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  • N.3 - Luglio-Settembre
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Libri

“Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l’Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione. Tuttavia, la storia di un duello, che divenne leggendario nell’esercito, percorre l’epopea delle guerre imperiali. Fra la sorpresa e l’ammirazione dei loro compagni, due ufficiali, come artisti folli che cerchino di dorare l’oro zecchino o biancheggiare il giglio, proseguirono una contesa privata lungo gli anni di carneficina universale. Erano ufficiali di cavalleria, e la loro connessione con l’animale focoso ma bizzarro che conduce gli uomini in battaglia parve particolarmente appropriata. Sarebbe difficile immaginare come eroi di questa leggenda, poniamo, due ufficiali di fanteria di linea, la cui fantasia è domata dalle lunghe marce e il cui valore deve essere per forza di un genere più terra terra. Quanto poi a ufficiali di artiglieria o del genio, che a forza di matematica hanno la testa ben piantata sulle spalle, la cosa è semplicemente fuori questione.”

Joseph Conrad

I duellanti
(l’opera è in libreria per le Edizioni Angolo Manzoni, al prezzo di euro 14,00)

Il romanzo del senso dell’onore (anche se più che un romanzo è un racconto), di un senso dell’onore portato sino alle estreme conseguenze. La narrazione di un’epoca e dei suoi uomini più rappresentativi, che non potevano essere che militari. Un romanzo storico e un romanzo psicologico. È difficile classificare I duellanti di Conrad, un libro la cui fortuna postuma si deve anche alla trasposizione cinematografica di Ridley Scott. Si tratta certamente di un grande affresco, dipinto in poche pagine: le guerre napoleoniche vi scorrono come la trama di un lungo sceneggiato, mettendo in risalto la crudezza dei tempi e il vorticoso susseguirsi di eventi che un’Europa, sino ad allora socialmente e politicamente statica e pigramente autoritaria, mal sopporta, ma deve necessariamente affrontare. Soldati, reggimenti, battaglie, campagne militari compongono quest’immenso affresco che fa da sfondo alle vicende di due ufficiali di cavalleria, legati ad un codice d’onore che condizionerà la loro esistenza e i loro reciproci rapporti ben oltre il naturale trascorrere del tempo. I duellanti rappresentano un’epoca ormai al tramonto, un’ideale di vita romantico non più proponibile, l’esaltazione assoluta di una virtù militare che sembra non trovare più spazio tra i valori della moderna società. L’onore è il principale motore e fattore coesivo di questa storia, dove due uomini si affrontano senza esitazione e senza alcuna remora per il rispetto di una regola ritenuta sacra, la cui assoluta osservanza va al di là di qualsiasi fattore contingente, di qualsiasi accomodamento, di qualsiasi mediazione. È una regola che taglia nettamente in due la sfera di azione di un uomo, che non lascia sfumature che non permette composizioni interpretative o transazioni morali. Questa regola diventa una ragione di vita per i due ufficiali di cavalleria e costituisce il pretesto per uno dei più bei racconti di Conrad.
“Sono stato incaricato di eseguire una ricognizione verso luoghi sconosciuti, oltre il nostro settore, dove dovrei incontrare reparti della divisone di fanteria Arezzo.
La strada è lunga e parto di buon mattino con la mia razione di viveri a secco. Cammino allegro e vado di buon passo; la giornata è calma, di sole, e ho ricevuto ieri una sua lettera.
Sotto il Komianit, dentro il bosco sepolto dalla neve, saluto gli artiglieri della 19: sono indaffarati a pulire i pezzi da 75 e tutto, lì da loro, dà un senso di ordine: i cannoni ben puliti e ingrassati, le postazioni fatte a regola d’arte, le riservette munizioni, i ricoveri. Tutte le opere sono fatte con tronchi scelti e squadrati: come per una malga.
Con quelle barbe lunghe folte e rosse sembrano dei ragazzi mascherati che giocano alla guerra, e gli obici i loro giocattoli. Il senso di pulizia e di ordine che c’è qui, non deriva da arida disciplina militare, ma dal loro costume.”

Mario Rigoni Stern

Quota Albania
(l’opera è in libreria per i tipi Einaudi, in edizione tascabile, al prezzo di euro 8,80)

Ancora la guerra in un bel racconto di Mario Rigoni Stern. Si tratta questa volta della campagna italo-greca durante la Seconda guerra mondiale e delle brevi vicende belliche in Francia nel 1940. Due i temi dominanti all’interno del libro: l’amore dell’Autore per la natura, un amore che neanche la guerra riesce ad offuscare; la dura vita del soldato in una guerra che tradisce una completa impreparazione non solo tecnica e logistica, ma sopratutto morale. Mario Rigoni Stern si muove sulle Alpi occidentali e sui monti dell’Albania come fosse un appassionato escursionista, affascinato dalla bellezza della montagna, dai suoi boschi, dai suoi corsi d’acqua, dal suo silenzio. La guerra irrompe nel racconto come qualcosa di innaturale, ma ben presente a chi è chiamato ad affrontarla. La guerra, tanto decantata ed attesa dal regime politico dell’epoca, scopre subito il suo vero volto, fatto di fame e di freddo, di violenti combattimenti e di morte. Il racconto, nel felice e consueto stile fresco e diretto dell’Autore, si dipana tra guerra e natura, tra l’aspirazione alla pace e la necessità di far - comunque - il proprio dovere. Scopriamo così paesaggi di maestosa e selvaggia bellezza, ma anche sofferenza e dolore che derivano da mille difficoltà, dalla superficialità con cui si è affrontata una campagna ritenuta facile e gloriosa, dalla scarsezza dei mezzi e dei materiali che mette in risalto lo spirito di adattamento e l’eccezionale arte di arrangiarsi del soldato italiano. Non ci sono molti racconti sulle campagne militari in Francia ed Albania durante la Seconda guerra mondiale, per cui il libro di Rigoni Stern costituisce un documento di straordinaria importanza non solo dal punto di vista letterario, ma anche da quello della memorialistica bellica. Soprattutto il fronte albanese appare come il più distante dal punto di vista geografico, il meno ragionevole dal punto di vista strategico e politico, il più duro per le carenze addestrative, operative e logistiche dei reparti chiamati a combattere, i quali alle ben note manchevolezze riescono sempre ad opporre il coraggio e lo spirito di sacrificio. Una pagina poco conosciuta sia dell’opera di Rigoni Stern sia della produzione letteraria sulla guerra che va opportunamente valorizzata ed attentamente riletta.
“Antistante alla chiesa, il perimetro del piazzale era punteggiato da numerosi cippi; alti quasi quanto un uomo, equidistanti fra loro, formavano un grande rettangolo. Esercitavano un richiamo, al quale sentii di dover rispondere ancor prima di entrare in chiesa. Sulla prima stele a cui mi avvicinai lessi inciso un nome: ‘Ravenna’, sulla seconda ‘Sforzesca’, sulla terza ‘Pasubio’. Man mano che procedevo dall’una all’altra, andavo incontro ai nomi delle nostre Divisioni schierate sul fronte russo, leggevo ‘Torino’, ‘Cosseria’, ‘Vicenza’; e ancora, portandomi sull’opposto lato della piazza, ‘Tridentina’, ‘Julia’, ‘Cuneense’, le tre Divisioni alpine; e ancora ‘Celere’, la Divisione dei bersaglieri; e ancora un cippo ricordava l’aeronautica e la IV Flottiglia Mas sul fronte orientale; il dodicesimo, infine, il raggruppamento camicie nere; così, tutti erano ricordati, nella religiosa intenzione pacificatrice, gli innumerevoli sconosciuti e innominati che avevano costituito reparto per reparto le grandi unità prima d’essere i caduti e i dispersi in memoria dei quali era stato eretto il grande tempio che mi si levava dinnanzi, silenzioso e vasto.”

