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  • N. 3/4 - Luglio-Dicembre
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Letteratura

a cura del Ten.Col CC Fausto Bassetta

“Andarono avanti a parlare il primo milite e il terzo. Perché si chiamava civile una guerra in cui due fratelli potevano trovarsi uno contro l’altro? Non si sarebbe dovuto chiamarla incivile?
Disse un quarto milite: ‘Si chiama civile perché non è militare’.
‘Come non è militare!’ disse il terzo. ‘Non siamo militari noi? Noi siamo militari’.
‘Ma quelli che sono contro di noi’ disse il quarto ‘non sono militari. Per questo noi li fuciliamo. Perché non sono militari’.”

Elio Vittorini

Uomini e no
(Di “Uomini e no” è in libreria una ristampa per i tipi Oscar classici moderni della Mondadori al prezzo di euro 7,40)

Una guerra civile non è condotta dagli uomini, ma dai lupi. La risposta alla domanda che si pongono i militi fascisti, allo stesso tempo quasi innocente eppur così sconcertante, ci è data dallo stesso Vittorini: “Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo. Chi aveva colpito voleva essere il lupo, far paura all’uomo. Non voleva fargli paura? E questo modo di colpire era il migliore che credesse di avere il lupo per fargli paura”. Il romanzo vuole rimarcare la distinzione tra il senso dell’umanità, che pur sopravvive in una guerra, e in una guerra civile, e la deriva dell’odio, che partorisce il lupo. Un romanzo partigiano sullo sfondo della città di Milano martoriata dall’odio, dove lo scontro assume le proporzioni epiche di una lotta tra uomini e lupi, dove il coraggio si unisce alla disperazione, dove i sentimenti umani (i sentimenti naturali dell’amore, della pietà, della solidarietà) cercano di sopravvivere in un mondo disumano. Il romanzo, proprio per sottolineare i momenti intimi dei protagonisti, si svolge in forma dialogica: un dialogo fitto e serrato che restituisce alla dimensione umana emozioni e sentimenti che il lupo non è riuscito a sbranare.
Il dramma che si consuma nel romanzo assume toni talvolta macabri, sino a giungere al momento più atroce in cui assieme ai lupi combattono contro gli uomini anche i cani. I cani che si fanno servi dei lupi e tradiscono l’uomo, tradiscono il fratello e si scontrano con esso in questa strana guerra civile. Il lupo nella sua istintuale ferocia e il cane (“cane nero”) che vuole imitare il lupo in quanto di più oscuro e crudele.
Un romanzo senza zone grigie, un romanzo di condanna. Scritto durante la Resistenza, contiene tutta la tragica realtà di quel periodo storico, in un anelito di superiore umanità che possa consentire all’uomo di riconquistare la sua dimensione, perché non si combattano più guerre di alcun genere, né tanto meno guerre incivili.



“‘Vostra Maestà ha giusto il dire, ma bisognerebbe sapere tutto’.
Mentre diceva queste parole, io che ero vicino vidi distintamente due lacrime spuntare negli occhi al general Lamarmora, ed erano lacrime di vergogna, per la grande intemerata che gli aveva appunto fatta il re. Dritto in sella, il viso acceso più del consueto, Vittorio Emanuele guardava in faccia il suo comandante supremo, che era in piedi, afflitto e come invecchiato di dieci anni. ‘Che disfatta!’ mormorava quasi tra di sé. ‘Che catastrofe! Neanche nel quarantanove!’ Poi vidi che si fece forza, alzò gli occhi, portò la mano alla visiera e disse:
‘Ora i vado a Goito, Maestà, per assicurare la ritirata!’
Montò a cavallo, i due cavalleggeri seguirono il suo esempio, il tenentino che sempre l’accompagnava, con l’uniforme ormai tutta sporca di polvere e di sudore, fece altrettanto, e sparirono tutti e quattro”.

