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I minori e la criminalità organizzata a Napoli, riflessioni sulla dimensione dell'azione criminale e la costruzione del processo di significa zione della devianza

Paragrafi

1. Una risposta sociologica al problema. La cultura dell’illecito tra codici antichi e
moderni

2. Il Mezzogiorno tra marginalità e modernizzazione

3. I minori all’interno del circuito penale: vittime o protagonisti?

4. Alla ricerca di uno scenario socioeducativo

5. Considerazioni conclusive


Francesco Giacca (*)

1. Una risposta sociologica al problema.

La cultura dell’illecito tra codici antichi e moderni Il fenomeno della devianza minorile nel meridione d’Italia, non può essere analizzato senza considerare sia la mancanza d’espansione di quell’area della società moderna che trova una conferma in un processo storico-sociale e di modernizzazione difficile, sia le conseguenze di questo stato di cose, come il proliferare di organizzazioni criminali presenti in forme anche molto differenziate sul territorio napoletano. In particolare, sosteniamo che il processo di disgregazione del tessuto sociale (fatto di povertà, emarginazione, bassi livelli formativi con tassi d’evasione scolastica altissimi, mancanza d’occasione di lavoro legale) è alla radice del fenomeno della devianza sociale, in termini generali della devianza minorile come conseguenza inevitabile, perciò si deve ipotizzare che tale forma di devianza è correlata alla mancanza d’espansione di quell’area di società moderna che si sostiene avere standard di comportamento assimilabili a quelli delle province più avanzate del resto d’Italia. Secondo il Lamberti “sono necessarie analisi, anche impietose, che innanzitutto restituiscano il quadro reale della situazione sociale, economica e politica dell’area metropolitana napoletana. Quel fenomeno che, per comodità, si continua a chiamare camorra, infatti, non solo germina e prolifera in questa situazione, ma ne costituisce l’elemento per così dire discriminante…” (Lamberti, 1992, 23).

Il sistema di organizzazioni criminali che caratterizza l’area metropolitana napoletana e si ramifica anche in altri contesti regionali, deve essere studiato come prodotto di uno sviluppo distorto, parassitario e fortemente caratterizzato da modalità illegali d’intervento. Naturalmente, questo punto di vista impone un’attenta tematizzazione degli aspetti più strettamente sociologici del fenomeno “sistema di organizzazioni criminali” (formazioni delle élites politiche, socializzazione dei comportamenti e stili di vita), cioè proprio di quegli aspetti più frequentemente rimossi ed ignorati. Va tenuto presente che l’aspetto distintivo della camorra, rispetto a differenti organizzazioni, sta nel cospicuo numero di persone (giovani, soprattutto) coinvolte a vario titolo in imprese criminali organizzate, oltre che nella pervasività del fenomeno, che copre tutti i settori d’attività e di reddito e tutto il territorio metropolitano. A nostro giudizio, un punto di partenza obbligato - per ogni analisi sociologica dei fenomeni di criminalità organizzata - è quello che tratta di manifestazioni tipicamente metropolitane che, nella loro genesi ed espansione, nel modo di organizzarsi, si legano alle trasformazioni che si producono in un determinato tessuto urbano, in conseguenza del suo configurarsi come area metropolitana. Un territorio caratterizzato, cioè, da vasti insediamenti industriali con conseguente esplosione della cinta urbana, da nuovi e caotici insediamenti abitativi, da forti spostamenti di popolazione che interessano tutti gli strati sociali, dall’espandersi della terziarizzazione per l’aumentata richiesta di servizi e per l’aumentata importanza che assume il settore commerciale (Lamberti, 1992, 27).

Le conseguenze sociologicamente più evidenti sono: - l’aumento della complessità sociale, con conseguenze in ordine alla governabilità dell’area metropolitana stessa; - la presenza di fenomeni di separazione, reciproco isolamento della popolazione e formazione di zone omogenee ad alto tasso permanente di criminalità. In effetti, si è visto come la criminalità organizzata nelle aree metropolitane si addensa stabilmente in alcuni quartieri e che il tasso di criminalità è indipendente dai cambiamenti della popolazione. Così, in queste situazioni territoriali, il delitto e la delinquenza sono diventati aspetti più o meno tradizionali della vita sociale e queste tradizioni delinquenziali sono trasmesse attraverso contatti personali e di gruppo. All’interno del gruppo, l’adolescente acquisisce la cultura della devianza, cioè quelle insieme di norme, stili di vita, modelli di comportamento, modelli di comprensione della realtà che diventeranno il bagaglio di convinzioni, certezze che ne orienteranno l’agire sociale. L’apprendimento non riguarda solo le tecniche o le informazioni e le conoscenze per svolgere le differenti attività delinquenziali ma soprattutto ciò che alcuni studiosi hanno definito come “sentire mafioso”, che garantisce “la sopravvivenza, la coesione e l’accomunamento nei membri di una sub-cultura” (Di Maria et al., 1989; De Leo, 1998). In generale, le idee di ciascuna persona, derivano dalle subculture cui è più esposto e con cui si identifica maggiormente.