Giulio Bedeschi

La mia erba è sul Don
(l’opera è in libreria per i tipi Mursia, al prezzo di euro 17,50)

Dopo Centomila gavette di ghiaccio Giulio Bedeschi ritorna sul Don per ripercorrere le tappe dei tragici eventi della campagna di Russia durante la Seconda guerra mondiale. La ritirata dell’Armir (l’Armata italiana in Russia) ha costituito certamente un fatto d’armi che è andato ben al di là delle cronache militari, comportando sofferenze e sforzi sovrumani che hanno riscoperto l’uomo nelle sue più profonde e primordiali radici, quasi denudandolo di ogni abito e convenzione sociale e raschiando a fondo la sua anima. L’enfatizzazione dei sentimenti, il prepotente riemergere degli istinti di base, la disperata lotta per sopravvivere sia per la salvaguardia della propria integrità fisica sia per la conservazione della propria ragione e della propria umanità, sono tutti motivi, più che sufficienti, per non smettere mai di meditare e di coltivare la memoria. In questo contesto, la fiorente letteratura sulla campagna italiana di Russia si è arricchita nel 1984 di quest’altro romanzo di Bedeschi. La mia erba è sul Don è un laboratorio narrativo dove si intrecciano vicende presenti e ritorni al passato, la cronaca di uno dei tanti episodi della ritirata e la descrizione di un mondo ormai profondamente mutato, in cui anche i protagonisti di quei lontani fatti sono per tanti aspetti talmente cambiati da divenire irriconoscibili allo stesso Autore. Il romanzo è l’apologia di un eroe silenzioso, di un compagno di sventura che ha sempre aiutato senza chiedere nulla in cambio, la cui sola presenza ha recato conforto e speranza. Il nome di questo eroe è sospeso tra l’immaginario e la realtà, la sua stessa esistenza è avvolta nel mistero (così come la sua fine) e solo la capacità narrativa dell’Autore ne fa emergere i tratti più significativi. Un eroe dell’abnegazione, della modestia e, soprattutto, del silenzio, da contrapporre ai clamori e ai protagonisti del tempo presente, una ricercata e ben riuscita descrizione che rimarca le differenze tra uomini di ieri e di oggi. L’intento narrativo è marcatamente morale e in alcune pagine, soprattutto quelle che gettano uno sguardo sul mondo di oggi, si sente in modo preponderante la scelta di fondo dell’Autore. L’opera riprende freschezza e fluidità nella pagine in cui si narrano le vicende che fanno da sfondo all’intero racconto e in alcuni parti ricorda il precedente, più felice e famoso libro dell’Autore sulla ritirata di Russia.


“Mi ha fermato, con aria decisa, un borghese, si è fatto conoscere come brigadiere dei carabinieri (ha mostrato i suoi documenti) e mi ha pregato di accompagnarlo in caserma. Un capitano mi ha interrogato a lungo, arricciandosi i baffi, e si è convinto della mia regolare posizione e dell’autenticità dei miei documenti. Mi ha messo in libertà, e quando ho chiesto le ragioni dell’inchiesta, ha risposto: ‘il brigadiere si era messo in mente che lei fosse una spia austriaca: aveva trovato, chissà perché, che il suo tipo non fosse italiano.”

Paolo Caccia Dominioni

1915-1919. Diario di guerra
(l’opera è in libreria per i tipi Mursia, al prezzo di euro 10,00)

Tra i numerosi diari di guerra, scritti durante e dopo gli eventi bellici della Prima guerra mondiale, quello di Paolo Caccia Dominioni si distingue per il particolare stile narrativo. In modo asciutto, diretto, senza fronzoli che l’Autore non ama, né le tragiche circostanze oggettive suggeriscono, il diario racchiude una serie di quadri di vita militare e di avvenimenti di guerra che sono descritti nella loro crudezza e immediatezza, componendosi in una superiore visione morale della propria missione e del proprio ruolo di comandante alla quale il Dominioni non abdica mai. Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo è un personaggio emblematico, unico nel suo genere, sia come scrittore, sia come militare. Ha combattuto in due guerre mondiali: nella Prima, da ufficiale del genio pontieri e sperimentatore dei primi reparti lanciafiamme; nella Seconda, in attività di spionaggio, quale comandante di battaglione del genio guastatori alpino e nella Resistenza. Dal Carso ad El Alamein, l’Autore ha percorso nella sua vita tutti i più importanti teatri di guerra, curando successivamente e per tutta la sua vita la memoria dei luoghi e dei fatti. Questo diario, che abbraccia un arco di tempo che va dal 1915 al 1919, prima e dopo la partecipazione dell’Italia nella Prima guerra mondiale, è un laboratorio di sperimentazione grafica e linguistica e di confronto personale, dove l’Autore traduce i suoi celeberrimi disegni in prosa. Le figure e gli ambienti che appaiono all’interno del testo, tratteggiati con forza e semplicità, condensano con estremo realismo ed efficacia i protagonisti, i momenti e i luoghi. La prosa riproduce gli stessi personaggi, gli stessi momenti e gli stessi luoghi come fossero tratteggiati con altrettanta maestria ed efficacia espressiva. Il diario è ricco di disegni e di episodi: episodi di vita quotidiana, umile e nobile, di eroismo e, talvolta, di egoismo, di coraggio quasi sfrontato e di calda umanità. La lettura è piacevole, alle volte fa pensare con tristezza, altre volte induce a meditare sul dramma della guerra e delle vicende umane, qualche volta strappa un timido sorriso per le situazioni paradossali e ironiche che anche nei momenti più tragici vengono a crearsi. Nel diario traspaiono tutti i sentimenti che soltanto un evento di tale gravità come la guerra riesce a far emergere: l’orgoglio del giovane ufficiale, l’alto senso del dovere che si è chiamati a compiere come cittadini e come militari, la coscienza dell’enorme peso delle responsabilità che i tempi impongono, la libertà e lo spirito critico dell’uomo che non vuole perdere mai la sua dignità di essere pensante e ragionevole, con i suoi limiti, i suoi ideali, le sue virtù e le sue speranze. Lo straordinario personaggio che è Paolo Caccia Dominioni non poteva non lasciarci un documento straordinario della sua prima esperienza bellica e dei migliori anni della sua vita (l’Autore si è arruolato volontario a 19 anni), consumati nelle trincee e nei campi di battaglia.

