario del Risorgimento nazionale che, nella parte dedicata all’Ollandini, richiama pure il contenuto di una pubblicazione rigorosamente
documentaria e degna del massimo rispetto, apparso otto anni dopo di quelle storiche vicende (Enrico Poggi “Memorie storiche del governo della Toscana nel 1859-60” edito a Pisa nel 1867): «... mentre egli era deputato, fu spedito dal Cavour in Toscana perché si adoperasse in favore dell’annessione di quella contrada al regno di Vittorio Emanuele II; e fece in tal senso opera efficacissima, talché la sera del 30 novembre 1859 egli accompagnava il capo del governo toscano, Bettino Ricasoli, a Torino, dove questi era stato invitato a recarsi dallo stesso Re per risolvere la questione dell’accettazione del Boncompagni a rappresentante del principe Eugenio di Savoia Carignano proclamato reggente dell’Italia centrale. Avvenuto l’11 marzo 1860 il plebiscito per l’unione dell’ex granducato alla monarchia sabaudia, l’O. seguì il 21 di esso mese a Torino il Ricasoli ed il Cadorna, ministro questo della guerra in Toscana, dal quale dipendeva la gendarmeria, incaricati di presentare al Re i risultati e i documenti dello stesso plebiscito». Se ciò non bastasse, possiamo attingere qualche cosa dal necrologio che “L’Eco di Val Magra” dedicò all’Ollandini il triste giorno della sua morte. Diffondendosi anche sui compiti del periodo toscano quell’articoletto commemorativo offriva una versione in buona parte inedita, quanto colorita e vivace, dei fatti.
E non è a dire che dovesse trattarsi di semplice immaginazione del cronista-biografo, poiché se si considera che lo Ollandini passò in quella terra nativa diversi anni della sua vita, e, comunque, quelli dell’ultimo periodo, è da ritenere che si trattò di particolari forniti da lui stesso, nella rievocazione che dovè farne spesso nell’ambito familiare e delle numerose amicizie: «Dopo Magenta Cavour lo chiamò a Torino e lo incaricò di recarsi tosto in Toscana col grado di colonnello, ad assumere il comando di quella gendarmeria e ridurla a carabinieri.
- Eccellenza - rispose franco l’Ollandini è per formare una legione che possa servire a qualche futuro granduca? In questo caso vi prego di sceglierne un altro Io non servo che al mio Re.
-Voi non m’avete inteso - ripigliò il conte.
- È per formare l’unificazione d’Italia. Recatevi tosto colà. Scegliete i vostri ufficiali tra i più influenti della Toscana, i quali possano bandire il consolidamento e l’unità della Patria. Egli partì e se l’opera sua fu saggia e produttiva di utili risultati, ben il seppe il barone Ricasoli, che lo nominò primo suo aiutante di campo. Fu anche nominato commendatore». In quanto alla riorganizzazione della Gendarmeria Toscana egli vi provvide con molto discernimento e con non minore impegno. Appena giunto, con decreto del Commissario Straordinario Piemontese
era stato promosso al grado di luogotenente colonnello e nominato comandante di detto Corpo di Gendarmeria. Tre erano i reparti principali di esso e avevano sede a Firenze, a Livorno e a Siena. Dopo le necessarie epurazioni il Corpo fu ricostituito con ordinamenti analoghi a quelli in vigore per i carabinieri nello Stato Sardo; e, qualche mese dopo, assunse la denominazione di “Legione dei Carabinieri Toscani”, sempre sotto il comando dell’Ollandini, promosso, il 31 luglio, colonnello. Dopo pochi mesi, esattamente il 16 gennaio 1860, si ebbe, per decreto del Governo del Regno Sardo, la costituzione a Firenze di una Divisione di carabinieri Reali, come distaccamento del Corpo sedente in Torino. Quasi nel contempo vennero costituite altre due divisioni a Livorno e a Siena, le quali poi come quella di Firenze, assorbirono i reparti di Carabinieri Toscani e furono quelle tre divisioni il primo nucleo della Legione di Firenze, costituita ufficialmente il 10 aprile 1861. Gli avvenimenti politici del 1859 portarono, come ben si può immaginare, anche ad altri sensibili aumenti negli organici del Corpo dei Carabinieri dello stato sardo. Avviandosi a diventare Carabinieri del Regno d’Italia, poterono proprio in quell’anno integrare le proprie forze mediante l’assorbimento di una parte, debitamente scelta, delle varie gendarmerie degli ex stati dell’Italia settentrionale.
