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Le sfide dell'immigrazione alla sicurezza ed alla identità dell'Europa

Alessandro Ferranti

Alessandro Ferranti
Primo Segretario commerciale presso l'Ambasciata d'Italia a Città del Messico. Tenente di complemento in congedo dell'Arma dei Carabinieri, ha frequentato il 160° Corso Tecnico-Professionale e poi il 35° Corso Applicativo. Laureato in Scienze Politiche (indirizzo internazionale e comunitario) all'Università Luiss Guido Carli di Roma e in Scienze della Sicurezza all'Università di Roma Tor Vergata.


“Questi migranti sono come i conventi, ricevono e danno”.
Alessandro Manzoni
“Tu che volerai sopra il mare verso l’Italia bella e mi senti invocare, porta ad essa, rondinella, l’immenso mio anelar.
Da questa estranea sponda, lontano da te, mia terra, affido ad ogni onda la fede del mio cuor.
Ti penso lassù, folta di abeti e di argentei rii, ti amo come allora, tu vivi sempre in me.
Montagna mia, fida, cara terra natale, tornerò, quando che sia, nella mia casa lungo l’amica via.
Addio più non dirò”.

L’Emigrato
di Ambrogio De Vigili

1. Premessa

Le migrazioni, che possono definirsi quali spostamenti dell’uomo da un territorio ad un altro per fini di sussistenza o sopravvivenza, rappresentano un lemma antico della storia dell’uomo, la cui eco è rintracciabile già nel Vecchio Testamento. Esse hanno avuto carattere volta a volta temporaneo (se non stagionale) o permanente, periodico o irregolare, internazionale o entro i confini nazionali, proletario o colonizzatore, limitato o di massa. Dal tempo di Cristo in poi sono dipese il più spesso da guerre e persecuzioni. Più di recente, hanno assunto carattere prevalentemente economico, data la spinta alla ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro avvertita in modo crescente da larghe frange della popolazione mondiale, venendo a svolgere una funzione equilibratrice nel rapporto tra la densità delle popolazioni e le risorse economiche delle regioni di incidenza.
Affondando nei tempi più remoti, le invasioni barbariche, oltre a quelle degli Arabi, dei Mongoli, dei Turchi, hanno rappresentato i più grandi movimenti di gruppi umani verso l’Europa, a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medio Evo. Il fenomeno più grande di spostamenti dall’Europa si è svolto a partire dal sec. XV, in seguito alla scoperta delle nuove terre d’oltreoceano. Verso la fine del XVIII sec., con l’avvento della rivoluzione industriale e la conseguente crisi agraria, iniziarono gli espatri dalle Isole Britanniche, seguiti da quelli dai Paesi europei continentali (Germania, Francia, Spagna, Italia), tutti diretti verso l’America (con una notevole incidenza negli Stati Uniti(1)), l’Africa, l’Australia(2).
I flussi quantitativamente più elevati si sono registrati alla fine dei due conflitti mondiali che hanno segnato il Novecento. Nel secondo dopoguerra i Paesi meno ricchi dell’Europa mediterranea, cioè Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Turchia, hanno alimentato la manodopera impiegata non solo oltreoceano (Stati Uniti, Canada, Australia), ma anche in Paesi continentali come la Svizzera, la Francia e la Germania. La fine della Guerra Fredda ha proposto con maggiore forza all’attenzione dei Governi occidentali la questione degli spostamenti copiosi di popolazione, favoriti dal disgelo nella mobilità delle persone all’interno dell’Europa dopo la disgregazione politica dei Paesi dell’Est.
Quelle degli ultimi anni rappresentano un vero e proprio prolungamento in un nuovo scenario delle migrazioni delle origini, caratterizzate da dinamiche lente che riguardavano gli individui e, al più, le loro famiglie, ed oggi non più riconducibili a semplici spostamenti individuali o di gruppi, manifestandosi sempre più nella forma di veri e propri esodi improvvisi e (si perdoni la quasi endiadi) di massa verso le regioni del benessere, come l’Europa, odierna “terra promessa” e meta privilegiata di gran parte dei migranti del nostro tempo. In effetti, sembra essere in corso una risistemazione della popolazione del mondo guidata da fattori demografici, economici e politici destinati a permanere se non, per lo meno per certi aspetti, ad amplificarsi nel medio e nel lungo periodo. Sviluppo economico internazionale diseguale, crescente divaricazione tra aree di benessere e aree di miseria, boom demografico dei Paesi poveri e denatalità di quelli più industrializzati, guerre e conflitti etnici e religiosi ne costituiscono il motore.
I migranti. Il loro numero è crescente: secondo una stima diffusa dall’ultimo Dossier statistico curato dalla Caritas e dalla Fondazione Migrantes(3), in tutto il mondo al 2005 si sarebbero contati 191 milioni di immigrati, di cui 20 milioni richiedenti asilo o rifugiati, ai quali si aggiungerebbero 30-40 milioni di individui in situazione irregolare e 600-800 mila persone vittime della tratta.
La loro integrazione è fonte di contrasti e la loro presenza è un dato sempre più visibile, non ancora un fiume in piena, ma forse sì una marea montante. È sufficiente del resto osservare i passeggeri di un tram o di una metropolitana in una qualsiasi città europea per rendersi conto di come sia cambiata, negli ultimi anni, la geografia umana dell’Europa.
Già nel 1994 un film diretto dal regista Gianni Amelio, “Lamerica”, raccontava con illuminata tempestività i risvolti drammatici dell’immigrazione albanese. Un racconto ancora attuale, oggi più di ieri, preconizzando con poche “pennellate” di pellicola, con le quali si rappresentava, in un effetto catartico alla Racine, una “carretta del mare” carica di migranti che venivano verso l’Italia colmi di speranze e di paura, i contorni di una tragedia umanitaria.
Preconizzare un simbolo è più che trasporre la raffigurazione di un elemento reale. Significa andare oltre lo sguardo che lo investe e colpire l’immaginario arrivando a penetrare le coscienze e predisponendole alla realtà. Ecco così che la carretta del mare, come i gommoni, o i TIR con i sottofondi colmi di poveri esseri umani, evocano il simbolo di una contraddizione del tempo in cui è dato vivere, ove si proclama il diritto alla felicità per tutti ma ci si interroga sull’opportunità di riconoscere il diritto alla speranza di una vita migliore a chi è costretto nel vicolo buio di un destino di povertà e di conflitto.
I “naufraghi” delle periferie del mondo sono testimoni disperati e dolenti dei colossali processi di globalizzazione in atto. La stessa Europa sembra avvertire una crisi d’identità, combattuta com’è tra la civiltà fondata sull’universalismo dei diritti proclamati dall’Illuminismo sin dal tempo della Rivoluzione francese e le inquietudini di un presente che sembra porre in discussione il benessere futuro dei propri cittadini.
Chiari sono i sintomi che lasciano presagire il fenomeno immigratorio in netta espansione. È assai probabile che nel corso del secolo in cui viviamo la questione demografica che coinvolge l’Italia e gran parte dell’Europa, conseguente al differenziale tra il tasso di crescita delle popolazioni dei Paesi confinanti e quello delle popolazioni dell’Unione Europea, soprattutto di quelle che si affacciano sul Mediterraneo, e la prevedibile richiesta crescente di lavoratori per sostenere lo sviluppo economico europeo, avranno come conseguenza il verificarsi di continui esodi verso il vecchio continente, con effetti affatto esiziali sullo sviluppo delle comunità urbane, sociali ed economiche. Il flusso migratorio diverrà verosimilmente anche più intenso quando i migranti dalle aree a maggiore pressione demografica (tra le quali l’Africa Sub-Sahariana) potranno disporre di maggiori mezzi per spostarsi e sottrarsi così all’attuale stato di disperazione(4).
La soluzione? Non si può evitare un fenomeno così imponente, né si deve averne timore. Occorre invece governarlo, il che rende centrale la questione del diritto, cioè delle regole che debbono presiedere all’ingresso, alla stabilizzazione, alla sanzione di diritti e doveri degli immigrati.
Il vero problema, infatti, non consiste tanto nell’individuare gli strumenti più appropriati al fine di contenere i sempre più numerosi “arrivi di massa”, che racchiudono peraltro una delle modalità dell’immigrazione clandestina moderna; importa, invece, imparare a convivere con il fenomeno, approfondirne tutti gli aspetti e comprenderlo. Per far ciò non esiste una strada migliore di un’altra, salvo la buona volontà da parte dei Governi e la generosità da parte dei popoli dell’Europa. Per rimanere all’arte cinematografica, piace ricordare un film uscito qualche anno fa, “Beautiful people”, del bosniaco Jasmin Dizdar, che racconta con rassicurante sincerità quel che accade a quattro famiglie inglesi che si ritrovano a convivere senza troppi drammi con i profughi dell’ex-Jugoslavia nel cuore di Londra.
Non solo. La necessità di promuovere maggiormente lo sviluppo in loco, che costituisce un investimento a lungo termine, lascia in essere la necessità dei flussi migratori.
L’Italia s’inserisce in tale ambito non solo per l’esportazione dei suoi prodotti, ma anche per il fatto che all’estero vivono più di tre milioni di cittadini italiani e più di 60 milioni di oriundi(5), e per essere diventata ormai da decenni essa stessa un’area di grande immigrazione con un ritmo d’aumento sensibilmente sostenuto.
Dato lo scenario illustrato, occorre interrogarsi sulle vie da percorrere per fronteggiare le sfide e le minacce che verranno con tutta prevedibilità poste in misura crescente alla sicurezza ed all’identità stessa dell’Europa e dei singoli Stati europei dalla prosecuzione e radicalizzazione dei flussi migratori provenienti soprattutto dai territori dell’Africa, del Medio Oriente, dell’Asia, dell’Europa dell’Est e dell’America Latina.
Non si vuol spingere l’analisi troppo fortemente in un futuro che, pur se apparentemente immaginabile, mai come in questo periodo di mutamento accelerato è preferibile che sia contenuto entro orizzonti il più possibile conoscibili. Qui valgono i versi di Machado com’egli li aveva scritti: “viandante, non c’è via, la via si fa camminando” (“caminante, no hay camino / se hace camino al andar”).

2. Le cause della “diaspora” del XXI secolo

Una lettura coerente del fenomeno migratorio e delle caratteristiche strutturali e dinamiche dei nuovi flussi che lo contraddistinguono deve tenere conto dei processi di globalizzazione in atto e degli effetti che questi, in presenza di persistenti squilibri demografici ed economici tra le varie aree del mondo, determinano sull’incremento della circolazione mondiale delle persone. Più in generale, la tendenza dei movimenti migratori ad assumere un carattere “sistemico”, a collocarsi cioè all’interno di sistemi con specifiche caratteristiche geopolitiche e macroeconomiche(6), appare oggi vieppiù posta in discussione da molteplici elementi di imprevedibilità nonché dalla moltiplicazione e dall’accelerazione delle interconnessioni che caratterizzano il mondo globalizzato. In questo senso i processi migratori costituiscono una componente essenziale dell’attuale “disordine” internazionale(7).
Si è che i motivi delle migrazioni sono molteplici e complessi: gli esodi sono oggi causati soprattutto da situazioni di crisi economica e politica all’interno di un Paese e sono conseguenza diretta di un insieme di fattori, tra cui, per citarne alcuni, la sovrappopolazione, la povertà conseguente all’arretratezza dell’economia, la disoccupazione diffusa, i cambiamenti climatici, le catastrofi naturali, le persecuzioni, la prossimità geografica dei Paesi di immigrazione, i mezzi di trasporto utilizzabili per il viaggio, le condizioni meteorologiche prevalenti sulle vie di transito, la presenza di organizzazioni interessate a favorire l’emigrazione illegale.
Sarebbe dunque assai riduttivo ritenere di leggere il fenomeno secondo il paradigma tradizionale del conflitto tra Sud e Nord del mondo. Perché i fattori di spinta e di attrazione dei flussi migratori, cioè a dire i motivi che spingono le persone fuori dal loro Paese e le ragioni che li attirano verso un altro, agiscono rafforzandosi reciprocamente, in un processo che può condizionare in senso negativo o positivo, a seconda delle capacità di governo che gli Stati sono in grado di esprimere ed applicare nell’incidere sulle decisioni degli individui, lo sviluppo dei rapporti d’interdipendenza nel mondo contemporaneo.