È perciò vero, che gli atti devianti vanno ricondotti alle componenti della subcultura di appartenenza, ma le forme che assumerà la devianza dipendono dalla posizione che i soggetti occupano nella struttura di opportunità illegittime che la situazione di vita configura (Lamberti, 1992, pagg. 28-30). In pratica, le diverse forme che le subculture devianti possono assumere sono riconducibili, nel caso napoletano, a due configurazioni. La prima si può denominare “criminale” ed è caratterizzata dal fatto che intere zone territoriali, omogenee dal punto di vista della subcultura deviante, sono dominate da criminali di grande importanza, perché oltre a controllare l’organizzazione, hanno collegamenti con gruppi convenzionali di potere (partiti, imprenditori, organi di controllo). In contesti di questo tipo, l’orientamento verso l’attività criminale è favorito dalla presenza visibile di modelli riusciti di devianza. L’apprendistato alla professione criminale è regolato da codici d’azione e di comportamento, da prove di destrezza e di fedeltà, soprattutto per quanto riguarda l’impiego di larghe fasce di minori. Il secondo tipo di configurazione è quella che si può definire “conflittuale”, caratterizzata dal fatto che il potere criminale è frantumato e le diverse organizzazioni sono in lotta tra loro. In questa situazione sono molto socializzati e visibili modelli di devianza riusciti, caratterizzati dall’ostentazione di violenza e temerarietà.

I contesti urbani dominati da questa regola di configurazione della devianza, vedono un allargarsi del suo campo d’azione, in quanto c’è gran disponibilità di manodopera, utilizzabile nelle situazioni più disparate. In questo senso, seguendo la tesi del Lamberti, il fenomeno della devianza minorile a Napoli può essere meglio compreso a partire dalle cause o facilitazioni che lo hanno generato (insieme all’impiantarsi delle forme di criminalità organizzata) e che si distinguono in: a. ambientali: il contesto metropolitano napoletano, è caratterizzato da un aumento progressivo e costante della disgregazione sociale (situazioni abitative e di vita, il lavoro nero, il degrado delle strutture scolastiche, le distorsioni che caratterizzano l’Amministrazione Pubblica, la carenza di sbocchi occupazionali). Questa situazione genera la caduta della solidarietà sociale e il diffondersi di livelli inquietanti d’incertezza normativa, che alimenta il riprodursi e il rafforzarsi della subcultura deviante già esistente ed operante; b. culturali: il degrado economico, lo sfacelo urbanistico, l’incapacità della classe politica a gestire ed amministrare il funzionamento della macchina istituzionale, generano ed alimentano fenomeni di distorsione criminale vistosi, perché a tutte le altre forme d’arretratezza si aggiunge la presenza di una subcultura deviante arretrata ed in contrasto, in quanto a finalità e obiettivi, con la cultura industriale; c. economiche e politiche: anche in questo caso esiste l’incapacità di dirigere e controllare quel complesso di modificazioni avvenute nella Pubblica Amministrazione in conseguenza del decentramento politico-amministrativo e, soprattutto con riferimento all’aumento delle competenze degli Enti Locali riguardo alla gestione dei programmi d’intervento e di spesa pubblica.

Conseguentemente, la presenza sul territorio di grosse organizzazioni criminali con radicati agganci a livello amministrativo ha favorito il moltiplicarsi degli intrecci tra gruppi criminali e amministrazioni locali, con il successivo inquinamento della vita politica ed economica (Lamberti, 1992, 36).

2. Il Mezzogiorno tra marginalità e modernizzazione

Un tentativo di analisi e di ricerca della dinamica tra sviluppo socioeconomico del Sud, i suoi modelli culturali e la devianza minorile è stato compiuto da Federico D’Agostino. L’ipotesi di quest’autore, in linea con i principi dettati dalla nuova Scuola di Chicago (Neochicagoans), si basa sulla constatazione che il modello di sviluppo imposto al Sud e che ha avuto effetti di disuguaglianza e arretratezza, non solo non ha prodotto un processo di modernizzazione nel senso della cultura urbana, industriale, sindacale propria dei paesi più avanzati, ma ha prodotto un processo di disintegrazione di quel tessuto di modelli culturali propri del Sud (D’Agostino, 1984, 19). In questi termini, il Sud italiano non è per nulla una realtà omogenea, sia in termini di contesti socioculturali sia riguardo a rapporti di dipendenza economica tra centro e periferia che caratterizza le aree con sviluppo anomalo. Esistono molteplici aree meridionali, alcune caratterizzate da uno sviluppo selvaggio prodotto dall’urbanesimo e da un certo tipo di industrializzazione, mentre altre sono soggette allo spopolamento, alla depauperazione e marginalizzazione. I due fenomeni sono connessi e rappresentano le due facce di uno stesso processo che accomuna tutte le aree nei loro rapporti verso il Nord, rispetto al quale “...il meccanismo di sviluppo che è stato attivato non tende né tenderà a colmare il divario tra Nord e Sud, se mai ad accrescerlo” (D’Agostino, 1984, 20).

