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  • N.4 - Ottobre-Dicembre
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Libri

Mosca Carlo
Gambacurta Stefano
Scandone Giuseppe
Valentini Marco

I servizi di informazione e il segreto di Stato
(Legge 3 agosto 2007, n.124)

Giuffrè editore,
2008, pagg. XXVIII - 1046
euro 110,00

Sono trascorsi alcuni mesi dall’approvazione, dopo una gestazione davvero lunga e singolare che ha animato più legislature, che alcuni affermati studiosi di estrazione della P.A. (aspetto molto rilevante per l’assoluta delicatezza della materia e la levatura degli Autori) hanno dato alle stampe una lucida ricognizione storico-giuridica della complessa novella concernente “il sistema di intelligence italiano e del segreto di Stato”.
Il testo, molto corposo, è aperto con una lungimirante e lucida prefazione del Presidente emerito Giovanni Conso che nel ripercorrere gli eventi successivi alla preesistente e snella legge del 1977, si raccorda con il nuovo articolato ed organico impianto normativo che apre, in modo realistico, anche alla conoscenza sulla base del decorso del tempo, dei segreti apposti su determinati documenti (ormai di interesse storico-documentale).
La prima parte, ripartita in ben otto capitoli, è integralmente dedicata al “sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica”. Si traccia un sintetico ma chiaro profilo storico dei servizi di I.S. sino a giungere a percorrere il tracciato della riforma (ad es., è illustrata, in più punti, l’esito della Commissione Jucci, cui era pure presente un coAutore, il Prefetto Mosca) sfociato nella definitiva forma legislativa. Attenta è l’analisi effettuata agli organi da poco istituiti consistenti nel DIS, AISE ed AISI (hanno sostituito, rispettivamente, i preesistenti CESIS, SISMi e SISDe) collegati con i vari terminali dei responsabili politici. Appropriato approfondimento è dedicato al regime giuridico del personale ed alle garanzie correlate funzionali, ai rapporti con altri organi dello Stato (Autorità giudiziaria, Forze armate e di polizia). Questa partizione si conclude con la dettagliata esposizione del sistema dei controlli, di matrice parlamentare (COPASIR) ed amministrativa.
La seconda parte (è articolato in sette capitoli), anche questa molto intensa, riguarda interamente “il segreto di Stato”, locuzione che subito suscita - immotivatamente - sinistri richiami. Anche quì si iniziano ad illustrare i profili storici e le varie sfumature giuridiche, sino a pervenire all’attuale impostazione legislativa anche in rapporto ai regimi imposti dall’Alleanza Atlantica. Aspetto significante è rappresentato dalla temporaneità del segreto (con i casi di esclusione) recentemente disciplinato anche attraverso la costituzione di una Commissione (DPCM 23 settembre 2008) deputata a definire le procedure di accesso alla documentazione segretata, per la quale viene a decadere la non ostensibilità.
La tutela processuale del segreto di Stato, argomento questo di estrema attualità l’acquisizione degli elementi di prova reali e l’attuazione del diritto di accesso rappresentano il raffronto concreto alla legislazione penale, amministrativa (le speculazioni sono effettuate sia nel profilo sostanziale che in quello processuale) che talora pone gli stessi servizi in diretta relazione con altri poteri dello Stato, con particolare riferimento con quello che esercita la giurisdizione.
Le tematiche, illustrate con un linguaggio chiaro, sono impreziosite con puntuali riferimenti giurisprudenziali (si citano le inedite ma emblematiche decisioni, sul tema, della giustizia amministrativa) e dottrinali (vi sono riportati gli Autori che hanno esaminato scientificamente i vari profili) che caratterizzano il testo che brilla per un insolito pragmatismo che consente all’operatore di avere un qualificato e fermo approdo operativo per l’agire professionale di tutti coloro che espletano le funzioni nel delicato comparto.
L’opera, che effettua frequenti richiami agli studi di settore, è corredata da una agile appendice che ricomprende la vasta normativa di interesse, un selezionato riepilogo di resoconti parlamentari e numerose deliberazioni della Corte Costituzionale sui ricorsi per “conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato”, in materia di segreto di Stato, ivi compresa quella del 25 giugno 2008 relativamente al procedimento penale avente ad oggetto il cd. “sequestro Abu Omar”.
In conclusione, è stato sicuramente l’obiettivo che ogni Autore si pone innanzi alla fine di una enorme fatica letteraria che è quello di rendere conoscibile e ben interpretabile alla luce delle proprie esigenze cognitive la complessa normativa sull’intelligence e sul segreto di Stato, spesso ritenuta piena di ombre e diffidenze, spesso infondate.