a cura del
Ten.Col. CC Fausto Bassetta


Giovanni Calesini

Diritto europeo di polizia

Laurus Robuffo,
2007, pagg. 270,
euro 32,00

Nel dicembre 1975 fu costituito a Roma il gruppo di lavoro TREVI (Terrorismo, Radicalismo, Eversione, Violenza Internazionale), con il fine di avviare la cooperazione nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. L’anno successivo, furono costituiti i gruppi di lavoro TREVI 1 (lotta al terrorismo) e TREVI 2 (cooperazione di polizia per l’ordine pubblico) e, nel 1986, il TREVI 3 (cooperazione in materia di lotta al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata): nacque, così, la cooperazione di polizia nell’ambito comunitario che, partendo da una collaborazione informale tra le forze di polizia, si è sviluppata e consolidata fino a giungere ai sofisticati strumenti del terzo pilastro della UE, dell’Ufficio Europeo di Polizia (Europol), del Sistema Informativo Schengen (SIS) e delle “sale operative” SIReNE, dell’Agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne (FRONTEX) e dell’Accademia Europea di Polizia (CEPOL), per citare i principali. Un percorso volto a rafforzare tra i Paesi Membri sempre più la cooperazione strategica, operativa, ma anche addestrativa, in un settore critico per l’Unione Europea e fondamentale per il suo sviluppo. I recenti costanti allargamenti dell’Unione e l’auspicata futura entrata in vigore della Costituzione europea, infatti, rendono di viva attualità tutti gli aspetti che confluiscono nel terzo pilastro.
L’opera di Giovanni Calesini, dopo una generale visione sul complesso sistema giuridico dell’Unione Europea, analizza questo percorso, approfondendo gli specifici strumenti di polizia europei, sia sotto il profilo normativo sia sotto quello operativo, e le molteplici aree tematiche in cui essi trovano applicazione. Nel complesso, un manuale utile per chi si avvicina allo studio operativo della materia e per coloro che hanno necessità di un testo di pronto utilizzo e agevole consultabilità.

Ten. Col. CC Andrea Paris
David Brunelli
Giuseppe Mazzi

Diritto Penale Militare

Giuffrè editore,
 2007, pagg. 550,
euro 29,00

è la IV edizione, aggiornatissima, dell’ormai collaudato manuale di diritto penale militare degli Autori. L’opera si articola in quattro parti: le prime due, dedicate al diritto penale militare di pace, riprendono la tradizionale distinzione sistematica del diritto penale sostanziale in parte generale e in parte speciale; ad esse si affiancano la parte terza, dedicata alle norme superstiti del diritto penale militare processuale e agli istituti che disciplinano l’ordinamento giudiziario militare, e la parte quarta, dedicata alla legislazione penale militare di guerra e dei conflitti armati. Correda il manuale una ricchissima bibliografia. Il testo è scritto con la chiarezza e l’approfondimento consueti e la spiegazione aggredisce subito il cuore della problematica affrontata, senza inutili discorsi di contorno e con puntuali richiami alla dottrina o alla giurisprudenza. Si tratta, quindi, di un’opera completa sotto ogni profilo, utile a soddisfare le esigenze di studio o di applicazione operativa sia di chi si cimenta per la prima volta con la complessità del diritto penale militare sia dell’operatore più esperto.

Ten. Col. CC Andrea Paris


Basilio Di Martino
Filippo Cappellano

I reparti d’assalto italiani nella Grande Guerra

Stato Maggiore dell’Esercito - Ufficio Storico,
2007, pagg. 1022,
euro 30,00

I due autori, ufficiali in servizio permanente effettivo delle Forze Armate, hanno realizzato un lavoro complesso composto da ben 1022 pagine dedicato esclusivamente ai reparti d’assalto italiani nella Prima Guerra Mondiale, da cui il titolo.
Il lavoro è strutturato su una prima parte generale composta da sette brevi capitoli e su una seconda parte molto più corposa di circa cinquecentocinquanta pagine con la disamina della vita operativa dei quarantuno reparti d’assalto ivi compresi quello dell’11° reggimento bersaglieri, di cavalleria e, infine, del reparto d’assalto di marcia.
Completano il lavoro otto appendici di cui una iconografica con le citazioni delle ricompense dedicate ai reparti e ai singoli (medaglie d’oro al valor militare), le citazioni sul bollettino di guerra; le altre appendici sono dedicate all’addestramento, all’evoluzione organica e disciplinare dei reparti. Infine, una quarantina di pagine sono riservate ai documenti che rappresentano i momenti più significativi delle attività dei Reparti Arditi prima, durante e dopo lo scioglimento dei medesimi.
Si tratta di un’opera che descrive attentamente la nascita e lo sviluppo dell’impiego di unità di Arditi distinguendo le semplici attività di esplorazione della terra di nessuno (soprattutto nella zona trentino-veneta) dall’attività di infiltrazione per svolgere quelle azioni di penetrazione in profondità dello schieramento nemico, secondo le indicazioni del maggiore Bassi e del generale Grazioli, i due ufficiali ritenuti i veri inventori dei nostri Reparti di Arditi.
Ripercorrere la storia degli Arditi italiani durante il Primo Conflitto Mondiale non è stato lavoro da poco, come risulta chiaramente dalla copiosa ricerca archivistica condotta presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Tale ricerca ha permesso di avere una visione d’insieme attraverso le differenti sperimentazioni che diedero luogo ai primi tentativi di costituire reparti d’assalto ed all’esperienza acquisita sia sul Fronte italiano sia su quello francese, peraltro, senza trascurare gli elementi appresi dai nemici dell’epoca e principalmente dagli austro-ungarici.
Tra i numerosi aspetti che meritano di essere sottolineati a proposito di questo robusto volume, si deve rilevare la necessità a distanza di oltre novanta anni di studiare ulteriormente aspetti relativi allo sforzo bellico legato al primo scontro di portata mondiale e che ebbe molteplici conseguenze sia per le forze armate sia per l’intero Paese. Di ciò si deve essere grati ai due autori.

