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  • N.2 - Aprile-Giugno
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Libri

a cura del Ten.Col. CC Fausto Bassetta

“Eppure ci furono anche in Libia gli eroi, candidi, soldati, umani. Chi non abbandonò l’amico, chi morì per nulla, sapendolo. Puro gesto senza ideale, se non quello umano, gentile, nello specchio del destino che lo guardava: Senza fiamma alcuni furono eroi. Si vide anche cosa poteva dare un uomo senza patria, vilipeso, afflitto per venti anni da una bestiale tirannia, eppure rimanere ancora gentile.
Quando essere davanti alla morte, sfumare l’odio, ed essere uomini che hanno un destino, e solo quello. Un nobile soldato senza bandiera; non c’è di più triste; e che una bandiera non si può fare.
Ebbene ci furono”.

Mario Tobino

Il deserto della Libia
(l’opera è in libreria per i tipi Mondadori, collana Oscar Mondadori, al prezzo di euro 6,80)

Il panorama letterario sulla Seconda guerra mondiale offre molto sulle vicende belliche in Russia, ma non molto sulla guerra in Nord Africa. In tal quadro, Il deserto della Libia rappresenta una testimonianza straordinaria, un documento letterario di eccezionale valore. Mario Tobino descrive con grazia ed ironia personaggi, luoghi e traversie di una sezione di sanità del Regio Esercito. Uno sguardo originale ed atipico sulla guerra e sul mondo militare, quale quello degli ufficiali medici e degli aiutanti di sanità, una prospettiva dove all’eroismo si sostituisce lo slancio umano di chi vive per curare e cura per continuare a far vivere ancora. Ma non è una prospettiva volutamente antieroica, è il tentativo estremo di ricondurre ad un senso di più profonda umanità una serie di eventi che talvolta sfuggono anche all’umana comprensione.
Il racconto si svolge sullo sfondo caldo ed inquietante del deserto, dove tutto si riduce all’essenziale, dove le passioni e gli atti estremi sono come amplificati e semplificati nella loro primordiale purezza. Lo stile è volutamente ironico, talvolta sarcastico quando non si può non evidenziare il pressappochismo, l’inettitudine, l’ottusità burocratica, persino la pazzia. Ma non è un’ironia fine a se stessa che si compiace della sua perfetta riuscita letteraria: l’ironia aiuta a capire cose che sembrano incomprensibili e consente di sopportare anche le peggiori avversità. In questo contesto, pagine mirabili possono essere lette quando l’Autore narra le vicende e le nefandezze del capitano Oscar Pilli, ufficiale medico che incarna appieno la degenerazione dell’autoreferenziale spirito burocratico militare. Forse uno dei più riusciti personaggi del libro, la cui sola presenza al comando della sezione di sanità tradisce i limiti e le incapacità dei superiori comandi di gestire le proprie responsabilità. Una vicenda esemplare e paradossale, che strappa continuamente sorrisi e suscita un’ilarità tragicomica; ma in fondo sono sorrisi amari. Il tono dissacrante dell’opera pone in luce tutta l’amarezza e il disincanto di una generazione spesso mandata a combattere senza un preciso scopo, senza una più alta visione morale che non fosse sterile retorica: una generazione allo sbaraglio che meritava qualcosa di più e di meglio. L’opera, però, non si involve in un senso di rassegnata disperazione, ma si apre continuamente alla speranza, recupera costantemente quei valori e quelle virtù talmente radicate che nessun tipo di propaganda può offuscare. Allora non tutto è buio e negativo. Eppure, come afferma in chiusura Mario Tobino, “Ci furono anche in Libia gli eroi”, anche nel mezzo del deserto torrido e desolato, quasi preannuncio di sicura morte. Anche lì la nobiltà del soldato, magari senza una bandiera, è pienamente riconosciuta in un singolo gesto, semplice nella sua umanità e carico di significato nel suo profondo valore eroico. Il deserto della Libia è un altro documento eccezionale, è un’altra lettura alla quale non si può rinunciare.


“Altri, raccogliendo più tardi testimonianze precise, hanno ricostruito con maggior esattezza la vicenda di quella notte: qui, in queste pagine che non sono di storia né di cronaca, ma un viaggio a ritroso nella memoria, rimangono vere le immagini che allora si formarono, la bufera, i giovani inermi, i lanciafiamme. E ancora la corsa affannosa delle staffette verso il comando, il risvegliarsi ansioso dei partigiani, l’ira alla vista della fattoria incendiata, il dolore man mano più cocente ogni volta che, tra i campi, nel buio, si ritrovava il corpo straziato di un compagno. Poi l’alba, lucida dopo la pioggia, e i cadaveri degli impiccati, come un rimorso per ciò che non si era riusciti a impedire.
Ma non un crollo, un abbandonarsi alla disperazione; anzi una lunga marcia di trasferimento, la fitta rete dei collegamenti con il gruppetto lasciato di vedetta al vecchio campo, il ritorno, segnato dalla consapevolezza che la lotta si presentava, d’ora innanzi, più dura.
In un certo senso, anzi, proprio da quella notte, la formazione partigiana aveva acquisito il carattere organico di un corpo di combattimento, la coscienza piena della disciplina. Molti erano caduti perché avevano voluto sottrarsi ad una regola, ma anche coloro che tale regola non avevano saputo far rispettare – o imporre – erano responsabili. Un corpo di volontari cresce e si forma, proprio attraverso queste prove e queste successive prese di coscienza; ma, una volta acquistatala, non la perde più, diviene quell’organismo vivente che era ormai la nostra brigata”.