Col. Francesco Bonfiglio




Giuliano Turone

Il delitto di associazione mafiosa
(seconda edizione aggiornata)

Giuffrè editore,
 2008, pagg. 613,
euro 50,00

“…L’espansione dell’intervento mafioso, messo in luce nel recente dibattito parlamentare, l’articolazione complessa della mafia che, mentre non trascura alcun settore produttivo e di servizi, trova nell’intervento pubblico la sua principale committenza, esigono oggi più puntuali strumenti proprio nell’ambito degli arricchimenti illeciti e dei reati finanziari.
La mafia, peraltro, opera ormai anche nel campo delle attività economiche lecite e si consolida l’impresa mafiosa che interviene nelle attività produttive forte dell’autofinanziamento illecito e mira all’accaparramento dell’intervento pubblico in particolare nel settore delle opere pubbliche “scoraggiando” la concorrenza con la sua forza intimidatrice. Tutto ciò non è solo uno sconvolgimento delle regole del mercato ma è causa di una forte lievitazione dei costi delle opere pubbliche ed ostacola la crescita di una moderna imprenditoria nel mezzogiorno…”.


Il testo sopra riportato e soprattutto l’affermazione “esigono oggi” ha un data lontana nel tempo nonostante l’attualità dei contenuti: risale al 31 marzo 1980 ed è una parte del preambolo della proposta di legge n. 1581 d’iniziativa dei deputati La Torre più altri recante “norme di prevenzione e di repressione del fenomeno della mafia e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e controllo”.
Si tratta - com’é noto - di uno dei documenti parlamentari più insanguinati dell’intera storia repubblicana, ma costituisce anche uno dei passaggi più significativi della storia investigativa e processuale del nostro paese: non si sarebbe, infatti,  approvato - qualche tempo dopo - soltanto una delle fattispecie criminose più complesse e dibattute della nostra artiglieria di contrasto al crimine mafioso e comunque  organizzato - il 416 bis appunto - bensì si sarebbe realizzata una vera e propria svolta generazionale nella gestione delle attività investigative e giudiziarie dell’epoca.
“…A Venticinque anni dall’entrata in vigore della norma non si può non dare atto che il tentativo - a quell’epoca del tutto nuovo - di dare una definizione giuridico-penale dell’organizzazione mafiosa è decisamente riuscito ed ha avuto il pregio di saper tradurre normativamente una categoria criminologica di notevole complessità ancorandola a parametri sufficientemente caratterizzanti ed obbiettivi...”.
Questo il giudizio emesso da Giuliano Turone in relazione alla vitalità del delitto di associazione mafiosa a cui dedica il testo in questione (nella sua seconda edizione) e che, con assoluto pregio manualistico, ne delinea tutta la sua complessità, la forza incriminatrice e la straordinaria capacità intrinseca di saper leggere (e di consentirne la lettura anche in termini giurisprudenziali) in modo efficace e sempre attuale le dinamiche criminali più articolate ed eterogenee, nonostante i profondi cambiamenti che hanno segnato la vita sociale e, soprattutto, economico-finanziaria a cavallo del terzo millennio.
L’Autore, attraverso un sistemico ed aggiornato percorso sempre corredato dei principali conforti giurisprudenziali, ne analizza i fondamenti - dalla sua genesi all’ambito di operatività della norma - l’apparato strutturale-strumentale, le condotte punibili, con particolare riferimento a quelle definite “contigue” (soffermandosi compiutamente sul controverso problema del concorso eventuale cd “esterno”) i profili processuali.
Il corpo centrale del testo affronta poi il tema essenziale delle quattro finalità tipiche dell’associazione mafiosa, fornendo un esauriente quadro d’insieme non solo del rapporto con i delitti-fine ma anche in relazione al regime, in particolare,  della circostanza aggravante prevista dall’art. 7 della legge 152/91.
L’aspetto finalistico, esplorato con sapienza e dettaglio grazie anche a specifiche esperienze in tema di crimine organizzato e crimine economico, consente anche al lettore neofita di comprendere agevolmente come nel delitto in specie la “tradizionale” e semplicistica finalità di commettere delitti, connaturata ontologicamente all’associazione mafiosa ed immanente allo stesso suo apparato strutturale, non è la finalità principale o meglio, non costituisce il fine ultimo dell’associazione.
A differenza, infatti, di quanto avviene per lo più nella comune associazione per delinquere, i delitti mafiosi rispondono invece ad una più ampia strategia di ricerca del potere economico e quindi del potere in genere e di continuo ampliamento e consolidamento dello stesso.
Per l’Autore, quindi, la visione imprenditoriale mafiosa, l’ottica di prevenzione generale per l’assetto del potere mafioso e le strategie di gestione sono tutte dinamiche appartenenti allo stesso contesto criminoso dove il delitto-fine non è altro che un elemento strumentale alla conquista del potere economico.
Soprattutto nello specifico capitolo - le altre finalità dell’associazione - esaminando  le finalità di monopolio, politico-elettorale e di ingiusto vantaggio (quest’ultima ritenuta come finalità di chiusura) l’Autore può delineare in modo esaustivo come il legislatore già negli anni ottanta, con un notevole sforzo tecnico giuridico, era riuscito a cogliere quegli aspetti di natura economico-finanziaria intimamente connessi con l’assetto imprenditoriale dell’associazione mafiosa che nel tempo si sono poi rivelati come quelli sempre più caratterizzanti della stessa.
Quest’ultima, nel tempo, al tritolo ed alle mitragliette skorpio ha lasciato sempre più il posto ai fondi di investimento ed ai bilanci societari in contesti sempre meno localmente denominati e sempre più transazionali.
è necessario ricordare, in tal senso, la recente modifica legislativa del 24 luglio 2008, legge n. 125,  che modificando la rubrica del 416 bis in «associazioni di tipo mafioso anche straniere» ha sancito il definitivo superamento dell’impostazione locale in luogo di quella più ampia desumibile dalla definizione normativa di reato transnazionale.

