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La preparazione e la mobilitazione generale dell'Esercito Italiano all'inizio della Prima Guerra Mondiale

Daniele Cellamare
1. Introduzione

In data 4 Maggio 1861 l’Ordinanza del Generale di Corpo d’Armata Manfredo Fanti, già dal 1860 Ministro della Guerra e poi Capo di Stato Maggiore, sancì l’atto ufficiale della nascita dell’Esercito Italiano a conclusione di un complesso processo di integrazione e di unificazione dei reparti appartenenti agli Stati pre-unitari ed agli eserciti borbonici e garibaldini. Con l’estensione della coscrizione - già in vigore nel Regno di Sardegna e per la prima volta effettiva su tutto il territorio del Regno nel 1863 - l’Esercito Italiano si presentò alla III Guerra di Indipendenza del 1866 organizzato in quattro Corpi d’Armata, composti da 20 Divisioni di Fanteria, ed una Divisione di Cavalleria, che non furono però in grado di evitare le sconfitta di Custoza. Anche successivamente, al momento della liberazione di Roma nel 1870, un Corpo di spedizione composto da 50.000 uomini(1) incontrò così gravi difficoltà, per un’impresa di scarsissimo valore militare, da avviare nel periodo 1871-76 importanti riforme (Generale Ricotti e Generale Mezzacapo) per adattare l’Esercito Italiano al nuovo modello prussiano - dopo le vittoriose guerre del Generale Helmut Von Moltke contro l’Austria-Ungheria e la Francia - con la riduzione della ferma obbligatoria a tre anni, con la creazione delle Scuole Reggimentali (lotta all’analfabetismo), con l’istituzione degli Ufficiali di Complemento e con la costituzione dei Distretti Militari (1871) e delle Compagnie Distrettuali (1872). In realtà sino agli inizi del ’900 l’attività parlamentare italiana non aveva ancora rivolto la sua attenzione alle questioni militari, percepite anche nella vita del paese come questioni di specifico interesse delle Forze Armate, contribuendo in tal modo all’isolamento della vita militare da quella nazionale. Soltanto la guerra di Libia ebbe il merito di destare l’entusiasmo dei sentimenti patriottici che, oltre a migliorare i vincoli tra Esercito e Nazione, favorirono una migliore organizzazione militare pur sempre condizionata dalla cronica insufficienza di fondi.

2. La difficile organizzazione dell’Esercito

Un vero e proprio programma organico di sviluppo dell’Esercito Italiano avrebbe dovuto svolgersi nel quadriennio 1909-1913 ad opera del Ministro della Guerra (Generale Spingardi) e del Capo di Stato Maggiore (Generale Pollio) con un potenziamento dell’Esercito e delle sue strutture, approvato sì dal Parlamento il 17 Luglio 1910, ma con una voce a bilancio decisamente inferiore a quella necessaria. Agli inadeguati finanziamenti concessi - che costrinsero il programma ad una più limitata e lenta applicazione - si aggiunsero le costose operazioni necessarie per l’approvvigionamento del Corpo di spedizione in Africa di 70.000 uomini, pari alla metà dell’Esercito metropolitano sul piede di pace, in periodo di forza minima. Di conseguenza, all’inizio del 1914 si sarebbe dovuto dare corso ad un nuovo programma militare ma le condizioni imposte dal Tesoro permisero soltanto la ripartizione negli esercizi successivi (sino al 1917) dei finanziamenti necessari allo svolgimento del programma precedente. Queste, insieme ad altre considerazioni sulle lacune dell’Esercito relative ai quadri, all’addestramento ed ai magazzini di mobilitazione (il materiale di equipaggiamento e di armamento era stato, anche se con diverse aliquote, prelevato per i reparti destinati in Libia) indussero il Generale Porro a rinunciare alla carica di Ministro della Guerra dopo che gli vennero negati sia l’assegnazione di 85 milioni per le spese ordinarie sia lo stanziamento di altri 600 milioni (da ripartire in sei anni) da lui richiesti al Presidente del Consiglio dei Ministri, Antonio Salandra, nel Marzo del 1914. Una situazione decisamente difficile quella che trovò il Generale Cadorna nel Luglio del 1914 alla sua nomina di Capo di Stato Maggiore - dopo la morte improvvisa del Generale Pollio - riassunta nel promemoria preparato dagli uffici dello Stato Maggiore ed intitolato "Condizioni dell’Esercito alla data dell’assunzione in carica del nuovo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, S.E. il Tenente Generale conte Cadorna". L’oggettiva situazione dell’Esercito alla data della presentazione del promemoria contemplava 26.000 Ufficiali e si calcolava che ne mancassero 13.000 (ma secondo il sistema di computo seguito dallo Stato Maggiore Tedesco, un Ufficiale ogni 10/12 uomini, all’Esercito Italiano mobilitato con una forza di un milione di uomini, ne sarebbero stati necessari 90.000) ed un numero del tutto insufficiente di Sottufficiali, a causa delle ingenti perdite subite in Libia (senza contare le promozioni ad Ufficiali ottenute nella stessa campagna). Per quanto riguarda la forza della truppa, la riduzione della ferma da tre a due anni, adottata nel 1910, non aveva ancora prodotto le sue effettive possibilità e le continue esenzioni (in congedo risultavano circa un milione di uomini) aggravavano una situazione già pesante, lì dove le disparità delle classi di leva ed il conseguente livello di addestramento non facilitavano di certo la formazione degli organici previsti. Inoltre, la programmata seconda linea dell’Esercito (la Milizia Mobile) alla data del Luglio 1914 era costituita soltanto da pochissimi reparti, per lo più integrati ancora nelle strutture dell’Esercito permanente. A queste sostanziali lacune - nel senso che non avrebbero potuto essere colmate in breve tempo, anche con la disponibilità finanziaria necessaria - si dovevano aggiungere quelle relative al settore sanitario, ai carreggi ed al servizio automobilistico, senza contare i sistemi difensivi necessari alla difesa della frontiera del Nord. Pur essendo state approntate alcune opere di fortificazione permanente sul solo versante Nord-Est del confine italiano, non risultavano ancora soddisfacenti i collegamenti ferroviari nel Veneto per il trasporto delle truppe e dei rifornimenti, argomentando l’Amministrazione delle Ferrovie che a tali lavori avrebbe dovuto far fronte il Ministero della Guerra. In effetti, già il 30 Marzo 1914, il precedente Capo di Stato Maggiore (Generale Pollio) aveva presentato ad Antonio Salandra un documento nel quale veniva riportata, con obiettiva lucidità, la situazione dell’Esercito Italiano: "Se l’esercito italiano dovesse essere portato all’altezza degli eserciti delle altre grandi potenze europee, pur tenendo esatto conto della differenza numerica esistente fra le relative popolazioni, occorrerebbe all’Italia compiere uno sforzo grandioso" (da "Cenni su provvedimenti indispensabili per migliorare le condizioni dell’esercito", riportato integralmente da Antonio Salandra nel suo "La neutralità italiana", Edizioni Mondadori, Milano). Il Presidente del Consiglio, sicuramente più coinvolto nelle questioni di amministrazione interna e di politica estera, davanti alle accuse riportate sul problema militare (nonostante l’Austria fosse ampiamente preparata al conflitto, in Italia non era stato fatto nulla per potenziare l’Esercito in maniera adeguata) sostenne la tesi che l’aumentato numero dei deputati della Sinistra all’opposizione aveva ostacolato in maniera determinante le spese militari, comprese quelle coloniali, ritenendo che tali investimenti fossero del tutto improduttivi. È interessante però a questo punto riportare le considerazioni del Generale Bencivenga ("Saggio critico sulla nostra guerra", Tipografia Agostiniana, Roma) che ritenne quella dei mancati finanziamenti una cronica recriminazione pre sente in quel periodo in tutti gli eserciti, senza esclusione della Germania e dell’Austria, dove veniva costantemente richiesto di provvedere alle manchevolezze del numero dei soldati, alla qualità dell’addestramento ed alla tecnologia degli armamenti, essendo in definitiva l’Esercito Italiano ordinato "[…] secondo i principi universalmente accettati, nel quale le gerarchie funzionavano perfettamente e lo Stato Maggiore contava Ufficiali grandemente preparati". Abbiamo riportato qui questa tesi, elaborata sulla base del convincimento che il nostro Esercito sarebbe stato in grado di far valere il suo peso di valido strumento di guerra nell’ipotesi di un conflitto armato, perché presumibilmente questa convinzione dovette animare il Generale Cadorna quando - scontrandosi anche apertamente con Antonio Salandra - si pronunciò, già nell’estate del 1914, decisamente a favore dell’intervento in guerra.