Magg. CC Flavio Carbone


Nicolò Mirenna

L’Associazione Carabinieri e la sua storia

Associazione Nazionale Carabinieri,
2007, pagg, 166,
euro 5,00

Lo studio si presenta come una fedele ricostruzione delle varie fasi attraverso cui si è sviluppata la storia dell’Associazione Nazionale Carabinieri, nata come aggregazione di mutuo soccorso e divenuta un fenomeno tuttora vivo e sentito, ancorato alle tradizioni dell’Arma e proiettato nel sociale e nel volontariato qualificato.
La necessità di un’organica ricerca delle proprie origini si spiega con la voglia di ritrovare, nelle motivazioni che furono alla base della sua costituzione e nei fenomeni sociali che ne hanno determinato i mutamenti, nuove energie sempre più necessarie per affrontare le sfide del presente.
Dopo un’accurata introduzione storica, tra il 13 luglio 1814, anno dell’istituzione delle Regie Patenti e l’Unità d’Italia, molti sono gli avvenimenti citati, determinanti nella storia dell’Arma. A mano a mano che il Corpo dei Carabinieri viene esteso a tutta la Nazione e assorbe le varie gendarmerie degli ex Stati italiani, si producono inevitabili condizioni di disagio materiale e morale di militari di ogni grado ed è in questo momento che si avverte, per la prima volta, la mancanza di un sistema nazionale di previdenza e di assistenza che risponda a certe esigenze. Alla base infatti del concetto di associazione c’è il bisogno dei cittadini di eliminare gli inconvenienti prodotti dall’isolamento, conseguendo vantaggi per tutta la collettività.
La prima manifestazione associativa risale all’antica Roma con le corporazioni di arti e mestieri e prosegue per tutto il medioevo. Nell’Italia dello Statuto Albertino si parla di diritto di riunione, ma non di diritto di associazione. È solo dopo l’Unità che vengono abolite le limitazioni poste dai governi dei vari Stati alle libertà di riunione e di associazione e nascono così le Società Operaie di Mutuo Soccorso e le Fratellanze, istituti privati di previdenza sociale, che ottengono la personalità giuridica con legge 15 aprile 1886, n. 3818 e che si danno uno statuto, improntato alle nuove idee e ai fondamentali principi etici.
Le prime associazioni fra Carabinieri nascono come naturale sviluppo e nell’ambito dei fermenti sociali e politici della società civile che ha dato vita a movimenti di ispirazione previdenziale e mutualistica. Nel 1886, dopo che il Parlamento abolisce il divieto di associazionismo tra militari in congedo, si costituisce a Milano la prima Associazione di Mutuo Soccorso tra congedati e pensionati dei Carabinieri Reali.
L’apoliticità, la solidarietà, l’assistenza morale, culturale ed economica sono principi fondanti, rimasti validi in tutte le associazioni che da quel momento si andranno via via costituendo a Torino, Como, Vicenza, Reggio Emilia, Pistoia, ecc. Il passaggio da società di mutuo soccorso ad Associazioni d’Arma avviene durante il primo convegno di tutte le associazioni presso il teatro Argentina a Roma nel 1925, in seguito alla sempre più evidente difficoltà per la eccessiva parcellizzazione nel territorio e la conseguente confluenza delle varie associazioni locali in un unico Ente nazionale. Nasce così nel 1926 la Federazione Nazionale del Carabiniere Reale che diventa ente morale nel 1928 e a cui aderiscono un numero crescente di associazioni fino al 1933, anno in cui si raggiunge l’adesione totale. Ma nel 1938 l’associazionismo militare registra una pagina negativa: il Governo fascista sopprime tutte le Associazioni d’Arma che vengono trasformate in veri e propri reparti militari, con l’obbligo per tutti i componenti di considerarsi volontari e quindi, in caso di necessità, disponibili ad ogni impiego. Dopo la necessaria risistemazione conseguente alla liberazione di Roma nel 1944, inizia una fase di consolidamento e riorganizzazione che sfocerà nell’entrata in vigore del nuovo Statuto Organico approvato nel 1956 con la nuova e definitiva denominazione di “Associazione Nazionale Carabinieri”. Presidente onorario dell’Associazione è il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, a ribadire l’unicità di intenti e la continuità dei valori ispiratori dell’Arma
Oltre ai principi e ai valori in comune, il movimento associazionistico dell’Arma, fin dall’inizio, cerca principalmente di dare una risposta alle esigenze assistenziali, in assenza di un sistema previdenziale e assicurativo e “in seguito al pietoso quadro delle tristissime condizioni nelle quali talvolta, per il decesso di un ufficiale, veniva improvvisamente a trovarsi la di lui famiglia”, viene istituita, nel 1921, la prima “Cassa di Previdenza fra gli Ufficiali dei Carabinieri”. L’iniziativa riscuote molto successo, tanto che il Comando Generale decide di estenderla anche ai Sottufficiali, lasciando comunque facoltativa l’iscrizione.
Anche nella struttura dell’Associazione esiste la tendenza a diffondersi nel territorio, attualmente l’ANC è presente in 13 Stati (Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina, Sud Africa, sono solo alcuni) di  ben quattro Continenti, a riprova tangibile del perdurare dei valori morali e spirituali che da sempre animano i Carabinieri in servizio e in congedo. Con l’espandersi dell’emigrazione italiana nel mondo, insieme alla forza lavoro, sono stati esportati valori quali spirito di corpo, senso dell’onore, sentimento patrio, orgoglio di essere Carabiniere.
L’aumento della sensibilità sociale registrato nell’ultimo trentennio del secolo scorso ha reso più evidenti una serie di bisogni ai quali si fatica a dare una risposta istituzionale adeguata e soddisfacente: la disoccupazione, la crescita del “consumismo”, i problemi ambientali, l’individualismo e l’arrivismo, sono condizioni che hanno trovato una parziale risposta nel volontariato, nuova componente degli scenari istituzionali che segna un’importante inversione di tendenza ad attribuire esclusivamente allo Stato compiti e funzioni di assistenza, di aiuto e servizio sociale. Nell’ANC l’attività di volontariato con funzioni di protezione civile e solidarietà inizia in seguito a un evento tragico come il terremoto del Friuli nel 1976 e viene reiterata in occasione di altre pubbliche calamità. Attualmente l’ANC gestisce gruppi di volontariato “qualificato” che hanno ormai acquisito un proprio statuto e un proprio ufficiale riconoscimento.
Nella prospettiva di un aggiornamento e di un adeguamento alle nuove realtà sociali e culturali, negli ultimi capitoli vengono toccati argomenti quali la nascita delle “Benemerite”, figlie, mogli, sorelle di Carabinieri in servizio o in congedo che, desiderose di sentirsi più vicine ai loro congiunti, vengono impiegate nelle attività istituzionali dell’Associazione; la diffusione di organi di stampa e pubblicazioni che dal 1872 sono apparse sia per l’Arma sia per l’Associazione e infine un breve excursus cronologico dei raduni dell’ANC nel tempo che costituiscono i momenti più sentiti di unione e riconoscimento tra gli associati.
In conclusione, al di là di ogni intento agiografico o autoesaltativo, questo studio ha inteso tramandare il ricordo e il racconto degli avvenimenti del passato, per continuare ad alimentare l’alta missione sociale di assistenza materiale e morale svolta dall’Associazione nei confronti dei Carabinieri di tutti i tempi.
 