Ten.Col. Attilio Auricchio


Fabio Iadeluca

La criminalità organizzata in Italia e la camorra in Campania

Gangemi editore,
2008, pagg. 143
euro 20,00

“...Ca la Repubblica adda fernì come finisce tutto, ca ll’uomene se credono de fà chesto, de fa chello, de cagnà lo munno, ma non è vero niente. Le cose cambiano faccia ma non sostanza: vanno sempre come hanno da ì. Comme vò lo Padrone. Lo munno non pò girà a la mano smerza.  Lo sole sponta tutte li mmatine e pò scenne la notte, la vita è ‘na jurnata che passa: viene la morte, nisciuna la pò fermà. Perchè è de mano de lo Padrone: di Dio. Pulcinella queste cose le ha sapute sempre, come volete che si metta a fare il giacobino? Lo pò pure fà, ma solo per far ridere, per soldi. Isso non ce crede...”.

Così nel romanzo di Enzo Striano “Il resto di niente” (considerato dalla critica uno dei massimi romanzi storici del ’900 italiano) un pulcinella del 1799 risponde alla richiesta dell’eroina della rivoluzione partenopea Eleonora Pimentel Fonseca di modificare, invano, le storie dei suoi spettacoli in favore della Repubblica. E con quel titolo, dal sapore moderno di slogan, il compianto scrittore napoletano chiudeva mirabilmente la vita di Lenor, portoghese di nascita ma napoletana sin da bambina, che aveva perseguito - con gli occhi da intellettuale - il sogno straordinario di cambiare la città riuscendoci - solo in modo illusorio e per poco tempo - prima di salire sul patibolo (insieme ad altri suoi compagni di quell’unica esperienza rivoluzionaria italiana del secolo).
Una frase carica non solo di significati negativi, ma piuttosto un’espressione triste che nasconde accanto alle sconfitte una storia piena di vita, di sogni, di speranze illuse e tradite, di lotte contro un sistema che travolge ieri come oggi una Napoli mai così bella, brulicante di gente, nobili, aristocratici, letterati, lazzari, caotica nelle sue gesta quotidiane e sempre più condannata al concetto - sempre attualissimo - del accossì adda ì e tu non ce può fa niente, il resto di niente.
L’intensa ma tragica esperienza della rivoluzione napoletana del 1799 - spesso dimenticata dalla storia importante - ben può spiegare questa straordinaria città e le sue dinamiche sociali intimamente connesse con le fenomenologie criminali da sempre caratterizzate da un’eterna sfida tra le forze - poche - che combattono per un rinnovamento della stessa e le - molte - che contrastano qualsiasi miglioramento che comporti una erosione del proprio potere e dei propri interessi più o meno illeciti e, infine, come spettatori la stragrande maggioranza della gente che guarda con gli occhi pulcinelliani dell’accossì adda ì con fatalistica inerzia misto di rassegnazione e di vile connivenza.
Questa è la camorra. Non semplicisticamente un’organizzazione criminale localmente denominata e dedita nel tempo a varie forme di traffici ma un modo di esistere e di campare di intere frange della popolazione e che a differenza di Cosa Nostra non contrappone un ordine alternativo a quello dello stato, ma governa il disordine sociale.
Per Iadeluca, quindi, l’appuntamento con la camorra, nel suo percorso attraverso le varie manifestazioni criminali organizzate in Italia, rappresenta una tappa complessa e difficile da addomesticare con i tradizionali strumenti crimino-sociologici di ricostruzione storiografica e documentale, proprio perché - a differenza delle organizzazioni mafia e ‘ndrangheta - la camorra identificandosi con il male assoluto di questa città, sintesi di tutto ciò che di più triste, sanguinoso e tragico è accaduto in almeno quattro secoli di vita, non può leggersi soltanto con le lenti crimino-sociologiche ma deve necessariamente richiedere il contributo delle metodologie sociali, occupazionali, economiche e - naturalmente - politico amministrative .
Consapevole di questa singolarità, l’autore - in modo chiaro e sintetico - affronta i tratti essenziali della delinquenza napoletana dalle origini - tra aspetti leggendari e sistemi rituali ed iniziatici di chiara matrice ed influenza spagnola - alle prime forme embrionali di delinquenza organizzata della Napoli unitaria e post unitaria.
Non disdegna - seppur rispettando le esigenze di sinteticità e speditezza ricostruttiva - di soffermarsi su peculiari documenti storici come l’inchiesta parlamentare del senatore Saredo che per la prima volta affronta specificatamente il fenomeno delinquenziale della camorra nella sua interezza e nella sua forma più preoccupante della penetrazione nel tessuto amministrativo-politico, oppure sulla disarticolazione conseguente al processo Cuocolo (uno dei primi casi di processo mediatico) di una organizzazione denominata camorra riformata.
Dopo aver affrontato le successive evoluzioni storiche della camorra, sempre intesa nella sua accezione più ampia e sempre intrecciate con le vicende socio-economiche della città (fascismo, guerra di liberazione, boom economico, contrabbando, etc.), l’autore si sofferma sulla svolta cutoliana che per la seconda volta a distanza di oltre 70 anni concretizza un progetto unitario di organizzazione camorristica alla stregua delle esperienze militari e logistiche siciliane e calabresi.
Appare rilevante sottolineare come Iadeluca - sempre con puntuale ausilio di atti parlamentari, inchieste e documenti giudiziari - non rinuncia ad occuparsi della situazione economica della Campania e del degrado della città di Napoli al fine di meglio lumeggiare le condizioni sociali, occupazionali, culturali favorevoli al proliferare di comportamenti antisociali humus vitale per lo sviluppo di ogni forma di delinquenza organizzata.
Bene fa l’autore, poi, ad evidenziare il contesto socio economico - dal terremoto del 1980 all’attualissimo dramma dei rifiuti - entro cui si è mossa la delinquenza organizzata a Napoli esaltando, altresì, le occasioni perse per migliorare il tessuto sociale, sottolineando, poi, il fallimento dei principali agenti sociali (famiglia e scuola su tutti) che non hanno rappresentato mai un concreto argine al reclutamento delle organizzazioni criminali. Un segnale, questo, che ben può indicare come la camorra, pur non rappresentando mai una forza criminale in grado di plasmare la società civile secondo proprie regole imposte, ha sempre rappresentato per vaste aree sociali una importante se non unica opportunità di vita e di rivalsa sociale.
Il fallimento militare del progetto unitario di Cutolo evidenzia ancora una volta l’impossibilità da parte delle organizzazioni criminali napoletane di evitare la parcellizzazione e la fluttuazione su tutto il territorio.
Il conseguente fragile sistema di alleanze, accordi e connivenze, ha determinato, da un lato, una grande difficoltà nell’interpretazione dei fenomeni criminali - in chiave giudiziaria - da parte delle forze di contrasto e dall’altro ha rappresentato elemento di debolezza nelle interlocuzioni di tipo criminale imprenditoriale nei confronti soprattutto con i produttori planetari delle droghe. Questi, nel tempo, hanno preferito il dialogo con organizzazioni più strutturate ed impermeabili come quella calabrese.
Nella parte finale del testo - strutturata su tre capitoli - l’autore analizza la situazione della criminalità organizzata nelle singole province campane, evidenziandone  discrasie e peculiarità ed accennando, poi, alle proiezioni dei principali gruppi camorristici in Italia e fuori dai confini nazionali, unitamente alle più recenti strategie che sempre più tendono a sostituire scelte criminali di tipo militare con quelle economico- imprenditoriali di minore impatto sociale e di maggiore remunarezione patrimoniale-finanziaria.