2.1 Lo squilibrio demografico
La pressione demografica ed il dislivello nella distribuzione della ricchezza rappresentano senz’altro i più comuni fattori causali alla base degli spostamenti di popolazione, finanche di tensioni e conflitti tra Stati. Si ritiene comunemente che le migrazioni “volontarie”, soprattutto quelle determinate da fattori economici, prendano origine dalla cosiddetta “pressione demografica differenziale” esistente fra un Paese di origine ed un Paese di destinazione(8). Del resto, le preoccupazioni dell’Europa nei riguardi della “minaccia migratoria” discendono principalmente proprio dalla condizione del vecchio continente quale regione demograficamente in declino rispetto a molte di quelle immediatamente adiacenti, nonché dal divario economico sempre più elevato rispetto agli Stati del terzo e del quarto mondo(9).
Studiando il problema dell’immigrazione con la fredda lente dei demografi, appaiono dei veri e propri buchi nelle piramidi demografiche dei vari Paesi europei che tendono ad essere progressivamente riempiti da lavoratori extra-comunitari. Da una parte immigrati in cerca di lavoro che partono da Paesi sovraffollati soprattutto di giovani; dall’altra, Paesi con una popolazione sempre più vecchia, che hanno bisogno di una manodopera giovanile e che nei prossimi decenni potrebbero soffrire accentuati squilibri quantitativi, con una domanda che potrebbe eccedere in larga misura l’offerta di lavoro, e che verrebbero ad affiancarsi ai già ravvisabili forti squilibri qualitativi, consistenti nei lavori poco graditi e poco pagati che gli autoctoni non sono più disposti ad accettare, nonché agli squilibri territoriali, discendenti dalle carenze localizzate di offerta di lavoro a fronte di una limitata mobilità migratoria interna(10).
Né può risultare di conforto il dato secondo il quale nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo il tasso d’incremento demografico sarebbe in regresso. È vero che in Egitto, Tunisia e Turchia sono stati introdotti alcuni provvedimenti di pianificazione delle nascite che hanno ridotto il numero di figli per donna dai 7 degli anni ’70 ai 4 del 1996.
Ciononostante, il rovesciamento dei rapporti numerici tra le popolazioni delle due sponde del bacino mediterraneo appare ancora lontano ove si consideri che, secondo le più recenti previsioni demografiche, laddove nel 1950 gli europei erano il triplo degli arabi, entro il 2010 la situazione potrebbe essere esattamente opposta. Basti citare alcune stime sui tassi di crescita demografica nei prossimi trent’anni dei principali Paesi di provenienza dei flussi, regolari e non, dalla sponda sud del Mediterraneo, che prevedono gli incrementi più elevati in Nigeria (+ 76 milioni), Etiopia (+ 53 milioni), Egitto (+ 34 milioni), seguiti da Niger (+ 17 milioni), Mali (+ 16 milioni), Sudan (+ 15 milioni), Somalia (+ 13 milioni), Algeria (+ 11 milioni), Marocco (+ 11 milioni), e così via(11).
Anche l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) documenta nel “World Migration Report” del 2005 l’incremento delle migrazioni dirette in Europa e provenienti dal continente africano. Tra le cause identificate vi sono il deteriorarsi delle condizioni di vita nell’Africa Sub-sahariana, l’allargarsi del differenziale di reddito tra le due regioni e le ricorrenti politiche d’immigrazione restrittive adottate dai Paesi europei(12).
In altre parole, la pressione demografica alle porte dell’Europa è enorme e l’Italia è, fra tutti, il Paese maggiormente vulnerabile data la lunghezza difficilmente controllabile delle sue coste ed il basso indice di natalità, che già qualche anno fa lasciava presagire che: “… la nostra crescita demografica, prossima a zero, creerà il grosso problema della scarsità della forza lavoro, che in breve eguaglierà quella in quiescenza. Sarà giocoforza allora immettere nella catena produttiva, compresa quella di sicurezza, altre etnie, altre razze, rassegnandosi anche a Forze Armate multi-continentali”(13).
Per altro verso, l’approccio “demografico” difetta di una sistematica sorveglianza delle vicende storico-politiche, evidenziando una criticità d’interpretazione che, pur non limitandosi a ritenere che la spinta a cercare fortuna in altri Paesi derivi soltanto dalla crescita demografica, non consente di focalizzare l’interezza del fenomeno migratorio.
Basti al riguardo citare il caso dei movimenti migratori provenienti dai Paesi dell’Europa dell’Est non membri dell’Unione Europea - che rivelano una dinamica demografica molto simile a quella dell’Europa occidentale, con una popolazione che va invecchiando e con tassi di crescita spesso negativi - e le cui cause sono piuttosto riconducibili a fattori di ordine storico-politico, legati al fallimento del sistema di economia centralizzata di tipo sovietico ed ai conseguenti fenomeni della povertà generalizzata, della disoccupazione e dell’emigrazione.

2.2 I fattori geopolitici
Una chiave di lettura sempre preziosa nell’affrontare il tema delle migrazioni verso l’Europa occidentale provenienti dai Paesi in via di sviluppo e di quelle, per certi versi molto differenti, provenienti da alcuni dei Paesi dell’ex URSS, e prendendone in considerazione i fattori di spinta e di attrazione presentati in termini oltre che geografici anche di benessere economico e di opportunità di lavoro, è data dall’inossidabile impostazione geopolitica. Tale approccio tende a spiegare i rapporti tra le diverse società enfatizzando gli aspetti quantitativi oltre che demografici dei fenomeni migratori, come il rapporto tra popolazione e risorse, e si basa sul classico modello dei vasi comunicanti, il cui equilibrio è governato da movimenti spontanei dei flussi a fronte di differenze di pressione e di livello(14).
Esso fa perno nella specie sulla constatazione dell’attenuazione dei vincoli che saldano gli individui nei gruppi sociali d’appartenenza su cui si fondano gli Stati, seguita alla fine della contrapposizione tra sistemi socio-politici diversi.
La geopolitica si presenta da alcuni anni anche nella forma più specifica - e per ciò stesso forse più efficace - della geoeconomia che rappresenta un modo più congruo di analisi degli aspetti territoriali e spaziali, di natura fisica e geografica oltre che politica ed antropologica, dei movimenti migratori, incentrando l’analisi su alcuni tra i più rilevanti fattori economici di spinta presenti nei Paesi d’origine: la povertà, il deterioramento delle condizioni ambientali (erosione dei suoli, deforestazione, carenza di risorse idriche, processo di desertificazione, urbanizzazione incontrollata, ecc.), il declino della produzione alimentare. A questi fattori si lega lo sviluppo nella rapidità ed economicità dei trasporti e delle telecomunicazioni internazionali. Peraltro, una simile impostazione studia gli effetti sull’occupazione dell’avvento nei Paesi meno avanzati delle nuove tecnologie e del venir meno del modello d’impiego di forza-lavoro a basso costo e poco specializzata in molte società in via di sviluppo(15).
In definitiva, l’approccio geopolitico, come anche quello geoeconomico, affronta il tema delle migrazioni e del loro impatto sulla sicurezza e sullo sviluppo delle società europee guardando alla necessità di risolvere un “problema” di ordine politico ed economico, che nell’avvenire prossimo e prevedibile dovrebbe essere per l’appunto quello di una crescente pressione migratoria sull’Europa promanante dai Paesi poveri.

2.3 I fattori psicologici
Un’analisi dei fattori oggettivi condotta dal punto di vista di “un osservatorio collocato in basso”, da cui “si guarda non al sistema ma alle persone”(16), dovrebbe proporsi in primo luogo di evidenziare le pulsioni soggettive che sono alla loro base, cioè le specifiche richieste di cui sono portatori i migranti. Si può ritenere, in questo senso, che quel che unifica i comportamenti delle donne e degli uomini che optano per la migrazione è la rivendicazione e l’esercizio pratico del “diritto di fuga” dai fattori “oggettivi” a cui si è fatto sinteticamente cenno. L’accento posto sul diritto di fuga permette d’altro canto, almeno sul piano concettuale, di superare quella distinzione fra migranti e “profughi” che gli stessi sviluppi “oggettivi” più recenti hanno per parte loro posto in crisi.
Per comprendere la natura dei fenomeni migratori in generale, e per avere un’idea del tipo di minaccia rappresentato per l’Europa occidentale dall’immigrazione, occorre dunque analizzare anche la natura dei fenomeni psicologici e politici che, nei Paesi d’origine, ne regolano la corrente, determinando i tempi ed i modi in cui le differenze di pressione demografica tendono a scaricarsi da un Paese all’altro.
In primo luogo, occorre prendere in considerazione lo squilibrio nei fattori sia di spinta (i cosiddetti push-factors) da parte dei Paesi di origine, sia di attrazione (i cosiddetti pull-factors) da parte dei Paesi di destinazione, in particolare laddove prevalgano i fattori espulsivi (ad es.: disoccupazione, crisi economica e sociale, guerre, conflitti etnici, persecuzioni, ecc.).
Un fattore determinante di attrazione è la convinzione nutrita nei Paesi d’immigrazione, sia essa legale o illegale, di poter migliorare il proprio sviluppo economico ospitando lavoratori più disponibili e meno onerosi dal punto di vista economico. In Germania, ad esempio, tale fattore è stato decisivo per attrarre, nel corso degli anni Settanta ed Ottanta, lavoratori di nazionalità turca che hanno progressivamente preso il posto degli immigrati italiani e spagnoli, più tutelati dagli accordi internazionali e meno disposti ad accettare condizioni lavorative gravose ed economicamente poco remunerative(17).
Un altro fattore di attrazione è dato dalla forte diminuzione del tasso di natalità in Europa, che ha creato nelle società dei Paesi meno sviluppati un’aspettativa, a volte assai poco realistica, di maggiori opportunità di inserimento lavorativo e sociale. Anche la presenza di più o meno numerose comunità di immigrati già insediatisi nei Paesi ospitanti può agevolare la previsione di alcuni flussi migratori. Su tale presenza si innesta l’effetto “terra promessa”, determinato dal fatto che, per ragioni culturali, le comunità degli immigrati insediate nei Paesi europei tendono ad aumentare più rapidamente rispetto alle popolazioni locali. Grazie alla facilità di comunicazione, la “catena migratoria” che viene a crearsi agisce come potente fattore di attrazione e di convincimento.
Significativa è infine l’influenza dei mass-media nel prospettare migliori condizioni di vita e nell’orientare le opinioni pubbliche dell’Europa a non osteggiare le immigrazioni illegali adducendo motivazioni umanitarie. Del resto, anche le politiche d’integrazione, quando risultino favorevoli, e, in taluni casi, l’azione di associazioni caritatevoli che tentano di risolvere attraverso la migrazione situazioni di particolare disagio delle regioni di origine, costituiscono un evidente incentivo ad ulteriore immigrazione(18).
Tra i più rilevanti fattori psicologici di spinta vi è il progressivo peggioramento nel divario delle condizioni di vita tra le diverse componenti della società e dei trattamenti salariali e la carenza di opportunità di sviluppo professionale per l’incapacità di fare tesoro delle più elevate figure professionali, indotta dall’emigrazione stessa (contribuendo alla cosiddetta “fuga dei cervelli”).
Lo stesso fenomeno migratorio può a sua volta determinare processi politico-psicologici presso i popoli che ne sono interessati, sia che siano dei Paesi di partenza, sia che siano dei Paesi di arrivo. Nei primi si possono manifestare processi di contaminazione culturale dovuti al ritorno in patria di emigranti che portano al Paese d’origine i modelli di vita e di cultura dei Paesi che li hanno ospitati(19). Nei secondi si riscontrano fenomeni, non sempre transitori, di razzismo o di rigetto.
Peraltro, in molti Paesi d’origine dei flussi migratori diretti verso l’Europa, gli emigranti tendono ad “europeizzarsi” ancor prima di emigrare, iniziando a considerarne i modelli come superiori a quelli propri(20). In fondo, non si diventa europei solo perché si emigra: si emigra anche perché si è già diventati europei, perché in altre parole si è già cominciato a preferire i modelli di vita e di comportamento della meta del proprio viaggio prima ancora di esserci arrivati e ponendo di fatto le basi psicologiche per il proprio anelito ad una vita complessivamente migliore.
In campo migratorio il sistema delle aspettative gioca dunque un ruolo decisivo già a partire dalla formulazione del bilancio. Ed allora ben si intende quanto alti siano i costi - in termini economici, professionali, psicologici, affettivi, organizzativi - da mettere in preventivo per gli immigrati, soprattutto quelli clandestini.
Quando le singole persone si trovano in una situazione di assoluta e disperata povertà, come nel caso di chi è costretto a vivere, meglio, a sopravvivere nel proprio Paese con meno di un dollaro al giorno, ed in condizioni di assoluta inadeguatezza sotto il profilo educativo, professionale e sanitario, si impone comunque il problema di intendere l’emigrazione come scelta di sopravvivenza(21).
Una scelta che è propria del singolo individuo, che prende la decisione di partire dopo aver fatto un suo personale bilancio, stilato mettendo a confronto la propria attuale situazione lavorativa, personale, familiare nei luoghi di origine e quella sperata nei luoghi di destinazione, tenendo anche conto dei costi, in primo luogo finanziari ma anche in termini di rischi per la propria incolumità, che il trasferimento, specie se “illegale”, comporta.

