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L'esame del testimone e della vittima di un reato - Aspetti psicologici

Danilo Panico

1. Introduzione

Nonostante lo sviluppo tecnologico abbia consentito di agevolare notevolmente l’acquisizione delle fonti di prova (si pensi all’esame del DNA), nell’ambito dell’attività investigativa un ruolo ancora molto importante è svolto dalle dichiarazioni che possono venire da testimoni o dalle stesse vittime di un reato. In alcuni casi, quando nessun’altra prova è disponibile, esse assumono addirittura un peso determinante e decisivo ai fini investigativi e processuali.Ma possiamo credere a tutto quello che ci dice un testimone? Possiamo credere ad esempio a tutto quello che un testimone oculare di una rapina ci racconta? Ammettiamo pure che la persona abbia tutto l’interesse a raccontare quello che è successo, come nel caso di una donna che è stata vittima di uno stupro e vuole fornire informazioni utili per catturare l’aggressore, siamo sicuri che tra ciò che la donna ricorda, ciò che riporta e quanto è realmente accaduto ci sia una corrispondenza precisa? E nel caso dei bambini? Possiamo credere ad un bambino? Fino a che punto dobbiamo considerare attendibile la sua testimonianza? Le numerose ricerche condotte nel campo della memoria, sul suo funzionamento e sulla complessa relazione che c’è tra memoria e testimonianza, dimostrano che la memoria non è sempre infallibile, che anzi riserva molte insidie e molte trappole che possono facilmente indurre in errore e che in alcuni casi possono dar vita a fenomeni veramente singolari, come quelli che si verificano quando una persona si convince di ricordare cose che in realtà non ha mai vissuto o visto. Questo soprattutto nei bambini. Già questi dati ci dovrebbero indurre, quindi, a procedere con molta cautela quando esaminiamo un testimone, a stare molto attenti nel modo di porre le domande e a rispettare determinate regole se vogliamo ottenere testimonianze realmente attendibili ed evitare così il rischio di racconti che, pur coerenti, resi in buona fede, in seguito si rivelano falsi, oppure riconoscimenti solo molto tardivi, o ancora, testimonianze rese spontaneamente sin dall’inizio delle indagini che successivamente vengono ritrattate; tutti fenomeni che puntualmente si verificano.Il presente lavoro, che riprende un tema oggetto di specifico insegnamento ormai da tre anni alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri nell’ambito della Cattedra di Tecniche Investigative, si prefigge lo scopo di far compiere proprio un percorso attraverso le più accreditate e recenti teorie sui processi mnestici e sul ruolo che la memoria può giocare nella testimonianza, allo scopo di consentire a coloro che sono chiamati a svolgere interrogatori investigativi (di testimoni, di vittime di reato o di indagati) di prendere coscienza di alcuni fattori psicologici i quali, sfuggendo alla percezione di molti, possono condizionare pesantemente la buona riuscita di una rievocazione o un riconoscimento e compromettere l’attendibilità della testimonianza stessa. In particolare, si affronterà la stretta relazione che c’è tra testimonianza e memoria e si vedrà come alcuni fattori possano influenzare il ricordo e limitare la testimonianza; si affronterà, inoltre, la memoria nei bambini; verranno date alcune indicazioni pratiche su come comportarsi per rendere il più possibile attendibile una testimonianza e, infine, verrà presentata una tecnica di esame del testimone nota come “Intervista Cognitiva”, che può rivelarsi uno strumento molto utile per ottenere resoconti più completi ed accurati, soprattutto  quando si deve esaminare un testimone-vittima che vuole collaborare, ma fa molta fatica ad accedere ai suoi stessi ricordi perché magari ancora scosso o traumatizzato.