Ten.Col. Attilio Auricchio
Calabresi Mario

Spingendo la notte più in là.
Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo

Mondadori editore,
2008, pagg. 131,
euro 14,50

Il 12 dicembre del 1969, a Milano, una bomba deflagrò nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana uccidendo numerose persone. La notte successiva, la polizia fermò 84 sospetti tra cui Giuseppe Pinelli, ferroviere, anarchico.
Tre giorni dopo, ancora in Questura, forse anche a causa di un alibi non convincente, quest’ultimo precipitò improvvisamente da una finestra. Da quel momento, una campagna di demonizzazione nei confronti di Luigi Calabresi, commissario di polizia che aveva preso parte all’interrogatorio del Pinelli, fu promossa da una parte dell’opinione pubblica, poco propensa ad aderire alla tesi promulgata dal questore, secondo la quale l’anarchico si sarebbe suicidato.
Una prima inchiesta sulla morte di Pinelli si concluse con un’archiviazione. Un anno e mezzo più tardi, fu aperta una nuova inchiesta a seguito di una denuncia presentata dalla vedova Pinelli.
Le indagini, che si chiuderanno solo nel 1975, accerteranno che il Pinelli non si era suicidato né era stato ucciso, ma fu vittima di un malore a seguito del quale sarebbe involontariamente precipitato dalla finestra della Questura. Ma nel frattempo la campagna era stata avviata e vi aderirono molti esponenti della sinistra, della cultura, del giornalismo.
Il giornale della sinistra extraparlamentare “Lotta Continua” - che in precedenza Calabresi aveva fatto oggetto di alcune sue indagini - si profuse in attacchi contro il commissario: il suo direttore, Adriano Sofri, inneggiava apertamente al suo assassinio. Solo 16 anni dopo, Leonardo Marino confesserà di aver partecipato all’assassinio unitamente ad Ovidio Bompressi, su mandato di Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, tutti in precedenza militanti di Lotta Continua (il primo fu condannato a 11 anni di reclusione, gli altri tre a 22 anni).
La mattina del 17 maggio 1972, Luigi Calabresi verrà ucciso con due colpi di arma da fuoco alla tempia.
Tre anni dopo si concluderà la seconda inchiesta sulla morte di Pinelli a seguito della quale fu accertato che, al momento della precipitazione, il commissario Calabresi non era nella stanza.
Mario Calabresi, figlio del commissario, oggi giornalista di “Repubblica”, si tuffa nel ricordo di quegli anni fin da quattordicenne quando, bramoso di notizie, passava intere giornate nella biblioteca Sormani, a Milano, a scovare articoli di cronaca che riportassero informazioni sulla morte di Pinelli, sulla campagna di odio montata da certi ambienti della sinistra, sull’omicidio del padre.
Ed oggi, con serena consapevolezza, precisa che il padre e Pinelli non erano nemici: qualche tempo prima, l’anarchico aveva regalato al poliziotto una copia dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.
Un’opera che lascia il segno, dedicata alle vittime “dimenticate” degli anni di piombo: i figli, i genitori, i fratelli di coloro che perirono per mano dei terroristi, degli eversori, dei dinamitardi.
Una testimonianza che serve a rivivere l’angoscia di quegli anni, in un susseguirsi continuo di stragi e di violenza destinata soprattutto alle nuove generazioni, affinché non si perda il ricordo di un periodo che ha segnato la recente storia d’Italia.