Così, considerato che tale biforcazione si è dilatata funzionalmente e strutturalmente al tipo di sviluppo che si è configurato, quest’ultimo va visto sia all’interno del Sud sia nel rapporto verso il Nord, ma inserito nel quadro più generale del Nord Europa, Sud Europa e nell’area del Mediterraneo (D’Agostino, 1984; Del Monte, Giannola, 1978). In effetti, lo sviluppo è tale se presenta i caratteri di un fenomeno endogeno che accelera la mobilità sociale e la partecipazione politica, riduce il gap tra borghesia e proletariato industriale, eleva la capacità contrattuale del potere sindacale, elimina o riduce a livelli minimi la disoccupazione e valorizza le forme culturali del tessuto sociale attraverso processi di socializzazione, acculturazione e legittimazione in cui i giovani sono soggetti attivi e protagonisti (D’Agostino, 1984, 20). Al contrario, il sottosviluppo del Sud si basa sulla dipendenza economica e finanziaria, sulla dipendenza politica e culturale e sul fatto che le grandi decisioni riguardanti questi settori sono prese fuori dell’area meridionale. La conseguenza a questo stato di cose e ad un modello di sviluppo imposto sono stati la resistenza, l’assenteismo, la crescita della conflittualità sindacale e la conseguente marginalizzazione.

Quindi, più ci si addentra in un processo di sviluppo di società tradizionali e più il rapporto e la dinamica tra variabili economiche e culturali diventa cruciale per determinare il tipo di sviluppo. Potremmo affermare che il problema del Sud, pur nella sua apparente ebollizione sociale e forme d’effervescenza collettiva, trovi una giustificazione o causa in una tendenza simile a quella che Bienkowski chiama “pietrificazione” delle forme d’azioni sociali, come un magma di un vulcano che pietrifica, piuttosto che creare forme istituzionali solide e funzionali (Bienkowski, 1972, 46). La pietrificazione nasce dal processo di “routinizzazione” delle forme collettive della vita sociale, dove secondo problemi urgenti o d’emergenza si risponde a situazioni secondo modelli di comportamento che sembrano improvvisazioni, ma che si sviluppano in conformità ad un canovaccio che rappresenta appunto la mappa (chart), direbbe Geertz, di comportamenti collettivi che hanno una ritualità (D’Agostino, 1984, 22; Bienkowski, 1972; Geertz, 1969). In base alle linee tracciate, possiamo dire che “un certo tipo di sviluppo genera marginalità, ma il non-sviluppo genera un’accentrata marginalità”(D’Agostino, 1984, 93; Bianchi et al., 1979).

La marginalità è un processo economico, politico e culturale che gradualmente o attraverso un movimento rivoluzionario colloca settori della popolazione ai margini del sistema sociale. L’essere ai margini si esprime: a. nella dipendenza eccessiva senza possibilità di reciprocità; b. nella subordinazione senza possibilità rivoluzionaria anche se con capacità di ribellione; c. nella perdita della propria identità nello sforzo di integrarsi, nel senso che la mancata integrazione equivale all’accettazione acritica di modelli esterni alla propria cultura e il rifiuto di aprire la propria cultura agli impulsi innovativi provenienti dalle élites interne ed esterne (D’Agostino, 1984, 94). La marginalità è generata dallo sviluppo dipendente e la sua crescita si esprime nella crescente distanza tra centro e periferia, con la separazione e ghettizzazione della sua formazione. Essa diviene il polo della povertà, dell’analfabetismo, delle vittime, dei soggetti della devianza e della violenza. La marginalità è “come una cultura in vitro o un incubatore della devianza minorile e diversità sociale, nel senso che ponendo l’individuo e il gruppo nella situazione di ambivalenza e ambiguità lo colloca di fronte a codici morali e culturali contrastanti e perciò devia dall’uno o dall’altro o da tutti e due insieme” (D’Agostino, 1984, 104). Anche K.T. Erikson afferma: “Il comportamento deviante ha più possibilità di verificarsi quando le norme che regolano la condotta in un determinato contesto sociale sono contraddittorie” (Erikson, 1964, pagg. 219-230). In questo senso, la contraddittorietà nella situazione marginale del meridione nasce appunto in questa sovrapposizione e coesistenza di modelli propri di una società tradizionale e modelli propri di una società moderna. Il fatto è che la marginalità, di fronte a questi codici normativi parzialmente interiorizzati, produce la cultura che è un misto dell’uno e dell’altro e che può costituire anche un subsistema culturale (D’Agostino, 1984, 106; Ciacci, Gualandi, 1977). Inoltre, “la cultura della marginalità non è necessariamente frantumata al proprio interno, anche se presenta elementi contraddittori, perché l’ambiguità di cui è portatrice è inserita in un sistema gerarchico che stabilisce priorità, regole dominanti e codici familiari prevalenti rispetto agli altri. Perciò, la cultura della marginalità genera devianza rispetto ai codici esterni, ma non accetta deviazione rispetto ai codici dominanti nel proprio subsistema” (D’Agostino, 1984, 106).