3. La controversa "Operazione Camoscio"

Il Generale Cadorna chiese quindi di effettuare subito la mobilitazione generale (l’Operazione Camoscio, dal colore dei documenti dello Stato Maggiore) con due imponenti progetti a Nord-Ovest e a Nord-Est del confine - senza però sapere ancora su quale fronte l’Esercito si sarebbe battuto - per concentrare il grosso delle forze lungo la frontiera franco-tedesca, nella consapevolezza che un’offensiva a carattere risolutivo sarebbe stata inattuabile attraverso il poderoso massiccio alpino, e così come già previsto dal progetto elaborato dallo Stato Maggiore Italiano nel 1888 e successivamente aggiornato (Generali Cosenz, Tancredi Saletta e Pollio). In effetti, una mobilitazione generale indetta nell’estate del 1914, proprio mentre si accavallavano le dichiarazioni di guerra, avrebbe potuto essere considerata una legittima misura precauzionale e pertanto il Generale Cadorna, sempre convinto delle capacità operative dell’Esercito, inviò a Vittorio Emanuele III una "Memoria sintetica sulla radunata italiana Nord-Ovest e sul trasporto in Germania della maggior forza possibile", proponendo l’invio di un Corpo di Spedizione in Germania (al fianco dei nostri Alleati tedeschi) e contemporaneamente la difesa del confine italiano nelle Alpi Occidentali. Come abbiamo accennato, il Generale Cadorna non era ancora stato informato sulle reali intenzioni del Governo Italiano (gli erano infatti sconosciuti gli Accordi Prinetti-Barrère del 1902 con cui l’Italia si legava alla Francia, svuotando di contenuto l’alleanza della Triplice) e fu quindi colto di sorpresa quando il 3 Agosto 1914 l’Italia dichiarò la sua neutralità. Anche più avanti, nella primavera dell’anno successivo, il Generale Cadorna venne a sapere solo casualmente degli accordi stipulati con le potenze dell’Intesa (Patto di Londra, 26 Aprile 1915) e quindi sulle definitive intenzioni del Governo italiano sulle modalità e sui tempi dell’ingresso in guerra: "Dopo il discorso di guerra di Gabriele D’Annunzio allo scoglio di Quarto, la sera del 5 Maggio del 1915, il Cadorna, commosso e turbato dall’inno di guerra del poeta, ebbe la visita del commendatore De Martino, Segretario Generale degli Esteri. Da questo, soltanto perché, per caso, era andato a trovarlo, e perché egli, Cadorna, chiese, seppe del Patto di Londra, e dell’obbligo per l’Italia di scendere in campo a fianco degli alleati prima del 26 di Maggio. Il Salandra e il Sonnino avevano stimato opportuno tenere il Comandante dell’Esercito all’oscuro delle loro decisioni, del Patto e delle clausole di esso […]" (Angelo Gatti: "Uomini e folle di guerra" A. Mondadori, Verona). Al di là del giudizio storico sulle marcate dissonanze tra la condotta politica e quella militare di quel periodo, rimane indiscussa la rivalità personale tra Cadorna e Salandra, proprio lì dove una maggiore sintonia tra le Autorità governative e militari avrebbe potuto risultare più utile al Paese. Durante i mesi di Agosto e Settembre del 1914, il Generale Cadorna continuò a proporre con insistenza il suo piano di mobilitazione generale e dopo numerosi incontri con il Presidente del Consiglio - e finalmente edotto sulle intenzioni del Governo - assunse un atteggiamento più cauto sul dispiegamento delle forze e pose maggiore attenzione sulla possibilità che l’Esercito Italiano dovesse venire un giorno a trovarsi nelle condizioni di combattere contro una Germania ed un’Austria unite e vittoriose: "Convengo […] che l’ordine di mobilitazione dato ora suonerebbe guerra all’Austria, ciò che non sarebbe accaduto se ordinato al primo giorno, contemporaneamente alla dichiarazione di neutralità. Perciò il Governo non può ordinare la mobilitazione (che richiede un mese) senza esporsi ad una dichiarazione di guerra dell’Austria. Perciò è d’uopo attendere che le forze austriache siano fortemente impegnate coi Russi e che la bilancia penda in loro danno, per rendere loro impossibile di spostare notevoli forze verso le nostre frontiere. Tutto ciò rende evidente quanta ragione io abbia avuto di insistere fin dal 2 agosto perché venisse effettuata la mobilitazione". Oltre le note polemiche sulle sue proposte rimaste inascoltate, il Generale Cadorna sembra qui essere perfettamente a suo agio nel fronteggiare i pericoli incombenti per il paese - interessante anche la sua inclinazione diplomatica verso l’ex-alleato austriaco - e risultò legittima anche la sua preoccupazione di mobilitare le forze ad autunno inoltrato, ovvero con il pericolo di svolgere operazioni belliche di ampio respiro durante il periodo invernale. Anche se il Generale Cadorna non venne subito informato sulle intenzioni del Governo (rimandare l’intervento armato alla primavera del 1915) il Capo di Stato Maggiore aveva già provveduto ad adottare le necessarie misure precauzionali - arresto delle truppe dirette ad Ovest e concentramento ad Est - immediatamente dopo la dichiarazione di neutralità dell’Italia, opponendosi con decisione a tutti quei suggerimenti di mobilitazione parziale o ridotta, come quello proposto dal Ministro della Guerra (Generale Grandi) che prevedeva di radunare 300.000 uomini nella Valle del Po, con l’intento di poter essere agevolmente rivolti ad Occidente o ad Oriente, a seconda del variare delle circostanze politiche. Quello che invece preoccupò il Generale Cadorna fu il rapporto ricevuto dal Direttore dei Servizi Logistici ed Amministrativi del Ministero della Guerra (Generale Tettòni) dove venivano messe in evidenza le gravi condizioni in cui versavano i magazzini per la mobilitazione, dal disordine amministrativo alle insufficienti scorte di equipaggiamenti e di indumenti invernali. Solo verso la fine di Ottobre, con le dimissioni del Generale Grandi ed il rimpasto di Governo, furono reperiti i fondi necessari all’approvvigionamento dei magazzini, anche se fu concordata la convenienza ad effettuare la mobilitazione generale nella primavera dell’anno successivo, perché "follia mobilitare per rimanere colle armi al piede", ed i rimanenti mesi sarebbero stati opportunamente utilizzati per proseguire la difficile preparazione delle truppe italiane. Cosa in effetti fece cambiare idea al Generale Cadorna, rimane ancora oggi oggetto di studi e di considerazioni, ma si può ragionevolmente ipotizzare che proprio il rapporto ricevuto sulle condizioni dei magazzini di mobilitazione avesse indotto il Capo di Stato Maggiore a rivedere la sua posizione sul rapido ed efficace utilizzo dell’Esercito, e non avendo il Generale lasciato scritti o diari su questo complesso e tormentato periodo della sua vita (esistono solo appunti lasciati su fogli volanti) si può fare riferimento alla lettera dai toni particolarmente violenti da lui inviata al Generale Grandi il 25 Settembre 1914 dove, oltre a lamentare il fatto che le sue richieste non erano state tenute in debita considerazione, se non quando ignorate completamente, accusava apertamente il Ministro di scarsa collaborazione dimostrata nei suoi