Luciano Bianciardi

La battaglia soda
(“La battaglia soda” è in libreria in una edizione “Tascabili Bompiani”, al prezzo di euro 7,20)

La battaglia soda è un romanzo storico che abbraccia gli ultimi anni del Risorgimento. Anni di “normalizzazione”, di speranze tradite e di promesse non mantenute. La liquidazione dell’esercito garibaldino dopo la conquista del Sud, il difficile inserimento dei quadri ufficiali volontari nel sistema gerarchico burocratico dell’esercito piemontese, lo squallido spettacolo dei contrasti personali tra alti gradi, una cocente sconfitta sul campo che non è solo una disfatta militare. I temi che svolge Bianciardi nel suo romanzo si compongono in un complesso quadro d’insieme, dove passioni personali si intrecciano con gli eventi storici che caratterizzano un’epoca, in un vissuto emotivamente intenso e sentimentalmente alto. Il brillante stile narrativo dell’Autore rende gradevole la lettura, stemperando i toni gravi e rendendo meno angosciose le amarezze e le disillusioni di un’intera generazione. Il racconto è affidato ad un ufficiale garibaldino al quale, come a molti altri, si pone il dilemma di abbandonare definitivamente la causa o continuarla da una prospettiva completamente diversa. Bisogna buttarsi alle spalle l’entusiasmo e gli slanci sino allora coltivati in un corpo militare volontario per irreggimentarsi in un esercito che non gradisce iniziative personali, dove la tradizione pesa come un macigno che grava sull’animo e sulla coscienza, dove la diffidenza per gli “irregolari” traspare da ogni gesto e da ogni parola. Questo latente conflitto tra due modi differenti di vivere il compimento dell’Unità nazionale non sempre riuscirà a comporsi positivamente, portando il protagonista a drastiche soluzioni.
Il precipitato finale di questo contrasto emerge con prepotenza nella battaglia di Custoza, dove la superiorità delle forze in campo, il fattore morale che accompagna le truppe italiane, le favorevoli circostanze internazionali non riescono a superare insipienti scelte strategiche e la modestia morale dei capi, un misto di sentimenti di gelosia, superbia e presunzione che sarà fatale per i generali piemontesi. E se anche il comandante supremo piange di vergogna significa che sul campo dell’onore tutto è perduto.



“I tedeschi si arrendevano? Né il capitano né gli artiglieri riuscivano a crederci; eppure, dopo quei colpi di cannone, provavano una strana sensazione di calma. Pareva loro che, dopo quel loro gesto individuale, tutto avrebbero potuto affrontare impunemente e vittoriosamente. Per un attimo si sentirono soldati, come mai era loro accaduto, per esempio, sui monti d’Albania o nei villaggi di Grecia; sentirono che anche i tedeschi potevano essere fermati, perché fatti tali e quali come loro italiani, di carne e ossa allo stesso modo. (Poveri Cristi allo stesso modo, se messi di fronte alla certezza di una sconfitta.) Essi avevano sparato di loro iniziativa, insieme al loro capitano; ed era come se le umiliazioni patite dall’armistizio a oggi, l’esasperazione dell’attesa, quel senso di tradimento che si stesse consumando alle loro spalle, era come se tutto questo lo avessero cancellato. E avessero cancellato qualcosa di più profondo, di più lontano nel tempo.”

Marcello Venturi

Bandiera bianca a Cefalonia
(Di “Bandiera bianca a Cefalonia” è in libreria una ristampa per i tipi Oscar classici moderni della Mondadori, al prezzo di euro 7,40)