Magg. Gianluca Livi


Pansa Giampaolo

I tre inverni della paura

Rizzoli editore,
2008, pagg. 576,
euro 21, 50

In due sue recenti opere (Il sangue dei vinti e I gendarmi della memoria), Giampaolo Pansa ricostruiva uno dei capitoli più oscuri della nostra storia recente, quella che va dall’8 settembre fino ai due anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.
Seguendo un modus operandi tipico dell’inchiesta giornalistica, egli rivelava le atrocità commesse da certi partigiani di sinistra che, forti della loro supremazia di vincitori, avevano sommariamente giustiziato i vinti (da cui il titolo di uno dei suoi romanzi), non necessariamente ex fascisti sopravvissuti al conflitto, ma anche e soprattutto anticomunisti, ecclesiastici, democristiani o, più semplicemente, persone poco gradite, colpevoli di trovarsi nel momento sbagliato, al posto sbagliato.
Le recenti opere di Pansa - che gli avevano procurato non poche inimicizie negli ambienti della sinistra radicale - avevano il sapore dello studio analitico, freddo e crudo proprio come i fatti di cronaca di cui si occupava.
Oggi, egli adotta una soluzione atipica per un giornalista come lui, più abituato all’inchiesta, piuttosto che alle colorite soluzioni della moderna narrativa: l’Autore ricorre alla formula del romanzo, che usa come mero pretesto per esporre, ancora una volta, azioni omicidiarie svoltesi nei contesti storici sopra descritti, con glaciale indifferenza, perdurata quasi 60 anni, di coloro che vi hanno assistito.
Ne emerge un racconto scorrevole che ha il merito di descrivere una cronaca rielaborata in forma romanzata o, da una diversa angolazione, un romanzo fortemente intriso di cronaca.
“Il ciclo dei miei libri sulla guerra civile non è mai stato di romanzi, ma di rievocazioni storiche che, almeno nelle intenzioni, non dovevano essere pedanti e difficili da leggere.
Così è avvenuto nel 2002 con I figli dell’Aquila e nel 2003 con il titolo che ha avuto più successo: Il sangue dei vinti. Anche i libri successivi sono stati soprattutto diretti a raccontare vicende sempre tenute nascoste dalla retorica resistenziale e sempre negate da quelli che ho chiamato I Gendarmi della Memoria [l’espressione dà il titolo al suo penultimo libro, edito da Sperling & Kupfer nel 2007].
Per I tre inverni della paura ho provato di nuovo la strada del romanzo, come avevo già fatto alcuni anni fa.
Volevo chiudere il mio ciclo sulla guerra civile con una vicenda corale che fosse anche una saga famigliare, con una protagonista: Nora Conforti, una figlia della borghesia agraria emiliana che all’inizio della storia ha 18 anni. E che ha intorno a sé altre donne, a cominciare dalla sua tata, la grande Angiòla.”.
I tre inverni, vissuti tra il Po e l’Appennino reggiano, sono le tre stagioni che si susseguono tra il ’43 e il ’46.
In questi luoghi e in questo range temporale, vive la protagonista, Nora Conforti, battagliera e orgogliosa ragazza diciottenne proveniente da una ricca famiglia, costretta - per l’incalzare degli eventi bellici - a rifugiarsi con il padre sulle colline fra Reggio Emilia e Parma, ove incontrerà il primo amore e gli orrori del conflitto e del post-conflitto.
Ella vive quello che senza dubbio può essere considerato uno dei periodi più duri della nostra storia, coincidente con la guerra civile italiana e con l’atroce e violento dopoguerra.
Tedeschi, fascisti e partigiani combattono - non sempre tra loro ma, spesso, interessando l’inerme popolazione civile - compiendo le medesime atrocità.
È un duello mortale fra due totalitarismi: quello fascista, che annaspa e sopravvive con l’aiuto dei tedeschi, nella fatiscenza di una guerra che ha il sapore della sconfitta; quello comunista, altrettanto spietato, protrattosi ben oltre il 25 aprile, in un’ottica di efferata ed incosciente strategia del delitto.