Così, la cosiddetta nuova logica del profitto e della sopraffazione nasce dall’impossibilità di raggiungere le mete tradizionali con i metodi di un tempo, in sostanza, “l’evoluzione delle mete si accompagna all’adozione di tecniche moderne e all’uso di nuove tecnologie che sono le nuove sovrastrutture che si sovrappongono ad una mentalità di tipo arcaico” (D’Agostino, 1984, 106; Lamberti, 1992, pagg. 21-45). La devianza, è una risposta adattiva dell’individuo e del gruppo ad una situazione d’ambivalenza comportamentale ed è una mediazione tra codici tradizionali e moderni. D’altra parte, essa è integrativa, ha degli obiettivi da raggiungere e nello stesso tempo risponde a fenomeni di latenza, tensioni, conflitti e drammi presenti nell’area marginale. Solo che nel tempo rivela anche una propria elaborazione subculturale, consolidandosi e trasmettendosi per linee generazionali e di gruppo, rivelando propri codici normativi (D’Agostino, 1984, 106; Ciacci, Gualandi, 1977).

3. I minori all’interno del circuito penale: vittime o protagonisti?

Dalle considerazioni emerse, siamo in grado di tracciare un profilo psicosociale dei minori che delinquono nel contesto napoletano (Cavallo, 1996; Malagoli Togliatti; Rocchietta Tofani, 1987): - tutti questi minori provengono da famiglie multiproblematiche, vale a dire da famiglie disgregate, famiglie conflittuali, famiglie in cui sono presenti problemi di tossicodipendenza, di alcoolismo, di malattia mentale e collegate alle organizzazioni criminali, quindi disfunzionali alla crescita; - la maggioranza di questi ragazzi sono protagonisti/vittime di evasione scolastica. Per molti di loro, l’inizio del primo anno di scuola media diventa un ostacolo insormontabile, in diretto collegamento con la provenienza dai contesti svantaggiati del centro storico e delle periferie urbane; - l’esperienza d’istituto, riguardo all’abuso istituzionale di questo tipo di risposta. Il collocamento in istituto, infatti, costituisce nella prassi l’unico strumento disponibile; - la piaga, ormai dilagante, del lavoro minorile, nell’ambito del quale sempre più frequentemente s’individuano casi di vera e propria schiavitù.

Tutti questi fattori, ovviamente, non vogliono assolutamente evidenziare un inesorabile incamminarsi su percorsi di devianza. È però vero, che queste connotazioni determinano un meccanismo di rischio, proprio perché ognuna di esse costituisce un momento di esposizione al rischio. Allora, un qualsiasi progetto teso a ridurre la delinquenza minorile non può che avere l’obiettivo di inserirsi in quel meccanismo di rischio, al fine di correggere un percorso che non è affatto scontato (Cavallo, 1996, 68; De Leo, 1995, pagg. 44-47; Vineis, 1995, pagg. 30-33; De Piccoli, 1995, pagg. 34-39). Bisogna intervenire in modo mirato e tempestivo sulle famiglie in difficoltà, creare nuove metodologie didattiche che richiedono però una trasformazione strutturale della scuola, intervenendo sul recupero scolastico, bonificare gli ambienti a rischio. Inoltre, esaltare le sinergie tra le specifiche competenze in quello che possiamo definire “progetto educativo di rete”. I suoi contenuti specifici vanno individuati con riferimento alla gradualità del percorso che porta un ragazzo dalla normalità alla delinquenza, identificando questa caduta attraverso tre fasi: - passaggio dalla fase della normalità a quella del disagio; - passaggio dalla fase del disagio a quella della devianza; - passaggio dalla fase della devianza a quella della delinquenza. L’area del disagio, a Napoli, è molto diffusa e non solo nell’infanzia e nell’adolescenza, a tal punto che qualcuno si chiede se esista ancora la normalità. Diciamo che il disagio è costituito da quella sensazione di malessere diffuso, apparentemente privo di ragioni precise, che si manifesta già nella scuola dell’infanzia: la difficoltà di apprendimento, la difficoltà di socializzare, l’isolamento, l’oppositività e l’aggressività, la violenza sulle cose e sulle persone sono i segnali di un malessere profondo.