3. L’evoluzione e le prospettive del fenomeno migratorio in Europa

Il fenomeno delle migrazioni internazionali costituisce uno dei problemi di più pressante attualità per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Certo, come detto, non è questo un fenomeno nuovo.
Da sempre si sono verificati spostamenti più o meno consistenti da una regione all’altra. Oggi, però, si assiste al prorompere di flussi nuovi, che interessano vieppiù come destinatari proprio i Paesi che in un tempo neanche troppo remoto sono stati d’emigrazione.
Per capire l’impatto che il fenomeno immigratorio sta avendo ed avrà in futuro sulle società europee, occorre analizzarne e capirne la natura, il che equivale a dire conoscere le culture dei popoli interessati e studiare i fattori che spingono alla partenza. Perché i fenomeni delle migrazioni provenienti soprattutto dal sud e dall’est sono tra loro molto diversi e la spinta ad emigrare risulta essere una complessa combinazione di moventi collettivi e di capacità e aspirazioni individuali, tutti assai mutevoli nel tempo e nello spazio(22). È questa la ragione principale per la quale non si è ancora individuata una “teoria generale” dei fenomeni migratori in Europa, né si è potuto formalizzare un modello capace di prevedere, individuare o seguire i vari flussi nelle loro direzioni, nella loro entità, nella loro struttura.
Secondo l’ultimo Dossier Caritas/Migrantes(23), alla fine del 2004 i cittadini stranieri nei 25 Stati membri dell’Unione, escludendo coloro che tra essi avevano già acquisito cittadinanza, sono stati pari a 26 milioni e 61mila su una popolazione di 457 milioni di abitanti ed un’incidenza di poco superiore al 5%, con punte del 9% in Germania e in Austria, dell’8% in Spagna, del 5% nel Regno Unito e in Francia e superiore al 4% in Italia (quota salita al 5,2% l’anno successivo): “l’Unione Europea si presenta così come un’area ad alta concentrazione di immigrati, la cui presenza costituisce una necessità demografica, perché il vecchio continente, anche se è prevista un’immigrazione netta di 40 milioni di persone, nel 2050 vedrà comunque diminuire di 7 milioni di unità la popolazione nel suo complesso e di 52 milioni di unità la popolazione in età lavoro”(24).
Secondo una statistica proposta recentemente(25), tra i Paesi dell’Unione Europea più popolosi e tra quelli mediterranei, nel periodo compreso tra il 2005 ed il 2030 solo Regno Unito (+ 7,7%) e Francia (+ 6,4%) non vedranno diminuire la propria popolazione complessiva, mentre i Paesi della sponda mediterranea dell’Unione, Spagna (- 3,0%), Grecia (- 3,7%) e soprattutto Italia (- 10,0%), subiranno una diminuzione delle rispettive popolazioni.
Anche la popolazione nazionale più numerosa dell’Unione, quella tedesca, è attesa contrarsi nel periodo in considerazione di circa 1 milione di persone (pari in termini percentuali ad una riduzione dell’1,3%). In termini di popolazione in età lavorativa (dai 15 ai 59 anni) la diminuzione sarà invece comune a tutti i Paesi considerati, per effetto della bassa fecondità e del crescente invecchiamento della popolazione.
Dal 2005 al 2030 si dovrebbero registrare le più forti diminuzioni di persone appartenenti alle fasce in età lavorativa, pari a ben 8 milioni ciascuna, in Italia e in Germania (equivalenti rispettivamente al - 24,1% ed al - 16,1%), lasciando scoperti quei lavori mal retribuiti o troppo duri dal punto di vista fisico che i cittadini comunitari non vorranno più fare perché il loro livello d’istruzione e di benessere sarà troppo elevato per porli in condizione di accettarli(26) e per i quali gli stranieri di prima generazione saranno invece ben disposti a candidarsi.
Nonostante le predette previsioni statistiche e la lunga esperienza storica quale grande piattaforma di esodo fino alla seconda guerra mondiale, l’Unione Europea sta vivendo un atteggiamento tormentato nei confronti dell’immigrazione.
Stenta a vedere la luce una normativa comune in materia d’immigrazione, mentre il lavoro “nero” continua ad essere in buona misura un regolatore del mercato e l’azione dei trafficanti di esseri umani conduce con drammatica ripetitività alla morte dei migranti(27).
Infatti, parlando di migrazioni non ci si può limitare a considerare la componente regolare. È stato al riguardo stimato(28) che, oltre alla popolazione giunta in modo regolare, nel decennio 1990-2000 più di 180.000 persone siano arrivate in Europa in modo irregolare, con un enorme incremento degli arrivi irregolari per via marittima nell’area sud-europea, tanto che il bacino del Mediterraneo è stato identificato come la principale porta d’ingresso clandestino allo spazio comunitario.
In questo contesto, per molti sino ad oggi le più o meno recenti iniziative adottate a livello bilaterale e multilaterale, com’è il caso del processo di cooperazione euro-mediterranea avviato e rilanciato con la “Dichiarazione di Barcellona” nel novembre del 1995(29), volte a condividere con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo la responsabilità del contrasto dei flussi migratori clandestini diretti verso l’Europa e provenienti in particolare dai Paesi dell’Africa Sub-sahariana, “hanno evidenziato i limiti dell’approccio difensivo, basato sulla repressione-dissuasione”(30), risaltando la sfida ancora aperta per l’Europa volta a far quadrare il cerchio dell’immigrazione.

3.1 L’immigrazione in Italia
L’Italia, sin dai primi anni del secondo dopoguerra e fino a tutti gli anni ’50 e ’60, è stata un Paese di grande emigrazione, tanto si è che gli Italiani occupano ancora oggi le prime posizioni nelle statistiche relative agli immigrati presenti nei principali Paesi del mondo. Il retaggio storico-culturale tratteggia dunque l’Italia come un Paese di emigranti. Dal nostro Paese, dalla breccia di Porta Pia ai giorni nostri, sono partiti poco meno di 30 milioni di uomini e di donne(31).
I problemi legati all’opposto fenomeno dell’immigrazione hanno iniziato a presentarsi a partire dagli anni ’80, divenendo vieppiù evidenti all’inizio degli anni ’90, nel corso dei quali alla più familiare immigrazione dall’Africa del nord si è aggiunto il fenomeno crescente dei flussi immigratori dai Balcani e dall’Est europeo(32): l’immagine dell’Italia “ponte” tra l’Europa ed il Mediterraneo orientale e meridionale è stata presa alla lettera anche dagli immigrati dei Balcani, tutti alla ricerca di un più redditizio posto di lavoro o di un rifugio da guerre e persecuzioni. Che l’Italia, per oltre un secolo terra d’emigrazione, sia diventata un Paese di approdo dell’emigrazione è senz’altro un segno di progresso economico, anche se, fra le sfide che è chiamata ad affrontare, quella migratoria assume una rilevanza del tutto particolare soprattutto sul piano nazionale. Il nostro Paese si trova infatti in una posizione di grande esposizione in primo luogo per la sua collocazione geopolitica: crocevia naturale fra il bacino del Mediterraneo ed il nord del continente europeo da un lato, tra oriente europeo ed asiatico e occidente europeo dall’altro, nonché luogo di cesura e di incontro delle grandi religioni monoteiste e delle culture più antiche, l’Italia è la “porta” dell’Europa e, come tale, si trova in prima linea nell’impatto delle popolazioni che muovono dai Paesi della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa e dei suddetti movimenti dell’area balcanica, oltre che delle correnti asiatiche che cercano di raggiungere l’Europa occidentale attraverso il Mediterraneo. Con le sue migliaia di chilometri di coste, è seriamente esposta a continui tentativi d’aggiramento delle misure nazionali - da ultimo la legge “Bossi-Fini” n. 189 del 30 luglio 2002 - e sopranazionali intese a contenere e regolamentare l’ingresso degli immigrati in Europa. Ed è chiamata a misurarsi, sul piano culturale ancor prima che politico, con l’afflusso instancabile di uomini e donne migranti: un fenomeno di proporzioni crescenti e sempre più “visibili”.
Che il numero degli immigrati sia in crescita è confermato anche dal Dossier Caritas/Migrantes del 2006, secondo cui il numero degli immigrati regolari in Italia avrebbe quasi raggiunto quello degli emigrati italiani nel mondo(33). Secondo la stima del Dossier gli immigrati sono 3.035.000 alla fine del 2005, con un’incidenza percentuale del 5,2% equivalente ad un immigrato ogni 19 residenti(34). L’Italia si colloca così accanto ai grandi Paesi europei d’immigrazione, insieme a Germania (7.287.980), Spagna (3.371.394), Francia (3.263.186) e Gran Bretagna (2.857.000). Nel prossimo futuro dovrà poi essere messo in conto un aumento ancor più rilevante, come hanno dimostrato le 485.000 domande di assunzione presentate nel mese di marzo del 2006, per fruire delle quote stabilite dal Decreto Flussi (170.000)(35).
Chi sono? Gli immigrati in Italia sono una popolazione prevalentemente giovane, concentrata per il 70% nella fascia di età 15-44 anni (laddove solo il 47,5% degli italiani si colloca in quella fascia).
Da dove arrivano? Con riguardo all’etnia di appartenenza, ogni 10 stranieri 5 sono europei, 2 africani, 2 asiatici e 1 americano. Trent’anni fa erano euro-americani 9 su 10 stranieri . Nel 1970 i comunitari in provenienza dai 10 Stati membri di allora erano 4 ogni 10 presenze, oggi è comunitario solo 1 ogni 10 nonostante l’ampliamento dell’Unione a 25. I soggiornanti dei paesi dell’Europa dell’Est sono circa un milione(36). Facendo riferimento alle due comunità più numerose, quella rumena e quella marocchina, nel 2005 di 5 visti rilasciati a cittadini rumeni 4 inerivano al lavoro, 1 al ricongiungimento familiare, mentre ogni tre visti rilasciati a favore di cittadini marocchini 2 sono stati per ricongiungimento familiare e 1 per lavoro. La diversità dei luoghi d’origine determina la compresenza di molte fedi: cristiani (49,1%), musulmani (33,2%), religioni orientali (4,4%)(37).
Dove sono? Difficile dirlo, perché gli extracomunitari tendono a spostarsi emigrando da una regione all’altra d’Italia, facendo “ballare” ancor di più le statistiche: i regolarizzati a Reggio Calabria vanno a lavorare a Brescia e quelli di Ancona finiscono in Trentino per venire incontro alle richieste di lavoro stagionale(38). Sono comunque sparsi in tutto il Paese, seppure con una tendenza a risiedere sempre più nel nord, con il 59,5% del totale delle presenze contro il 27% nel centro ed il 13,5% nel meridione.
Rispetto a loro, variegate sono le percezioni e le sensibilità da parte delle opinioni pubbliche. Per alcuni, l’immigrazione sarebbe necessaria perché, considerato il declino del tasso di natalità, la manodopera importata sarebbe utile e funzionale a sostenere il prodotto interno lordo nonché il sistema pensionistico avviato verso l’era della longevità. Per altri, non si tiene nella dovuta considerazione che l’Italia conta 58 milioni di abitanti, con una densità per chilometro quadrato di gran lunga superiore a quella della Cina. Del resto, già nel 1947, dopo la firma del Trattato di Pace, un documento del Governo De Gasperi descriveva l’Italia come “nazione di 45 milioni d’esseri umani congestionati sopra un suolo che non li può nutrire”.
Ricorre anche l’argomento secondo il quale l’immigrazione sarebbe necessaria perché in Italia le ultime generazioni rifiutano i lavori più “umili”, soprattutto nell’agricoltura e nell’industria. Resta da chiedersi se tali lavori possano ancora essere considerati “umili” o “manuali” dopo l’avvento delle sofisticatissime tecnologie agricole e di produzione industriale. In effetti, questa posizione appare retaggio di un’impostazione culturale che ha determinato un sostanziale “alleggerimento” del valore legale dei titoli di studio superiori, con la rincorsa al conseguimento del “diploma” inteso fondamentalmente come “certificato d’esenzione dai lavori manuali”(39) e con il depauperamento delle antiche e preziose risorse di tanta parte dell’artigianato e della capacità imprenditoriale autonoma.
Da non sottacere, infine, le vaste e complesse problematiche avvertite in merito alle più o meno evidenti difficoltà ravvisabili nel processo di integrazione degli immigrati nei vari tessuti sociali, tra cui, tanto per citare un esempio, la necessità di conciliare la formazione di un adeguato sentimento di appartenenza allo Stato-nazione da un lato e, dall’altro, il diritto dell’immigrato di conservare la memoria delle proprie origini.