Magg. Gianluca Livi


Oriana Fallaci

Un cappello pieno di ciliege

Rizzoli editore,
2008, pagg. 859,
euro 25,00

A due anni dalla sua scomparsa, la grande giornalista italiana torna nelle librerie con un romanzo la cui elaborazione ha richiesto gli ultimi e tormentati 10 anni della sua vita.
Chi si aspettava un seguito alle invettive virulente, eppure tremendamente concrete, esternate in libri come “La rabbia e l’orgoglio”, “Oriana Fallaci intervista se stessa - L’Apocalisse”, “La forza della ragione”, rimarrà certamente deluso: in quest’opera, infatti, l’Autrice intreccia tra loro fatti storici, elementi di fantasia e vicende familiari realmente accadute, prendendo in esame un range temporale che copre quasi 200 anni, dal 1773 al 1889, con brevi incursioni nel “futuro” del secondo conflitto mondiale. “…Mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire.
Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io”.
Ben presto, quella che era poco più di una curiosità - qualche domanda senza risposta sulle proprie origini - mutò forma e sostanza: la ricostruzione del suo passato divenne prima un’intima esigenza, una radicata convinzione interiore, e si sviluppò in esasperata determinazione quando l’evoluzione della malattia l’avrebbe condannata ad una spietata corsa contro il tempo.
È per questo motivo che l’opera trasuda di senso di determinazione, di volitività, di energia: neanche le vicende dell’11 settembre  - che, come è noto, la scossero profondamente - indussero la Fallaci a desistere: “La vigilia della catastrofe pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo [Un cappello pieno di ciliege] che chiamo il mio bambino. (...) Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta.
Superato il trauma mi dissi: devo dimenticare ciò che è successo e succede.
Devo occuparmi di lui e basta. Sennò lo abortisco. Così, stringendo i denti, sedetti alla scrivania. Ripresi in mano la pagina del giorno prima, cercai di riportare la mente ai miei personaggi”.
Tutto nacque dai racconti che i genitori le narravano sui loro avi, il cui ricordo, tramandato oralmente dalla progenie, era ancora profondamente vivo: la leggendaria arcavola senese che aveva avuto il coraggio di aggredire Napoleone o quella spagnola che s’era sposata esibendo sulla parrucca un veliero alto quaranta centimetri e lungo trenta; l’avo contadino che spingeva il fervore religioso fino a flagellarsi o quello marinaio che apriva bocca solo per bestemmiare; Anastasìa, la bisnonna repubblicana che - dopo una fugace storia d’amore col coetaneo Edmondo De Amicis - rimase incinta di un piemontese talmente illustre e potente che tutti, in famiglia avrebbero chiamato l’Innominato.
La Fallaci non ne rivela mai il nome, ma riporta indizi che permetterebbero di ricostruire la sue identità (tra cui, la data della morte, 1878, esattamente come Vittorio Emanuele II).
Il titolo dell’opera è, esso stesso, un omaggio al passato: vi riecheggia il destino di Caterina che alla fiera di Rosìa indossava un cappello pieno di ciliege per farsi riconoscere dal futuro sposo, Carlo Fallaci. Deceduti i suoi genitori, andata distrutta una cassapanca contenente oggetti di famiglia risalenti a cento, duecento anni prima, la Fallaci era determinata a non far morire quei ricordi con lei, anzi a ricomporli con maggiore esattezza ed attendibilità, consultando appassionatamente archivi, mastri anagrafici, catasti onciari, cabrei, Status Animarum (ovverosia gli Stati delle Anime, registri compilati a mano, in lingua italiana, talvolta latina, nei quali, col pretesto di individuare i fedeli tenuti al precetto pasquale, il parroco censiva la popolazione, elencando abitanti di ogni pieve e prioria, date di nascita, di battesimi, di matrimoni e di morte, professioni, redditi, gradi di istruzione).
Quanto riferito dai genitori avrebbe trovato piena conferma nei documenti analizzati. Più la ricerca si perdeva nel tempo, però, più le informazioni si facevano frammentarie e carenti: “fu a quel punto che la realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inventabile poi all’inventato: l’uno complemento dell’altro, in una simbiosi tanto spontanea quanto inscindibile. E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi ridargli la vita che essi avevano dato a me”.