La devianza è costituita da quell’insieme di comportamenti che non costituiscono ancora specifici reati, ma che sono tuttavia disapprovati dal comune sentire sociale: il minore comincia ad assumere droghe leggere, a non frequentare la scuola, a sottrarre denaro in casa, a rientrare sempre più tardi la notte. Sul confine tra normalità e disagio agisce la prevenzione primaria, che è quindi diretta a tutta la popolazione minorile, mentre sul confine tra disagio e devianza/devianza e delinquenza agisce la prevenzione secondaria, che ha destinatari e obiettivi mirati. La prevenzione terziaria, invece, agisce specificamente nell’area della delinquenza ed è diretta ad impedire la recidiva. Le statistiche degli ultimi anni indicano un netto aumento nelle regioni del Sud del coinvolgimento di minorenni nella criminalità organizzata. Anche se resta sempre difficile provare l’associazione per delinquere di stampo camorristico, si può con sicurezza affermare che molte centinaia di minori svolgono, stabilmente, un ben preciso ruolo esecutivo nell’ambito delle organizzazioni criminali. Siamo sicuramente in presenza, rispetto ai primi anni novanta, di una specializzazione e di un perfezionamento dei compiti svolti da questi ragazzi e ciò si deduce in maniera incontrovertibile dalle estorsioni condotte a termine con modalità sempre più allarmanti da questi esecutori di ordini, dalle armi di grosso calibro con matricola abrasa trovate in loro possesso, dalle migliaia di auto rubate che non potrebbero sparire nel nulla se non ci fosse una ben strutturata organizzazione, dallo spaccio di notevoli quantitativi di droga di diversa qualità. Gli esperti del settore raggruppano i minori radicati nell’area della criminalità organizzata napoletana in tre gruppi: - il primo gruppo è costituito da figli di camorristi più o meno autorevoli, che quindi fanno parte per vincolo di sangue della famiglia malavitosa; - il secondo gruppo è costituito da quei ragazzi che, pur non facendo parte della famiglia e non portandone quindi il cognome, sono tuttavia inseriti nel clan familiare col quale si identificano, condividendone gli obiettivi.

Essi sono, quindi, legati alla famiglia per vincolo di appartenenza; - rientrano, infine, nel terzo gruppo quei ragazzi che, pur non appartenendo al clan e non identificandosi con esso, comunque operano nell’area dell’illegalità, nel pieno rispetto delle regole che in quel quartiere la famiglia malavitosa ha stabilito a salvaguardia dei propri traffici: non toccano certe persone, non commettono certi reati, non invadono certe zone. Essi sono, quindi, legati alla famiglia per vincolo di interesse. I ragazzi del primo gruppo, quasi mai arrivano nell’istituto penale in espiazione di pena, cioè per effetto di una sentenza definitiva, perché la famiglia è molto attenta a tenerli lontani da grossi rischi nel corso della minore età. È solo nelle faide familiari che, negli ultimi tempi, si vedono ormai coinvolti anche i giovanissimi. Essi, talvolta, vi giungono a seguito dell’applicazione nei loro confronti della misura della custodia cautelare, ma sono difesi sempre dai migliori avvocati, i quali riescono spesso ad ottenere misure meno afflittive. Diversamente da quanto si immaginerebbe, questi ragazzi in carcere si comportano benissimo, sono molto rispettosi delle regole e ricevono dagli altri grande rispetto. Su questi ragazzi sembra impossibile concepire interventi educativi efficaci. I ragazzi del secondo gruppo, invece, entrano in carcere sia in custodia cautelare sia in espiazione di pena, e vi restano anche per qualche tempo. Nell’ambito della struttura carceraria, si comportano come piccoli leader, tendendo ad aggregare e a creare legami, servendosi dei ragazzi in ruolo di subalternità per azioni di protesta, sommossa e vendetta. Le loro famiglie, poco collaborative con i Servizi Sociali, negano ogni problema e non accettano quasi mai l’intervento educativo, perché lo vivono come un’arbitraria intrusione.

I ragazzi del terzo gruppo, gli svelti e intelligenti, entrano in carcere e vi restano per qualche tempo. Su di loro, in generale, è possibile impostare un progetto educativo che sugli altri, radicati nella criminalità organizzata, è impossibile fare. In particolare, sui ragazzi del primo gruppo gli interventi di osservazione e trattamento sono complessi, perché la famiglia è al di là di ogni possibile aggancio da parte dei Servizi del territorio e della Giustizia. Pertanto, l’unica possibilità sono le politiche globali di contrasto alla criminalità organizzata e alle sue mire espansionistiche. Per impostare un’efficace politica di intervento sui ragazzi del secondo e terzo gruppo, dobbiamo ricordare che essi hanno fatto ingresso nell’area della criminalità organizzata, ovvero vi hanno un riferimento valoriale, perché alla ricerca di un’identità che la società non è stata in grado di riconoscere loro. Essi sono stati rifiutati ed espulsi dalla scuola come indesiderati e l’etichettamento su base scolastica ha segnato un’identità negativa che ha trovato il suo completamento con l’ingresso nell’area illegale dell’altra società. È fondamentale, allora, che in carcere o fuori, il progetto educativo trasmetta a questi ragazzi la certezza che anche la nostra società può loro riconoscere un ruolo, e che dipende dalla loro capacità se quel ruolo sarà vincente.