2. La testimonianza e la memoria

Come abbiamo già accennato, il contenuto della testimonianza è strettamente legato a come le persone ricordano l’evento che hanno visto o vissuto e, ovviamente, alla loro decisione di raccontare o meno quanto accaduto. Ma per i limiti e le peculiarità di funzionamento della memoria umana, anche nel caso in cui la persona decide di collaborare e raccontare tutto ciò che ricorda, una testimonianza non potrà mai essere “totalmente” attendibile, nel senso che non ci potrà mai essere una perfetta corrispondenza, una completa sovrapposizione, tra l’evento e quanto viene raccontato. La memoria è, infatti, frutto di un processo di tipo prevalentemente ricostruttivo. Essa cioè non è, come comunemente si pensa, semplicemente un contenitore dove basta andare a ripescare le fotografie, i filmati, le copie, degli eventi accaduti, ma è un processo attivo di elaborazione delle informazioni, dove quest’ultime vengono selezionate, codificate ed integrate, attraverso la conoscenza già posseduta dal soggetto, sia consapevolmente (in modo da immagazzinarle in maniera logica, coerente, come avviene ad esempio quando studiamo) sia inconsapevolmente (e in tale processo concorrono interferenze esterne, forti stati emotivi e stress). Queste operazioni spesso possono alterare la percezione dell’evento e dei fatti accaduti in modo da renderli assai diversi da ciò che accade realmente. Questo spiega come anche un testimone oculare intenzionato a collaborare possa dare involontariamente un resoconto diverso dal reale svolgimento dei fatti.Quella che noi chiamiamo memoria è, quindi, in realtà, un processo complesso, reso possibile da tre cosiddetti “magazzini” (il Registro Sensoriale, la Memoria a Breve Termine e la Memoria a Lungo Termine), che elaborano e conservano l’informazione con modalità e caratteristiche spazio-temporali diverse tra di loro: il Registro Sensoriale (RS) contiene, per un tempo brevissimo (500-2000 m/s), l’informazione proveniente dagli organi di senso, catturata e trattenuta nel suo formato originale (visiva, olfattiva, tattile, uditiva); la Memoria a Breve Termine (MBT) ha una capacità piuttosto limitata (si parla di circa 7 unità di informazione) e mantiene l’informazione per un tempo massimo di circa 30 sec.; e infine, l’ultimo magazzino, la Memoria a Lungo Termine (MLT) ha una capacità spaziale e temporale potenzialmente illimitata (vedi fig. 1). Come avviene il processo? Gli stimoli fisici che arrivano dall’ambiente esterno vengono percepiti attraverso i sensi, codificati sommariamente dai registri sensoriali in tracce mnestiche e trattenuti per pochi istanti. Le tracce mnestiche passano in MBT che le sottopone ad un processo di ripetizione continua per permettere alla memoria di lavoro (ML) di selezionare i dati rilevanti ed elaborarli assegnando loro un significato attraverso la conoscenza generale fornita dalla MLT.  La memoria di lavoro (ML) è chiamata così perché responsabile del lavoro cognitivo effettuato dal soggetto nell’attività di comprensione. Il problema di questa fase è costituito dal fatto che la qualità dell’elaborazione dipende, oltre che dalla complessità dei dati, dal numero di ripetizioni dell’informazione effettuato dalla MBT: nella ML, infatti, la traccia è soggetta a decadimento, in funzione diretta al tempo trascorso e inversa al numero di ripetizioni della traccia stessa (Gulotta, 2000). L’informazione, elaborata dalla ML, passa alla MLT. Questa viene distinta in: -  memoria autobiografica, che contiene tutte le informazioni relative alla nostra identità e alla nostra storia passata;-  memoria episodica, che contiene le informazioni specifiche riferite ad eventi ed episodi chiaramente collocabili nel tempo e nello spazio;-  memoria semantica, che comprende la conoscenza concettuale e linguistica delle informazioni ed è organizzata in strutture di tipo generale connesse tra loro, sotto forma di schemi o scripts (copioni), che consentono di riconoscere i singoli dati ed eventi della realtà e di attribuire loro un significato;-  memoria procedurale, che comprende la conoscenza di procedure e regole relative al “come” operare; è questo tipo di conoscenza che consente di mettere in atto tutta una serie di azioni motorie e mentali. Il rapporto tra i vari tipi di memoria a lungo termine è molto articolato, in quanto ognuna contribuisce alla formazione e modificazione dell’altra. Per questo motivo possiamo dire che la memoria è dinamica e non statica: ogni evento, in senso cognitivo, modifica la struttura della conoscenza, per cui il ricordo che abbiamo noi ora di un fatto non sarà mai uguale a come a suo tempo abbiamo percepito quel fatto. E non solo perché nel corso del tempo il ricordo è cambiato, ma anche perché a loro volta sono mutate le stesse strutture conoscitive che permettono di richiamarlo alla memoria (Gulotta, 2000). Tutti gli studiosi sono concordi nel sostenere che questo processo si svolge fondamentalmente in tre fasi: -  la fase di acquisizione o codifica (mediante la quale il soggetto percepisce e codifica le informazioni provenienti dall’esterno); -  la fase di ritenzione o mantenimento (durante la quale il soggetto conserva in memoria le informazioni acquisite); -  la fase di recupero dell’informazione (durante la quale il soggetto recupera l’informazione da dove era conservata). Questa ultima fase può avvenire attraverso la rievocazione o il riconoscimento. La rievocazione consiste nel richiamare alla mente la traccia mestica e dipende dalla accessibilità della traccia stessa da parte della memoria di lavoro. Pur essendo infatti nella maggior parte dei casi la traccia disponibile, cioè presente nella MLT, non è detto che sia anche accessibile; ciò dipende dalla capacità di recuperare lo schema attraverso cui l’evento originario era stato memorizzato. Nel riconoscimento, invece, vengono forniti al soggetto degli stimoli e gli si chiede se li riconosce. In genere quest’ultimo è considerato come un compito più facile rispetto alla rievocazione, in quanto c’è uno stimolo esterno che guida il soggetto nel recupero dell’informazione (vedi fig. 2). In ognuna di queste fasi del processo (fase di acquisizione o codifica, fase di ritenzione o mantenimento e fase di recupero) intervengono numerosi fattori che possono influenzare notevolmente i ricordi e limitare di conseguenza l’attendibilità della testimonianza.