Il romanzo della tragica fine della divisione di fanteria “Acqui”. Una delle pagine più oscure e più eroiche della Seconda guerra mondiale. Il presidio italiano di Cefalonia, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si trova stretto tra la minacciosa presenza dei tedeschi, che pretendono una resa incondizionata e la consegna di tutte le armi, e il ritrovato orgoglio di essere italiani e liberi. Un orgoglio che risveglia, in tutta la sua prepotente carica, il senso dell’onore militare, una virtù quasi assopita nel cuore degli ufficiali e dei soldati dalla troppa retorica e dall’ottundimento del sentimento dell’individualità. Con singolare maestria Marcello Venturi mette in risalto gli stati d’animo dei singoli personaggi e i sentimenti collettivi, rappresentando un dramma psicologico che sta consumando la vita di migliaia di persone. L’attesa, l’abbandono, il disorientamento, l’esasperazione, l’ultimo disperato tentativo di difendere la propria dignità di uomini e di soldati, tutto si sovrappone e si stratifica nell’incalzare del tempo. Due sono i momenti significativi in cui il groviglio di sentimenti si dipana, tutti i dubbi vengono risolti e il destino è irrimediabilmente segnato: “‘Vogliamo tornare a casa con tutte le nostre armi’ disse il generale. ‘Non disarmati.’ Il tenente colonnello non capì. ‘Prego?’ chiese. ‘La Divisione abbandonerà Cefalonia ai tedeschi, se ci sarà consentito di mantenere intatto il nostro armamento’, disse il generale. ‘Bene’ rispose il tenente colonnello Hans Barge. ‘Informerò il mio governo.’ E non aggiunse, né attese altro. Uscì.” C’è in questo passo così asciutto e lapidario il senso di una frattura profonda, la consapevolezza dell’abisso in cui la guerra ha condotto uomini e cose. Non è insensata la richiesta del comandante della divisione, anzi forse è tardiva, ma lo stupore del comandante germanico che non riesce a riconoscere o non vuole riconoscere le leggi elementari dell’onore militare. 
La divisione ha deciso di resistere (è il primo atto della Resistenza armata contro i tedeschi), ben sapendo che la sua momentanea superiorità militare non potrà nulla contro i cacciabombardieri Stukas e soprattutto che - a differenza dei tedeschi - non potrà aspettarsi rinforzi.
D’altra parte, appare necessario recuperare il coraggio e il senso della responsabilità personale, della propria individualità. Un recupero lento e faticoso, ma che ineluttabilmente giunge a compimento nella vicenda del protagonista, il capitano di artiglieria Aldo Puglisi: “Gridò l’ordine di puntamento: che i suoi artiglieri prendessero i tre pontoni sotto tiro. Ma l’ordine fu inutile, già gli uomini stavano ai posti di combattimento […] di lì a qualche istante avrebbe agito contro gli ordini del Supergrecia e del Comando d’Armata, avrebbe spezzato gli indugi della Divisione, avrebbe forzato la mano incerta del generale. Pregustò, senza rendersene conto, il piacere della disobbedienza; il piacere di ritrovare, lui facente parte di una società militarmente organizzata, di una gerarchia, il valore del proprio gesto, della propria individualità.”
Il romanzo riesce ad alternare il tragico susseguirsi degli eventi con il gusto della narrazione di comuni vicende umane e personali, di sentimenti naturali come quello dell’amore e dell’amicizia, quasi a voler concedere una pausa di serenità e di riflessione al lettore. La tecnica della rievocazione dei fatti, stimolata dall’altro protagonista del romanzo, il figlio del capitano Aldo Puglisi che nel dopoguerra si reca a Cefalonia per scoprire e per capire, incontrando le persone che avevano conosciuto suo padre, addolcisce i toni cupi del dramma. Ed è indubbiamente in questo alternarsi di contesti narrativi che il passato viene vissuto non nell’ansia della vendetta e dell’esecrazione, ma nella superiore coscienza che si può guarire dal male dell’odio, anche coltivando un anelito di giustizia che il tempo non può offuscare.



“Il Principe Eugenio mi fissava in silenzio; capiva quel che avveniva dentro di me, quale angoscia mi opprimeva, e si mise a parlarmi gentilmente dell’Italia, di Roma, di Firenze, dei suoi amici italiani che non vedeva da molti anni, e a un certo punto mi domandò che cosa faceva il Principe di Piemonte.
‘Perde i capelli’, avrei voluto rispondergli. Ma dissi soltanto , sorridendo: ‘è ad Anagni, presso Roma, alla testa delle truppe che difendono la Sicilia’. Anch’egli sorrise, ma come se non sorridesse della mia innocente ironia …”

Curzio Malaparte

Kaputt
(Di “Kaputt” è in libreria una ristampa per i tipi Oscar classici moderni della Mondadori al prezzo di euro 7,40)