Mario Spinella

Memoria della resistenza
(l’opera è in libreria in versione tascabile per i tipi Einaudi, al prezzo di euro 7,23)

La letteratura sulla Resistenza offre certamente un vasto panorama di memorialistica. Il libro di Mario Spinella rappresenta una delle più felici interpretazioni di questo filone letterario. L’Autore ha combattuto in Russia e successivamente nelle file della Resistenza, vivendo di persona una serie ininterrotta di vicende che da soldato abbandonato a se stesso dopo l’8 settembre a Brescia, lo portarono ad operare nella clandestinità a Firenze, dove sarà anche imprigionato, per poi militare in una brigata sui Monti Scalari, sino alla liberazione del capoluogo toscano. La narrazione si sviluppa in tanto brevi e brevissimi racconti, con la costante indicazione del luogo in cui si svolgono i fatti descritti e il tempo in cui sono accaduti. È una memoria che torna a ritroso nel tempo sui propri passi, percorrendo città, vie, campagne, monti, fredde celle, piccoli appartamenti e caldi ricoveri di montagna. È una memoria che racconta fughe, battaglie, attese, la paura di essere scoperti e il timore di rimanere uccisi in qualche scaramuccia. È una memoria viva e vitale che vuole rendere testimonianza, senza particolari velleità letterarie e senza un preciso intento di documentazione storica, come lo stesso Autore si premura di avvertire nella “Giustificazione” del suo stesso libro. Mario Spinella rende testimonianza con precisione e con passione, con una serenità d’animo che indubbiamente ha costituito la sua principale forza morale durante tutto il suo periodo di clandestinità e di lotta partigiana. Questa stessa serenità rende la narrazione fresca, piana, di facile e piacevole lettura. Anche per questo siamo grati alla Memoria di Spinella, nella speranza che la memoria contribuisca sempre ad illuminare il presente con la luce del passato.


“Come molti altri ufficiali, il capitano Epivent non sapeva portare gli abiti borghesi. Quando era vestito di grigio o di nero pareva un commesso. Ma in divisa, trionfava …
Disprezzava tutti in generale, con molte gradazioni nel suo disprezzo.
Prima di tutto, per lui, i civili non esistevano neppure. Li guardava come si guardano gli animali, senza accordar loro un’attenzione maggiore di quella che accordava ai passeri o alle galline. Solo gli ufficiali contavano al mondo, ma non nutriva la stessa stima per tutti gli ufficiali. In sostanza rispettava solo i begli uomini. Perché la vera, l’unica qualità del militare era secondo lui la prestanza fisica. Un soldato, era un pezzo d’uomo, che diavolo, un gran pezzo d’uomo creato per fare la guerra e l’amore, un uomo di polso, molto virile e nient’altro…
Rideva molto degli ufficiali di fanteria, che sono bassi e grassi e hanno il fiatone quando camminano, ma nutriva soprattutto un invincibile disprezzo, che confinava con la ripugnanza, verso i poveri mingherlini che uscivano dal politecnico, quegli ometti magri con gli occhiali, goffi e maldestri, che sembrano fatti per la divisa quanto un coniglio per dire messa, sosteneva lui”.

Guy de Maupassant

Racconti di vita militare
(l’opera è in libreria in versione tascabile per i tipi Einaudi, al prezzo di euro 7,75)

Il libro di Guy de Maupassant raccoglie ventiquattro racconti brevi che si stagliano sullo sfondo della guerra franco-prussiana del 1870-71. L’opera costituisce un classico della narrativa del XIX secolo e una delle migliori dello scrittore francese. Tra le novelle non si può non citare la famosa “Boule de suif”, così come, tra i vari personaggi dipinti dell’Autore, una citazione particolare merita il capitano Epivent, lo stereotipo dell’ufficiale di cavalleria, l’incarnazione di un modello la cui forza identificativa è in parte sopravvissuta sino ai nostri giorni. Guy de Maupassant conosce bene il mondo militare e lo sa ritrarre con un gusto descrittivo veramente unico, in cui il piacere della lettura si fonde con l’arguzia del particolare, con la capacità di cogliere gli stati d’animo, con la sottile ironia che riconduce il gesto più austero e solenne alla sua irriducibile umanità. Ciascun racconto costituisce un’occasione letteraria per presentare un personaggio, un momento della vita, un sentimento umano, un insieme di circostanze ed avvenimenti che lungi dall’essere sconnessi ed isolati si compongono in unico romanzo. La vita militare è l’occasione e il materiale vivo da cui l’Autore tra spunto per tratteggiare virtù e miserie, i più nobili sentimenti e i più bassi istinti. Senza dubbio il più felice effetto narrativo del libro è la caratterizzazione dei personaggi che vivono e si muovono all’interno delle novelle, protagonisti non solo di un episodio, ma dell’intera vita. D’altronde, la lettura di Racconti di vita militare rappresenta certamente una piacevole opportunità per conoscere uno degli scrittori francesi più amati, autore - tra l’altro - dei Racconti del crimine.