4. Alla ricerca di uno scenario socio-educativo

In Italia, la cultura giuridica e le attuali tendenze legislative per la prevenzione della devianza minorile si ispirano alla concezione del minimo intervento penale. Questo approccio consiste nel cercare di ridurre al minimo possibile l’intervento penale, con l’obiettivo di ridurre la permanenza del soggetto nei servizi detentivi e, soprattutto, di fare in modo che questa permanenza sia sempre accompagnata dall’attenzione alla sua personalità e alla sua fase evolutiva. Da un punto di vista macrotrattamentale, oggi la pena non ha più una funzione afflittiva, la punizione non deve rieducare, ma deve consentire, in linea con i principi criminologici dell’interazionismo simbolico, un chiaro, non distruttivo e non manipolante confronto fra l’individuo e la propria azione deviante, fra il soggetto e le norme della propria cultura e della società (Poletti, 1988; De Leo, 1990). getto e delle risposte di responsabilizzazione da parte della Giustizia minorile e dei servizi; la pena non contiene obiettivi in sé trattamentali e assistenziali, ma garantisce la continuità dell’assistenza e del trattamento nel periodo in cui il soggetto rimane nel sistema giustizia.
 
In questa prospettiva, naturalmente, il trattamento non è punizione, né assistenza, né terapia, ma è un modo di organizzare risposte e risorse complesse con l’obiettivo della responsabilizzazione giudiziaria nel periodo ben delimitato del processo e della sanzione. L’obiettivo non è quello di correggere il soggetto, di cambiare la sua personalità, ma di fare in modo che egli possa partecipare, elaborare, utilizzare quelle proposte di attività, quelle risorse, nella prospettiva di attivare qualche cambiamento nell’interazione con l’istituzione e, in un secondo momento, forse anche della sua personalità. La tendenza attuale, sul piano della prevenzione e legislativo, si configura sempre più come una “restituzione al sociale” del problema della devianza, della delinquenza minorile, soprattutto nel meridione d’Italia, in quanto è proprio il contesto ambientale che contiene quelle risorse, quegli spazi relazionali di cui il minorenne ha bisogno per definire il proprio percorso. Il tentativo è quello di riattivare quel contesto spesso irrigidito, di sollecitare e stimolare quelle risorse e quegli spazi in modo da individuare nella famiglia, nella scuola, nel quartiere nuove strategie di contatto significativo con il minore (Patrizi, 1990; De Leo, 1990).

Secondo noi, una nuova articolazione dei servizi e la complessità di una nuova proposta organizzativa, sempre più orientate ad un’apertura al territorio di appartenenza del minore a rischio e/o che delinque, richiede: innanzitutto la valorizzazione della multidisciplinarietà ed una maggiore specializzazione delle figure che si occupano del ragazzo, ma soprattutto una fluidità di passaggio del minore fra servizi. Nel napoletano, la tendenza perseguita dagli Uffici della Giustizia Minorile locali tenta di inserirsi e di rispecchiare fedelmente sia le linee di obiettivi e di programmi generali perseguiti a livello centrale, sia l’andamento della situazione degli Istituti e dei Servizi dell’interdistretto, centrato sicuramente in una nuova e complessa fase di transizione. In particolare, gli obiettivi si possono riassumere nei punti più interessanti che riguardano la polifunzionalità dei servizi, gli interventi privilegiati di rete sull’area penale esterna e la metodologia di lavoro per progetti. Il primo punto prevede, oltre al raccordo tecnico-operativo tra Servizi, la costituzione di équipe di operatori polifunzionali negli U.S.S.M. e nei Centri di prima accoglienza, il potenziamento del servizio educativo esterno, la sperimentazione di progetti che prevedano la partecipazione congiunta di minori ristretti, di quelli dell’area penale esterna e di quelli dell’area a rischio. Una modalità che sempre più si va affermando è quella di lavorare per progetti, consentendo la rapida individuazione di obiettivi, risorse, analisi e verifiche.

Tale orientamento deriva dalle caratteristiche, analisi e considerazioni sulle nuove e/o differenti caratteristiche dell’utenza, che si configura con aspetti e problemi che sono tra loro contrapposti. Da un lato, un’utenza con evidenti problematiche dovute ad un crescente radicamento di minorenni nelle organizzazioni criminali, con reati gravi, con pene più pesanti ed un ulteriore problematicità dovuta a disagio socio-psicologico e all’uso sempre più diffuso e sommerso delle nuove droghe. Dall’altro, le caratteristiche completamente differenti dei minori a rischio ed anche di quelli dell’area penale esterna che, pur provenendo da analoghi contesti socio-ambientali ed avendo maturato le stesse esperienze devianti, ma non avendo sperimentato quella detentiva, rappresentano una fascia di adolescenti su cui è ancora possibile costruire progetti.