Una visione della Seconda guerra mondiale, tanto cruda da apparire quasi irreale. Uno stile letterario ricercato e allo stesso tempo diretto. Un gusto terribile per il paradosso, condito con una sottile e penetrante ironia che lascia sulle labbra l’amarezza di un sorriso di compassione e di rabbia. è difficile parlare di Kaputt, un romanzo così denso e talvolta violento che si dipana tra continui acuti e lascia il lettore senza fiato. Allora, ascoltiamo lo stesso Malaparte: “Kaputt è un libro crudele. La sua crudeltà è la più straordinaria esperienza che io abbia tratto dallo spettacolo dell’Europa in questi anni di guerra”. E in Kaputt non c’è solo la guerra, ma un’infinità di mondi, di personaggi e di eventi estranei ad essa che descrivono un’Europa che è arrivata al punto più basso della sua storia. Un’Europa che sembra abbia perso lo stesso senso di umanità, che abbia bruciato in pochi anni una cultura millenaria costruita sulla condivisione e sulla ricerca di una possibile, pacifica convivenza. Principi svedesi, ambasciatori spagnoli, ufficiali finlandesi, autorità naziste, vittime e carnefici, un groviglio inestricabile di personaggi che mostrano il volto duro, sarcastico, spietato, ma anche profondamente umano (di una sconcertante sensibilità umana) di attori e comparse che si agitano nell’orribile teatro della guerra. Particolarmente interessante il lungo capitolo sulla frequentazione del Reichminister Frank, Generalgouverner tedesco di Polonia. Un quadro affascinante e inquietante, dove la surreale e ipocrita atmosfera di una corte vicereale costruita artificiosamente da Frank nasconde quanto di più abbietto e drammatico hanno commesso i nazisti in Polonia. Anche il capo degli Ustascia croati Ante Pavelic trova posto in questa epopea del male come uno dei più interessanti personaggi che in quel periodo ha partorito la follia umana. Addirittura un incontro sfuggente con Himmler; tanto basta per dipingere con la solita ironica maestria uno dei figuri più ambigui del nazismo. E ancora, la decadente, incosciente, leggera società italiana dell’epoca in cui spicca tra un circolo di golf e i buoni salotti romani un personaggio come Galeazzo Ciano.
Perché allora leggere Kaputt?
Per non dimenticare la differenza tra il bene e il male. Per alimentare lo sdegno verso la crudeltà gratuita. Per domandarsi in un tale sfacelo: cosa avrei fatto? Cosa si poteva fare? Cosa dobbiamo ancora fare?
E un libro che suscita queste domande è un libro che val la pena di leggere. Ma è una lettura che va necessariamente accompagnata da un animo sereno e distaccato per non rimanere emotivamente invischiati nel torbido e lasciare che sia la ragione a filtrare gli stati d’animo e gli sconcertanti moti di rabbia (o di possibile depressione) che assalgono il lettore in alcuni passaggi particolarmente atroci.
è un libro che non ci offre una morale su un piatto d’argento, ma ci costringe a ricercare il senso ultimo delle cose, le virtù in mezzo ai rovi nati dal seme dell’odio e dei vizi. Insomma, un buon antidoto contro la moderna indifferenza e la superficialità del vivere quotidiano. Roba da gente dura, ma con un animo aperto e una mente libera.


“Kolesnikov balzò in sella e galoppò verso la sua brigata senza voltarsi. Gli squadroni lo aspettavano sulla strada maestra, sulla strada per Brody.
Un urrà, prolungato come un lamento e lacerato dal vento, giunse fino a noi.
Nel binocolo io vidi il comandante di brigata che cavalcava volteggiando tra colonne di polvere azzurra.
Kolesnikov ha messo in marcia la brigata, - disse l’osservatore seduto sull’albero, sopra le nostre teste.
- Ci siamo, - rispose Budennyj, poi accese una sigaretta e chiuse gli occhi.
L’urrà si spense. Il cannone tacque. Un inutile schrappnel scoppiò sopra il bosco.
E noi sentimmo il solenne silenzio dell’assalto alla sciabola.”

Isaac Babel’

L’armata a cavallo
(“L’armata a cavallo” è in libreria in un’edizione Einaudi, al prezzo di euro 8,20, e per i tipi Marsilio, al prezzo di euro 7,50)