3. Fattori che possono influenzare il ricordo e limitare la testimonianza

Quali sono questi fattori? Sono diversi. Alcuni sono legati all’evento, altri sono legati al testimone e alle sue caratteristiche e altri ancora sono da ricondurre alla memoria e alle modalità con cui avviene il recupero. Tra i fattori legati all’evento, che possono incidere già nella fase di acquisizione alterando la percezione del testimone, ci sono:-  il tempo di esposizione: perché la percezione possa essere corretta, il tempo di esposizione deve essere sufficientemente lungo, almeno 20 secondi; maggiore è il tempo di esposizione allo stimolo, migliore è l’accuratezza;-  la salienza dei dettagli: quando si assiste ad un evento alcuni particolari colpiscono maggiormente l’attenzione (ad esempio un colore che spicca rispetto agli altri, qualcosa di inusuale o di nuovo), anche se a volte sono meno importanti di altri ai fini della testimonianza. Un fenomeno che è stato molto studiato è il cosiddetto weapon effect (effetto arma), per cui si verifica che una persona, minacciata da un’arma, ricorda molto bene l’arma, ma ha un ricordo molto vago e poco accurato dell’aggressore, del suo volto o di altri elementi dell’episodio (Loftus, 1979), proprio perché l’attenzione, anche senza che la persona lo voglia, viene spostata in modo quasi esclusivo sull’arma e quindi solo questo elemento viene codificato e poi ricordato. Per quanto riguarda la percezione del volto anche se avviene in modo “gestaltico”, in quanto viene percepito nella sua globalità e non attraverso i singoli particolari, si è visto che vengono meglio percepiti e quindi successivamente meglio ricordati volti atipici, o particolarmente piacevoli o spiacevoli, mentre quelli più comuni non stimolano un’attenta osservazione;-  la violenza dell’evento: quando si tratta di testimoniare riguardo a un fatto molto violento la performance peggiora. Questo è dovuto probabilmente alla grande quantità di stress presente al momento del fatto. Tra i fattori legati al testimone ci sono:-  l’età del testimone: per quanto riguarda i minori, a 12 anni la capacità di testimoniare è simile a quella dell’adulto. Sotto questa età le capacità dei bambini sono inferiori a quelle degli adulti solamente in relazione alle strategie più complesse di elaborazione di eventi. Così la memoria di fatti che non richiedono particolari strategie di codificazione non varia con l’età. Se in generale quindi si può affermare che i bambini siano buoni testimoni quanto alla percezione dell’evento, il problema principale della loro attendibilità riguarda soprattutto il ruolo delle informazioni post-evento e il contesto entro cui avviene l’interrogatorio e/o la testimonianza. Per quanto riguarda gli anziani, l’efficienza delle facoltà sensoriali in generale diminuisce con il processo di invecchiamento, sia per quanto riguarda la vista che l’udito. Lo stesso accade alle capacità attentive e mnestiche. La maggior parte delle difficoltà mnestiche degli anziani si riferiscono ai meccanismi di immagazzinamento e recupero, le capacità di rievocazione risultano più danneggiate di quelle di riconoscimento (Gulotta, 2000); -  lo stress: lo stato emotivo vissuto dal soggetto nel momento in cui percepisce l’evento è sicuramente un evento di primaria importanza. La maggior parte delle volte il testimone vive una situazione di stress e paura. Più un evento aumenta lo stress del testimone più una corretta percezione sarà compromessa. Un forte stress emotivo toglie alla fase di immagazzinamento energie e attenzione necessarie per cogliere il maggior numero di informazioni possibili, e convoglia queste risorse sul controllo o sullo sfogo delle emozioni. Si spiega in questo modo il caso di vittime che fanno fatica a riconoscere lo stupratore. Lo stress determina anche un restringimento del campo di attenzione e un focalizzarsi solo su alcuni particolari con peggioramento dell’accuratezza percettiva globale. Un fenomeno di questo tipo è quello, già descritto, del weapon effect dove l’attenzione è catturata dall’arma al punto da non fare vedere altri elementi presenti sulla scena. Secondo la legge di Yerkes-Dodson, la relazione tra arousal (stimolazione, eccitazione fisiologica) e prestazione cognitiva è una “U” rovesciata, cioè ad una condizione di arousal troppo alto o troppo basso corrisponde una prestazione cognitiva peggiore, mentre un arousal medio dà una prestazione migliore. Quindi anche un livello molto basso di attivazione emotiva, non solo quello molto alto, porta ad un peggioramento della percezione compromettendo una buona ricostruzione dell’evento in fase di recupero dell’informazione. Le prestazioni migliori si hanno invece quando vi è un livello ottimale di attivazione, cioè un livello intermedio;-  la conoscenza generale posseduta: serve a comprendere e dare significato agli eventi, attraverso la selezione, la codifica e l’elaborazione dell’informazione. L’evento tende ad essere classificato, interpretato, secondo gli schemi generali posseduti che distorcono il fatto originario per renderlo comprensibile. Così si aggiungono dettagli per colmare vuoti e si eliminano le informazioni che contraddicono la propria conoscenza generale (Gulotta, 2000); -  gli stereotipi, i pregiudizi personali, le aspettative culturali: comportando l’attribuzione di un tratto, o una caratteristica, a tutti i membri di un gruppo e anticipando anche inconsapevolmente ciò che si percepisce possono seriamente contaminare la percezione di un evento. è famoso l’esperimento in cui i soggetti devono riportare quanto hanno visto in una scena ambientata nella metropolitana di New York (Loftus, 1979). Molte persone sono sedute, un uomo di colore è in piedi e indossa giacca e cravatta, a fianco un secondo uomo, bianco, tiene in mano un rasoio. I soggetti a cui era stata mostrata questa scena dovevano raccontarla ad altri soggetti e questi ultimi ancora ad altri. Il racconto finale, in più della metà dei casi, indicava che era l’uomo di colore, e non l’uomo bianco, ad impugnare il rasoio (Cavedon e Calzolari, 2001).I fattori generali legati alla memoria, sono:-  il tempo intercorso tra la fase di acquisizione e quella di recupero: in generale, all’aumentare della