4. Le tipologie dei flussi migratori verso l’Europa

4.1 L’immigrazione legale: il ruolo dell’immigrazione economica
L’emigrazione, spiega una studiosa americana della globalizzazione, Saskia Sassen(40), è funzionale anche al sistema economico dei Paesi di destinazione.
Ciò che la Sassen sostiene non è certo una novità. È noto che dalla fine del Settecento alla fine dell’Ottocento gli immigrati hanno contribuito in modo determinante alla nascita delle grandi fabbriche europee ed alla costruzione delle ferrovie. A maggior ragione oggi, all’inizio di un secolo in cui, premendo un tasto, i capitali volano da un Paese all’altro, è un dato di fatto che le economie europee hanno bisogno urgente d’immigrati, ai quali spesso, oltre ad esigere buone prestazioni professionali, si richiede pazienza, adattabilità e poche pretese. E, a sentire sondaggi ed opinioni, essi ricambiano pienamente la fiducia accordata, dimostrandosi più disponibili, più agguerriti ed ambiziosi, in molti casi più capaci degli autoctoni.
Non è un caso che siano in tanti ad affermare la necessità per le economie europee di attrarre nuove energie, sia per i lavori più qualificati sia per quelli che gran parte degli europei occidentali non vogliono più fare nei ristoranti, negli alberghi, nei campi, nei cantieri edili e nelle fabbriche. Ed uno degli aspetti più problematici dell’attuale divario esistente tra i Paesi europei e quelli in via di sviluppo è proprio la grande difficoltà da parte dei primi a gestire la forte pressione migratoria della forza lavoro straniera in un mercato del lavoro, qual è quello europeo, che da anni ormai richiede manodopera altamente qualificata o da impiegare in mestieri pagati poco e poco graditi dagli autoctoni (tra in quali in particolare quelli afferenti i settori della pesca, dell’agricoltura, dell’industria pesante, dell’edilizia, dei servizi domestici e di assistenza)(41).
Per contro, nell’ambito dei potenti processi di atomizzazione che hanno investito negli ultimi anni il mondo produttivo, la posizione dei migranti è oltremodo contraddittoria: dalla piena valorizzazione economica della “clandestinità” nei tanti sweatshops sorti sulle due rive dell’Atlantico o nei lavori stagionali in agricoltura (come nell’Italia del sud) si passa alla diffusione di vere e proprie forme di “adesione privatistica” all’interno di piccole imprese spesso a conduzione familiare, che si possono ad esempio osservare nei distretti industriali italiani del nord-est. La trasformazione della natura stessa del lavoro, che mette in discussione la classica funzione novecentesca di canale privilegiato di accesso alla cittadinanza, determina che la posizione lavorativa ben difficilmente può oggi funzionare per i migranti come suo criterio esclusivo. Peraltro, un eccessivo assorbimento di lavoratori immigrati da parte delle economie occidentali potrebbe causare notevoli squilibri in un’ottica di lungo periodo. Tanti economisti, infatti, prevedono che la domanda di lavoro dei Paesi sviluppati potrà in futuro essere soddisfatta in misura crescente per il tramite di attività lavorative delocalizzate nei Paesi in via di sviluppo(42). Da questo punto di vista, il principio di accogliere i lavoratori migranti in funzione dell’esistenza di posti di lavoro è fondamentale in uno scenario internazionale in cui coloro che aspirano a migliorare le proprie condizioni di vita emigrando sono centinaia di milioni. Non ci si può permettere di alimentare illusioni che nei Paesi dell’Europa ci sia posto e lavoro per tutti. Le conseguenze di flussi migratori incontrollati sarebbero nel medio e lungo periodo drammatiche per tutti, sia per i migranti sia per i Paesi ospitanti(43). Anche perché è assai verosimile che la vera colonna portante di tutto il sistema di controllo e di regolazione delle migrazioni internazionali del XXI secolo dovrà passare per una accorta gestione della mappa futura dell’offerta di lavoro a livello transnazionale, adeguata a soddisfare una domanda di lavoro generica prevedibilmente crescente nei Paesi di origine dei flussi migratori ed una domanda di lavoro specifica e tendenzialmente job oriented nei Paesi di accoglienza.

4.2 L’immigrazione illegale
L’immigrazione illegale costituisce un fenomeno complesso, risultante di un insieme di fattori e di cause: immigrazione irregolare determinata dai movimenti dei rifugiati e dei richiedenti asilo; prolungamento non autorizzato del soggiorno o dell’esercizio dell’attività lavorativa degli aspiranti lavoratori; ingressi illegali. Essa più di tutto viene identificata con un termine evocativo che bene ne rappresenta i contorni di grande tragedia umana: clandestinità.
L’immigrazione clandestina è una storia che si ripete nell’andare dei secoli. L’avventura dei migranti è sempre stata dura, ed oggi ancor di più per coloro che non hanno titoli di viaggio e passaporti validi con tanto di timbri: viaggi della speranza, dell’angoscia, del dolore. Sono cambiate rispetto a ieri le “modalità” della sorte: chiusi nelle stive delle navi, ammassati nei doppifondi dei Tir, nascosti nelle intercapedini dei treni, in balia dei capricci delle onde su gommoni sovraccarichi. Affidando la propria vita a dei “passatori” - i novelli Caronte di una tragedia umana difficilmente quantificabile - il più spesso privi di alcuno scrupolo.
Ecco allora che si può morire soffocati in un container semplicemente perché a nessuno viene in mente di calcolare il consumo di ossigeno, oppure annegati in mare perché le “carrette” del mare affondano o perché l’avidità accoglie troppe persone sul gommone e lo “scafista” delibera che in fondo se ne può sacrificare qualcuna.
Insomma, il viaggio degli immigrati irregolari è oggi ancora molto simile a quelli degli schiavi. Il mestiere di “negriero” nell’era informatica non è morto, anzi si è trasformato, riversandosi sui flussi migratori che toccano l’Europa continentale e la Gran Bretagna e riproponendo con crudezza la condizione disumana dello stivaggio dei cinesi contrabbandati negli Stati Uniti descritto da Ernst Hemingway.
Esiste però una notevole differenza: nel nostro tempo il negriero si fa forte anche della complicità degli esseri umani da lui sfruttati. E ciò non solo perché le sue vittime ne condividono l’interesse a non farsi scoprire, ma anche perché spesso sono coinvolte loro malgrado in traffici criminali (di stupefacenti, di minori destinati alle adozioni illegali, di altre materie di contrabbando) che ricordano il “biglietto di sola andata” fornito ai corrieri della droga. Lasciando intravedere, dietro il fenomeno delle migrazioni irregolari, un vero e proprio sistema criminogeno. Senza contare le molteplici modalità di assorbimento degli immigrati clandestini nel mercato del lavoro “nero”. L’Europa della new economy, consacrata sempre più al terziario, continua ad avere bisogno di manodopera volenterosa, e per alcuni meglio se a basso costo e senza troppe pretese.

4.3 Richiedenti asilo e rifugiati in Europa
Il crollo dei regimi comunisti, la caduta del muro di Berlino ed il proliferare di innumerevoli aree di crisi ai confini del continente hanno modificato radicalmente il quadro entro il quale collocare profughi e rifugiati(44).
Nel corso degli anni Settanta, l’Europa occidentale riceveva circa 30.000 domande di asilo ogni anno, alla fine degli anni Ottanta le domande sono salite a 300.000 e nel 1992 sono giunte a quasi 700.000.
L’adozione di una politica delle immigrazioni vieppiù restrittiva a partire proprio dagli anni Settanta ha contribuito ad espandere il numero delle domande di asilo, strumento alternativo a disposizione del potenziale immigrato per tentare l’ingresso in un Paese europeo. Ciò di fatto ha annullato la distinzione tra profugo ed immigrato.
La condizione del richiedente asilo si è così modificata volgendosi da dimensione individuale ed elitaria in fenomeno coinvolgente grandi masse di persone. A fronte della necessità di superare barriere normative sempre più rigide, i potenziali immigrati si sono spesso dichiarati perseguitati per beneficiare di procedure di accesso più benevole, incrementando la consistenza dei flussi migratori dei profughi, il cui numero, tra la fine degli anni Ottanta ed il 1994, è addirittura triplicato, arrivando in Europa ad oltre 6,5 milioni.
Ciò ha determinato un netto incremento delle dimensioni complessive del fenomeno migratorio, alimentando un atteggiamento di chiusura nei Paesi europei ospitanti, pur tradizionalmente e culturalmente sensibili alle esigenze dei perseguitati per motivi di carattere politico, religioso, etnico, sociale. Il diritto d’asilo è dunque divenuto foriero di problematiche molto complesse, investendo da un lato il tema legato all’obbligazione morale di solidarietà e di protezione dei diritti umani e, dall’altro, alle irrinunciabili esigenze di carattere economico-politico e di ordine e sicurezza pubblica.
Anche a seguito del costante aumento delle pressioni migratorie, accompagnato da una crescita delle tendenze xenofobe interne, si è ritenuto inadeguato il complesso dei principi e delle modalità esecutive per la concessione e l’accertamento dello status di rifugiato, sicché quasi tutti i Paesi europei nel breve passaggio tra il 1993 ed il 1995 hanno adottato una condotta assai restrittiva nell’interpretazione dei presupposti a base della determinazione dello status di rifugiato(45), limitandolo esclusivamente a coloro che avessero ragione di temere la persecuzione da parte dello Stato da cui fuggono e negandolo alle presunte vittime di persecuzioni commesse da gruppi ribelli o da organizzazioni estremiste(46). In tal modo lo status di rifugiato è venuto a riferirsi soltanto alle situazioni in cui fosse riscontrabile un conflitto personale con lo Stato di appartenenza, ovvero ai casi in cui il rischio a cui si era potenzialmente o fattivamente sottoposti discendesse da provvedimenti ad personam e non a situazioni diffuse. Ne è derivata l’esclusione sia dei casi di esilio per circostanze legate a forme di violenza generalizzata, nel caso di guerre civili o di conflitti bellici, sia dei casi relativi ad aggressioni, occupazioni o dominazioni straniere, ed eventi che turbino gravemente l’ordine pubblico del Paese di appartenenza(47).
Ancora, gli esodi verificatisi in particolare a partire dagli anni ’90 hanno riportato in primo piano il tema di quanti, a causa di un conflitto o di gravi disordini interni, siano stati costretti a cercare protezione all’estero come rifugiati o displaced persons, dando particolare risalto al tema della protezione temporanea, che è una forma specifica di accoglienza, finalizzata ad offrire rifugio - appunto - temporaneo, in attesa del momento in cui venga decisa o la concessione dell’asilo od il rimpatrio(48).
Il concetto di protezione temporanea si distingue da quello relativo al riconoscimento internazionale dello status di rifugiato, perché è volto a dare una risposta rapida ed efficace ai problemi posti dai grandi flussi di profughi, in fuga da conflitti armati o da altre situazioni di violazione grave e generalizzata dei diritti umani. L’applicazione di tale concetto prescinde, inoltre, da una procedura individuale di determinazione dello status e per ciò stesso costituisce un valido strumento allorquando la rapidità e la gravità degli eventi rendono impraticabile uno screening delle singole situazioni. Per altro verso, la protezione temporanea mira non all’integrazione dell’individuo nello Stato ospitante, quanto piuttosto a garantirgli protezione ed assistenza su basi, appunto, temporanee, ovvero fino a quando non sarà possibile un suo “ritorno sicuro” - safe return - nelle terre di provenienza(49). Va comunque ribadito che la protezione temporanea accordata ad un individuo non pregiudica il suo diritto di presentare domanda per il riconoscimento dello status di rifugiato secondo la nozione contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951. Ciò vale, in particolare, per coloro che fuggono da situazioni di guerra o nelle quali siano in atto violazioni generalizzate dei diritti umani. Ne deriva che emerge una potenziale sovrapposizione tra due ambiti, dal momento che una parte di situazioni che possono trovare soluzione immediata in base alla protezione temporanea potrebbero altresì costituire una base per il riconoscimento dello status di rifugiato.
Ciò non toglie che la “dimensione asilo”, cioè persone che non cercano solo lavoro ma anche protezione, sarà in ogni caso sempre più rilevante rispetto all’immigrazione generale, che è ancora al centro dell’attenzione. Il mondo in via di sviluppo ed ancor più quello “a sviluppo minimo” trabocca di nazionalità o etnie vittime di conflitti che possono invocare il diritto d’asilo politico. Spesso è addirittura impossibile accertare se i clandestini senza passaporto siano veramente profughi.
L’interrogativo sempre più serpeggiante in molte delle opinioni pubbliche europee è, insomma, quanti veri o presunti fuggiaschi ed undocumented aliens degli arrivi giornalieri si potranno verosimilmente accogliere ancora?