Magg. Gianluca Livi


Camilleri Andrea

Il tailleur grigio

Mondadori editore,
2008, pag. 141,
euro  16.50

Febo Germosino passa il suo primo giorno di pensione osservando tre lettere che ha accuratamente allineato sulla sua scrivania. Sono lettere anonime ricevute mentre svolgeva la sua occupazione di sempre, dirigente presso un istituto di credito, in un lasso di tempo molto esteso: le prime due sono vecchie di decenni. L’ultima è la più recente ed insinua dubbi sulla fedeltà della giovane e affascinante seconda moglie. L’uomo ha avuto una vita impostata, automatizzata e determinata, modulata dai ritmi meccanici della vita d’ufficio. L’unico suo guizzo di bizzarria è stato proprio convolare a seconde nozze con una donna molto più giovane di lui. Lei, Adele, non è il personaggio tipico di innumerevoli romanzi gialli, la femme fatale pervasa da un che di diabolico di cui generalmente, è sempre l’anziano marito a fare le spese. È invece una donna inconsueta, tanto passionale quanto fredda, soprattutto indossando il suo tailleur grigio, un abito castigato che nasconde un profondo significato simbolico. La descrizione della protagonista, Adele, è ambivalente: da un lato Camilleri la fa apparire una donna voluttuosa, sensuale, carnale; dall’altro ponderata, compassata, estremamente misurata nel rigido formalismo del suo abito castigato, apparentemente attenta a suscitare, in chi la osserva, sensazioni di controllata sobrietà. Quanto al protagonista maschile del romanzo, Camilleri supera se stesso: porta il lettore, quantomeno quello maschile, ad immedesimarsi nell’anziano pensionato, che in lui rivive una moltitudine di ansie, angosce, apprensioni.
Un’opera che si consiglia anche a coloro che si avvicinano per la prima volta a Camilleri, perfettamente in grado di centrare gli obiettivi narrativi anche senza parlare del commissario Montalbano.

Magg. Gianluca Livi


Paul De Sury

La cattedra insanguinata

Marsilio editore,
2008, pagg. 254,
euro 16,00

I recenti provvedimenti legislativi e quelli enunciati dalla legge Gelmini, sulla riforma della scuola italiana, rendono più che mai attuale l’opera del professor Paul De Sury: un romanzo noir ispirato ai nuovi orizzonti del “marketing universitario”. La politica dei finanziamenti per l’istruzione e la ricerca, in particolare, vive un periodo di revisionismo; il mondo dell’università è in subbuglio, dunque “La cattedra insanguinata” appare più che mai contemporaneo alla ormai notevole distanza che separa oggi l’università italiana dalla realizzazione di un modello ideale in grado di rafforzare la competitività del nostro Paese in campo internazionale. L’autore argomenta perfettamente la debolezza del sistema e nota, a ragione, che il mondo accademico, proprio per la sua insita imperscrutabilità, presenta molti lati oscuri per la maggior parte delle persone. “L’idea di questo libro mi è venuta perché non riuscivo a spiegare il mio mestiere ai miei amici”, confessa De Sury che, dovendo spiegare qualcosa di poco chiaro, si è cimentato nel genere oscuro per eccellenza per rappresentare le difficili condizioni del sistema universitario; sperando non si riveli anche profetico.
L’ambiente accademico-universitario sembra una metafora di molti ambiti della società, come di quello lavorativo, ad esempio, dove la presenza di persone senza scrupoli che si presta a logiche baronali o lobbistiche, e la scorrettezza delle informazioni, va inevitabilmente a scontrarsi con quei principi edificanti e valori fondanti che dovrebbero caratterizzare il mondo accademico e che rappresentano la parte migliore della storia dell’università italiana.
Fenomeno che, come logica conseguenza, alimenta quella “fuga di cervelli” che è una delle maggiori cause dell’impoverimento culturale e scientifico della nostra nazione.
È in questo scenario, volutamente artefatto, che si muove il protagonista del romanzo. Il professor Michelangelo Zanframundo è stato richiamato dagli Stati Uniti da una prestigiosa università milanese di Economia e management, ufficialmente per insegnare, ma in realtà, data la sua fama di detective dilettante, per indagare su un orribile delitto che offusca la nobile e serena immagine dell’Ateneo.
Come in ogni noir che si rispetti, la ricerca della verità porterà il lettore a identificarsi pienamente con il protagonista il quale, in un labirinto di depistaggi, ricatti, meschine gelosie, speculazioni immobiliari e sesso, condurrà alla risoluzione di questa appassionante indagine criminale, con tutte le sue forzature e i suoi cadaveri. Una ricerca della verità che è la chiave di lettura di questa celata lezione di buon senso, in un momento storico come questo che vede il mondo accademico alle cronache come esempio di malfunzionamento del nostro Paese. L’università ha bisogno di una efficace riforma che garantisca la meritocrazia più di ogni altra cosa; come notava Roger Abravanel (autore del libro Meritocrazia), “l’Impero romano cominciò la sua vertiginosa espansione quando le più alte cariche militari smisero di essere affidate per censo, ma si dovettero conquistare sul campo”.
Paul De Sury (Londra, 1956) è professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari presso la Facoltà di Economia dell’università di Torino. Autore di numerosi testi e saggi in materia bancaria e finanziaria, ha insegnato presso la Bocconi di Milano.