“L’armata a cavallo” rappresenta l’epopea letteraria della guerra russo polacca del 1920. L’Autore, al seguito della cavall’armata sovietica del maresciallo Budenneyj, racchiude in una serie di quadri narrativi la sua esperienza diretta di una guerra spietata, combattuta tra violenze e crudeltà. Una guerra dove emerge la primitività barbara dei cosacchi, il loro coraggio, il loro spirito libero e ribelle, il loro mondo a misura di cavallo, dove questo animale assume una centralità esistenziale, negata ad altri uomini. I russi si trovano a combattere una guerra per la sopravvivenza del loro nuovo sistema politico, della rivoluzione bolscevica, e senza esclusione di colpi e con un fanatismo esasperato affrontano sacrifici e duri scontri a fuoco, lunghe marce e ogni genere di privazioni. Lo scenario storico, le città, i villaggi, gli sconfinati spazi della terra di Russia consentono a Babel’ di fissare uno ad uno i momenti più significativi della sua esperienza, dove si muovono soldati, contadini, commissari politici, comandanti militari, rabbini ebrei, gente semplice ed umile, una congerie di personaggi da cui si dipana un’analisi profonda ed ostinata dell’animo umano. “L’armata a cavallo” è uno dei capolavori della letteratura russa del Novecento, dove si fondono lo psicologismo di Dostoevskij, l’epica narrativa degli scrittori russi dell’Ottocento e le avanguardia letterarie del Novecento.
Lo stile narrativo è talvolta sontuoso ed arabesco, altre volte crudo ed estremamente diretto. Insomma, non è una facile lettura (d’altronde, non vuole esserlo). La frantumazione del racconto in tanti piccoli e grandi episodi consente al lettore di respirare un’atmosfera surreale e di districarsi nel ginepraio di un mondo lontano dal nostro, dalle nostre logiche, dai nostri parametri esistenziali. L’opera, d’altra parte, mostra in filigrana le virtù rivoluzionarie (l’armata a cavallo non era considerata un’armata nazionale, ma un’armata sociale) e, soprattutto, i germi di un’involuzione politica, tra dittatura e terrorismo, di cui lo stesso Babel’ rimarrà vittima: accusato di trotzkismo sarà fucilato nel 1940.


Stalingrado era caduta, ma non loro, i veci alpini superstiti della Julia, della Tridentina, della Cuneense. E non sapevano ancora d’aver strappato - loro soli, gli umili alpini - il grido di ammirazione e il riconoscimento del Comando Supremo russo, che nel Bollettino N. 630 emesso da Radio Mosca ai primi di febbraio annunciò il travolgimento delle forze dell’Asse sul fronte medio del Don e la caduta di Stalingrado, ma precisò: “Soltanto il Corpo d’Armata Alpino italiano deve considerarsi imbattuto sul suolo di Russia”.”

Giulio Bedeschi

Centomila gavette di ghiaccio
(“Di Centomila gavette di ghiaccio” è in libreria un’edizione economica della Mursia al prezzo di euro 14,00)

La più famosa e fortunata opera letteraria di Giulio Bedeschi. Forse la più conosciuta e la più letta storia sulla tragica ritirata dalla Russia nella Seconda guerra mondiale. Nessun episodio bellico come la ritirata dal fronte del Don dell’Armir ha suscitato in Italia una così vasta letteratura e ha impegnato tanti scrittori. Giulio Bedeschi, ufficiale medico degli alpini che ha seguito tutte le vicende belliche della Divisione Julia in terra di Russia, fonda la sua vocazione letteraria su quell’esperienza così drammatica e travolgente. L’opera risente di questa partecipazione emotiva, attraverso un’eco narrativa che dall’interno non risparmia sentimenti e passioni ed esalta il senso dell’umanità e della dignità personale, laddove tutto appare improvvisamente sovrumano (o umanamente non sopportabile) e disumano (completamente lontano e contrario all’uomo in se stesso). Il racconto si fa incalzante man mano che la tragedia avanza, nel momento in cui la ritirata diviene rapidamente uno sbandamento di dimensioni colossali. Ma nonostante gli avvenimenti precipitino e tutto sembri perduto, qualcosa di umano e degno di essere vissuto sopravvive all’immane catastrofe. Non mancano gli episodi di profonda pietà umana, non svanisce il più alto e nobile sentimento di solidarietà, e di tanto in tanto riemerge il valore degli uomini che in circostanze disperate sanno ancora dimostrare uno straordinario coraggio e un impareggiabile senso dell’onore.
La ritirata dalla Russia, come raccontata da Bedeschi, ha in sé qualcosa di primordiale e un confronto dell’uomo con sé stesso e con l’incomparabile forza della natura. È una lotta senza quartiere contro un destino beffardo e crudele. È, infine, un ritrovarsi, soli o con pochi compagni, guardandosi alle spalle e non credendo a ciò che si è riusciti a fare. La bellezza dell’opera è proprio in questo riportare alla semplicità esistenziale i drammi più cupi della condizione umana, il condurre per mano il lettore attraverso le emozioni più estreme sino alla sublimazione delle proprie passioni e del proprio risentimento.
“Centomila gavette di ghiaccio” è una storia di soldati e di generali, di uomini e di muli, di italiani e di russi, di vinti e di vincitori, di vivi e, soprattutto, di morti. È una storia che ancora appassiona e che non può essere facilmente dimenticata. Per le sue proporzioni catastrofiche, la ritirata dalla Russia non è soltanto una tragedia umana, ma è anche un disastro militare, una disfatta politica, una vera e propria tragedia nazionale. Ripercorrerla attraverso le interminabili piste innevate, le gelide temperature invernali, i cruenti combattimenti ad armi impari, con la mancanza di tutto ciò che è più essenziale, significa prendere coscienza della propria identità di italiani: è un dovere morale per tutti noi.