4.4 I migranti nel diritto internazionale
Il diritto di lasciare il proprio Paese(50) ed il diritto di rientrarvi sono riconosciuti in tutte le norme codificate in materia di diritti dell’uomo, sia a carattere regionale sia a carattere universale. In particolare, a livello universale i diritti in parola sono riconosciuti dall’art. 13, co. 2°, della Dichiarazione universale dei diritti umani(51), dall’art. 5 lett. d. della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale(52) e dall’art. 12, co. 2° del Patto internazionale sui diritti civili e politici(53). A livello regionale, essi sono riconosciuti dall’art. 2, co. 2 e dall’art. 3, co. 2 del Protocollo addizionale n. 4 alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali(54).
I diritti di cui sopra costituiscono due fattispecie distinte, e ciò è dimostrato dalla diversa disciplina cui essi sono sottoposti dalle normative internazionali che li prevedono(55). Il diritto di lasciare il proprio Paese è poi altra cosa rispetto alla libertà di movimento all’interno di un Paese. Il primo riguarda esclusivamente il Paese di cui si ha la cittadinanza; la seconda, invece, concerne non solo il Paese di cui si sia cittadini, ma anche qualsiasi Paese. Inoltre, a differenza del diritto di lasciare il proprio Paese, il diritto di farvi ritorno non è suscettibile di restrizioni da parte dello Stato, sul quale grava in ogni caso l’obbligo di consentire l’ingresso del proprio cittadino.

5. La percezione della minaccia migratoria

La libertà di movimento è stata definita “il principale fattore di stratificazione” nelle società contemporanee ed uno dei criteri fondamentali attorno a cui si plasmano le nuove gerarchie sociali(56).
L’antropologo statunitense James Clifford ha voluto riassumere questi spunti in una coerente teoria dei tratti “diasporici” che caratterizzerebbero una parte consistente dei movimenti migratori contemporanei(57). La condizione attuale del fenomeno immigratorio, quella degli arrivi di massa ed improvvisi, prefigurerebbe per il predetto nell’immaginario collettivo una sorta di situazione di fatto irreversibile e di complessa gestione, che renderebbe assai difficile per i Paesi di approdo ogni tipo di respingimento. Il timore cruciale è che il crescente squilibrio tra Paesi sviluppati e società in degrado potrebbe condurre ad una crisi estremamente grave e foriera di gravi rischi per la sicurezza sociale e l’ordine pubblico soprattutto dei Paesi europei di più intensa immigrazione, ponendo evidenti problemi agli Stati in materia di monopolio della forza interna legittima e di capacità di controllo. Tale spazio potrebbe dunque essere concepito essenzialmente come uno spazio di sicurezza, nel quale recuperare e non perdere il controllo delle dinamiche sociali.
Per altri, l’essere migranti, vuoi per scelta, vuoi per necessità, connotandosi nella pratica dell’attraversamento continuo dei confini, non può che surrogare anche l’attraversamento delle “identità” e la loro “diluizione, dovuta alla permeabilità delle comunità e alla decompressione delle frontiere etniche”(58), che, su basi integralmente moderne, costituisce una vera e propria inversione nella storia delle aggregazioni su base nazionale e rappresenta oggi, nel tempo della globalizzazione, l’epicentro di una nuova “questione sociale”, agitando una sfida particolarmente attuale a riconsiderare i temi della nazionalità, della localizzazione, dell’identità e della memoria(59).
Qui si assiste ad un cambiamento profondo nella percezione della sicurezza e ad un mutamento radicale per quanto riguarda le opzioni che sostengono il concetto di “controllo” quale espressione del cambiamento nella stessa concezione tradizionale di “territorio delimitato da frontiere”(60). In questo rinnovato quadro di sicurezza, non può che modificarsi anche la soglia di percezione della minaccia migratoria, uno dei cui primi sintomi è rappresentato dal crescente malcontento sociale che, sia per le convinzioni etico-morali d’ispirazione, sia per le considerazioni di ordine economico a loro fondamento, sembra alimentarsi di un allarme in bilico verso il parossismo o l’irrazionale.
Ad ascoltare i portavoce della xenofobia e del razzismo, dovremmo trovarci di fronte ad un’“invasione” di dimensioni bibliche. Ma, occorre ammettere, l’ostilità verso gli immigrati nasce e si struttura anche a causa del ritardo e dell’inadeguatezza con cui è stato affrontato un processo così complesso e variegato. E molto spesso il richiamo nazionalistico ad un’identità ancestrale “incontaminata” è frutto di un’impreparazione al cambiamento imposto dalla realtà, la manifestazione di una paura dell’ignoto con cui si pensa di immobilizzare, entro confini rigidamente chiusi, il flusso mutevole dell’evoluzione umana e sociale. Ecco allora che chi non riesce a convivere con la crescente pluralità di origini, di etnie e di culture, che è la vera sfida del mondo di oggi, può essere tentato di rifugiarsi nell’immagine di una comunità incontaminata e sviluppare un odio profondo nei confronti di chi viene avvertito come “diverso” o “separato” o che tale appare nell’immaginario collettivo.
Anche nell’accettazione democratica e pluralistica delle “differenze”, la tensione che nasce dal contatto fra gruppi e culture diversi assume valenze diverse a seconda del grado di forza esercitato dal richiamo ai valori comuni e più universali.
I rapporti fra gruppi umani con tratti originari propri, definiti e distinti, anche nelle situazioni di convivenza più riuscite, sono sempre caratterizzati dalla potenziale contrapposizione rispetto alla piena accettazione del “diverso”.
La xenofobia verso gli immigrati palesa non pochi aspetti di questa logica. Una logica che in particolari momenti di crisi sociale, quando non è facile riferirsi a valori comuni, può stravolgere la percezione stessa della realtà, sicché l’esterno può essere sino a tal punto “negativizzato” da rendere possibile la tentazione di una sua radicale rimozione. In tali situazioni, l’appartenenza nazionale e linguistica, il fatto di essere membri di un gruppo e di una religione, anziché essere considerati come il frutto di un composito processo storico, assumono un carattere quasi sacrale che non tollera devianze, mentre la nostalgia per una comunità “incontaminata” torna ad esercitare un potente e pericoloso fascino.
Da dove nasce la sindrome della paura degli immigrati che ha investito in questi ultimi anni molti Paesi europei? Per comprenderlo, il richiamo al timore dei mutamenti, degli andamenti demografici e delle situazioni occupazionali non è sufficiente.
Conviene invece riflettere sul rapporto fra Stati nazionali ed il progetto d’edificazione dell’Europa. In effetti, la chiusura alla cittadinanza degli immigrati sembra in parte collegata all’apertura delle frontiere e all’allargamento dei confini raggiunto dopo l’unificazione europea. La paura degli immigrati è cresciuta in parallelo con la sfiducia verso gli immigrati provenienti dai Paesi dell’Est europeo e verso quelli dei Paesi in via di sviluppo.
I fenomeni di ostilità nei confronti degli immigrati si alimentano anche a causa del comprensibile malcontento sociale dovuto all’incidenza dei reati commessi dagli ospiti più indesiderati: i clandestini. Sul punto, va detto che se per un verso l’immigrato chiede asilo là dove le leggi gli garantiscono un tetto e, talvolta, un assegno mensile, com’è accaduto per molto tempo in Germania ed in Gran Bretagna, per altro verso sceglie il rischio della clandestinità là dove i controlli sono minori o meno efficaci e l’economia sommersa ed illegale lo accoglie a braccia aperte, come è avvenuto pure in Italia.
Come conseguenza ne deriva che il confine tra immigrati clandestini e asylantes è molto labile.
Sia i clandestini sia gli asylantes, in quanto immigrati irregolari, rischiano di essere irretiti dalla criminalità locale per venire sfruttati od avviati verso attività criminali e comunque ridotti in condizioni di vita degradate, tanto da dover essere ritenuti essi stessi, il più spesso, come le prime vittime del binomio criminalità-immigrazione, un binomio che vanta alcuni alleati per certi versi insospettati.
Il primo è rappresentato dal comportamento ambivalente dell’opinione pubblica la quale, di fronte ad ogni nuovo “sbarco” (via terra o via mare) si abbandona a rigide posizioni di chiusura e di intolleranza, salvo poi reagire di fronte a manifestazioni di rigore da parte delle autorità delegate a governare il fenomeno ed a riscoprire la propria vocazione umanitaria. L’influenza dei mass-media non è aliena dall’alimentare una tale schizofrenica condotta. In una simile materia i regimi democratici dell’Europa si trovano in grande difficoltà, avendo assai scarsi margini di manovra.
Nelle ricche nazioni di arrivo vi è un altro alleato, rappresentato da datori di lavoro a volte senza scrupoli che usano a proprio piacimento un’inesauribile e disponibile forza- lavoro, anche qualificata, a bassi salari e senza alcuna forma di tutela, con ciò danneggiando la concorrenza dei “rivali”, siano essi immigrati in regola con le leggi nazionali o autoctoni rispettosi delle tabelle contrattuali. È questo un potente alleato, misurabile dalla capacità con cui le economie dei Paesi di destinazione riescono a fagocitare le continue ondate di undocumented workers(61). In questo senso, i rischi per la sicurezza derivanti dall’immigrazione illegale sono strettamente connessi non solo con l’attrazione esercitata da una nazione prospera ma anche con la domanda di lavoro a basso costo e retribuito illegalmente.
È probabile che le minacce alla sicurezza abbiano pure implicazioni in campo sociologico, manifestandosi in comportamenti devianti di vario tipo, espressione di disagio e di disperazione individuale o di piccoli gruppi. In particolare, i migranti, prevalentemente di giovane età, andranno ad alimentare le grandi aree metropolitane europee, riproducendo - ad un livello esacerbato dalle differenze etniche e culturali - una prospettiva di conflitto che ricorda quelli attuali tra i centri e le periferie delle città, com’è il caso dei giovani di colore negli Stati Uniti.
In questo scenario è difficile agitare la legge del contrappasso sulle spalle - meglio, sulla pelle - degli immigrati clandestini i quali, nonostante le dure condizioni imposte dalla condizione illegale di assorbimento da parte del mercato del lavoro, non fanno altro che saltare la fila dei tanti in attesa, come succede in molte code nostrane, cercando di varcare in anticipo i confini del benessere, per entrare in un ambiente socio-economico comunque infinitamente migliore rispetto a quello da cui si è appena fuggiti.
Per quanto riguarda i Paesi di accoglienza vi è poi il problema dei rapporti che la nuova componente della popolazione manterrà con i Paesi d’origine. Per altro verso, è opportuno rilevare il tema dell’apporto che la nuova componente della popolazione potrà e dovrà dare alle forze di difesa del Paese di accoglienza e alle stesse forze dell’ordine.