Ten. CC Beatrice Di Grazia


Cristiano Armati
Yari Selvetella

Roma Criminale

Newton & Compton Editori,
2006, pagg. 449,
euro 14,90

L’omicidio di Matteotti, la strage delle Fosse Ardeatine, il caso Bebawi, il massacro del Circeo, la morte di Marta Russo e molti altri, sono eventi delittuosi che hanno un unico comune denominatore: sono episodi di cronaca giudiziaria dell’ultimo secolo che hanno avuto per scenario Roma, “città fondata con un omicidio e popolata con uno stupro di massa”, come argutamente ricordato in premessa dai due autori. Essi analizzano questi eventi delittuosi con suggestioni tematiche interessanti, ipotizzando, talvolta, anche analogie con episodi di cronaca del passato, in particolare con il periodo della Roma Umbertina: il coinvolgimento di ambigui apparati di potere è comune all’assassinio di Sonzogno e a quello di Mino Pecorelli; il 1897 - durante il quale si verificò una grave crisi edilizia - può essere paragonato alla seconda metà degli anni ’70, ricca di tangenti ad opera di spregiudicati imprenditori edilizi; una certa disinvoltura economica caratterizzò tanto l’epopea di Sommaruga, quanto il crac del Gruppo Cragnotti; il caso della nobildonna Filo della Torre, infine, presenta analogie con quello della Contessa Lara.
La trattazione dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini è più particolareggiata e sembra perseguire lo scopo di impedire che il caso non venga riduttivamente ricordato come l’incidente di percorso di un artista sui generis, talvolta ritenuto scomodo e imbarazzante: egli morì perché, asseritamente, indagava su loschi affari che interessavano congiuntamente taluni esponeneti politici e rappresentanti malavitosi romani. I due autori arrivano a fare addirittura i nomi degli assassini, a loro dire conosciuti da molto tempo in certi ambienti romani, fino ad oggi impietosamente omertosi.
Armati e Selvetella analizzano tutti gli eventi mantenendo sempre un ricorrente punto di vista: Roma e i suoi abitanti, protagonisti e spettatori di una storia in cui il mistero è l’attore principale.
L’opera, però, sembra caratterizzata da un modus operandi e una forma mentis tipiche del ricercatore universitario - forse retaggio della giovane età degli autori, entrambi trentenni - piuttosto che del giornalista investigativo. La trattazione estremamente sintetica di alcuni delitti, infatti, sembra essere finalizzata alla produzione di un compendio divulgativo-informativo e non appare invece il risultato di un’inchiesta approfondita. Lo stile romanzato assume una valenza bivalente: da un lato rende più avvincente la lettura ed elimina il rischio di una esposizione troppo analitica ed asettica, spesso ricorrente nelle opere in cui sono analizzati molteplici eventi; dall’altro caratterizza il lavoro in termini non sempre credibili, soprattutto nelle diverse analogie con gli episodi di cronaca del passato, talvolta non pertinenti.

Magg. CC Gianluca Livi


Ali Tariq

All’ombra del melograno

Baldini Castoldi Dalai,
2007, pagg. 348,
euro 18,00

L’opera ripercorre le vicende che in Spagna, alla fine del XV secolo, segnarono la fine della dominazione islamica per mano dell’impero cristiano. Nel 1499, a Granada, sette anni dopo la resa della Spagna islamica, in palese violazione di specifici accordi pregressi, il mondo cattolico impedì ai musulmani di professare liberamente la loro fede, bruciando i libri nei quali erano depositati cultura e sapere islamico di ben 8 secoli, vietando gli usi, i costumi, la musica e addirittura la lingua. Il romanzo vede protagonisti gli esponenti dei Banu Hudayl, aristocratici musulmani ormai impotenti di fronte agli eventi, costretti a scegliere come sopravvivere, combattutti tra il restare da convertiti o il fuggire nel Nord Africa per non rinnegare fede e cultura.
Il titolo, dal doppio significato, allude al simbolo della città di Granada del 1499 (l’ombra del melogramo, appunto) ma sta anche ad indicare l’ombra che realmente veniva proiettata dai melograni piantati nel giardino degli aristoratici, luogo ove riecheggiavano presente e passato del mondo islamico. L’autore, Tariq Ali - figura di spicco della sinistra critica internazionale - è storico, analista politico-culturale, romanziere e regista cinematografico. Egli offre una visione distante dallo stereotipo del mondo islamico fornito dalla storia formale. La sua opera, seppure in chiave di romanzo, risulta molto attuale poiché sembra denunciare le incertezze politico-religiose che stanno caratterizzando l’Europa dei nostri tempi. Lo scrittore non è un novizio del genere: oltre ad aver pubblicato diversi studi sui rapporti tra islamismo e culture occidentali, è autore di volumi dedicati alla politica internazionale (“Bush in Babilonia. La ricolonizzazione dell’Iraq” edito da Fazi nel 2004) o al fondamentalismo religioso (“Lo scontro dei fondamentalismi” edito da Rizzoli nel 2002).

Magg. CC Gianluca Livi


Monestier Barbara

Sono venuti a prendermi la vita - Storia della mia adozione

Piemme editore,
2007, pagg 189,
euro 13,90

Generalmente, i libri che trattano il tema dell’adozione sono sempre scritti dai genitori adottivi o da addetti del settore (assistenti sociali, medici, operatori di orfanotrofi). Questo libro, invece, offre una chiave di lettura diversa, un altro e non meno importante punto di vista: quello della persona adottata. E il risultato non è molto positivo. La protagonista dichiara di aver vissuto un vero e proprio dramma. Abbandonata dalla madre biologica a poche settimane di vita, è stata cresciuta in affidamento in una bidonville vicino Santiago. Fino all’età di 4 anni e mezzo, quando venne adottata da una famiglia francese, il suo mondo era rappresentato dalla sua tata, gli altri bambini, la lingua cilena che stava imparando a parlare, il cibo e la cultura locali. Una vita non certo lussuosa, ma felice. L’autrice spiega che per lei l’adozione ha rappresentato una violenza, il furto di tutte le cose che lei aveva imparato a conoscere, ad accettare. Non fu un atto d’amore, ma un rapimento che ha causato un iniziale violento trauma, a cui hanno fatto seguito, giunta in Francia, sensazioni di paura e rabbia. E poi, crescendo, il tutto si è concretizzato in senso di inadeguatezza, depressione, tentativi di suicidio, visite presso centri di cura specializzati. Tutto ciò, allo scopo di sfuggire alle crisi di identità, ai mille dubbi che hanno minato la sua infanzia e la sua adolescenza. L’affetto, le energie, le fantasie, il calore umano - ancorché palesati in grande misura ed in assoluta buona fede dai propri genitori adottivi - si è tradotto nel tempo in un ricatto affettivo, in una gratitudine imposta, quasi fosse scontata, che la protagonista ben riassume nella frase, ripetutale infinite volte per tutta la vita: “sei stata adottata, ti è stato dato tutto e non avevi nulla, ora non puoi che essere felice”. Nel tempo, ciò è sfociato nella crescente esigenza di ricongiungersi con il suo paese d’origine, culminato con la conoscenza della madre biologica, avvenuto per la prima volta a ventuno anni.
L’opera fa riflettere su temi molto caldi e controversi. L’inedito pensiero della persona adottata ha scosso l’opinione pubblica francese, suscitando dibattito mediatico: la scelta egotica di avere un figlio, che in termini di legge si concretizza nel presunto “diritto al figlio”, si traduce per la bimba adottata in una vita agiata ma infelice a causa di una sofferta mancanza d’identità personale. Un punto di vista finora del tutto inedito.

