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Editoriale

Copertina del numero

Copertina della Rassegna dell'Arma - N. 2 - Aprile - Giugno 2007



Il privilegio conferitomi di essere stato più volte destinato ad incarichi di comando nella linea addestrativa dell’Arma mi ha portato spesso ad interrogarmi sul significato più recondito della parola “formazione”, termine talvolta abusato, talaltra non sempre efficacemente utilizzato. D’altronde, non posso non chiedermi cosa si celi realmente dietro questo termine, la cui accezione risulta estremamente variabile in base ai diversi contesti in cui viene adoperato. Per il direttore di una rivista, che si propone di aggiornare una specifica preparazione professionale, è quanto di più semplice, ma - ritengo sia anche - quanto di più eticamente doveroso ci si possa porre. Allora viene da domandarsi quale aggiornamento, quale preparazione, quale specificità? In una sola parola quale formazione? La tecnocrazia moderna ci stimola ad abbracciare un tipo di formazione eminentemente efficientista; cioè ottenere un “output” specifico, un valore quantitativo sul quale misurare le nostre capacità di preparazione e, in tal senso, bisogna saper far acquisire le conoscenze, le informazioni, le nozioni, le procedure, le tecniche più corrette ed efficaci. Non c’è dubbio che un prodotto sia necessario; ma una visione “aziendalistica” non è sufficiente. Una formazione marcatamente tecnica prepara a costruire competenze salde e specifiche, conferisce capacità pratiche, ma non nutre: può al massimo saziare. Far bene ciò che ci viene chiesto ci rende orgogliosi e ci gratifica, ma non ci viene soltanto chiesto quanto dobbiamo. Spesso, sempre più spesso, ci viene chiesto di più, molto di più. L’ufficiale, al di là e al di sopra dell’educatore tecnico-professionale, è un educatore civico, tende a preparare una coscienza. Grave responsabilità che grava sul compito più arduo. Comandare altri uomini nel rispetto della loro personalità, dignità, cultura, tradizioni, affetti e sensibilità è una grandissima responsabilità. Da noi ci si aspetta anche un’azione di comando coscienziosa ed intelligente, un determinato comportamento morale, un tradizionale modo di essere che affonda le sue radici nell’esempio, nell’altruismo, nell’abnegazione, nel rigore. Tutto ciò non può essere oggetto di istruzione, né di sola formazione professionale: deve necessariamente intervenire un’azione che interessa il corpo, la mente ed il carattere per raggiungere un’educazione militare e professionale. Esiste, allora, nella formazione anche un problema educativo o, se vogliamo, di formazione morale. Educare è un processo lungo, metodico, nel quale non si richiede un atteggiamento abitudinario - sarebbe mero conformismo - né una ripetitività meccanicistica che annulla il valore dell’uomo. Educare è rivolgersi all’intelligenza di ognuno, è maturare secondo la propria individuale personalità, che è quanto di più prezioso possa appartenere al singolo e ad una Istituzione che si avvale del suo apporto. Educare è un modello di formazione biunivoco che fa crescere anche l’educatore, il cui confronto con i propri allievi è motivo costante di arricchimento. Educare è un percorso continuo che non ha obiettivi definitivi da raggiungere, ma si rinnova nello stesso cammino, si alimenta dalla stessa vita. Educare non è solo il perseguimento del “sapere essere”, della coscienza del proprio ruolo e della propria funzione, ma è innanzitutto orientamento ad una coscienza pratica, ad una volontà morale che esprime un impegno costante, inderogabile, assoluto, una visione alta del proprio servizio e del proprio operare. Essere consapevoli di questo, rendere consapevoli di questo è, pertanto, il fine ultimo dell’educazione. Formare ed educare costituiscono, allora, un binomio indissolubile, la sintesi di un prodotto dialettico nel quale commisurare armonicamente tempo, risorse, energie. La scuola, qualsiasi scuola, è naturalmente deputata a formare - mediante l’istruzione - e ad educare. È possibile chiedere un contributo nel senso anche ad una rivista? Ci proviamo, la sfida è troppo stimolante, la posta in gioco è troppo alta. Si tratta di contribuire ad educare i quadri dell’Arma dei carabinieri, uomini e donne con enormi carichi di responsabilità e dediti al bene della collettività, votati anche al sacrificio.
Da sempre, da quasi due secoli, coltiviamo a tale fine l’educazione militare e professionale, in estrema sintesi l’educazione alla responsabilità, all’accettazione serena e consapevole delle conseguenze delle proprie azioni, nel rispetto incondizionato dell’impegno assunto. La responsabilità va amata, non è un peso che ci opprime, non è un limite che ci condiziona, è la nostra libertà morale, è la misura della nostra dignità personale, è quanto di più bello e nobile ci è stato trasmesso ed abbiamo il dovere di insegnare.
Con la speranza che la lettura della Rassegna dell’Arma dei Carabinieri possa recare un pur piccolo contributo in tale senso.