6. Le sfide connesse con l’inserimento delle correnti migratorie

6.1 Assimilazione o integrazione? I rischi del multiculturalismo
Se consideriamo più da vicino i movimenti migratori che caratterizzano l’età contemporanea, emerge chiaramente la sfida radicale che essi portano alla sociologia delle migrazioni novecentesca. Quest’ultima, a partire dai classici e innovativi studi di William I. Thomas e di altri sociologi della Scuola di Chicago degli anni ’20(62), fa perno sui concetti di assimilazione e di integrazione. Si può subito notare, a questo riguardo, che le condizioni complessive delle società occidentali contemporanee sembrano caratterizzate dalla crisi generale dei meccanismi integrativi che avevano contraddistinto, pur contraddittoriamente, il regime politico e sociale che convenzionalmente viene definito “fordista”(63). La crisi dello Stato sociale è in fondo l’archetipo di questa crisi che, oltre a ripercuotersi inevitabilmente sulla posizione dei migranti, induce i Paesi dell’Europa ad interrogarsi sul proprio futuro quali nazioni.
La prospettiva immediata di alcuni li delinea quali Stati “invasi” da alcuni milioni di stranieri residenti molti legalmente, anche se talvolta in condizioni di precarietà, altri illegalmente, con l’effetto di creare due categorie di abitanti, una con la pienezza dei diritti e l’altra senza.
Se le società europee - ed in particolare quella italiana, a causa della caduta della natalità - continueranno a compensare con l’immigrazione i vuoti lasciati dalle dinamiche in corso, la popolazione finirà con l’essere sempre più stratificata, con una differenziazione dei diritti goduti dalle varie componenti immigrate in funzione del grado di inserimento, dell’origine e dell’anzianità della presenza.
È questo lo scenario tipico della società multi-culturale, priva di tessuto connettivo e foriera di potenziali contrasti difficilmente componibili, al punto da sconquassare l’idea stessa di “Nazione”. Uno scenario che si pone in contrasto con quello del pluralismo. Perché multi-culturalismo significa discordia senza concordia, convivenza di gruppi non solidali fra loro, uniti solo dal riconoscimento del diritto di perseguire diversi fini e diversi stili di vita, mentre il pluralismo è la vera linfa delle moderne democrazie occidentali, sigillo della concordia e della coesione di intenti discordi tra loro, di una comunità di diversi che rispettano, secondo un principio di reciprocità, le diversità altrui.
In un suo recente scritto, dal titolo “Pluralismo, multi-culturalismo e estranei. Saggio sulla società multi-etnica”, il politologo italiano Giovanni Sartori si interroga su quale sia il limite oltre il quale la società pluralistica possa accogliere, senza disintegrarsi, gli “estranei” che la rifiutano e, per converso, come si faccia ad integrare questi estranei, cioè gli immigrati di un’altra cultura, di un’altra religione, di un’altra etnia. Egli conclude affermando che per capire fino a che punto si possa “aprire” una società agli estranei - e creare così la “società aperta” preconizzata da Popper - è necessario rifarsi al codice genetico del pluralismo, il quale solo può decifrare i valori fondanti e le linee di sviluppo di una società libera e liberale.
Se il limbo del sentimento nazionale è rappresentato da una società non integrata e multi-culturale, ne consegue che forse meglio sarebbe superare i modelli che assorbono l’immigrazione proponendo l’assimilazione, ovvero la costruzione di comunità o minoranze etniche da garantire nel mantenimento delle loro identità. Perché, a fronte del rischio di consolidare il multi-culturalismo, non è sufficiente l’accoglienza o l’assimilazione: piuttosto, la via da percorrere sembrerebbe quella di maturare una graduale, autentica cultura dell’integrazione, fortemente ispirata a criteri e principi di solidarietà ed ancorata al rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo.
In altre parole, per altri occorre mirare alla formazione di una società multi-etnica.
In quest’ottica, l’avvento di una società multi-etnica non è forse più una scelta: essa potrebbe invece divenire il futuro ineludibile dell’Europa. Il problema, la scommessa dei singoli Stati nazionali e dell’Europa nel suo insieme, riguarderebbe le modalità di attuazione di questa società. Come la si dovrebbe realizzare?
In Europa molti guardano al modello dell’America, Paese d’immigrazione fin dalla sua nascita, che ha risolto il problema dell’integrazione affidando alla legge il compito di riconoscere a tutti, di qualsiasi sangue, colore, razza, gli stessi diritti, e lasciando alla società il compito di difendere la propria integrità. Negli Stati Uniti la democrazia è cresciuta entro il calderone di fusione del melting pot, ed ancora oggi il sistema di valori americani - il proud to be american - è nel complesso solido e vincente.
Però, in America vi è chi osserva che non c’è integrazione, c’è uguaglianza: fra bianchi e neri ci si rispetta ma raramente ci si sposa. “Indovina chi viene a cena?” è in questo senso un film-documento ancora molto attuale. Non solo. Negli ultimi tempi la fusione miracolosa ha cessato di funzionare anche nel suo ambiente ideale, declinando sempre più verso il multi-culturalismo con la formazione di comunità autogestite e di lobby etniche che assurgono a protagonisti della lotta politica.
Uno degli effetti perversi prodotti dalle società multi-culturali è proprio la chiusura, spesso di intere comunità, che dà luogo a forme di malinconica nostalgia dell’atavico, foriere di particolarismi.
Il concetto di cultura con cui lavorano i teorici del multi-culturalismo pare darne per scontata la compattezza e l’impermeabilità, sulla base del presupposto di una corrispondenza tra “cultura” ed “etnia” che proprio gli sviluppi più recenti dell’antropologia e dell’etnologia hanno fortemente contestato.
Applicata ai migranti, per di più, la prospettiva del multi-culturalismo tende a nascondere la rottura con la “cultura” o con la “comunità” di provenienza che caratterizza, per definizione, l’origine del migrante, e a presentare come risolto a priori uno dei problemi fondamentali della sociologia delle migrazioni: quello dei processi di formazione, riproduzione e trasformazione dell’identità degli stessi migranti(64). Come ha scritto l’antropologo francese Jean-Loup Amselle, non si può dimenticare che “… tra i diritti delle minoranze c’è anche quello di rinunciare alla loro cultura”(65).
Ci si chiede allora se sia necessario contrastare la tendenza, riscontrabile nei teorici del multi-culturalismo, a chiudere l’“identità” dei migranti all’interno di monadi “culturali” pre-confezionate. Nell’età della globalizzazione, molto più ragionevole appare la posizione di chi sottolinea che essi sarebbero, tra l’altro, soggetti di una potente domanda di “consumo etero-culturale”, che calibra continuamente simboli e significati, fino ad investire il nocciolo duro di concetti come “democrazia” e “diritti umani”(66).
Per questo sarebbe forse auspicabile guardare ai Paesi che affrontano una fase più avanzata del fenomeno migratorio, com’è il caso della Francia, dove “i protagonisti dei disordini che nell’autunno scorso (del 2006) hanno interessato le banlieues francesi appartengono alle seconde e alle terze generazioni di immigrati nordafricani, il cui ingresso nella vita attiva pone problemi di integrazione in un mercato del lavoro caratterizzato da forti barriere d’ingresso”(67).
Nonostante la crisi delle banlieues, un simbolo altamente evocativo del sostanziale successo del modello francese d’integrazione è rappresentato dai giocatori francesi di colore - giovani immigrati africani anche di seconda e terza generazione - che, prima della finale del campionato mondiale di calcio a Berlino del giugno del 2006, hanno cantato la “Marsigliese”, dichiarandosi “enfants de la patrie”, forse anche più emozionati dei - pochi - colleghi di pelle più chiara.
La vicenda delle banlieues sembra piuttosto indicare come prioritaria “la lotta contro le discriminazioni, da attuare attraverso politiche di ingresso che consentano la selezione di lavoratori qualificati e efficaci misure di integrazione”(68).
Occorre però saper distinguere la consapevolezza e l’auto-percezione degli immigrati, a seconda che essa si rappresenti unicamente quale mera “presenza economica” ovvero si alimenti di un anelito civile ed etico-politico. Il sottinteso di tale distinzione è che per scoprire come due diverse percezioni possano saldarsi al meglio occorre prima riconoscerne le differenze. In altre parole, importare mano d’opera non è la medesima cosa che importare un potenziale cittadino.
Nella prima accezione, l’immigrato è soltanto “forza lavoro” e ad esso potrebbe adattarsi e giustificarsi pienamente il modello tedesco del “residente temporaneo”. Nella seconda, invece, l’immigrato è una persona con diritti e doveri, alla quale dovrebbe dunque applicarsi una formula che ne tuteli pienamente le situazioni giuridiche soggettive, quale forse potrebbe essere il modello americano del residente a tempo indefinito. Ma, se si volesse fare un passo ulteriore per trasformare il potenziale cittadino in un buon cittadino, di modo che - riprendendo la celebre formula di Mao Tze-tung - la stessa comunità degli immigrati possa formare “l’acqua in cui il soldato della guerra rivoluzionaria nuota come un pesce”, occorre riconoscergli piena cittadinanza. L’immigrato che venisse a percepirsi come “provvisorio”, un “migrante di passaggio”, finirebbe col ricondurre la propria affermazione in termini d’identità alla sfera della sua vita, quella vita che egli si riserva di vivere nel Paese d’origine.
Già, ma come affermare un’identità nuova che consenta all’immigrato di percorrere le stesse vie del pensiero e dei comportamenti di un buon cittadino? Ogni immigrato dovrà senz’altro affrontare il tema della propria identità. In breve, chi sarà? Rimarrà aggregato ad una comunità d’origine? O diverrà parte di una nuova nazione? Ora, basta un’abitudine ai viaggi perché l’aggregazione si disgreghi; aggregazione, infatti, è un insistente, minuzioso ribadire, ma bastano itinerari nuovi ed informati al di fuori dei presupposti nazionali, nonché adusati a versarsi in linguaggi diversi, incomparabili, e subito l’aggregazione originaria tremola, smarrisce la sua forza adesiva.
Sono in molti a sostenere che qualsiasi politica migratoria dovrebbe tenere conto dei riflessi che potrà avere sulla costruzione dell’identità del cittadino ed ispirarsi ad una mentalità che è l’opposto di quella dominante nei tempi in cui tutto appariva immutabile; una mentalità in grado di interrogare i fondamenti costitutivi dell’identità nel suo divenire, quando appare messo in crisi da mutate ed inattese condizioni vita, o da profondi rivolgimenti interni, per dare un senso nuovo all’appartenenza contro la tentazione di fissarla in modelli dati una volta per sempre. Per cui una corretta politica migratoria dovrebbe garantire, tra l’altro, la presenza di forti valori comuni che mantengano intatto il sentimento della dignità dei singoli e creino le condizioni per un arricchimento reciproco, anche in presenza di una relazione chiaramente asimmetrica, perseguendo una convergenza reciproca per evitare il rinchiudersi in enclaves contrapposte.
In questo ambito, la scelta per l’integrazione è davvero una scelta obbligata, specie per chi, come tanti europei, prima di immedesimarsi nelle vesti di ospitanti può attingere alla memoria di un passato neanche troppo remoto che li ha visti dall’altra parte della barricata. Tutto ciò purché gli immigrati operino delle scelte precise ed accettino le consuetudini civili dei Paesi che li accolgono, rinunciando a pratiche incompatibili con i principi giuridici della società occidentale ed accettando la distinzione tra religiosità e civitas. Anche se il disincantato individualismo che caratterizza l’epoca attuale rende alquanto ardua l’identificazione di un complesso di valori duraturi che appartengano al linguaggio morale condiviso e condivisibile da una nazione, non si possono disconoscere la validità e la ricchezza che deriverebbero dal circolo virtuoso innescato dall’integrazione di culture diverse sulla matrice di un comune senso di appartenenza.
Per conservare e tramandare i caratteri propri delle nazioni altri suggeriscono di dare la possibilità agli immigrati ed ai loro figli - ove lo desiderino e siano in possesso dei requisiti dettati dalla legge - di acquisire la nazionalità dei Paesi di destinazione e divenirne parte, perché la nazione non ha soltanto i tratti degli avi e non si nutre unicamente del sangue dei martiri patrioti. L’idea di nazione è l’insieme di una storia, di una tradizione, di una lingua condivisa, dei sentimenti comuni evocati dal senso di appartenenza a qualcosa di incontenibile e potenzialmente eterno; è una cultura che ramifica e si arricchisce di legami personali, di gesti condivisi; è una comunione spirituale fatta di laicità e di religiosità civile; è un dono offerto all’uomo, al di là del colore della sua pelle e del suo patrimonio genetico.
Epperò, per formare una nazione occorrono i cittadini. E cittadini il più possibile virtuosi, cioè portatori della “virtù civile dell’appartenenza”. Prendendo come termine di riferimento la “virtù civile” intesa come un fatto di stretta cittadinanza o di convivenza politica, astraendosi quindi da qualsiasi espressione di moralismo manicheo, la “virtù dei cittadini” ben si attaglia al precetto di Toqueville allorquando afferma che la convivenza sociale - in un regime democratico - è possibile solo tra cittadini virtuosi. Se ci sono virtuosi del piano in un’orchestra, tanto meglio per essa, ma guai a chi stona. Così, per una nazione si dovrebbe esigere una soglia minima di partecipazione alla sua vita da parte degli immigrati, così come si dovrebbe esigere la forza morale di cittadini virtuosi(69).
Certo, per alcuni(70) il bene comune pubblico si ottiene come conseguenza della somma degli egoismi personali. Le comunità degli immigrati, dato il sillogisma, non costituiscono null’altro che una serie di cellule isolate e deresponsabilizzate, escluse dalla società civile ed incapaci di rappresentarle. E sono gli stessi che ritengono che la coesistenza umana in una società democratica coincida con il mero libero gioco del mercato e che o l’astuzia della ragione nella storia (Hegel), o una mano invisibile (Adam Smith), trarrà beni sociali dai vizi privati, tra i quali, non ultimo, l’interesse economico, l’egoismo, l’avidità, l’intolleranza(71).
Ma, la vera sfida consiste per i più nell’individuare ed incrementare un nucleo di valori fondamentali, che gli immigrati e gli autoctoni insieme possano avvertire in modo irrinunciabile e desiderare che vengano accettati e condivisi nel sentimento diffuso della società “civile” ed attraverso il filtro di un comune e duraturo senso di appartenenza, per realizzare un’osmosi fra culture e persone all’interno di una stessa società e costruire una cornice entro la quale, garantendo la sicurezza, si possa realizzare il bene comune nella comune partecipazione alla vita del Paese ospitante.