5. Considerazioni conclusive

La giustizia penale minorile, come abbiamo potuto verificare in questa breve trattazione, rappresenta un settore ricco di problematicità, dal momento che l’adolescenza vi riversa in pieno un disordine di implicazioni e responsabilità che investono discipline, approcci scientifici, metodologie, ruoli professionali, istituzionali e politici. La pena acquista una funzione di attivazione della responsabilità del sogA nostro modo di vedere la complessità della materia è tale che lo stesso quadro normativo, a fronte di una diffusa e riconosciuta necessità di una sua definizione organica, allo stato attuale si presenta incompleto e frammentato in numerose responsabilità istituzionali che si misurano nell’assenza di un preciso orientamento normativo delle politiche sociali solo recentemente emerso con la legge quadro n. 328/2000, ma non ancora perfettamente aderente alle sue articolazioni territoriali. In attesa che essa si sedimenti nelle istituzioni preposte e l’attenzione per i minori e adolescenti possa trovare una sua collocazione di vasto respiro, non bisogna dimenticare che il sistema della giustizia minorile, costituisce solo una parte di interazioni che si muovono intorno al ragazzo che ha commesso un reato.

D’altra parte, la struttura teorica e la letteratura scientifica prodotta negli anni, contribuiscono non poco a chiarire la complessità di questo settore. Così, il filone scientifico denominato interazionismo simbolico, che la giustizia minorile ha ritenuto valido a spiegare la radice di quel fenomeno chiamato devianza, è costretto a fare i conti con le nuove tendenze di politica penale preventiva che si affacciano continuamente all’orizzonte. Ancora più rilevante, in senso specifico, è stato l’effetto dei cambiamenti quantitativi e qualitativi della devianza minorile stessa, nonché i modi di studiarla e affrontarla sul piano operativo, ma anche sociale. Su questo versante, negli ultimi dieci anni, la fisionomia ufficiale e reale della devianza in Italia si è profondamente trasformata sia attraverso le gravi emergenze, divenute nel tempo fenomeni e problemi strutturali, dei minori provenienti da altri paesi e culture, sia attraverso la crescente strumentalizzazione dei minori da parte di forme più o meno organizzate di criminalità adulta. Il codice di procedura penale per i minorenni (D.P.R. n. 448/88), colloca in posizione preminente la necessità di prestare attenzione ai diritti di un soggetto in crescita, manifestando l’importanza di non interrompere i percorsi evolutivi di sviluppo della persona, nonché il ricorso residuale della risposta carceraria e custodiale nei confronti dei minori. In tal senso sappiamo bene che le innovazioni introdotte dal nuovo codice, attivano strategie diverse per una rapida uscita dal circuito penale: la dimensione pedagogica ed educativa in fase processuale diventa preminente, il coinvolgimento previsto in ogni stato e grado del procedimento dei servizi sociali ministeriali e della comunità territoriale ne rappresenta una conferma, la costruzione del progetto educativo e la restituzione al sociale territoriale ne fanno una necessità.

Tuttavia, l’area che ci sembra normativamente trascurata attiene all’esecuzione penale: cioè, sulla base della mancanza in proposito di un’adeguata norma di riferimento per i minorenni, ci si avvale di quella in uso nel settore degli adulti. Infatti, la legge di riforma penitenziaria del 1975 e il suo regolamento recentemente rivisto con il D.P.R. n. 230/00, disciplinano il trattamento penitenziario e le modalità di esecuzione della pena anche per i minori, in attesa dell’esame da parte del Parlamento di un disegno di legge, recante “norme in materia di esecuzione di provvedimenti giudiziari per reati commessi da minorenni” e la conseguente predisposizione di un regolamento di esecuzione. Con molta probabilità, si può affermare che il ritardo nel disciplinare l’area dell’esecuzione penale possa in parte dipendere dalla residualità che è attribuita alla dimensione della custodia nell’ambito della giustizia minorile, mentre il confronto politico in corso sembra sempre più orientarsi verso la ricerca di soluzioni radicalmente innovative, sia per l’esecuzione penale, sia più complessivamente verso una rivisitazione del sistema della giustizia minorile.