Magg. CC Gianluca Livi


Fabrizio Calvi

I nazisti che hanno vinto. Le brillanti carriere delle SS nel dopoguerra

Piemme editore,
2007, pagg. 362,
euro 17,90

Fabrizio Calvi ha condotto uno studio che ha il sapore di una seria indagine, formale e rigorosa, più che dello scoop mediatico. Grazie alla consultazione di materiale d’archivio non più secretato, egli ha ricostruito le gesta di diversi nazisti che, dall’immediato dopoguerra in poi - al fine di salvaguardare biechi interessi materiali e grazie a complicità di ogni tipo o a ragnatele di rapporti ambigui - hanno operato presso propaggini più o meno clandestine di strutture politiche ed ufficiali di alcuni tra i Paesi vincitori del conflitto o, addirittura, sono giunti ai vertici di aziende multinazionali.
A titolo di esempio, Karl Hass, uno dei responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, fu assoldato nell’organizzazione “Los Angeles” con l’incarico di infiltrare il partito comunista italiano. “Hacke”, un’organizzazione clandestina interamente fondata da ex appartenenti al regime nazista, verrà successivamente infiltrata da agenti sovietici ed estenderà le sue ramificazioni in tutta Europa.
Alla fine, spiega l’autore, l’utilizzo di criminali di guerra fu talmente ricorrente, che i nazisti accolti negli Stati Uniti furono in totale più di diecimila. Per l’autore, tutto ciò ha un solo significato: le vittime hanno perso un’altra volta. E la seconda sconfitta suona oggi impietosamente più dolorosa della prima, perché evidenzia il disinteresse per la Shoah da parte degli Alleati a favore di biechi interessi economici e politici.

Magg. CC Gianluca Livi
Joseph E. Stiglitz

La Globalizzazione che funziona

Einaudi editore,
2006, pagg. 336
euro 16,50

Nella sua precendente opera, “La globalizzazione e i suoi oppositori contro le istituzioni internazionali”, Joseph E. Stiglitz (premio Nobel nel 2001 per l’Economia), denunciava il perseguimento di interessi economici da parte dei paesi ricchi a danno di quelli in via di sviluppo. In “La Globalizzazione che funziona”, l’autore cambia chiave di lettura e offre suggerimenti su come far funzionare la globalizzazione, su come ottimizzarla per arginare la miseria in cui verte il Terzo Mondo: la globalizzazione economica è una forza positiva, capace di incentivare la crescita e di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni più povere del pianeta. A tal uopo è necessaria una revisione degli accordi commerciali, delle politiche economiche imposte ai paesi più poveri, una riorganizzazione degli aiuti internazionali e del sistema finanziario globale. “Io penso”, spiega l’Autore, “che abbiano ragione anche gli ottimisti - quelli che, in assemblee come il World Social Forum di Mumbai, hanno affermato che «un mondo diverso è possibile»”. In questo libro vengono illustrate alcune riforme che permetterebbero alla globalizzazione di realizzare in modo più convincente il proprio potenziale, migliorando la vita delle persone sia nel mondo industrializzato sia in quello in via di sviluppo. “È vero che facciamo parte di un’economia sempre più globale”, continua l’autore, “ma tutti noi viviamo in comunità locali e continuiamo, molto più di quanto non si creda, a pensare in termini di realtà locale. È naturale che si attribuisca più importanza a un posto di lavoro perso sul mercato nazionale che non a due nuovi posti di lavoro creati all’estero. Questa mentalità ristretta ci porta spesso a non valutare correttamente quali effetti potrebbero avere determinate politiche da noi auspicate sull’economia globale e a preoccuparci solo dell’impatto diretto che potrebbero avere su di noi. Perché la globalizzazione possa davvero funzionare, bisognerà cambiare mentalità: dovremo pensare e agire in modo globale”.

Magg. CC Gianluca Livi


Benedetto XVI (Joseph Ratzinger)