Il contingente più notevole fu quello tratto dal Corpo dei Gendarmi del già Ducato di Parma (i vecchi Dragoni), costituito da 15 ufficiali e 360 uomini di truppa. Il relativo decreto, datato a Torino 21 giugno 1859, portava la firma di Eugenio di Savoia, quale Luogotenente Generale del Re e la controfirma del Conte di Cavour quale Presidente del Consiglio dei Ministri. Quasi contemporaneamente vennero incorporati nei carabinieri i Dragoni del già Ducato di Modena, dopo una provvisoria costituzione di essi in “Guardia Municipale”, operata dallo stesso maggiore Formenti di cui abbiamo largamente parlato innanzi. In Toscana già abbiamo visto quanto venne fatto ad opera e merito dei colonnello Ollandini circa l’istituzione dei “Carabinieri Toscani” e successivo passaggio di essi nell’Arma. Anche nelle Romagne liberate vi furono Gendarmi Pontifici diventati per qualche mese “Carabinieri delle Romane”, destinati a passare poi anch’essi (circa mille) nei Carabinieri Reali piemontesi. Soltanto in Lombardia, sciolta la Gendarmeria creata dagli austriaci, non vi furono assorbimenti di sorta. Più tardi i carabinieri del nuovo Regno preferirono indire arruolamenti volontari. Gli uomini con le loro azioni fanno la storia, e la storia fa “gli uomini” intendendo per tali i protagonisti di imprese grandi e piccole, cristallizzati in figure ben determinate dall’indagine dello storico, dalle sue valutazioni critiche e dal giudizio cui egli perviene. Di qui le “figure storiche”: di prima grandezza le une, radiose, imperative, quasi scolpite nel tempo; di più modeste proporzioni le altre, non sempre illuminate di luce propria, disegnate piuttosto che scolpite. A non parlare delle piccole figure e delle piccolissime, ma pur sempre storiche. Ebbene vi è un’altra categoria di uomini, i quali pur appartenendo di diritto alla storia riconosciuta e codificata, sono a malapena rintracciabili nei saggi o nelle monografie particolari; quasi mai nei grandi libri; e del tutto ignorati dalle opere d’indole divulgativa o didattica. Forse perché coloro che compiono un dovere professionale, e quindi atti obbligatori dipendenti dalle loro specifiche funzioni, restano assorbiti con le loro opere dall’ente astratto cui essi appartengono; forse perché l’individualismo nelle collettività disciplinate in severe gerarchie, in cui i nomi poco contano, non è sempre estrinsecabile e tanto meno affermabile; è pur certo che molte figure degne restano in ombra, e sconosciute, o, semmai appena intravviste, le loro azioni. Quello che i carabinieri fecero nel 1859 lo abbiamo ricordato. L’apporto notevole da essi dato al favorevole corso degli eventi, lo abbiamo visto. La loro partecipazione alla breve e quanto fortunata campagna e il contributo da essi dato alle operazioni strategiche e tattiche, per via delle informazioni, l’abbiamo anche visto.
Si può concludere che non vi fu fatto, situazione, tentativo, problema, azione, di quell’anno memorando, al quale il Corpo - Arma di fatto sin d’allora - sia rimasto estraneo. E per la storia ciò potrebbe bastare. Ma si debbono pur riconoscere le qualità di “figure storiche” almeno al Formenti, all’Ollandini, allo stesso Comandante Generale del tempo, Lovera di Maria, che possono ben degnamente figurare coi loro nomi accanto a quelli dei politici del tempo, dei condottieri, dei diplomatici, dei Commissari speciali e di tanti altri. Quegli ufficiali ebbero statura a livello dell’opera da essi compiuta e dei servigi da essi resi. Onorarli - come ho detto all’inizio ricordare anch’essi in questo storico centenario, se è un dovere per i carabinieri di oggi, è cosa degna anche per qualsiasi italiano. Sentirono essi infatti profondamente ed in qualsiasi istante la responsabilità e l’orgoglio di servire la grande Causa, nella onorata, specchiatissima divisa del carabiniere; e tutto, tutto quanto essi operarono non andò mai disgiunto dal concetto di essere carabinieri e di dovere agire come tali. Ma amarono anche, e di grande amore, l’Italia, e nutrirono costantemente nel loro intimo, l’ideale della sua unificazione. E la servirono, la grande Patria, con intelligenza, con lealtà, col senso del dovere legittimo, con ponderazione e con moderazione, col rispetto degli altrui poteri e degli altrui diritti. Erano insomma gli stessi carabinieri delle origini, di Grenoble, del ferreo quasi religioso regolamento del 1822; gli stessi carabinieri successori di Scapaccino, prima medaglia d’oro; gli stessi del ’48 e del ’49, ossia di Pastrengo, che vide l’epica carica col maggiore di Sanfront, di Casale che conobbe la disperata, eroica difesa, col luogotenente Morozzo. Mai come sulla soglia di quell’anno fatidico, che offriva - realizzate e operanti - le premesse del felice coronamento unitario al seguente 1860, l’Arma dei Carabinieri avrebbe potuto far proprio, chiedendolo al Divino Poeta dalla fronte cinta del lauro più glorioso della terra, il suo pensoso verso, di vita e di presagio: “... e d’una quercia viense tante rame”.