confronti, tanto che le conseguenze politiche di questa corrispondenza, complicate dall’intervento di Salandra questa volta al fianco di Cadorna, fecero maturare le dimissioni del Generale Grandi. Rimanendo indiscusso il carattere autoritario del Generale Cadorna, a fronte di precise accuse mosse nei suoi confronti sulle sue intenzioni "dittatoriali" nel caso di una sua eventuale nomina a Comandante Supremo, vale qui la pena ricordare le sue argomentazioni espresse all’Aiutante di Campo del Re, (Generale Brusati) non a difesa, bensì a rafforzare il suo convincimento sui danni causati per via dei dualismi tra due Comandanti presenti nella stessa campagna, come nella guerra del 1866, tra il Generale Cialdini ed il Generale La Marmora: "[…] ma il Comando non può nemmeno esistere senza un responsabile, il quale perciò non può essere che il Capo di Stato Maggiore. La responsabilità ha per necessario correlativo: a) la libertà d’azione nella condotta delle operazioni; b) la libertà d’azione nella preparazione della guerra, in ciò che ha rapporto colle operazioni; c) la esclusione dai più alti comandi di coloro che non ispirano la necessaria fiducia […] in una parola, organi consultivi finché se ne vogliono ma a deliberare deve essere uno solo, cioè il responsabile" (Tratto dal libro di Mario Cervi: "Il Duca invitto. Emanuele Filiberto di Savoia e la storia della sua Terza Armata mai sconfitta", Società Europea di Edizioni SpA, Milano 2005).

4. La Difesa territoriale e gli Armamenti

Da questo momento in poi i lavori di preparazione dell’Esercito riuscirono a procedere con maggiore impulso e pur non esistendo in tempo di pace un Comando Supremo con poteri decisionali - la "Commissione Suprema mista di Difesa dello Stato" aveva esclusivamente compiti tecnici ed era subordinata all’autorità politica ed amministrativa del Ministero - il Generale Cadorna, dotato sicuramente di forte personalità e di non comuni capacità organizzative, riuscì ad ottenere i risultati necessari per approntare un esercito sufficientemente preparato nel Maggio del 1915. Si trattò senza dubbio di uno sforzo di notevoli dimensioni che investì un arco estremamente vasto di operazioni, dall’acquisto di armi e munizioni sino alla mobilitazione finale di un milione e mezzo di uomini, ed in un periodo di gravi difficoltà per l’economia del giovane Regno d’Italia(2). Infatti, nell’autunno del 1914 erano disponibili soltanto 750.000 fucili Modello 1891 e 1.300.000 Modello 1870-87. Alla completa mancanza di dotazioni di bombe a mano, bisognava aggiungere le forti carenze negli obici da 305 e nei mortai da 260, ed in ogni caso al momento dell’inizio delle ostilità il parco d’assedio comprendeva 236 bocche da fuoco (da 128 iniziali) con 28 batterie di obici da 140A, 7 batterie da 149G e 12 batterie di mortai da 210, di cui però 8 sprovviste di affusti a ruote. Alle deficienze quantitative nelle artiglierie campali e pesanti campali, bisognava aggiungere la carenza qualitativa di 96 batterie da campagna che non disponevano ancora dei pezzi Déport (a deformazione) ed erano armate con materiale rigido (bronzo) rendendole inadatte anche al tiro indiretto. Le scarse batterie di grosso calibro (280 e 305) erano state ricavate utilizzando gli armamenti da costa e pertanto al numero del tutto insufficiente di pezzi bisognava aggiungere anche la loro scarsa mobilità sul terreno. Altre batterie di obici (210G) risultavano piuttosto antiquate per l’immediato utilizzo bellico, senza contare la scarsità di munizioni per le artiglierie di medio e grosso calibro, dove parte delle granate era ancora caricata con polvere nera a causa della mancanza di esplosivo moderno proveniente dall’Inghilterra. Solo verso la fine del 1915 - un anno dopo il primo utilizzo tedesco e sei mesi dopo quello francese - vennero adottate le prime bombarde (per tiro curvo e ad anima liscia) per superare il trinomio trincea-reticolato-mitragliatrice con un’arma con scarsa penetrazione nel terreno e grande potere dirompente in superficie. Con delle caratteristiche particolari di semplice ed immediato impiego, oltre alla possibilità di un agevole trasporto in prima linea, quest’arma ottenne subito una rapida diffusione sui campi di battaglia e per un suo utilizzo più professionale venne istituita la "Scuola Bombardieri" (a Susegana, Treviso) ed il nuovo Corpo ebbe inizialmente la forza di 900 Ufficiali e 34.000 uomini di truppa con 172 batterie di vario calibro (da 58 a 400), ridotte però successivamente a 157 a causa dell’eliminazione di alcuni tipi dimostratisi poco efficienti. Anche le sezioni mitragliatrici - a fronte di una previsione di una sezione per ogni battaglione di Fanteria e per ogni reggimento di Cavalleria, oltre a due sezioni per ogni battaglione di Alpini - ammontavano soltanto a 150 per via della mancata consegna da parte della ditta inglese Maxim, ufficialmente impegnata nelle forniture all’esercito britannico, anche se non è da escludere che abbia influito in tale mancanza il guardingo atteggiamento politico del Ministro della Guerra inglese, Lord Kitchner: "Prima di dare mitragliatrici all’Italia, vogliamo sapere in quale direzione dovranno sparare !". Per l’addestramento dei mitraglieri e la costituzione di Compagnie mitragliatrici (prima assegnate ai Comandi di brigata e successivamente, a causa della maggiore disponibilità delle armi, ai reggimenti) vennero istituiti un Reparto Mitraglieri "FIAT" a Brescia, con armi prodotte dall’industria nazionale, ed un altro "Saint-Etienne" a Torino, con armi di fabbricazione francese. Infine, anche il fucile modello 1870-87, a calibro 10,38 iniziale, venne ridotto a 6,35 (ovvero pari al più moderno modello "91") con l’introduzione di una nuova "anima" di acciaio nella canna dell’arma. Alcuni cenni storici a parte merita l’introduzione della nuova divisa italiana, dopo la storica data del 27 Gennaio 1861 che ne sancì l’uniformità per tutto il Regno d’Italia. In seguito ad alcuni esperimenti condotti da Luigi Brioschi (Presidente della sezione milanese del Club Alpino Italiano) all’inizio del XX secolo, si rese necessario abbandonare il colore blu intenso delle divise italiane per adottare il grigio-verde meno appariscente, e quindi maggiormente mimetizzabile, proprio così come i Francesi abbandonarono l’uso del tradizionale e vistoso colore rosso, simbolo di quell’èlan - lo slancio - che avrebbe dovuto consentire al soldato d’oltralpe di travolgere il nemico con la superiorità del suo morale, tutto teso all’offensiva. Anche se gli esperimenti, condotti con la collaborazione del Colonnello Etna, Comandante del battaglione Alpini "Morbegno", dimostrarono che le sagome dipinte con il colore blu venivano più facilmente colpite da fucilieri posti a 600 metri di distanza rispetto a quelle grigie, era ormai iniziato quel processo storico di rivisitazione delle uniformi europee - che avevano risposto in passato soltanto a criteri di emulazione, in particolare ai vittoriosi eserciti francesi e prussiani - per adattarsi a criteri di maggiore funzionalità, esigenza già percepita durante le guerre coloniali ed in particolare in quella russo-giapponese dell’inizio del secolo. La completa diffusione della nuova divisa grigio-verde si ebbe poco prima dello scoppio della Grande Guerra, nel 1913, ma la Circolare numero 458 con la quale l’uniforme grigio-verde entrò ufficialmente in uso nell’Esercito italiano (ad eccezione della Cavalleria che ne ritardò di un anno l’adozione) risaliva al 4 Dicembre 1908. Anche l’elegante elmo con cimiero della nostra Cavalleria di linea dovette adattarsi alle mutate esigenze operative che imposero il nuovo elmetto ideato e costruito da Ferruccio Farina (nell’autunno del 1915 i primi elmetti distribuiti ai reggimenti di prima linea furono i francesi "Adrian", conosciuti come il "Modello 15" con la caratteristica granata fiammeggiante ornata dalla sigla della Republique Francaise, RF) che venne perfezionato e distribuito nel 1916 con il nome di "Modello 16", guarnito di insegne metalliche solo dopo la fine della guerra. Ma come abbiamo detto, la rinnovata energia dello Stato Maggiore - ed è qui necessario ricordare l’importante contributo del Comandante in Seconda (Generale Zuppelli) e del valido collaboratore di Cadorna (Generale Dallolio) - riuscì prima ad effettuare gli acquisti necessari (armi, munizioni, vestiario, etc.) poi costituì le unità previste dai piani di mobilitazione ed infine conseguì la possibilità di equipaggiare un milione e mezzo di uomini, tenendo presente che nell’Agosto del 1914 le dotazioni esistenti nei magazzini avrebbero consentito la mobilitazione soltanto di 730.000 uomini, in Dicembre di 1.184.000 e nel Marzo del 1915 di tutto il contingente previsto. Nel già citato promemoria ricevuto dal Generale Cadorna al momento della sua nomina a Capo di Stato Maggiore, risultavano mancanti serie complete di vestiario, oltre 350.000, ed erano state immagazzinate solamente tenute di tela, senza cappotti o mantelline, rendendo quindi impossibile l’intervento della Milizia Territoriale fuori dal periodo estivo. Vennero reclutati nuovi Ufficiali di complemento, si accelerarono i corsi negli Istituti di Reclutamento e si intensificò l’attività di promozione (da Caporali Maggiori a Sergenti e da Sottufficiali a Ufficiali, purchè provvisti dell’esperienza libica) oltre ad effettuare numerose sostituzioni negli uffici e nei Comandi di Ufficiali effettivi con altri richiamati dal congedo ed in età più avanzata(3). Vennero acquistati cavalli dagli Stati Uniti d’America e fu intensificata la produzione di armi e munizioni nei laboratori pirotecnici di Capua (Caserta), di Bologna e di Bardalone (Pistoia), con attività produttiva ininterrotta, oltre al ricorso necessario all’industria italiana (le fabbriche straniere erano già impegnate per le potenze belligeranti) per la produzione giornaliera di 2.100.000 cartucce alla data del 1° Luglio 1915. A titolo puramente statistico, basti pensare che nel 1916 furono sparati quasi 8 milioni di proiettili di artiglieria, 177 mila bombarde e 4 milioni e mezzo di bombe a mano e da fucile, a fronte di un esercito articolato in 5 Armate, 20 Corpi di Armata, 48 divisioni di Fanteria (delle quali una in Albania ed una in Macedonia) e 4 divisioni di Cavalleria, di cui due appiedate e quindi equipaggiate di fucile. Il 9 Luglio 1915 venne anche istituito il "Comitato Supremo per le Armi e le Munizioni", ovvero un gabinetto ristretto del Consiglio dei Ministri per le deliberazioni sugli affari di guerra, il cui nome serviva a mascherarne l’attività politico-militare davanti all’attenzione di possibili interlocutori indesiderati, e fu proprio in questa sede che venne approvato l’enorme sforzo finanziario necessario per iniziare la preparazione alla belligeranza, lì dove il bilancio del Ministero della Guerra - che per l’esercizio 1914-15 prevedeva soltanto 373 milioni di Lire per le spese ordinarie e 86.5 milioni per quelle straordinarie - si chiuse con un passivo di 4 miliardi e mezzo, stimando alla fine delle ostilità un costo complessivo della guerra di oltre 400 miliardi di Lire oro(4). Per quanto riguarda il richiamo alle armi - dopo la dichiarazione di neutralità, tra il 3 ed il 7 Agosto 1914 il Governo aveva già ordinato il richiamo delle classi 1889, 1890 e dell’aliquota del 1891 ancora in congedo, e nel Settembre dello stesso anno la chiamata venne effettuata anche per la classe del 1894 - nel Gennaio del 1915 venne effettuato il richiamo anticipato della classe 1895 per permettere la costituzione dei primi reparti di Milizia Mobile: 52 reggimenti di Fanteria, 11 battaglioni Bersaglieri, 38 compagnie Alpini e 23 squadroni di Cavalleria, e i rispettivi Comandi (Brigata, Divisione e Corpo d’Armata) vennero istituiti, insieme a 13 reggimenti di Artiglieria da campagna, a partire dal 27 Aprile 1915. Anche la Milizia Territoriale potè contare su 198 battaglioni di Fanteria, 8 reggimenti di Alpini, 9 battaglioni del Genio e 113 Compagnie presidiarie e vale qui la pena ricordare che il Generale Cadorna, già nell’Agosto del 1914, aveva provveduto ad assicurare la "copertura", ovvero la prima protezione con schieramento in occupazione avanzata, attraverso la formazione dei primi Comandi nei pressi del confine italiano a sbarramento delle vie di penetrazione, con l’invio in Friuli di 6 battaglioni di Alpini e 2 gruppi di Artiglieria da montagna, rimanendo però sprovvisto di truppe di rincalzo, a causa della ritardata mobilitazione. Per comprendere meglio questo primo intervento del Capo di Stato Maggiore bisogna tenere presente che la nostra mobilitazione Nord-Est prevedeva la radunata in posizione arretrata, ovvero dietro la linea del Piave, sia per frapporre l’intera regione del Friuli all’offesa nemica, sia perché la rete ferroviaria italiana - al contrario di quella dell’Austria-Ungheria che disponeva di sette linee ferroviarie per raggiungere la nostra frontiera - poteva contare soltanto su quattro linee per raggiungere il fronte Verona-Legnano-Monselice, al di là del quale per raggiungere e superare il Tagliamento erano disponibili soltanto due tronchi ferroviari, il Verona-Treviso-Conegliano-Udine e il Monselice-Padova-Portogruaro- Latisana ed il necessario doppio binario venne realizzato solo durante la guerra. Con le varianti del 1° Aprile 1915 vennero fissati i compiti delle Armate a disposizione (le prime direttive risalivano al 1° Settembre 1914) e pertanto alla I Armata venne assegnato un ruolo strategico difensivo intorno al saliente trentino, alla II e III Armata un ruolo prevalentemente offensivo e la IV Armata aveva il compito di svolgere una funzione di "cerniera" tra le due ali dello schieramento, concorrendo sia alle azioni del Trentino che a quelle dell’alto Isonzo. Delle 35 divisioni di Fanteria (presenti sino ai primi mesi di guerra) 14 vennero schierate dallo Stelvio al Cadore, altrettante furono destinate all’azione principale e 7 di essere vennero tenute in riserva strategica(5).