Gesù di Nazareth

Rizzoli editore,
2007, pagg 446,
euro 19,50

“Gesù di Nazareth”, ovverosia l’interpretazione della figura di Gesù nel Nuovo Testamento secondo Joseph Ratzinger. Al tempo della giovinezza del Santo Padre - negli anni Trenta e Quaranta -prestigiosi autori pubblicarono una serie di libri entusiasmanti ove, riferisce egli stesso, “l’immagine di Gesù Cristo veniva delineata a partire dai Vangeli: come Egli visse sulla terra e come, pur essendo interamente uomo, portò nello stesso tempo agli uomini Dio, con il quale, in quanto Figlio, era una cosa sola. Così, attraverso l’uomo Gesù, divenne visibile Dio e a partire da Dio si poté vedere l’immagine dell’uomo giusto. A cominciare dagli anni Cinquanta la situazione cambiò. Lo strappo tra il “Gesù storico” e il “Cristo della fede” divenne sempre più ampio; l’uno si allontanò dall’altro a vista d’occhio. (...) I progressi della ricerca storico-critica condussero a distinzioni sempre più sottili tra i diversi strati della tradizione. Dietro di essi, la figura di Gesù, su cui poggia la fede, divenne sempre più incerta, prese contorni sempre meno definiti. Nello stesso tempo le ricostruzioni di questo Gesù, che doveva essere cercato dietro le tradizioni degli Evangelisti e le loro fonti, divennero sempre più contraddittorie: dal rivoluzionario nemico dei romani che si oppone al potere costituito e naturalmente fallisce, al mite moralista che tutto permette e inspiegabilmente finisce per causare la propria rovina”. Il libro del Santo Padre nasce dall’esigenza di offrire una figura di Gesù diversa da quella descritta negli ultimi decenni. Sembra che gli autori effettuassero la ricostruzione della figura del figlio di Dio trasponendo i propri ideali, piuttosto che descrivere dettagliatamente un’icona diventata nel tempo assai confusa. Ciò ha portato, secondo il Papa, a rendere il credente diffidente verso queste immagini di Gesù, che hanno piuttosto generato una certa distanza tra la comunità e il figlio di Dio. Se ne deduce che noi sappiamo ben poco di certo su Gesù e che invece, molto tempo dopo la sua comparsa, la fede nella sua divinità abbia plasmato la sua immagine. Una simile situazione “è drammatica per la fede perché rende incerto il suo autentico punto di riferimento: l’intima amicizia con Gesù, da cui tutto dipende, minaccia di annaspare nel vuoto”. Pertanto, il Sommo Pontefice muove dall’esigenza di fornire alcune “indicazioni di metodo” affinché esse determinino la strada della Sua interpretazione della figura di Gesù nel Nuovo Testamento. Egli non vuole andare contro la moderna esegesi - alla quale anzi riconosce il merito di aver divulgato fonti e concezioni attraverso le quali la figura di Gesù viene descritta con una vivacità e profondità che solo pochi decenni fa non era immagnabile - ma che offre una visione che va al di là dell’interpretazione storico-critica, che invece si può ottenere analizzando tale figura con nuovi criteri metodologici. Questi ultimi permetteranno certamente un’interpretazione teologica della Bibbia che, però, non può essere affrontata senza il presupposto essenziale della fede. In sintesi, per il Santo Padre, la scelta di fede non può derivare dal puro metodo storico. Egli ha cercato di presentare il Messia come il vero Gesù, muovendo dalla considerazione che la figura del “Gesù storico” sia molto più logica e comprensibile delle ricostruzioni offerte dai molteplici autori di cui sopra. Ciò è possibile proprio partendo dal presupposto che i Vangeli stessi tratteggiano una figura storica assolutamente sensata e stabile. Solo così si può spiegare la Sua crocifissione. Per spiegare la credibilità dei Vangeli, egli analizza, tra le tante, la parabola evangelica del buon samaritano. È plausibile l’episodio dell’uomo che, assalito dai briganti sulla strada per Gerico, viene da questi ultimi abbandonato in fin di vita ai bordi della via. “È una storia assolutamente realistica, perché su quella strada assalti simili accadevano regolarmente”. Delle tre figure che si trovano a transitare per quella strada, un sacerdote, un levita, ed un samaritano (“probabilmente un mercante”), solo quest’ultimo mostra compassione e aiuta il malcapitato. Così facendo, egli si fa “prossimo” e dimostra alla comunità che non è difficile diventare una persona protesa al bisogno dell’altro. Il Santo Padre, infine, attualizza tale parabola asserendo che le popolazioni del Terzo Mondo sono “prossime” a noi. “Vediamo che anche il nostro stile di vita, la storia in cui siamo coinvolti li ha spogliati e continua a spogliargli. In questo è compreso soprattutto il fatto che le abbiamo ferite spiritualmente. Invece di dare loro Dio, il Dio vicino a noi in Cristo, e accogliere così dalle loro tradizioni tutto ciò che è prezioso e grande e portarlo a compimento, abbiamo portato loro il cinismo di un mondo senza Dio, in cui contano solo il potere e il profitto”.

Magg. CC Gianluca Livi


Lirio Abbate
Peter Gomez

I Complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al parlamento

Fazi Editore,
2007, pagg. 353,
euro 15,00

Gli autori di questo libro sono accomunati dal modo di vivere la loro professione. Cronisti per istinto, ancor prima che per passione.
Lirio Abbate è il giornalista che per primo, nello stesso istante in cui è avvenuta, ha diffuso al mondo intero la notizia della cattura di Bernardo Provenzano. è lui, infatti, il cronista dell’ANSA di Palermo che quella mattina dell’11 aprile del 2006 era appostato tra i rovi e le rocce di Corleone, a spiare i poliziotti che a loro volta spiavano Bernardo Provenzano e che lo hanno catturato. “Arrestato Provenzano”: è questo il suo “lancio” delle 11:28 che, partito da Montagna dei Cavalli, in pochi minuti ha fatto il giro del mondo e che gli è valso il premio quale “Cronista dell’Anno”.
Peter Gomez, redattore de L’Espresso e autore di numerosi libri, allievo di Indro Montanelli, è un giornalista d’inchiesta vecchio stampo. Abituato a scavare, studiare, verificare sempre in modo approfondito e rigoroso, firma da anni inchieste scottanti e coraggiose, spesso scomode, portando alla luce, con rara onestà intellettuale, sconcertanti fatti di cronaca e verità nascoste che si annidano nelle zone d’ombra al confine tra potere ufficiale e criminalità.
Questo loro libro ha davvero molti pregi. Si tratta di una intelligente e documentatissima biografia di Bernardo Provenzano, concepita e sviluppata secondo un angolo visuale ben preciso: quello delle complicità, delle connivenze e delle alleanze, trasversali ad ogni forma di potere lecito ed illecito, attraverso le quali, negli anni, si è - da un lato - affermato ed evoluto il suo ruolo mafioso e - dall’altro - protratta, per un tempo incredibilmente lungo, la sua latitanza. Sono ricostruiti, esclusivamente sulla base di una rigorosa documentazione, gli ultimi decenni della storia personale di Provenzano. Quello che ne emerge, però, è anche un pezzo inquietante della storia d’Italia, fino ai nostri giorni.
Il libro, scritto in uno stile immediato ed avvincente, porta alla luce - con lucidità e precisione storica inedite - la complessità psicologica e la sofisticatissima capacità di gestione del potere che hanno fatto di Bernardo Provenzano il leader indiscusso di cosa nostra, cui hanno fatto capo le più importanti scelte strategiche dell’organizzazione, la gestione delle attività illecite e soprattutto la distribuzione interna delle risorse.
Si tratta di un libro davvero importante, poichè, tra l’altro, sfata con grande efficacia la pericolosa tendenza revisionistica, rapidamente affermatasi subito dopo la sua cattura, che ha portato molti commentatori, anche autorevoli, a sminuire il reale spessore di Bernardo Provenzano, soffermandosi solo sugli aspetti folcloristici portati alla luce dal suo arresto: l’aspetto dimesso, l’umile stalla in cui si nascondeva, la cicoria, il miele, le buste della biancheria.
Grazie alla faticosa ed intelligente opera critica e di ricerca compiuta dagli autori, nel libro vengono ricostruiti, in modo preciso e documentato, gli investimenti nell’edilizia, nella sanità, nell’agricoltura, grazie ai quali - da tempi ed attraverso alleanze compresi solo con molti anni di ritardo - Bernardo Provenzano ha costituito il proprio immenso potere economico e mafioso. Vengono passate al setaccio ed illustrate in modo chiaro, le alleanze e le cointeressenze che Bernardo Provenzano ha saputo tessere, con moderno spirito bipartisan, con esponenti di tutte le aree politiche. Sono delineate in modo preciso le figure di quella ristretta cerchia di uomini d’onore, figure fondamentali nel sistema di potere di Provenzano, che hanno costituito i suoi più fidati e preziosi consiglieri, il suo corpo diplomatico. Si tratta non di rozzi contadini con coppola e lupara (alcuni di loro probabilmente non hanno mai imbracciato un fucile), ma di uomini d’onore lontani dagli stereotipi, nati in piccoli paesi dell’entroterra corleonese e divenuti imprenditori di primo piano, funzionari della pubblica amministrazione, medici, politici. Uomini d’onore che hanno rivestito ruoli importanti, tanto in cosa nostra che nella società civile e che hanno quindi costituito i concreti anelli di congiunzione fra questi mondi così radicati l’uno nell’altro. Più che mai, nell’era Provenzano.