6.2 L’intreccio tra immigrati e cittadinanza
Già nel pensiero dei primi teorici dello Stato inteso nella sua accezione moderna, come Hobbes e Bodin, tra i suoi compiti vi è quello di garantire la sicurezza della società e quella dei suoi cittadini. Ne discende che il vincolo d’appartenenza rappresentato dalla cittadinanza nazionale offre all’individuo la titolarità di un complesso di diritti, fra cui la garanzia di protezione da parte dello Stato di origine sia all’interno sia all’esterno del territorio nazionale. Il binomio cittadinanza-nazionalità, che si esplica nell’assunto in base al quale si è cittadini di uno Stato soltanto se si appartiene, per nascita o per scelta, alla nazione culturale sulla quale lo Stato medesimo pretende fondarsi, ha costituito il perno sul quale circoscrivere i titolari di situazioni giuridiche soggettive ed i destinatari della protezione statuale. L’appartenenza dell’individuo cittadino ad uno Stato-nazione è così una costruzione sociale che si è venuta configurando nel corso dell’evoluzione dello Stato in relazione alla definizione di un’organizzazione sociale, delimitando l’inclusione di alcuni nel suo corpo sociale e giustificando l’esclusione degli altri, gli “estranei”(72). La condizione dell’assenza di cittadinanza è dunque possibile se viene resa esplicita la definizione di cittadinanza, la quale sola segna la linea che separa un “dentro” da un “fuori”(73) e che, evidentemente, non può ridursi alla tematica della “naturalizzazione” (e dunque all’idea di appartenenza).
Negli ultimi anni la problematica legata al binomio cittadinanza-immigrazione si è in effetti mossa attorno ad una rinnovata dimensione di “esclusione” riguardo la posizione dei migranti nelle società occidentali contemporanee, definendo così la cittadinanza con riferimento alla piena e legittima partecipazione alla vita di una nazione, e quindi anche in relazione a chi ne risulta escluso. Gli Stati si trovano a dover assicurare la protezione ed il controllo di individui e collettività che vivono ed agiscono nel loro territorio ma che non appartengono tutti alla comunità nazionale. Da mero criterio giuridico-formale il termine cittadinanza è venuto così a coincidere in “un processo di più o meno consapevole estensione del suo campo semantico”(74), tramutandosi rapidamente in un concetto più esteso che coinvolge gli stessi criteri dell’adesione soggettiva ad un ordinamento: identità e partecipazione, ma anche diritti e doveri a geometria variabile. È qui che s’innesta la riflessione sul rapporto tra cittadinanza e movimenti migratori.
In questo senso, lo status di autoctono discende dalla nascita anziché da una scelta, qual è invece la posizione dell’immigrato, e non ha bisogno di alcuna specificazione in ordine a diritti o a privilegi, attenendo esclusivamente alla sovranità dello Stato. Epperò, il dibattito relativo alla necessità di far convivere coloro che possiedono i diritti della cittadinanza e quanti ne sono privi ha portato a far cadere la distinzione fra le varie “categorie”: cittadini nazionali, discendenti da cittadini nazionali, residenti permanentemente nel Paese, da un lato, e cittadini di uno Stato residenti all’estero, soggetti con due o più nazionalità, stranieri con soggiorno permanente, residenti temporanei, migranti stagionali, rifugiati, richiedenti asilo politico, immigrati illegali, dall’altro. Ogni categoria con, presumibilmente, diversi diritti e doveri, giuridici e politici(75).
Ora, la crescita dell’immigrazione e delle categorie citate costringe a ridefinire la cittadinanza, anche se la regola rimane quella del cittadino nato e cresciuto nel Paese, presupponendo l’immutabilità genealogica in secula seculorum e assumendo che la popolazione mondiale sia divisa in abitanti di Paesi nettamente distinti in base alla nazionalità(76). Il classico concetto di cittadinanza intesa quale titolo per il riconoscimento formale della propria appartenenza ad una comunità politica sembra infatti comportare indubbi riflessi negativi sulle situazioni giuridiche soggettive dei migranti. La filosofa statunitense Jean Hampton, ad esempio, partendo da un approccio di teoria democratica della giustizia contesta la legittimità normativa di un’esclusione dei migranti da spazi nazionali nei quali la cittadinanza è codificata sulla base dello jus sanguinis(77). Per altro verso, l’antropologa tedesca Verena Stolke illustra come la posizione d’irrigidimento nei confronti dei migranti, assunta da tutti i Paesi dell’Europa occidentale nel corso degli anni ’90, sia stata accompagnata in misura crescente da orientamenti favorevoli all’introduzione di elementi di jus sanguinis nel diritto di cittadinanza, ciò anche in quei Paesi di tutt’altra tradizione come l’Inghilterra e la Francia(78).
Anche le norme oggi generalmente adottate sull’immigrazione presuppongono che normalmente un soggetto sia cittadino o straniero: il cittadino ha diritti, di regola vive in patria ed è relativamente poco mobile, mentre lo straniero ha diritti limitati (fatto salvo per quelli stabiliti da accordi bilaterali fra Stati), è mobile e si trova solo temporaneamente nel territorio dello Stato in questione. Tali norme generano, però, una forte domanda di riconoscimento di diritti di residenza e di cittadinanza. Il passaggio da straniero a cittadino è difficile, ma una volta compiuto si suppone che lo straniero, con l’acquisizione dei diritti, abbia perso la sua tipica mobilità. Tuttavia, il passaggio negli ultimi anni si è andato allargando sino a comprendere una nuova figura, quella del “lavoratore mobile”, per il quale la nazionalità costituisce solo un mezzo per agevolare i propri spostamenti. Questa figura di lavoratore non chiede più la cittadinanza, gli è sufficiente l’autorizzazione a lavorare. Da questo punto di vista si è osservato che  “la maggioranza degli immigrati non ambisce a ottenere la cittadinanza del Paese di residenza, nemmeno dopo vent’anni di soggiorno, e mostra scarso interesse per la naturalizzazione”(79), con ciò evidenziandosi il problema della “doppia coscienza” o del “doppio spazio politico-culturale” dei migranti come cittadini di e della frontiera, concetti, questi, originariamente coniati da W.E.B. Du Bois per denotare la posizione degli afro-americani, e recentemente riproposti dal sociologo Paul Gilroy nella sua ricerca sull’Atlantico nero(80).
Se attingendo a queste considerazioni torniamo a volgere la nostra attenzione sul tema del rapporto tra cittadinanza e immigrazione, una delle categorie più interessanti che incontriamo è quella di “naturalizzazione parziale”(81), locuzione con cui si traduce il termine inglese denizeship, coniato nel XVI secolo per definire la posizione dello straniero accettato come cittadino in virtù di un atto della Corona.
Nel dibattito contemporaneo esso fa riferimento alla possibilità che gli immigrati godano di pieni diritti senza che essi abbiano precedentemente acquisito la nuova cittadinanza, configurando e valorizzando una posizione intermedia tra lo status di cittadino e quello di straniero(82).
Non manca, tuttavia, chi guarda con sospetto l’eventualità che la prospettiva indicata sia praticata sulla base di una rigida differenziazione dei diritti, volta a stabilirne un livello minimale da garantire ai migranti secondo la proposta di Zincone di “una politica dei diritti utili”, fondata per l’appunto sulla contrapposizione dei diritti politici e di quelli sociali(83).
Il rischio che in tal modo si correrebbe è di trasformare la denizeship in una sorta di cittadinanza mediata. Ed è questo un rischio assai grave, soprattutto ove si consideri che, all’interno delle singole collettività nazionali, sono molte e assai forti le tendenze a frantumare l’universalismo della cittadinanza per istituire nuovi confini interni fondati su particolarismi localizzati(84).
A fronte di ciò, la futura riflessione su cittadinanza e immigrazione potrebbe essere collocata in una prospettiva d’impianto universalistico, guardando a nuovi concetti quali la “cittadinanza europea” e l’“europeizzazione” della cittadinanza(85), pur nella consapevolezza delle particolarità che, tanto sotto il profilo storico quanto sotto quello giuridico-formale, segnano la formulazione del paradigma universalistico occidentale. In questo quadro il rapporto tra diritto di cittadinanza ed appartenenza, intesa come fattore politico-culturale e psicologico-sociale, costituisce il punto di equilibrio tra universalismo e particolarismo.
Dal lato dei migranti, secondo vari studiosi le “diversità” di cui essi sono portatori si potrebbero disporre in una linea di continuità con il pluralismo d’interessi e di vincoli di lealtà che costituisce uno degli elementi strutturali delle società moderne.
Ne discende che i migranti, sotto il profilo dell’“appartenenza”, presenterebbero evidenti caratteristiche peculiari, il cui peso risalterebbe se non altro da quella richiesta di “cambiamento di giurisdizione” - come detto da Gambino(86) - di cui è espressione il fatto stesso della migrazione. Del resto, alla fuga da uno spazio politico, sociale e culturale non fa quasi mai riscontro da parte degli immigranti nelle società occidentali di accoglienza una richiesta di piena adesione al nuovo spazio politico, sociale e culturale(87). E già oggi il sistema normativo europeo consente ad una massa crescente di lavoratori di effettuare brevi e frequenti soggiorni all’estero, dando luogo ad un vero e proprio “pendolarismo” internazionale ed obbligando di tanto in tanto gli Stati a regolarizzare gli immigrati illegali, il che vale quale riconoscimento implicito delle notevoli difficoltà a garantirne il pieno controllo.
Su questo filo, la mescolanza delle popolazioni altera continuamente il significato della nazionalità. Nel comune sentire i privilegi dell’appartenenza non possono essere negati a coloro che vivono, lavorano, pagano le tasse in un Paese soltanto perché sono nati all’estero. Però, l’estensione di tali privilegi potrebbe essere intesa quale una svalutazione dei diritti della popolazione autoctona, tant’è che ogni movimento sociale d’opposizione all’immigrazione è implicitamente un movimento di difesa di presunti privilegi. Anche se, nella misura in cui tali privilegi esistono, sono venuti in certa parte a dipendere anche dal lavoro degli immigrati.
Un conto è ospitare, altro è concedere la cittadinanza. Se questo è l’assioma al quale si giunge, sono in tanti a sostenere che il primo essenziale strumento per realizzare una corretta politica dell’integrazione consiste per ciascun Paese nel sapersi dotare di un’adeguata legge sulla cittadinanza, che detti delle condizioni di acquisizione di tale cittadinanza che favoriscano l’adesione ai valori fondanti ed irrinunciabili delle Istituzioni nazionali e che facciano perno su una volontà associativa e di inserimento nella nuova Patria il cui stigma poggi su manifesti e condivisi segni di volontà di inserimento.