5. La Mobilitazione finale e la Radunata

Agli inizi del secolo scorso - ovvero prima della Grande Guerra, e non più nel corso del XX secolo durante le guerre successive - la mobilitazione generale dell’Esercito italiano seguiva determinate procedure che in linea di massima si potevano considerare uniformemente adottate da tutte le altre potenze europee. Al di là della trasparenza delle operazioni (manifesti murali o cartoline precetto) la costituzione dei nuovi Comandi e dei nuovi Reparti operativi si formalizzava attraverso la realizzazione dei progetti previsti dallo Stato Maggiore, lì dove le unità venivano completate di uomini, armamento, vestiario ed equipaggiamento, realizzando in questo modo il passaggio dell’esercito "dal piede di pace a quello di guerra". La radunata, invece, prevedeva il concentramento dell’esercito mobilitato in una determinata zona (sito di radunata) per essere pronto a muovere verso lo schieramento predisposto per difendere, in caso di guerra difensiva, il confine, o per attraversarlo nell’ipotesi di guerra offensiva. Di conseguenza, questo tipo di operazione doveva prevedere la possibilità di effettuare ingenti trasporti di uomini e di materiali, ovviamente con una scrupolosa predisposizione di "Ordini di Movimento", in genere assicurati da una capillare preparazione preventiva relativa ai mezzi di trasporto utilizzati (nel caso delle ferrovie, gli orari dei treni, la composizione dei convogli e la loro capienza, etc.). In Italia, contrariamente alla Germania(6), il sistema generalmente adottato era quello di trasportare le unità, appena indetta la mobilitazione generale, presso i siti di radunata e di completare sul posto la loro preparazione, e di conseguenza era necessario predisporre per tempo la "prima protezione", ovvero la copertura con lo schieramento avanzato, di cui abbiamo già dato nota circa l’azione del Generale Cadorna(7), per assicurare l’inviolabilità del territorio di confine, affinché le complesse operazioni di mobilitazione e di radunata avvenissero indisturbate dall’azione nemica. Nel Settembre del 1914 il Generale Cadorna decise di modificare il sistema di mobilitazione in vigore ed attraverso una serie di nuove norme (che presero il nome di "mobilitazione rossa") iniziò la mobilitazione propriamente detta - che sarebbe poi andata ufficialmente in vigore il 1° Marzo 1915 - attraverso il richiamo graduale delle varie classi (abbiamo già visto che la prima fu quella del 1894) alloggiandole nelle caserme, e non sotto le tende nel sito di radunata, una volta giunte progressivamente a destinazione. I vantaggi di questo nuovo sistema potevano ragionevolmente ricondursi sia alla possibilità del Comandante in Capo di regolare in maniera più agevole l’afflusso delle truppe verso la frontiera e quindi di procedere allo schieramento in fasi successive, sia di permettere al Governo una maggiore libertà di scelta sulla decisione da prendere circa l’intervento, senza contare l’opportunità di mantenere il segreto sui preparativi militari. Alla data del 1° Marzo 1915 - con il maturato timore di un’invasione del nostro territorio da parte degli Imperi Centrali - vennero avvicinati al confine 12 reggimenti e 10 battaglioni di Fanteria, 4 reggimenti di Bersaglieri e 3 battaglioni di Ciclisti, 4 batterie da campagna, 7 compagnie di Zappatori ed una compagnia telegrafisti del Genio, e furono anche trasferiti in zona avanzata i Comandi di Brigata in modo tale di avere una forza schierata, alla data del 15 Aprile successivo, di circa 142.000 uomini. Venne soppresso il "Corpo di Osservazione alla Frontiera Nord" e l’XI Corpo d’Armata fu assegnato alla III Armata, quella che venne successivamente considerata come la "invitta". Il 22 Maggio 1915 - dopo che ai primi del mese erano stati effettuati altri richiami con cartoline precetto ed iniziati i grandi trasporti di mobilitazione e di radunata (iniziati il 4 Maggio si conclusero il 15 Giugno, in quarantatre giorni ed a guerra già iniziata) - venne indetta la mobilitazione generale: "Sua Maestà il Re ha decretato la mobilitazione generale dell’Esercito e della Marina e la requisizione dei quadrupedi e dei veicoli. Primo giorno di mobilitazione il 23 corrente mese". Il Comando Supremo venne stabilito nell’Arcivescovado di Udine - in data 29 Maggio il nostro Sovrano aveva delegato con Regio Decreto l’esercizio del Comando delle Forze Armate al Generale Cadorna - avendo a disposizione la Riserva costituita dai Corpi XIII e XIV dislocati tra Desenzano e Verona, dalla 16° divisione di Fanteria (Bassano) e dalla 4° divisione di Cavalleria (ma al momento, ancora in Piemonte). Il Generale Felice d’Alessandro assunse il Comando generale dell’Artiglieria, il Generale Lorenzo Bonazzi del Genio e il Generale Settimio Piacentini dell’Intendenza. Il 26 Maggio 1915 anche Vittorio Emanuele III pose il suo quartiere generale nella zona del fronte (a Torreano di Martignaccio, in provincia di Udine) insieme ad un piccolo seguito: il Generale Ugo Brusati, suo Aiutante di Campo, il Ministro della Real Casa conte Alessandro Mattioli Pasqualini, l’Ammiraglio Biscaretti di Ruffia ed il marchese Carlo Calabroni, e con le sue frequenti visite al fronte, il Sovrano si guadagnò il famoso appellativo di "Re Soldato". Il 28 Maggio la forza complessivamente mobilitata era di circa 800.000 uomini (di cui 400.000 alla frontiera) e soltanto due Corpi d’Armata risultavano completamente mobilitati, altri nove lo furono dopo pochi giorni e gli ultimi tre dall’8 al 12 Giugno 1915, insieme al completamento dei servizi, rendendo finalmente l’Esercito italiano pronto a prendere l’offensiva, anche se poteva considerarsi irrimediabilmente sfumato il fattore sorpresa, così tanto desiderato dal Generale Cadorna. Quindi l’Italia si presentò nella Grande Guerra con 14 Corpi d’Armata, 35 divisioni di Fanteria, 1 divisione di Bersaglieri, 4 divisioni di Cavalleria e 2 gruppi di Alpini. A mobilitazione ultimata (primi di Luglio) l’Esercito di prima linea contava 31.037 Ufficiali, 1.058.000 uomini di truppa, 11.000 civili militarizzati, 216.000 quadrupedi e 3.280 automezzi di diversi tipi. Gli armamenti erano costituiti da 760.000 fucili, 170.000 moschetti, 618 mitragliatrici (309 sezioni), 1.797 pezzi di piccolo calibro, 192 pezzi pesanti campali e 132 del parco d’assedio (6 cannoni da 305 e 24 obici da 280 nella Piazza di Venezia). La Milizia Mobile - che rimase sempre impiegata nell’Esercito permanente senza mai costituire, come nei programmi, la seconda linea - venne formata da 8 classi (1888-1895) per la Fanteria e gli Alpini, da 10 classi (1886-1895) per i Bersaglieri ed il Genio (le quattro più giovani per la Cavalleria e sette per l’Artiglieria a cavallo), da 11 classi (a partire dal 1885) per l’Artiglieria da campagna e pesante campale e da 14 classi (a partire dal 1882) per l’Artiglieria da montagna, mentre per la Milizia Territoriale vennero utilizzate le classi dal 1876 al 1881. La nostra Marina Militare, che aveva elaborato un primo "Piano generale