distanza di tempo tra evento e ricordo, questo peggiora progressivamente. Diversi studi hanno visto che col passare del tempo è più probabile che i ricordi subiscano delle distorsioni o si inseriscano delle informazioni sbagliate senza che il soggetto se ne renda conto;-  la ripetizione del ricordo: maggiore è il numero di volte che un evento viene ricordato migliore è il ricordo in generale, anche se ogni volta vengono aggiunti o tolti particolari e l’evento originario tende ad essere distorto;-  le informazioni post-evento: lettura di giornali, parlare dell’accaduto con altri testimoni, percezioni e giudizi di altre persone che vengono a contatto con il soggetto, comunicazione non verbale di chi conduce l’interrogatorio, inducono inconsapevolmente a rimaneggiare il ricordo con i particolari acquisiti successivamente all’evento ed a integrarli, distorcendo il ricordo originario. Fattori legati alla modalità di recupero ed alle caratteristiche del testimone, sono:-  il tipo di domande: la memoria può essere alterata dal tipo di domande poste da chi esamina il testimone. Le domande fortemente suggestive, fuorvianti, che contengono informazioni non vere, fanno sì che queste informazioni sbagliate vengano inconsapevolmente incorporate nei ricordi del testimone diventandone parte integrante, alterando definitivamente la memoria dell’evento (Cavedon e Calzolari, 2001). Già nella metà degli anni ’70 Elizabeth Loftus, aveva condotto degli studi in cui dimostrava che, se si forniscono commenti verbali riguardanti una figura presentata precedentemente, le informazioni verbali potevano modificare la memoria visiva della figura. In uno di questi famosi esperimenti, ad esempio, venivano presentate ad alcuni soggetti una serie di diapositive relative ad un incidente stradale. Le diapositive illustravano una situazione in cui un’auto blu era passata ad uno stop e si era scontrata con un’altra auto proveniente da destra. Qualche tempo dopo ai soggetti venivano fatte domande relative alle diapositive viste e ad un gruppo di soggetti in alcune domande si inserivano informazioni sbagliate. Ad esempio si diceva che l’auto era verde oppure che il segnale era un segnale di diritto di precedenza. I soggetti che avevano ricevuto l’informazione sbagliata nel corso dell’intervista ricordavano cose diverse rispetto a quelli che non avevano ricevuto informazioni sbagliate (o ricordavano che la macchina era verde, o che il segnale era un diritto di precedenza o non erano in grado di dire di che colore fosse la macchina). Risultati come questi sono stati ottenuti in centinaia di lavori e molti di questi studi sono stati applicati a situazioni di vita quotidiana. Nella maggior parte delle situazioni, il presentare l’informazione errata successiva ha avuto lo stesso effetto: produceva una distorsione nella memoria, la maggior parte dei soggetti o ricordava meno o ricordava l’informazione errata presentata successivamente (Mazzoni, 2000). Questo fenomeno per cui il ricevere l’informazione sbagliata porta in qualche modo a modificare il ricordo di un evento vissuto è noto come misinformation effect (effetto disinformazione, effetto informazione sbagliata). Bisogna quindi porre molta attenzione nel modo di porre le domande quando si conducono colloqui, interviste o interrogatori per esaminare un testimone. Vedremo, nel paragrafo relativo alle regole da seguire per ottenere una testimonianza valida i suggerimenti che ci vengono dalla ricerca psicologica e dall’esperienza maturata in Gran Bretagna nel settore, dove una commissione incaricata dal Ministero dell’Interno nel 1992 ha prodotto un vero e proprio manuale che contiene le linee guida su come svolgere gli interrogatori, perché questi possano essere considerati validi ai fini processuali;-  il ruolo del testimone: il testimone cerca sempre di essere creduto e per fare ciò deve sforzarsi di essere preciso e quindi rinunciare alle sue incertezze. Così facendo, quello che non è chiaro viene corretto in modo che la deposizione risulti coerente e completa: il racconto dell’evento, una volta evocato con questi aggiustamenti, si consolida diventando e sostituendo inconsapevolmente ciò che si è percepito. A ciò si aggiungano la pressione psicologica proveniente dal contesto istituzionale, la motivazione a fornire informazioni utili e la tendenza a compiacere l’interrogante (effetto compliance), che a sua volta tende a spremere il soggetto ed a suggerirgli le risposte che confermino la sua ipotesi: la testimonianza diventa così un compromesso tra le richieste dell’interrogante e la rielaborazione dell’interrogato (Gulotta, 2000);-  la memoria indotta: è un fenomeno che si realizza tipicamente quando si utilizzano identikit, foto segnaletiche e “confronto all’americana” (lineup), si parte dall’erroneo presupposto che l’osservatore sia comunque in grado di scegliere e riconoscere quanto ha percepito anche solo momentaneamente. Pertanto si “aiuta” il testimone a ricordare, lo si spinge a collaborare senza tener conto dell’ansia per le aspettative altrui che è insita in una situazione in cui bisogna dare una risposta e si è gli unici a poterla dare (Gulotta, 2000);-  il contesto dell’interrogatorio e della confessione: una situazione di deprivazione sensoriale può aumentare la vulnerabilità e la dipendenza verso l’interrogante; è inoltre da considerare che trovandosi in un contesto estraneo di cui non conosce le regole, il soggetto può essere portato a parlare solo per soddisfare le esigenze dell’interrogante;-  la comunicazione non verbale di chi conduce l’interrogatorio: il tono della voce, il movimento del capo, degli occhi, dei gesti, la postura, sono tutti elementi che possono giocare un ruolo fondamentale, soprattutto, quando si è chiamati ad effettuare dei riconoscimenti. Poiché meno facile da controllare, la comunicazione non verbale spesso lascia filtrare dei contenuti profondi che il linguaggio non fa emergere;-  lo status di chi interroga: varie ricerche hanno dimostrato che si ottengono risultati diversi se ad interrogare è una persona importante e di status elevato piuttosto che una persona meno importante. L’autorità di chi interroga può avere un certo ruolo nell’influenzare i testimoni.