In altri termini, la modifica legislativa del settore dovrebbe introdurre risposte istituzionali orientate al depotenziamento degli effetti rigidamente sanzionatori ed alla promozione di strategie di sviluppo del minore e di ricomposizione dei conflitti che il reato apre. In questa prospettiva riconciliativa dell’azione penale e di depotenziamento del conflitto sociale si sottolinea il ruolo e la funzione di mediatori che il legislatore assegna ai diversi attori sociali, con particolare riferimento agli operatori dei servizi. Anche qui le valutazioni attuali indicano che l’applicazione di questa misura, in Italia e nel napoletano, è ancora molto ridotta, incerta e discontinua nel tempo. In effetti, l’elaborazione di una cornice normativa che istituisca e disciplini gli Uffici di Mediazione rappresenta un ulteriore passo in avanti verso una nuova concezione della risposta penale, in direzione dell’Europa e del cammino intrapreso dal codice di procedura minorile. In Italia l’allarme sociale nato in questi ultimi anni in merito ad episodi delittuosi commessi da minorenni e in particolare al loro coinvolgimento in attività criminali tipiche di alcune organizzazioni, a nostro parere, si è andato costruendo facendo anche riferimento a quegli elementi che caratterizzano la fisionomia, negli ultimi anni, della criminalità minorile: un aumento di minori di anni 14 denunciati, un cambiamento nella qualità dei reati commessi e un aumento del coinvolgimento dei minori in attività illecite delle organizzazioni criminali, un’attività intensa da parte dei servizi penali di accoglienza, soprattutto al Sud.

A livello legislativo e preventivo, la risposta al problema in questione si è realizzata attraverso l’emanazione di alcune leggi, come la recente n. 285/97, con la quale si finanziano progetti elaborati dai comuni e da associazioni per l’attivazione di interventi di prevenzione della delinquenza e di risocializzazione nell’area penale. Tuttavia, gli elementi che per noi assumono particolare significato causale sono: a. una conferma che le accresciute condizioni di degrado sociale e che rappresentano la radice dei fenomeni di devianza e microcriminalità si riconducono all’assenza di sviluppo storico in questa area; b. l’espansione del potere dei clan camorristici insieme ad una trasformazione derivata dalle nuove condizioni politiche ed economiche e che sviluppano il controllo del territorio attraverso un “ricambio generazionale”. Ciò che appare preoccupante, in linea con le tesi interpretative di alcuni studiosi degli anni ottanta, è che oggi la forza attrattiva dei modelli camorristici per i minori appare sempre più consolidata. Si ritiene, infatti, che i minori impiegati nella criminalità organizzata, negli ultimi anni stiano sperimentando una fase di specializzazione e perfezionamento dei loro compiti, ma anche di vicariato ai vertici dei clan. Inoltre, oggi Napoli si caratterizza come teatro di una sorta di polverizzazione (intesa come frantumazione in vari tronconi) dei clan della camorra, dovuta in particolare all’espansione accelerata dei mercati illeciti e delle nuove esigenze di espansione oltre regione.

Appare chiaro che anche l’intervento pedagogico, messo in atto dai vari operatori dei servizi della giustizia minorile, dovrà tenere presente un intervento a tutti i livelli sul minore che proviene da questo particolare contesto, quest’ultimo caratterizzato da radicate solidarietà familiari e collusioni territoriali. Un’ultima considerazione deve obbligatoriamente riguardare la città di Napoli, che nel decennio precedente ha conosciuto molti momenti negativi. Da un punto di vista di politica sociale, l’istituzione Comune era caratterizzata esclusivamente dall’erogazione di sussidi economici e da ricoveri in convitto per i minori. Ciò determinava l’applicazione di interventi sociali parziali e frequentemente fuori misura, relativamente a problematiche specifiche. In più, il ruolo del Comune era totalmente marginale nei confronti dell’associazionismo e del terzo settore. A nostro parere, oggi è stato fatto molto rispetto al dato di partenza, ma ancora non a sufficienza rispetto ai bisogni dei minori e delle loro famiglie, in un territorio su cui i fenomeni di devianza minorile non subiscono battute d’arresto. Le nuove politiche sociali napoletane hanno cominciato a funzionare quando si è cominciato a lavorare su due opzioni: la territorialità e la costruzione di reti. Tutto ciò ha consentito di leggere e considerare il territorio come risorsa da cui partire e di creare alleanze e sinergie a vari livelli istituzionali, come i servizi napoletani della giustizia minorile, proprio per i programmi più complessi e articolati. Un primo inizio di stabilità delle istituzioni locali ha portato sin dall’inizio quelle condizioni per un integrazione e implementazione dei progetti, concretizzatisi poi nella prima cornice della legge n. 285/97.

Tuttavia, è importante sottolineare che per lavorare sulla prevenzione della devianza a Napoli occorre interrogarsi, crediamo, sui limiti e difficoltà che si incontrano quotidianamente nel lavoro di tanti operatori sociali. La vera capacità delle istituzioni, oggi, in una città come questa si misura sulla realizzazione di proposte progettuali serie e coerenti, ben sostenute economicamente, insieme ad un’inversione di tendenza nella mentalità dei soggetti preposti. Se, da un lato, assistiamo alla costruzione e alla sperimentazione di una valida capacità progettuale a favore dell’ infanzia e adolescenza, dall’altro non esiste ancora il ragionevole sostegno per la sua attuazione sul territorio. Per provocare davvero un effetto positivo o un cambiamento, non basta l’interazione istituzionale e la collaborazione di tutti, ma occorre tempo.


(*) - Sociologo ed Educatore. Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Napoli, Dipartimento Giustizia Minorile.