delle operazioni in Adriatico" già nel mese di Settembre del 1914 - e che venne successivamente perfezionato il 18 Aprile 1915 - orientò le sue linee di condotta ai nuovi criteri politici governativi, ovvero al fianco dell’Intesa e contro la flotta austro-ungarica presente nell’Adriatico. Un generale accordo di collaborazione - flotte congiunte alleate in Adriatico e concorso diretto con le forze navali inglesi e francesi in Mediterraneo - venne formalizzato nella "Convenzione Navale" stipulata a Parigi il 10 Maggio 1915 dopo dieci giorni di convulse trattative, a seguito della firma appena conclusa del Patto di Londra, il 26 Aprile dello stesso anno. Prima dell’inizio ufficiale delle ostilità, venne messa in pratica la già programmata occupazione di Valona, con l’armamento - da parte dell’artiglieria della Marina - dell’isolotto di Saseno (30 ottobre 1914), a controllo della rada della città albanese. Valona venne occupata, inizialmente con lo sbarco di una "Commissione Sanitaria" e poi affidando all’Esercito il controllo della città (29 Dicembre 1914) per la posizione particolarmente strategica ed a baluardo dell’unica porta adriatica. Anche questa operazione fu motivo di disaccordo tra il Generale Cadorna ed il Governo italiano: durante le discussioni relative all’intervento, il Capo di Stato Maggiore obiettò che sarebbe stato necessario inviare - eventualmente - un intero Corpo d’Armata, ma che questo avrebbe comportato un’ulteriore dispersione delle poche forze disponibili. Lo sbarco venne comunque effettuato (un reggimento di Bersaglieri ed una Batteria da montagna) tenendo all’oscuro il Generale Cadorna che protestò energicamente e chiese che almeno, saggiamente, si prescrivesse alle forze sbarcate di non allontanarsi dalla costa. Oltre "all’iniziativa ed alla direzione completa" del Comandante in Capo italiano sulla flotta alleata e nelle operazioni svolte in Adriatico (art.3), il nostro Addetto navale italiano a Parigi (Comandante Mario Grassi, delegato e firmatario per la Regia Marina) ottenne anche una sorta di "libertà di manovra" che venne così sintetizzata nella sua relazione personale sulla Convenzione Navale: "[…] ho ottenuto che otto navi inglesi, dodici caccia francesi, sei sottomarini e sei dragamine […] siano messi ad esclusiva disposizione del Comandante della flotta italiana in un tempo relativamente breve e che la squadra francese sia pronta a venire in nostro aiuto se chiamata, ma che intanto rimanga in disparte"(8) oltre a quanto già stabilito circa l’affiancamento di quattro Corazzate e quattro Incrociatori leggeri inglesi, insieme a dodici Cacciatorpediniere, naviglio leggero ed una squadra di Idroplani francesi (art. 2). Nell’art.5 si definì che tutte le basi italiane sarebbero state disponibili per le forze navali alleate ed in base alle nuove esigenze politiche maturate, alle nuove forze disponibili - ed in particolar modo tenendo conto delle difficoltà oggettive dovute ai fondali bassi ed alla presenza di pochi porti lungo la costa adriatica - furono concentrati a Venezia i nostri Sommergibili, il naviglio addetto alla posa delle mine, le unità siluranti (per fronteggiare la forte presenza nemica a Pola) ed una Divisione navale con il compito di fiancheggiare dal mare l’ala destra del nostro schieramento terrestre sul fronte carsico e di sostenerlo nell’ipotesi di eventuali operazioni combinate, agli ordini del Comandante della flotta italiana Luigi di Savoia, duca degli Abruzzi. A Brindisi vennero destinati gli Incrociatori italiani ed inglesi e le Cacciatorpediniere, oltre ai Sommergibili addetti - oltre al mantenimento del blocco del Canale di Otranto - anche ad assicurare il traffico italiano per l’Albania. Nell’ipotesi di un grande scontro navale - che come sappiamo non si verificò mai - il grosso della flotta venne dislocato a Taranto ed alcuni Sommergibili furono distaccati ad Ancona, un porto non certo adatto a fungere da base navale, ma che era stato dichiarato "porto aperto" prima ancora della nostra dichiarazione di belligeranza all’Austria-Ungheria. Al momento dell’entrata in guerra, il confronto tra le forze navali italiane e quelle austriache indicava una certa prevalenza numerica della nostra flotta e lì dove la prevalenza risultava austriaca (Corazzate e Torpediniere) la flotta imperiale presentava unità piuttosto antiquate e con limitate capacità di impiego. Per avere un’idea più precisa, riportiamo qui un breve prospetto riepilogativo delle forze navali contrapposte, indicando in prima battuta il numero delle unità italiane e - inserito tra le parentesi - quello delle unità austro-ungariche: Corazzate 13 (15), Incrociatori corazzati 16 (5), Incrociatori leggeri 9 (5), Cacciatorpediniere 25 (25), Torpediniere 59 (69) e Sommergibili 21 (7). Tra le migliori unità della flotta italiana, quelle più importanti e recenti (1907) erano costituite dalle quattro Corazzate della classe "Vittorio Emanuele" (12.625 t ed armate di 305 e 203), dalle sei Grandi Corazzate (Dante Alighieri, Cesare, Cavour, Leonardo da Vinci, Doria e Duilio) e dai quattro Incrociatori della classe "Pisa" (9.800 t ed armati di 254) oltre che dalle ventinove Torpediniere "d’alto mare", importanti unità siluranti da 216 t e costruite tra il 1905 ed il 1909. Solamente durante il corso della guerra, vennero costruiti 299 MAS (i famosi motoscafi veloci che dislocavano tra le 12 e le 16 t ed erano armati con due siluri) che pur rappresentando un tipo di unità minore, riuscirono ad infliggere al nemico le perdite più clamorose. Infine, è necessario ricordare che venne anche elaborato un "Piano di Trasporti" - pienamente riuscito - con navi militari armate per assicurare i traffici marittimi che l’Italia doveva necessariamente garantire nei collegamenti con le isole nazionali e con le colonie africane. Ed è proprio a questo "silenzioso ed oscuro" impegno della nostra Marina (il blocco costante del Canale di Otranto, gli incarichi speciali ed i rifornimenti, le scorte armate ai navigli mercantili, etc.) che il Comandante in Capo delle nostre forze navali, Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, Contrammiraglio Paolo Thaon di Ravel, volle rendere un doveroso omaggio: "[…] tutti gli Italiani conoscono i nomi dei singoli eroi e delle vittorie fulminee, ma non a tutti è nota l’opera silenziosa, aspra e generosa, compiuta in ogni ora, in ogni evento, in ogni fortuna […] sappia oggi la Patria di quanti sforzi ed eroismi è fatta questa sua immensa gloria […] come non esiste più l’esercito, così la flotta imperiale non esiste più. Onore sempre a voi tutti, onesti e prodi marinai d’Italia": ("Bollettino Navale", Ordine del giorno, diramato da Brindisi a firma del Comandante in data 12 Novembre 1918). Per quanto riguarda la nostra Aviazione, è necessario rilevare che prima dell’inizio della guerra era stata data una maggiore attenzione soltanto agli apparecchi leggeri (dirigibili) in considerazione dei primi successi riportati durante la conquista della Libia (1911-12) nelle operazioni