4. Quando il testimone è un minore

Rispetto al passato è ormai abbastanza frequente che dei minori siano chiamati a testimoniare o in quanto testimoni oculari di un fatto reato, o come testimoni-vittime, soprattutto in relazione a casi di abusi o violenza sessuale. Per il nostro codice la testimonianza di un bambino ha lo stesso valore di quella di un adulto, salvo l’obbligo di non prestare giuramento per i minori di 14 anni(1) e la possibilità di avvalersi di un esperto di psicologia dell’età evolutiva(2).Ma che cosa ci dicono le ricerche più recenti circa le capacità di ricordare dei bambini? Possiamo considerare le loro testimonianze attendibili? Quali sono le criticità quando si va ad esaminare un bambino?In generale i ricercatori hanno messo in evidenza che: -  in bambini anche molto piccoli (già a 4 anni) il “ricordo libero” (ricordo non sollecitato da domande specifiche o da aiuti esterni) è accurato come negli adulti; gli elementi cioè che ricordano tramite il “ricordo libero” sono elementi effettivamente presenti nell’episodio originale (Mazzoni, 2000);-  i bambini piccoli hanno però ricordi molto “poveri” di particolari. In genere ricordano pochi elementi di un episodio, ricordano meglio fatti che hanno vissuto in prima persona e gli aspetti che per loro sono più salienti;-  i bambini hanno la tendenza spontanea a dire di sì, a dare cioè risposte positive, anche quando dovrebbero dire di no, a domande poste in maniera diretta;-  i bambini a cui viene fatta più volte la stessa domanda sono portati a credere che la loro prima risposta sia stata considerata sbagliata e tendono a modificare la risposta successiva per far piacere all’intervistatore;-  rispetto agli adulti i bambini (soprattutto molto piccoli) risultano molto più suggestionabili: hanno quindi la tendenza a ricordare l’informazione errata presentata successivamente, questo è tanto più vero quanto più chi pone le domande viene percepito come una figura autorevole (Mazzoni, 2001).Tale ultimo parametro è stato accuratamente studiato valutando l’effetto dell’informazione fuorviante come misura della suggestionabilità. In una ricerca (Ceci e altri, 1987) sull’effetto delle domande fuorvianti sui minori, sono stati interrogati bambini dai 3 ai 12 anni su un evento a cui avevano assistito. Sono stati creati due gruppi e solo ad uno di questi sono state poste domande fuorvianti. è stato osservato che le domande fuorvianti riducevano l’attendibilità nei bambini ed in particolare in quelli più piccoli. Quando invece gli stessi bambini venivano interrogati da altri coetanei la differenza si riduceva. Ciò suggerisce che parte dell’inaccuratezza prodotta dalle domande fuorvianti derivava dal fatto che i bambini accettavano quello che secondo loro gli adulti volevano dir loro, piuttosto che riferire ciò che credevano veramente. Tale dato è confermato da uno studio (Gulotta, Ercolin, 2004) secondo cui i bambini sono risultati attendibili nel raccontare l’evento quando sono stati interrogati con domande aperte non suggestive. Invece, alle domande chiuse suggestive la maggior parte dei bambini ha risposto in modo da confermare i suggerimenti in esse contenute e accettando così l’esistenza di fatti mai verificatisi. Infine, quando alcune domande sono state poste loro una seconda volta (domande ripetute), i bambini hanno modificato la versione dei fatti precedentemente fornita, dimostrando, quindi, di approvare la verità proposta dall’intervistatore adulto a discapito della propria. Da questi studi emerge come sia grande il pericolo che corre chi interroga il minore in ambito forense: occorre cercare di evitare di avere pregiudizi, opinioni ed aspettative sull’accaduto per il quale il bambino è chiamato a testimoniare. Più o meno inconsapevolmente, negli interrogatori gli organi inquirenti possono influenzare le deposizioni del bambino suggerendogli le risposte che da lui si desidera ricevere, inducendolo indirettamente a raccontare fatti mai accaduti e per lo più frutto della sua fantasia e suggestionabilità. In tali casi il contesto giudiziario, per di più, è per il minore fonte di ansia, in quanto freddo, estraneo e sconosciuto; sovrastato dall’insistenza degli interrogatori e dal peso minaccioso degli imputati (solitamente adulti) che egli accusa, il minore deve rievocare un vissuto il più delle volte difficile e doloroso. Ecco perché l’audizione del minore, nei procedimenti penali, pone diverse questioni che devono essere prese opportunamente in considerazione, per evitare che la prova testimoniale risulti, oltre che traumatica, anche insoddisfacente per gli esiti del processo. Alla luce di quanto sopra, come meglio si vedrà nel prossimo paragrafo, ma a maggior ragione per ciò che concerne l’audizione dei minori, occorre evitare di porre loro delle domande guidanti, di ripetere più volte le stesse domande e di usare dei rinforzi fuorvianti nel porre dei quesiti. L’inquirente deve cercare inoltre di nascondere il più possibile le proprie emozioni e deve evitare di fingere di credere a tutto ciò che il minore racconta, nonché fare commenti sull’indagato (in caso di subiti abusi sessuali). Ancora va evitato di prolungare il colloquio, interrompere il minore, riportare al minore dichiarazioni di altri, fargli promesse non mantenibili, toccarlo o fissarlo negli occhi. è consigliato utilizzare frasi corte e semplici, verbi al presente, evitando invece costruzioni sintattiche e grammaticali complesse.Tra le varie tecniche utilizzate per l’ascolto del minore, merita una attenzione particolare la tecnica delle cosiddette “audizioni protette”, la cui finalità è quella di creare un ambiente minimamente traumatizzante per il minore, nonché di esplorare con accuratezza e scientificità i fatti di interesse.Ciò può avvenire in due modi: durante il processo, permettendo al bambino di testimoniare attraverso un sistema a circuito chiuso che collega (in tempo reale) due stanze attigue separate da uno specchio unidirezionale; nella fase delle indagini preliminari in un luogo anche esterno al Tribunale. In tema di subiti abusi sessuali, per esempio, la legge n. 66/1996(3) ha espressamente previsto un ampio ricorso all’incidente probatorio e a connesse, particolari modalità di esecuzione dello stesso. Oggi è infatti prevista la possibilità di richiedere l’audizione del minore con la forma dell’incidente probatorio anche fuori dalle ipotesi normalmente previste(4). Inoltre, sempre in tema di incidente probatorio, è previsto che, in caso di minori di anni 16, il giudice possa stabilire il luogo, il tempo e le modalità particolari attraverso cui procedere all’incidente probatorio quando le esigenze del minore lo rendono necessario ed opportuno; l’udienza, addirittura potrebbe svolgersi in luogo diverso dal Tribunale, come strutture specializzate di assistenza o, in mancanza (e qualora opportuno) presso l’abitazione del minore(5).