“Che cosa intendi tu per comandare? Io ho abbastanza esperienza e me ne sono fatto un’idea chiara. Quando io, in guerra, ricevo un ordine, sono assalito dalla preoccupazione che possa essere un ordine sbagliato. No ho viste tante! E ne ho sentite tante da quando sono qui! E quando io stesso do un ordine, rifletto a lungo, nel timore di sbagliarmi. Comandare significa saper comandare: evitare cioè un cumulo di errori per cui si sacrificano inutilmente e si demoralizzano i nostri soldati.”

Emilio Lussu

Un anno sull’altipiano
(“Un anno sull’altipiano” è in libreria per i tipi Einaudi, edizioni tascabili, al prezzo di euro 9,50)

“Un anno sull’altipiano” è uno dei migliori libri della (e sulla) Prima guerra mondiale. Scritto da un ufficiale di complemento della Brigata Sassari, rappresenta l’analisi spietata e senza alcuna retorica di una guerra condotta nelle peggiori condizioni per i combattenti, secondo logiche frontali militarmente esiziali, dominata da un’ideologia autoritaria che si è manifestata in una disciplina durissima. Nonostante l’immediata e diretta descrizione di errori, tanto grossolani quanto disumani, di drammi personali e collettivi, di episodi di crudele ottusità e indifferenza, di assurdità inaudite, l’opera non è una mera requisitoria di condanna, non è una “retorica dell’antiretorica”. Dalle pagine asciutte e talvolta dense di una sottile ironia traspare un profondo senso di umanità che impregna tutto il libro. Da questa stesse pagine, di tanto in tanto, si leva come un richiamo potente, una forte evocazione al rispetto della dignità umana e ad un senso dell’onore che non può rimanere schiacciato dalla meschinità, dalla tracotanza, dalla superbia, da una condizione di necessità che pare annullare ogni sentimento di solidarietà e di altruismo. “Un anno sull’altipiano” non è solo un’opera tra le più belle della letteratura di guerra, è anche una pietra miliare della letteratura militare.
Tutta l’epopea dei reparti della Brigata Sassari, chiamati a combattere sull’altopiano di Asiago, è un susseguirsi frenetico di assalti e contrassalti, è una logorante vita di trincea in attesa degli attacchi nemici; sino al limite della resistenza umana, sino al punto in cui la follia prevale e si giunge alla tragedia. Uno degli episodi più significativi è proprio il paventato ammutinamento di una compagnia e la minacciata fucilazione di alcuni soldati.
La tensione emotiva si respira in ogni pagina del libro, ma mai giunge a suscitare violente reazioni polemiche, poiché il lettore si accorge spesso di rimanere solo con la propria coscienza di fronte ad una condizione umana portata alle estreme conseguenze dalla guerra. In fondo, non prevale il sentimento di ribellione, ma l’etica del dovere; lentamente, dolorosamente, la ragione riprende il suo posto, atrocità ed orrore vengono superate dal senso della vita.
“Un anno sull’altipiano” - ovviamente - non è una lettura agiografica. L’invito è a conoscere l’animo umano in profondità; è a riflettere sull’importanza e sulla difficoltà dell’esercizio delle proprie responsabilità, senza mediazioni, senza deleghe, senza scappatoie. Se vogliamo, “Un anno sull’altopiano” è anche un’opera sull’arte del comando, come non l’abbiamo mai conosciuta, come non è stata mai proposta, probabilmente, come non è stata neanche pensata. Un’arte del comando viva, tragica, estremamente concreta che nulla ha a che fare con le astratte geometrie o con le candide ed eleganti declamazioni.