di "osservazione" svolte da alcuni entusiastici pionieri del volo (Capitani Moizo e Piazza e Tenente Gavotti) pur rimanendo l’inizio delle attività della nostra aeronautica avvolto da un diffuso scetticismo generale. Ed è proprio per questo motivo che gli stanziamenti destinati all’inizio del nostro ingresso in guerra per l’istituzione di un "Corpo Aeronautico Militare" registrarono l’irrisoria cifra di Lire 4.145.000 (Esercizio 1914-15) pur essendo contemplato nell’ordinamento del nuovo Corpo sia una Direzione Generale che un vero e proprio Comando, oltre alla formazione di quattro Battaglioni (uno per i Dirigibilisti, uno per gli Aerostieri, uno per le squadriglie Aviatori ed uno per le Scuole aviatori) e di uno Stabilimento di costruzioni aeronautiche, con relativa Direzione Tecnica ed Istituto Centrale. Il 20 Aprile 1915 - quindi un mese prima del nostro ingresso in guerra - a fronte di 15 Squadriglie di aeroplani disponibili, soltanto 6 Squadriglie di monoplani Blériot-Gnome risultavano sufficientemente impiegabili, rimanendo ancora inutilizzati gli apparecchi Voisin (130 HP) e gli Aviatik (125 HP) e quindi il nostro Esercito poteva contare soltanto su 71 aeroplani e 3 dirigibili, oltre che su 91 piloti e 20 osservatori. Anche l’aviazione della Marina - costituita nel 1913 - disponeva soltanto di 15 idrovolanti e 2 dirigibili, essendo altrettanti idrovolanti (del tipo Curtiss F) ancora impiegati nella Scuola di pilotaggio di Taranto per l’addestramento di circa una cinquantina di allievi piloti. Poiché gli aerei Caproni - che riuscirono a conquistare in quegli anni una serie di primati decisamente rilevanti - venivano costruiti, su brevetto concesso da Gianni Caproni, in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America, i nostri aerei risultavano decisamente antiquati, proprio perché - paradossalmente - venivano acquistati dall’estero o costruiti in Italia su licenza: Farman, Blériot, Voisin, Caudron e Nieuport, tutti apparecchi appena sufficienti per le ricognizioni a vista e fotografiche sulle linee nemiche, per dirigere il tiro delle nostre artiglierie o per compiere limitati attacchi con bombe di piccolo potenziale. Solo a guerra iniziata - e furono necessari tre anni di tentativi e di sacrifici - venne raggiunto un buon grado di efficienza operativa che includeva, oltre ad una maggiore collaborazione tra i pochi Reparti di linea, la formidabile prova di vitalità, di abilità tecnica e di spirito combattivo dei nostri piloti. I fabbricanti di aeroplani (solo cinque prima della guerra e con una sessantina di dipendenti in tutto) si raddoppiarono nel giro di soli due anni e con un impiego di forzalavoro di 1.500 tra tecnici ed operai, riuscirono a portare il livello della produzione mensile da 10 a 55 unità. Nonostante le perdite subite per cause belliche, oltre a quelle ascrivibili ad incidenti tecnici, a quattro mesi dall’inizio della guerra si potevano contare 244 aerei, anche se una buona parte di essi veniva ancora acquistata dalla Francia, che proprio nel mese di Settembre del 1915 inviò una squadriglia di idrovolanti "FBA" per la difesa strategica della città di Venezia. L’incremento dell’attività produttiva fu talmente vertiginoso che nell’Ottobre del 1917 l’Aviazione italiana poteva allineare oltre 2.000 aeroplani (di cui 500 in perfetta efficienza) dei quali 1.500 finalmente con il logo "Caproni" sulla fusoliera. Anche se la nascita della Caccia italiana risale al 1916 (nella primavera di quell’anno si registrarono i primi successi della 70^ squadriglia comandata dal Capitano Tacchini) tra la fine di Marzo ed il mese di Dicembre le squadriglie da caccia salirono da cinque a nove, quelle da ricognizione da dieci a quindici e quelle da bombardamento da sette a dodici, e tutte dotate di apparecchi Caproni (già nel mese di Agosto del 1915 arrivarono a Pordenone i primi tre bombardieri "Caproni 300", in grado di trasportare Kg 500 di esplosivo, che effettuarono la loro prima azione attaccando il giorno 20 il campo di aviazione di Aisovizza). Anche se caratterizzata da un’iniziale carattere frammentario, l’attività aeronautica italiana acquistò in pochissimo tempo non solo l’unità operativa necessaria, ma si contraddistinse per episodi di grande valore ed ardimento: "La superiorità dell’aviazione nemica [quella italiana, N.d.A.] è indiscutibile sia numericamente che qualitativamente. Opinione della truppa e dei Comandi superiori sugli aviatori nemici: audaci, temerari e risoluti, con raro spirito offensivo. Essi mitragliavano e bombardavano intensamente da bassissima quota le nostre riserve di fanteria, sia ammassate che in marcia, anche con brutto tempo, sotto la pioggia, provocando panico e demoralizzazione delle nostre truppe", (Relazione contraddistinta dal numero 91060 del Comando della II Armata Austro-Ungarica, nel Giugno del 1918). Con questo breve elaborato riteniamo di aver contribuito, anche se in maniera modesta, alla formulazione ed all’analisi degli aspetti politico-militari che l’Italia ha dovuto affrontare per il suo ingresso nella Grande Guerra, senza entrare - volutamente - sui giudizi storici e sulla disamina del "Piano di Guerra" elaborato dal Generale Cadorna, sulla sua attuazione e sulle conseguenze che esso ha comportato (molto è stato già scritto e commentato su tale evento) limitandoci ad esporre ed analizzare le contingenze che determinarono le scelte del nostro Capo di Stato Maggiore. Il nostro intendimento è stato proprio quello di permettere, attraverso la ricostruzione degli eventi immediatamente precedenti l’intervento armato, una maggiore comprensione delle scelte e delle decisioni prese per difesa del Paese e che comportarono in ogni caso - proprio al di là del giudizio storico che non è opportuno elaborare in questa sede - la vittoria finale contro l’Impero austro-ungarico. Sono purtroppo sin troppo note le tormentate vicende del nostro ingresso in guerra, così come l’ulteriore sforzo militare intrapreso nel 1917 e la "ricostruzione" dopo la disfatta di Caporetto, sino a giungere alla gloriosa affermazione di Vittorio Veneto ed alla firma dell’Armistizio di Villa Giusti, siglato a Padova il 3 Novembre 1918. Ma il profondo significato risorgimentale della battaglia di Vittorio Veneto - che suggellava l’affermazione degli alti valori di quel nostro ciclo storico oramai concluso - venne mirabilmente riassunto nel proclama del Generale Caviglia, Comandante della 8^ Armata, inviato ai suoi uomini il 24 Ottobre 1918: "Soldati dell’8° Armata, è giunta anche per noi l’ora di agire. È venuto il momento di raccogliere il grido d’angoscia che giunge dai fratelli abbandonati oltre il Piave e di correre alla loro liberazione. L’Impero di Austria e Ungheria si sta sfasciando. I popoli che lo componevano levatisi finalmente a spezzare le loro catene hanno decretato la sua fine […]. A noi, miei soldati, dare il colpo di grazia all’Impero austro-ungarico battendo il suo esercito, ultimo sostegno su cui ancora si appoggia, mentre sta per cadere".