5. Alcune regole per una testimonianza valida

Come abbiamo già visto nel paragrafo precedente è opportuno darsi delle regole se si vogliono raccogliere testimonianze valide ed evitare di modificare con le nostre domande non solo il resoconto dei fatti ma i ricordi stessi dei testimoni, questo soprattutto nei bambini.In Gran Bretagna proprio partendo dall’inadeguatezza dei sistemi di interrogatori, un gruppo di esperti sotto l’egida dello Home Office (Ministero dell’Interno) e il Department of Health (Ministero della Salute) già nel 1992 ha realizzato un manuale (Memorandum of Good Practice), che contiene le linee guida su come condurre correttamente un’intervista e su quali sono gli errori da evitare; oggi gli interrogatori di polizia vengono registrati e un tribunale può chiedere di avere accesso al modo in cui le informazioni sono state raccolte e decidere se possono venire o meno accettate. Interrogatori non registrati non sono ammessi come prova (Mazzoni, 2003). Ecco alcune indicazioni di base valide per condurre un colloquio con un testimone, sia esso un bambino che una persona adulta:-  porre domande in modo da non suggerire niente, neppure su quello che si ritiene sia vero, ma su cui non c’è certezza assoluta;-  non cercare informazioni che confermano le proprie ipotesi e scartare le altre;-  non dare per scontato che ci sia condivisione di conoscenza;-  non rinforzare le risposte con … bene, bravo, giusto, ecc;-  privilegiare la narrazione iniziale spontanea;-  fare in larga misura domande aperte (domande che lasciano la possibilità di dare ogni tipo di risposta, senza alcuna limitazione);-  inserire nelle domande solo informazioni fornite nelle risposte precedenti;-  fare domande chiuse solo nell’ultima tappa del colloquio (domande molto precise e specifiche);-  non interrompere mai l’interlocutore.