7. La perversione del binomio criminalità-immigrazione

7.1 L’inserimento degli immigrati in attività devianti e nella micro-criminalità
In passato, quasi tutte le correnti migratorie hanno evidenziato tre diversi modelli d’inserimento: quello regolare (o legale), quello informale e quello illegale, variando in ragione delle caratteristiche del quadro politico e della congiuntura economica dei Paesi di emigrazione e di immigrazione(88).
Nel tempo in cui la migrazione si è andata inserendo in un contesto socio-economico che esigeva l’impiego crescente di una manodopera poco qualificata, anche l’immigrazione irregolare veniva assorbita senza rendersi suscettibile di azioni di contrasto se non con riguardo all’evoluzione del costume(89). Per contro, nell’attuale epoca caratterizzata da uno sviluppo economico post-industriale annegato nella globalizzazione, i paradigmi dell’inserimento degli immigrati in comportamenti ed attività devianti e nella criminalità organizzata non trovano la medesima applicazione. La criminalità è soltanto un tipo di una più vasta varietà di condotte, qualificabili globalmente come devianti.
Negli ultimi vent’anni si è sviluppata una crescente trasfusione delle attività criminali dai Paesi di immigrazione ai Paesi originatori, in particolare in quelli caratterizzati dalla diffusione di mafie e attività criminali connesse con processi di destrutturazione sociale, economica e politica, secondo uno schema di crescente chiusura etnica nella stigmatizzazione dell’appartenenza alla devianza.
Un primo parametro che qualifica la devianza degli immigrati è quello della non osservanza di alcune norme sociali. Esso non è però sufficiente a configurare il comportamento deviante: tutte le devianze sono condotte non rispettose di norme, ma non tutte le inosservanze normative vengono percepite come devianti. Pertanto, sono devianti quelle condotte antinormative che provocano intense reazioni di censura, sicché la devianza non può identificarsi con la criminalità, dal momento che quest’ultima si configura solo come infrazione della legge penale.
La devianza, invece, si realizza quando si manifesta nel tessuto sociale un’intensa reazione di disapprovazione per la condotta di chi infrange le norme (penali, culturali, sociali, religiose) ritenute importanti(90). Tali reazioni comportano spesso fenomeni di emarginazione e di esclusione o di marginalità(91). Nel limbo sospeso tra emarginazione e marginalità l’immigrato, cioè a dire il “diverso” (per lingua, religione, costumi, etc.)(92), rischia di perdere la partita dell’integrazione e di cadere nel gorgo della devianza e nella criminalità.
La fortuna dei modelli devianti e criminali corrisponde in buona misura anche alla perdita di credibilità del modello tradizionale di speranza e buon esito della migrazione. Anche se pur sempre una certa parte riesce a raggiungere un inserimento decoroso, la maggioranza degli immigrati oscilla tra la precarietà della regolarità ed il rischio di precipitazione nella illegalità. Ciò discende principalmente dalla quasi assoluta impossibilità di accedere ad una migrazione regolare persino da parte di individui che siano indotti a fuggire da guerre o da persecuzioni. Non a caso le più diffuse fattispecie di reato connesse con il fenomeno migratorio riguardano la falsificazione di documenti e l’immigrazione irregolare, entrambi riconducibili nell’alveo della più ampia categoria del “delitto di migrazione”.
Inoltre, è un dato ineludibile che, in assenza di vie legali al soddisfacimento del bisogno ineluttabile di fuggire dal proprio Paese per aspirare a condizioni di vita migliori per sé e per la propria famiglia, delinquenti, criminali e mafie profittano di tale situazione offrendo le proprie prestazioni per aggirare i vincoli delle politiche di Governo rispetto alla domanda di migrazione. Ne discende che il rischio per gli immigrati-vittime di essere irretiti in attività e comportamenti illegali è esponenziale.
Il fenomeno in parola appare configurarsi soprattutto come devianza delinquenziale giovanile e maschile. La grande maggioranza degli arrestati e degli incarcerati nei vari Paesi dell’Unione è costituita da giovani e in tutte le nazionalità i tassi di arresti delle donne sono insignificanti rispetto a quelli degli uomini. Essi provengono normalmente da Paesi caratterizzati da grave degrado economico, sociale e politico. Talvolta sono portatori di moti di protesta e di ribellione derivanti dal percepirsi esclusi dai privilegi del mondo occidentale, atteggiamento questo peraltro più manifesto laddove la prossimità con i Paesi d’origine riproduca il conflitto tra il ricco centro e le periferie degradate. Ciò è specialmente evidente negli immigrati che non abbiano beneficiato degli aiuti di una catena migratoria omogenea rappresentata da formazioni reticolari “a forte coesione e controllo sociale endogeno”(93), né di aiuti dalla società di arrivo, o che appartengano a catene migratorie dominate da un modello di inserimento deviante, dedicandosi ad esempio allo spaccio e traffico di droga(94).
Nei Paesi di più antica immigrazione, nei quali è stata concessa la nazionalità agli indigeni colonizzati e in generale agli immigrati, il fenomeno tocca in modo rilevante i giovani d’origine immigrata anche una volta acquisita la cittadinanza dei Paesi di residenza. In questi Paesi la maggioranza dei detenuti autoctoni è composta da persone di origine straniera. In Francia si tratta soprattutto di giovani francesi d’origine magrebina. In Inghilterra di giovani neri con nazionalità inglese o del Commonwealth, originari dei Caraibi e di altre ex-colonie.
Anche in Italia i fenomeni della devianza e della criminalità si presentano piuttosto appariscenti. È pur vero, però, che spesso si è operata una ingiustificata commistione tra criminalità ordinaria italiana e devianza criminale di alcuni immigrati, essendo indubitabile che la maggior parte degli “irregolari” e dei “clandestini” è solo gente che cerca di sopravvivere, mentre nei casi di devianza criminale citati probabilmente l’impegno più fruttuoso non consiste tanto nel criminalizzare i singoli, il più spesso vittime e non attori, quanto piuttosto nel cercare di contrastare l’azione delle organizzazioni criminali che operano sia in Italia sia nei Paesi di origine.

7.2 La clandestinità come causa del mercato del lavoro nero e del ricorso al crimine quali fonti di sopravvivenza
Mentre l’immigrazione come fenomeno può essere materia di dibattito sulla natura positiva o negativa dei suoi effetti, l’immigrazione clandestina o illegale determina una serie di minacce interne rivelandosi causa del mercato del lavoro nero e del ricorso al crimine quale fonte di sopravvivenza. L’immigrazione clandestina crea infatti una manovalanza del crimine locale ed organizzato su basi relativamente spontanee, col reclutamento di immigrati, quasi sempre giovani, da parte di delinquenti o di organizzazioni criminali autoctone.
Tale fenomeno è normalmente accompagnato dalla sostituzione dell’immigrato all’autoctono in tali attività, producendosi un processo di “concentrazione etnica” di alcune attività illegali sul territorio(95). Il traffico di immigrati può dunque essere considerato come un vero e proprio “caporalato” internazionale sul quale speculano i fornitori di vettori e di documenti illegali. Il fenomeno tristemente noto degli “scafisti”, novelli Caronte nella guida alla terra promessa, è da questo punto di vista emblematico.
Si è visto che la quasi totale chiusura alla migrazione libera e regolarizzata, non offrendo spiragli di legalità per governare il conseguente fenomeno inarrestabile della clandestinità, ha come primo effetto quello di incentivare gruppi criminali e mafie più o meno localizzate ad offrire le proprie prestazioni a fronte di una crescente domanda di migrazione. Ciononostante, contro l’immigrazione clandestina le società europee hanno quasi sempre optato per soluzioni repressive e di inasprimento delle pene, senza però individuare sempre strumenti idonei ad agevolare l’inserimento degli immigrati regolari, determinando così la crescita della devianza. È questo un evidente paradosso: dal momento che in molti casi l’irregolarità è conseguenza proprio di una precarizzazione della regolarità, stigmatizzata ad esempio dalla perdita dei requisiti minimi richiesti ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno (come l’aver svolto lavori non certificati a livello formale).
In tali casi risulta ben difficile ignorare che si è valicato il confine tra mantenimento della legalità e generazione di un più o meno diffuso sentimento di discriminazione nutrito da molti giovani immigrati quale ingiustizia cui opporsi con forme di radicalizzazione di ciò che poteva essere all’inizio solo una latente “anomia” o devianza(96). È in questo senso che può dirsi che esiste un “problema di emarginazione criminale” nell’immigrazione. Un problema che non è temporaneo.
L’enfatizzazione della criminalità attribuita agli immigrati ed un’esagerata risposta in chiave repressiva, infatti, potrebbe alla lunga provocare una radicalizzazione dei fenomeni di distacco e di criminalizzazione, se non addirittura di auto-criminalizzazione, portando all’avvento ed alla diffusione di una serie di patologie già riscontrabili di vittimismo (aumento dei suicidi, tossicodipendenza, atti di autolesionismo in carcere, altre patologie della disperazione).
In sostanza, laddove emerge alto il rischio per gli immigrati di venire irretiti in comportamenti ed attività illegali, è necessario convincersi che l’esistenza di una comunità residente di stranieri è un dato incontrovertibile e che va garantita, stabilizzata. E non solo per necessità economica, ma soprattutto per evitare discriminazioni, odio, conflitti, in una parola l’invito o il costringimento alla devianza.

7.3 Criminalità organizzata e traffico di migranti
Molto spesso gli immigrati clandestini sono viaggiatori che si affidano ad “agenzie di viaggio” efficientissime, organizzazioni dedite ad una rinnovata tratta degli schiavi, uno degli affari più redditizi della criminalità organizzata internazionale.
Queste organizzazioni criminali rappresentano una delle minacce più severe alla sicurezza ed alla legalità in Europa. Esse, infatti, oltre che alimentare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, si avvalgono delle stesse strutture logistiche utilizzate per la rete dei traffici umani per il contrabbando, il traffico di droga e di armi.
In altre parole, con gli stessi mezzi, e in alcuni casi con gli stessi viaggi, i trafficanti trasportano uomini ed altra merce, compresa la droga. Non solo: le stesse organizzazioni criminali dedite al contrabbando e già da anni impegnate sul versante dell’immigrazione clandestina si prestano sempre più spesso anche al commercio di donne e di bambini, alimentando così i mercati della prostituzione e della pedofilia. Per non parlare del commercio di organi umani.
Come reagire al complesso fenomeno della criminalità organizzata? Uno degli ostacoli principali per la condotta di una lotta perlomeno ad armi pari è dato dal fatto che non esiste ancora una mappa perfettamente attendibile dei grandi gruppi criminali internazionali dediti allo sfruttamento del fenomeno immigratorio e delle aree in cui operano e sono presenti. In ogni caso, è noto che le organizzazioni che trafficano in carne umana, oltre che in droga, sigarette ed armi, sono ormai delle organizzazioni mafiose vere e proprie, strutturate a livello verticistico ed internazionale, con basi operative nei Paesi di provenienza, in quelli di transito ed in quelli di destinazione, anche se il traffico di esseri umani è gestito concretamente da tante piccole organizzazioni transnazionali che non è semplice identificare.
È parere condiviso da molti osservatori che l’idea a favore dell’impiego avverso tali fenomeni degli strumenti tipici della lotta alla criminalità organizzata sarebbe auspicabile nonché pienamente realizzabile già nell’immediato, sia per via analogica - date le caratteristiche comuni di determinate strutture criminose - sia per via sinallagmatica attraverso appositi interventi legislativi.

7.4 Il terrorismo veicolato dall’immigrazione clandestina ed illegale
Uno degli effetti della immigrazione clandestina è legato alla formazione di gruppi portatori di valori diversi e spesso opposti a quelli propri di una moderna democrazia. Tali gruppi possono agire in modo destabilizzante attr