(*) - Relatore di Storia Internazionale presso l’Università di Urbino.
(1) - Il comando dell’operazione venne affidato al Generale Raffaele Cadorna (1815-1897) - padre di Luigi, futuro Capo di Stato Maggiore - già Ufficiale del corpo del Genio sardo e distintosi nella campagna di Crimea, nella guerra del 1859 (dove divenne anche Ministro della Guerra in Toscana) ed in quella del 1866, al comando di un Corpo d’Armata in Friuli. Fu deputato nel 1871 e senatore nel 1895, oltre ad essere insignito del Collare dell’Annunziata.
(2) - Il periodo della cosiddetta "neutralità attiva" (definizione di Sidney Sonnino) aveva ulteriormente indebolito l’industria ed il commercio italiani. Prima ancora dell’inizio della guerra le materie prime - prevalentemente importate - vennero a mancare a causa dei blocchi contrapposti delle nazioni in lotta, ed in modo particolare l’87% del combustibile utilizzato in Italia veniva importato dalla Gran Bretagna e nuovi accordi in questo senso non vennero rinnovati neanche dopo la firma del Patto di Londra. La chiusura dei mercati commerciali tradizionali (Francia e Germania) mise in tale difficoltà molte aziende italiane che non fu possibile salvaguardarne l’occupazione con contributi di tipo statale, aggravando in tal modo la drastica riduzione della domanda interna. A causa del blocco dei Dardanelli, vennero a mancare le importazioni di grano dalla Russia che non riuscirono ad essere neanche in parte compensate dagli agricoltori italiani a cui vennero sottratte le braccia più giovani proprio all’inizio dell’estate, la stagione delle colture, e la politica dei calmieri del Governo non favorì le coltivazioni tradizionali (grano e riso) che vennero progressivamente abbandonate per prodotti più remunerativi, sconvolgendo il mercato del pane e dei beni di prima necessità. L’aiuto governativo - un sussidio che venne mantenuto per tutta la durata della guerra - non riuscì a consentire un livello di sostentamento sufficiente e la successiva assegnazione alle Autorità Militari dell’approvvigionamento alimentare (requisizioni di bestiame e grano) aggravò ulteriormente le già difficili condizioni dei contadini e dei mezzadri dell’entroterra veneto.
(3) - Dall’Agosto del 1914 al Maggio del 1915 l’incremento degli Ufficiali fu di 9.412 elementi, dei quali 1.188 effettivi, 4.754 di complemento e 3.470 della Milizia Territoriale.
(4) - La mancata riforma tributaria, la politica protezionistica e le nuove tasse per coprire le ingenti spese della guerra in Libia determinarono la caduta del Governo Giolitti il 10 Marzo del 1914. La nomina di Salandra (21 marzo 1914) ottenne la fiducia della Camera con 303 voti favorevoli, 122 contrari e 9 astenuti, ed oltre ai problemi finanziari del precedente gabinetto (la proposta di Giolitti del 1909 per un drastico aumento dell’imposta sul reddito e della tassa di successione non ottenne il consenso desiderato) il nuovo Governo aveva ancora sul tavolo la pesante situazione economica ereditata dal terremoto di Messina del 1908 (107 milioni in opere di ricostruzione) e la chiusura del Bilancio generale in deficit per l’esercizio 1909-10 che causò la perdita della parità della Lira con l’oro.
(5) - Fuori del territorio nazionale operarono il II Corpo d’Armata (2 divisioni) in Francia, il XVI Corpo d’Armata (3 divisioni) in Albania e la 35° divisione (in questo caso equivalente ad un Corpo) in Macedonia. È inoltre il caso di ricordare le truppe "T.A.I.F", truppe ausiliarie italiane in Francia, inviate oltre le Alpi, con un provvedimento molto criticato, e composte da 60.000 lavoratori inquadrati in 200 Compagnie con compiti di scavi di trinceramento, costruzioni di ricoveri e baraccamenti, linee ferroviarie e telegrafiche, etc.
(6) - Il Generale Helmut Von Moltke, Capo di Stato Maggiore dell’esercito prussiano dal 1857, organizzò le proprie truppe secondo la disposizione in Corpi, Divisioni e Reggimenti (la stessa usata in caso di guerra) già di stanza negli stessi Distretti dove sarebbero confluite le forze di riserva in caso di mobilitazione generale.
(7) - Oltre alla già citata "copertura" del Friuli, il Generale Cadorna si preoccupò di proteggere il territorio di confine con la frontiera svizzera con tre divisioni di Fanteria ed una di Cavalleria, dislocate nella zona Como-Varese-Milano (Corpo di Osservazione alla Frontiera Nord) oltre al previsto invio dell’XI Corpo d’Armata in Puglia che avrebbe dovuto lì stanziarsi per opporsi a possibili sbarchi nemici, oppure per eventuali incursioni sulla sponda opposta con l’appoggio di Serbia e Montenegro, che si sperava - al momento della decisione - di avere come alleati.
(8) - Probabilmente non fu difficile ottenere questo risultato, in considerazione del fatto che durante la neutralità italiana la flotta francese, entrata repentinamente nelle acque adriatiche, si vide costretta a ritirarsi gradualmente verso la zona Sud, limitandosi ad attuare, con alterni successi, il blocco del Canale di Otranto.