6. Una tecnica per esaminare i testimoni: l’intervista cognitiva

Agli inizi degli anni ’80 Ed Geiselman (University of California) e Ron Fisher (Florida International University), per aiutare la polizia giudiziaria ad ottenere dai testimoni dei resoconti più attendibili e completi, hanno messo a punto una tecnica investigativa chiamata “Intervista Cognitiva” (IC). Essa consiste in una strategia di recupero guidato e tiene conto delle scoperte sul funzionamento della memoria. In particolare, essa si basa su due presupposti:
1) la traccia di memoria è costituita da molti elementi e più sono gli elementi che concorrono al momento del recupero dell’informazione, maggiore sarà la probabilità di recupero di questa;
2) poiché esistono diversi percorsi per raggiungere una certa informazione codificata, se essa è inaccessibile attraverso un certo percorso potrà probabilmente essere raggiunta attraverso un’altra strada (Tulving, 1974). L’idea di fondo è, quindi, che l’oblio non sempre sia causato dalla perdita dell’informazione ma piuttosto dalla sua non accessibilità. Per cui se un’informazione non viene ricordata non significa che sia andata irrimediabilmente perduta, ma che non può essere recuperata per quella via; utilizzando un’altra via è possibile recuperare questa informazione.
L’Intervista Cognitiva si pone fondamentalmente due scopi:
1) non danneggiare il ricordo che il testimone ha dell’evento, che è già di per sé parziale e incompleto;
2) fornire un aiuto al testimone, allo scopo di recuperare il maggior numero di informazioni.
Geiselman e Fisher hanno identificato quattro differenti strategie cognitive per cercare di recuperare le informazioni:
- ricreare il contesto e lo stato psicologico vissuto al momento dell’evento: questa prima strategia, si basa sul principio secondo il quale quanto più ci si cala nella situazione del momento dell’immagazzinamento, tanto più aumenta l’accessibilità dell’informazione conservata in memoria (Tulving e Thomson: Encoding Specificity Hypotesis - ipotesi della specificità di codifica) e consiste nel chiedere al testimone di rivivere mentalmente il contesto ambientale e lo stato d’animo personale presenti al momento dell’evento criminoso (momento del giorno, condizioni metereologiche, persone e disposizione degli oggetti presenti, reazioni emozionali e sensazioni avute, pensieri);
-  riportare ogni cosa: la seconda strategia, spinge il teste a non selezionare le informazioni da riportare da quelle da non riportare e consiste nell’invitare il testimone a riportare tutto ciò che riesce a ricordare, anche informazioni incomplete, indipendentemente da quanto lui ritiene essere rilevante o banale. Accade spesso che i testimoni non sappiano quale informazione sia utile o meno e tendono a tralasciare dettagli apparentemente insignificanti ma che in realtà sono rilevanti ai fini dell’indagine;
-  riportare gli eventi in ordine inverso: la terza strategia, parte dal presupposto che utilizzare diverse strategie di recupero migliora l’accesso ai ricordi immagazzinati. Il testimone quindi è invitato a ricordare e riportare i fatti non più in ordine sequenziale, ma partendo da diversi momenti nel tempo, iniziando ad esempio dalla fine, o dalla metà, o dal momento più significativo. Il cambiare ordine aiuta ad utilizzare modalità di accesso diverse che aumentano la probabilità di rievocare nuovi dettagli;
-  cambiare prospettiva: infine, con la quarta strategia, all’intervistato viene chiesto di raccontare l’evento da prospettive e punti di vista diversi. Con questa tecnica si incoraggiano i soggetti a mettersi nei panni di un altro testimone per cercare di riportare quello che altre persone potrebbero aver visto. Anche questo approccio cerca di facilitare il recupero di dettagli che altrimenti passerebbero inosservati.
In una versione riveduta di questa tecnica gli autori hanno sottolineato che due sono gli elementi fondamentali da tener presente nell’esame del testimone: l’aspetto mnestico e l’aspetto relazionale (la costruzione del rapporto con il testimone).
è importane che entrambi gli aspetti vengano facilitati: la memoria attraverso le quattro strategie cognitive sopra descritte e la relazione attraverso una serie di accorgimenti relativi all’interazione tra il testimone e l’intervistatore.
Il testimone di solito è ansioso, l’intervista è per lui un momento stressante, il rapporto quindi con l’intervistatore diventa di fondamentale importanza. Inizialmente è importante che entrambi condividano perché e come avverrà l’intervista. In seguito l’intervistatore dovrà ascoltare con molta attenzione in modo da adattare le proprie domande e la struttura dell’intervista alla persona che ha davanti (personalizzare l’intervista); dovrà fare in modo da far sentire la persona importante e utile al fine dello svolgimento dell’indagine. Si può usare spesso il nome del testimone, ripetere l’ultima frase detta dal soggetto, evitare frasi impersonali e imparate a memoria, interessarsi del suo stato d’animo, tranquillizzarlo. Uno degli obiettivi principali è quello di minimizzare l’ansia, mantenerla sotto controllo e uno dei modi per far questo è quello di mostrarsi rilassato e parlare lentamente in modo che il testimone possa fare lo stesso. Quando la persona si sentirà accolta, sarà più disponibile a parlare (Cavedon, Calzolari, 2001).
Un’altra modalità per facilitare il rapporto è quella di lasciare che sia il testimone a dettare il ritmo dell’intervista, ad essere lui il protagonista e a giocare il ruolo più attivo (tecnica del trasferimento del controllo). Questo si può ottenere attraverso domande aperte, che non interrompono il racconto del testimone, attraverso domande pertinenti, poste in funzione del racconto del testimone e non secondo uno schema prestabilito.
All’intervistatore spetta il compito di tenere un livello alto di concentrazione evitando ogni distrazione quali ad esempio interruzioni di risposte (aspettare che il testimone abbia completato la risposta prima di passare alla domanda successiva), segnali non verbali di noia o rumori, individuare un luogo tranquillo dove nessuno possa venire ad interrompere l’intervista. Rassicurare il teste sul fatto che l’intervista non comporta una valutazione delle sue prestazioni e permettergli di interrompere se la rievocazione divenisse dolorosa o inquietante (Cavedon, Calzolari, 2001).
Questa tecnica è stata successivamente affinata aggiungendo alle quattro strategie cognitive originarie la tecnica dell’attivazione di “immagini mentali”, per cui nella parte dell’intervista relativa alle domande, si potrà chiedere al testimone di focalizzare l’attenzione su aspetti particolari della scena (ad es.: il viso, i vestiti, l’arma utilizzata) e di crearsi delle immagini mentali. Quando una immagine mentale è stata creata si analizza l’immagine facendo delle domande sempre più specifiche. E solo successivamente si passerà ad indagare altri aspetti.
è importante sottolineare che raramente nella pratica vengono utilizzate tutte le strategie cognitive che compongono l’Intervista Cognitiva; in genere gli esaminatori adattano l’intervista alle proprie esigenze, alla natura dell’evento criminoso e utilizzano una strategia cognitiva piuttosto che un’altra anche in base alle caratteristiche del testimone che hanno di fronte, alle sue capacità e alla sua disponibilità.
Nell’ultima versione proposta da Geiselman e Fisher l’Intervista Cognitiva si articola in cinque fasi:
1^ Fase: costruzione del rapporto
In questa fase il modo di porsi di chi intervista è molto importante e necessita di buone abilità comunicative. Instaurato un rapporto di fiducia con l’interlocutore, prima di iniziare, occorre informarlo sui motivi e le modalità dell’intervista, invitandolo a raccontare senza inventare.
2^ Fase: racconto libero
Viene chiesto al testimone di ritornare mentalmente alla situazione critica, di rivederla e di raccontare il fatto descrivendo tutto ciò che ricorda, anche particolari che possono sembrare insignificanti. Durante il racconto vanno evitate interruzioni e domande specifiche. Le domande verranno fatte successivamente sulla base di quanto riportato dal testimone. è importante rispettare le pause e i silenzi. Questa fase si conclude con la richiesta se ricorda altro.
3^ Fase: domande
è il momento più impegnativo e critico dell’intervista. Ridestando l’attenzione e la concentrazione del testimone, vengono poste prima domande aperte, poi domande chiuse; facendo molta attenzione a non fare domande suggestive, che suggeriscono le risposte o introducono elementi di cui il testimone non ha parlato. Si procede all’attivazione di immagini mentali su aspetti specifici.
4^ Fase: secondo racconto
Il testimone viene invitato a fare un secondo racconto con modalità diverse, utilizzando la strategia del cambio di prospettiva o del riportare i fatti in ordine inverso, con l’accortezza, da parte dell’inquirente, di verificare di aver compreso correttamente ogni informazione ricevuta. La decisione o meno di utilizzare le due strategie è lasciata all’esaminatore sulla base dei risultati ottenuti dall’intervista e al tipo di testimone che si trova di fronte.
5^ Fase: chiusura
Ha luogo un commiato amichevole tra intervistato e intervistatore, con i ringraziamenti da parte di questi, anche al fine di rafforzare la collaborazione magari per una futura evenienza. L’efficacia di questo strumento è confermata da numerose ricerche. Il vantaggio principale è costituito da un maggior numero di informazioni riportate dai testimoni e dal nullo o scarso incremento delle informazioni scorrette, di errori o di confabulazioni. Alcuni studi (Fisher et al., 1989) per esempio, confrontando la performance di alcuni investigatori prima e dopo il training secondo la suesposta metodologia, hanno evidenziato un incremento nel numero di informazioni riportate di oltre il 50% rispetto a quello di colleghi non addestrati all’uso della specifica tecnica. Questi risultati mostrano effettivamente che la maggior parte dei fatti elicitati facendo uso dell’intervista cognitiva erano nuovi rispetto a quelli elicitati con interviste standard.
La memoria dei testimoni è quindi a volte molto più informativa di quello che ci si aspetta.
Le persone spesso ricordano più di quello che dicono; il tipo di domande utilizzate ed il modo di porle sono un fattore critico nella testimonianza e tanto un interrogatorio fatto male può distorcere il ricordo, tanto un interrogatorio ben gestito può aiutare il ricordo ad emergere.