Cap. CC Giovanni Sozzo


Andrea Colombo

Storia Nera

Cairo,
2007, pagg. 266,
euro 17,00

Il 2 agosto del 1980 un ordigno di inaudita potenza esplose alla stazione centrale di Bologna: 85 persone perirono e altre 200 rimasero ferite. L’atto terroristico – che verrà ricordato come il più grave evento criminale del secondo dopoguerra italiano - verrà addebitato ai N.A.R. (Nuclei Armati Rivoluzionari), agguerrito gruppo terroristico di destra che, in quanto a pericolosità, era secondo solo alle Brigate Rosse. Ne facevano parte Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, detenuti dagli inizi degli anni ’80, ora coniugi, entrambi dichiaratisi estranei a quel terribile evento, sebbene rei confessi di altri omicidi. Questo libro - virtualmente diviso in due parti - parla di loro due: nei primi 12 capitoli vengono ripercorsi ed analizzati i prodromi che hanno spinto i protagonisti a percorrere la strada del terrorismo; nella restante parte viene analizzato più dettagliatamente il contesto che ruota attorno alla strage. Sembrerebbe il solito libro autobiografico, il già edito monologo difensivo incentrato sul “sono innocente” visto infinite volte in televisione e al cinema, letto ancora più spesso nei libri. E invece no. Curiosamente, i due ex N.A.R. decidono di affidare ricordi e versioni ad Andrea Colombo, un uomo di sinistra, in passato dirigente di Potere Operaio e notista politico del Manifesto, attualmente collaboratore del quotidiano Liberazione e portavoce di Rifondazione Comunista al Senato. Ne emerge un’opera frutto di una strana alchimia che si traduce in un inaspettato equilibrio dal quale affiora una decisa azione di autocritica, da entrambi le parti. “Il sospetto che il processo per la strage del 2 agosto 1980 si sia concluso con condanne ingiuste”, riferisce Colombo “non fa scandalo. (...) I condannati, stragisti o meno che siano, innocenti certo non sono. Si tratta di terroristi, rei confessi di svariati omicidi, condannati a numerosi ergastoli. Assolverli per il reato di strage non cambierebbe in nulla la loro situazione. Un altro motivo, certamente più rappresentativo dell’obiettività che anima l’autore, è di carattere più ideologico: “Non sono soltanto terroristi, ma anche fascisti. (...) I due leader dei Nar sono gli unici fascisti condannati dopo un’impressionanete serie di massacri rimasti impuniti ma di matrice quasi certamente nera. Riconoscere la loro innoncenza significherebbe eliminare l’unica traccia giudiziaria di responsbilità neofascista dello stragismo”. L’allusione alla vicenda “Sofri” sembra evidente: il sospetto di una condanna ingiusta ha, in quest’ultimo caso, alimentato dibattiti, cortei, polemiche, interessando esponeneti della politica, della cultura, dello spettacolo. Lo stesso sospetto non vale per i coniugi Fioravanti - sembra sottintendere l’autore - sia perché ex terroristi, sia perché fascisti.
L’atteggiamento di Colombo ricorda quello di Giampaolo Pansa (la cui ultima opera è stata recensita proprio su queste stesse pagine, in un numero passato), anch’egli giornalista di sinistra che, del tutto controtendenza, non ha esitato a denunciare tanto gli orrori commessi dai partigiani nell’immediato dopoguerra a danno degli ex appartenenti al regime fascista, quanto il silenzio che ne ha fatto seguito, proprio ad opera di esponenti del suo stesso schieramento politico.
Dal canto loro, i coniugi spiegano come si sono avvicinati all’ideologia di destra: a scuola Fioravanti commentò “un tema sulla Resistenza chiedendo con finta ingenuità se si debba intendere come Resistenza quella di Salvo d’Acquisto che si è fatto fucilare per salvare altri o quella dei partigiani di via Rasella che hanno fatto fucilare altri al posto loro”; la Mambro ricorda che i genitori e il nonno erano di destra: “di quello che era successo durante la guerra, mi offrivano un’interpretazione moderata, ragionevole. Non dicevano che tutto il bene era stato da una parte e tutto il male dall’altra”. “Per Lei”, puntualizza Colombo, “la vera immagine della destra è la loro, non quella offerta da un fanatismo nostalgico che non condivide o, peggio, da un antisemitismo che non sopporta”. Essi chiariscono anche la ratio di certe scelte estreme e violente, rivedendole con un atteggiamento di fondo che appare sincero: ricordando l’omicidio (da loro promosso e concretizzato) di Mario Amato, uno dei pochi magistrati ad occuparsi del terrorismo di destra, affermano: “se è vero che Amato non conosceva noi, è altrettanto vero che noi non conoscevamo lui. Conoscevamo alcune sue frasi prese dai giornali, da spezzoni di interrogatorio che qualcuno ci riferiva, ma non ci si dovrebbe mai fidare delle fonti così frammentarie e parziali. Le sue frasi, inserite nel giusto contesto, erano molto meno sbagliate di come ci erano sembrate isolate, a se stanti”. Letta a distanza di anni, la sua deposizione al Csm appare frutto di “un ragionamento molto pacato e sereno, addirittura garantista, generoso. Paradossalmente dicevamo quasi le stesse cose: lui sosteneva che qualcuno stesse usando la nostra rabbia, e noi pensavamo la stessa cosa”. Dichiarazioni, queste, che suscitano emozioni altalenanti: si rimane quantomeno perplessi pensando alla facilità con cui, in quegli anni, alcuni ragazzi emettevano ed eseguivano sentenze di morte; colpisce, invece, il senso di autocritica che anima oggi i responsabili di quegli omicidi.
A prescindere dalla versione innocentista assunta sia dall’autore, sia dai protagonisti, in merito ai fatti di Bologna, il libro appare ben fatto, equilibrato, quasi ponderato. L’atteggiamento dei due coniugi non deve essere interpetato come troppo algido o crudelmente asettico: essi ammettono, oggi, di non voler “far finta di essere stati personcine buone e gentili che pensavano solo al bene dell’umanità”. I due ex Nar, semplicemente, percorrono la strada della ragionevole autocritica, col senno di venticinque anni dopo, comunque in termini sempre scevri dal facile pentitismo, mai interessato ad entrambi.

Magg. Gianluca Livi