Mar.Ca. Alessio Rumori
Serge Quadruppani

Y

Marsilio editore
2008, pagg. 255,
euro 16,00

“Il detective alzò la testa. Gli era sembrato di scorgere nel cielo una silhouette nera macchiata di bianco. Una specie di uccello la cui forma, con le ali spiegate, evoca una Y”.
“Y” è un avvincente e spiazzante noir che ci offre il lusso di rinnovare brillantemente lo schema della “Lettera rubata” di Edgar Allan Poe, un breve e fulminante racconto, dalla perfetta costruzione letteraria, scritto nel lontano 1842.
Questo romanzo, sapientemente realizzato sullo sfondo delle tensioni in Medio Oriente e dei segreti di Stato, offre anche una risposta molto singolare alla domanda se può esserci un amore felice in un mondo infelice.
Il protagonista di questa vivace avventura è Claude, figlio di Alexandre Varga, un pittoresco banchiere eroe della resistenza e delle lotte anti-colonialiste che scompare misteriosamente lasciando una lettera enigmatica allo stesso sventurato figlio.
Gli ingredienti sono dei più disparati: la geopolitica è affidata a un killer bulimico dei servizi segreti italiani, gli scrupoli sono prerogativa di un ex super poliziotto corrotto, il consigliere presidenziale è un intrallazzatore dalle strane abitudini, la donna amata - una bella giornalista dalle motivazioni poco chiare - fa il doppio gioco; in molti alla ricerca di uno sfuggente banchiere fuggito con enormi somme di denaro e un misteriosa videocassetta.
Claude dovrà destreggiarsi in questo inestricabile groviglio di assurde situazioni che lo vedranno ancor di più preda dei suoi demoni personali: droga e devianza sessuale.
Tra malviventi parigini, mafia e hezbollah, l’opera del già affermato scrittore francese Serge Quadruppani, si colloca in un contesto sorprendemente attuale: compaiono svariate tipi di mafie, terroristi mediamente orientali, peep show dove ammirare ragazze esibirsi da dietro un vetro, canzoni d’amore e una lettera rubata.
Serge Quaddruppani è nato nel 1952. Vive tra Roma e Parigi ed è direttore di una collana pubblicata da Metailié dedicata al noir italiano. Traduttore dall’americano e dall’italiano, è la voce francese di alcuni dei migliori giallisti del nostro paese, da andrea Camilleri a Massimo Carlotto, da Mercello Fois a Giancarlo De Cataldo.

Mar.Ca. Alessio Rumori


Alfonso di Palma

Metodologie manageriali comparate

Centro Editoriale e Librario
2008, pagg. 165,
euro 12,00

Nella risoluzione di problemi complessi, il metodo manageriale viene sempre più citato in quasi tutti gli ambiti.
L’argomento, però, nelle sue linee teoriche generali e nelle sue applicazioni concrete risulta poco diffuso ed applicato.
La stessa attività didattica risulta complessa e senza punti di riferimento generali.
I motivi di tali difficoltà sono svariati: innanzitutto la suddivisione delle singole parti della metodologia complessiva e l’approfondita specializzazione di tali parcellizzazioni determina spesso la perdita del percorso generale.
A questo si accompagna la proliferazione di denominazioni, sigle ed acronimi che costituiscono una barriera alla conoscenza nei confronti dei non tecnici del settore.
Si aggiunga la sempre più diffusa esigenza di utilizzare il metodo manageriale in ambiti che vedono integrati vari enti dove si trovano ad interagire soggetti di diversa estrazione e con valori, schemi e terminologie differenti.
Un altro aspetto talvolta non noto ma fonte di diverse confusioni è, inoltre, la necessaria utilizzazione del metodo in modo diretto in campo informativo, amministrativo, ed aziendale inverso nel settore investigativo, nella cronaca e nella storia e parallelo in ambito competitivo e conflittuale.
Da ultimo, spesso non è studiata o applicata in pratica la connotazione dinamica del metodo e la sua ciclicità, aspetti dai quali nascono non poche confusioni.
L’autore per affrontare i predetti problemi, emersi nel corso di una lunga esperienza didattica sull’argomento nei più disparati settori nonché di una loro concreta applicazione in campi diversi, parte dall’origine dei metodi.
Sinteticamente vengono citati gli apporti che dal periodo greco in poi costituiscono i fondamenti della materia e che hanno trovato importanti contributi in varie discipline, in particolare nella filosofia, nella matematica e nella scienza dell’organizzazione.
Viene poi tracciato un percorso comune che, partendo dai processi informativi e di analisi, sfocia nelle fasi di pianificazione, organizzazione, esecuzione e capitalizzazione e si conclude con un esame delle simulazioni e degli scenari.
Il lavoro che ne risulta è una ponderosa sintesi, integrata da puntuali rinvii ad una completa bibliografia, di tutte le principali parcellizzazioni della disciplina che viene ricondotta ad unità ma anche differenziata in relazione alle sue applicazioni.
Uno schema di sintesi, infine, inquadra tutte le sigle ed i neologismi citati nello sviluppo complessivo della metodologia generale tracciata nel testo.
L’opera, come conclude l’autore, vuole essere un invito a cercare di padroneggiare ma anche a superare le metodologie nel senso di considerarle solo uno strumento per rendere sistematico lo sviluppo del pensiero “che, come dono del Signore, è sopra la natura anche di queste avanzate teorie”.