7. Conclusioni

In questo articolo abbiamo cercato di delineare un quadro il più possibile completo e aggiornato dei processi sottostanti all’acquisizione di elementi conoscitivi durante gli interrogatori; ma vi è anche l’auspicio di aver sensibilizzato il lettore e, meglio ancora, l’operatore rispetto ai problemi metodologici nell’acquisizione della testimonianza. In particolare, si fanno proprie e si enfatizzano le questioni rilevate da Gulotta e Ercolin (2004), i quali si chiedono quanti, tra coloro che interrogano in sede giudiziaria, sono al corrente della tendenza della gente (e dei minori in particolare) a lasciarsi suggestionare? Quanti addetti ai lavori sono sufficientemente esperti nei metodi di ascolto e di intervista in modo che il teste possa rendere al massimo? E quanti ancora non pongono domande suggestive durante le deposizioni testimoniali? Ed infine, quanti bambini verranno strumentalizzati dagli adulti (genitori, giudici, avvocati, periti) allo scopo di ricevere da loro una prova certa contro un presunto colpevole?
Lo scopo dovrebbe essere la raccolta dei resoconti il più possibile aderenti alla realtà, finalizzati a diminuire il più possibile la variabilità e la quantità di errore nella ricostruzione istruttoria.
Alcuni bravi professionisti già operano, senza rendersene conto, in modo ottimale, ma è proprio qui il ruolo fondamentale della formazione: trasformare le intuizioni in competenze professionali.
È ciò appare ancora più determinante se si considera che oggi è fatto divieto alla polizia giudiziaria di testimoniare de relato circa il contenuto delle dichiarazioni rese dai testimoni, fatta eccezione per quelle acquisite dall’indagato alla presenza del difensore(6). È indispensabile pertanto che il moderno investigatore, nel prepararsi con scrupolo al dibattimento, tenga nella giusta considerazione anche la necessità della massima autenticità di quanto, a seguito di audizione, viene cristallizzato nei verbali di interrogatorio o di sommarie informazioni testimoniali.



(*) - Maggiore dei Carabinieri, insegnante di Psicologia Applicata presso la Scuola Ufficiali Carabinieri.
(1) - Art. 947 c.p.p.
(2) - Art. 498 c.p.p.
(3) - Legge n. 66/96, Norme contro la violenza sessuale.
(4) - Art. 392/1 bis c.p.p.
(5) - Art. 398/5 c.p.p.
(6) - Legge 1° marzo 2001 n. 63, modifiche al Codice Penale e al Codice di Procedura Penale in materia di formazione e valutazione della prova, in attuazione della Legge Costituzionale di riforma dell’art. 111 della Costituzione.