“Ho allungato una pedata ad una gavetta ed ho schiaffato dentro un tipo arrogante che si conferiva certe arie beffarde.
Il soldato è l’attendente dell’aiutante maggiore in prima del Deposito, autorità cospicua, tanto che i comandi si sono fatti diligenti di preservarla da ogni peripezia gloriosa quanto si vuole ma priva di garanzie.
Ieri sera l’aiutante maggiore è rimasto senza attendente: stamane, appena entrato in caserma, ha parlamentato lungamente con lui. Poi è salito al comando; mi è passato dinanzi facendo suonare la guerresca fanfara dei suoi speroni, e mi ha trafitto con un’occhiataccia tremenda.
Sono stato invitato a salire dal colonnello.
‘Ieri lei ha dato un calcio alla gavetta di un soldato’.
‘Signorsì’.
‘Questo è abuso di autorità. Tenga gli arresti’.
‘Mi duole che non potrò scontarli, poiché stasera dovrò partire per il fronte’.
Il colonnello si è ficcata la pancia sotto lo scrittoio, ha acceso una sigaretta, mi ha risposto senza guardarmi, annoiato e contrariato.
‘Non importa. Lei sa che la punizione ha carattere soprattutto morale.’”

Carlo Salsa

Trincee. Confidenze di un fante
(l’opera è in libreria per i tipi Mursia, al prezzo di euro 17,00)

Il libro è una testimonianza diretta delle vicende belliche della Prima guerra mondiale vissute da un giovane ufficiale di fanteria che ha combattuto in prima linea ed è stato successivamente catturato come prigioniero. Si tratta di una delle opere più intense sulla Grande guerra che senza retorica, senza intenti apologetici, descrive la vita (e la morte) nelle trincee del Carso. I combattimenti, la vita quotidiana, le miserie e la grandezze dell’uomo, chiamato ad una prova superiore a qualsiasi altra, le migliori virtù militari come i più spregevoli comportamenti egoistici e irresponsabili costruiscono una trama narrativa che si dipana nel libro con una tale fluidità da tenere costantemente assorto il lettore. Una lettura certamente gradevole, ma che non risparmia una continua riflessione sui profondi temi che emergono con prepotenza dal racconto e che riguardano innanzitutto l’uomo, spesso disarmato di fronte all’ineluttabile e ad un destino già scritto. Dal punto di vista letterario, l’Autore esprime uno stile personale dove si fondono la calda emozione di chi scrive ciò che ha vissuto e la fresca vena di chi racconta per rendere una degna testimonianza per tutti coloro che non hanno potuto o saputo farlo. Le pagine di Trincee nella loro bellezza semplice e diretta non lasciano indifferenti, non sono un resoconto più o meno dettagliato, ma costituiscono soprattutto una memoria riconoscente per chi ha dimostrato, al di sopra di ogni umana aspettativa, cosa significhi sacrifico, solidarietà, responsabilità; allo stesso tempo, rappresentato una chiara denuncia per tutti gli orrori e le meschinità viste o subite. Un episodio, più di ogni altro sembra condensare questa duplice caratteristica dell’opera, quella dell’omaggio al sacrifico e quella della spietata denudazione dell’ottusità e dell’egoismo umano: “Il comandante degli alpini, un maggiore che aveva qualcosa di gentilizio nell’aspetto e nei modi, pallido, taciturno, severo come un asceta, ha fatto presente al Comando, dopo il primo tentativo interrotto da un suo ordine, le caratteristiche del terreno e l’impossibilità di persistere. I comandi, per telefono, hanno richiesto il numero delle perdite. ‘Una trentina di morti’, venne risposto. ‘Si riprenda l’azione’, ordinarono senz’altro. Con questa miseria di trenta morti, come si fa a dimostrare che un attacco non si può condurre? L’azione fu ritentata da vari sbocchi, in massa. Una mitragliatrice ha preso la parola lassù, fra le tane che tarlano la muraglia rocciosa. Ma gli alpini, scarponi, hanno continuato a traboccare dalla trincea, impassibili. Bisogna andare, c’è l’ordine, mi spetta, e dunque non c’è più niente da dire. ‘Si sospenda l’azione!’ ha ordinato nuovamente il maggiore. E s’è riattaccato al telefono. Dopo un conciliabolo serrato, fu visto gettare il microfono e uscire dallo sgabuzzino. Al suo aiutante disse, pacatamente, con quella sua brevità austera e triste: ‘Esco io. È il solo mezzo per far cessare l’attacco’. Si buttò fuori, solo; alla prima fucilata stramazzò sul mucchio dei suoi alpini. E l’azione, lassù, fu sospesa.”
Questo è Trincee di Carlo Salsa. A lui la riconoscenza per quanto ha scritto e raccontato; a noi il dovere di coltivare la memoria.