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Aspetti e momenti del Pontificato di Giovanni Paolo II (1978-1989)

Baldassare Daidone(*)

1. L’estate del 1978

a. L’elezione

Il 6 agosto 1978, alle ore 21.30,Paolo VI si spegne dolcemente a Castel Gandolfo, all’età di ottantun anni. È stato il papa della chiusura del Concilio, dei primi viaggi apostolici - prima di lui nessun pontefice aveva mai preso l’aereo - e di un certo rigore dottrinale, simboleggiato dall’enciclica “Humanae vitae”, tanto contestata, e dalla riaffermazione del celibato dei preti. La notizia coglie di sorpresa il cardinale Wojtyla che è in vacanza(1). Il mattino dell’11 agosto Karol Wojtyla prende l’aereo per Roma. Non è solo. Con lui viaggiano il primate di Polonia Stefan Wyszynski, i rispettivi segretari e la delegazione governativa della Repubblica Popolare di Polonia. Il potere comunista vuole approfittare dell’evento per celebrare la “distensione” inaugurata l’anno prima con il vertice Paolo VI e Gierek. La morte di un papa scuote profondamente il mondo. Eppure, il 12 agosto in piazza San Pietro, attorno alla bara di Giovanni Battista Montini per la cerimonia delle esequie presieduta dal cardinale Siri solo centomila fedeli. Un numero non straordinario correlato a quello che si verificherà dopo circa trenta anni. Durante le congregazioni dei cardinali convocate ogni mattina nel corso dei novendiali (nove giorni di lutto per la morte del pontefice) si discute dei problemi della chiesa universale e naturalmente della successione. Non si fanno nomi, ci si limita a tracciare il profilo dell’uomo più adatto ad affrontare i problemi della Chiesa. Per la prima volta si incomincia a pensare alla possibile elezione di un Papa non italiano ed in diverse riunioni l’asse americano-tedesco discute su questa possibilità. La stampa internazionale di quel periodo fra i papabili annota solo italiani: Baggio, Bertoli, Colombo, Siri, Benelli, etc. Sabato 25 agosto, alle ore 16.30, ha inizio la solenne cerimonia di apertura del Conclave. Il caldo è soffocante ed a Wojtyla (le celle vengono estratte a sorte) è toccata una camera più confortante del primate di Polonia. In segno di profondo rispetto il cardinale Wojtyla offre la propria cella a Wyszynski ma costui rifiuta. Il segretario di Wojtyla, il fido Dziwisz, è al mare in quanto si presume che il conclave durerà a lungo. Sorpresa. Contro ogni aspettativa la domenica i cardinali hanno scelto il successore di Paolo VI in tempo di record e con 98 voti su 111. Dei sette precedenti conclavi nel secolo scorso, solo due erano durati più di quattro giorni (per Pio X nel 1903 e per Pio XI nel 1922). Uno (Pio XII nel 1939) era stato eletto in un solo giorno( 2). La scelta è caduta sul cardinale Albino Luciani, patriarca di Venezia, di sessantasette anni. Un uomo buono, onesto, che ama scrivere, molto apprezzato nella sua diocesi (anche in quella precedente di Vittorio Veneto), mite, progressista e non legato agli sfarzi del Vaticano. Le prime parole del pontefice ai colleghi cardinali: “Dio possa perdonarvi per quello che avete fatto”(3). Su queste parole alla luce di quello che succederà un mese dopo sono state fatte molte allusioni. Una premonizione. Chissà. Wojtyla è uno degli ultimi ad uscire. È felice, quasi euforico, e non nasconde il suo sollievo. Quando al primo scrutinio nove elettori hanno spontaneamente votato per lui, ha temuto per un attimo di essere il prescelto( 4). Il nuovo Pontefice si affaccia dalla navata centrale e con il suo sorriso conquista la folla. Si fa chiamare Giovanni Paolo I in segno di riconoscenza per i suoi due illustri predecessori. Giovanni XXIII lo aveva consacrato vescovo, mentre Paolo VI con il trasferimento a Venezia (sede cardinalizia) lo aveva nominato cardinale. Pare che il Sacro Collegio non abbia desiderato affrancarsi dalla sacrosanta consuetudine di eleggere un papa italiano. Malgrado l’aggiornamento del Concilio Vaticano II e l’apertura al terzo mondo, gli elettori non hanno osato compiere il passo e dare alla Chiesa un capo africano o proveniente dall’est(5). Il nuovo Papa però si imbatte con il duro e difficile lavoro della curia e per carattere e per problemi di salute (cardiovascolari) il suo volto viene visto sempre circondato da un alone di tristezza. Il carico di lavoro del pontefice non può essere paragonato a quello di quella oasi felice di Venezia ed ancor di più di Vittorio Veneto. Giovanni Paolo I muore di infarto nella notte fra il 28 ed 29 settembre non avendo completato ancora l’insediamento(6); per quella mattina era prevista la visita alle Ville pontificie di Castel Gandolfo. Il cardinale Wojtyla prima di partire per la Polonia aveva cercato invano di conferire con il Pontefice ma la Segreteria gli aveva fatto sapere che era meglio tornare in Patria e poi sarebbe stato convocato in tempi più tranquilli. Non sarà più necessario conferire con il Pontefice(7). Il cardinale Wojtyla apprende della notizia dal suo “entourage” e rimane profondamente turbato. Come sempre quando si trova in difficoltà si ritira nella sua cappella e lo si vede pregare con una intensità mistica che alcuni hanno denominato “blocco di preghiera”. Da quella morte era rimasto sconvolto. Difficile non notare il nervosismo di un uomo abitualmente calmo ed equilibrato(8). La storia si ripete. Il 3 ottobre Wojtyla parte in aereo per Roma e Wyszynski lo raggiungerà. L’organizzazione rodata mette in opera con facilità un nuovo conclave ed il cardinale Wojtyla viene eletto dai colleghi cardinali nella commissione per l’organizzazione del conclave. Anche questa volta durante le congregazioni si parla dei problemi della Chiesa e del possibile successore. Tutti sono d’accordo che ci vuole un Papa giovane che traghetti la Chiesa verso il terzo millennio e non ci sono più pregiudizi sulla possibile elezione di un Papa non italiano. Il conclave si apre solennemente il 14 ottobre alle ore 16.30. Karol Wojtyla si presenta turbato all’ingresso: è arrivato trafelato ed all’ultimo minuto dal policlinico Gemelli dove è andato a trovare ricoverato il suo amico Deskur, colpito il giorno prima da un problema cardiaco. L’atmosfera è pesante, i volti scuri ed impenetrabili. La morte improvvisa di Albino Luciani aveva lasciato tutti sgomenti. A un fotoreporter del “Times” che tempesta di foto i papabili, Wojtyla dice scherzando: “A me no: è inutile”. È l’ultima volta che passa inosservato. Questo conclave verrà ricordato come quello della disputa (si fa per dire) per l’elezione dei cardinali Siri e Benelli. Le candidature dei cardinali Siri e Benelli, grandi favoriti del precedente conclave, sono nuovamente esaminabili(9). Il primo, arcivescovo di Genova da oltre trent’anni, è uno dei cardinali italiani papabili ed ha il sostegno della curia. Commette però un gravissimo errore rilasciando alla “Gazzetta del Popolo” un’intervista molto pesante sulla collegialità del sinodo. Come possono i cardinali eleggere un papa così profondamente convinto che il Concilio sia inutile, se non addirittura nefasto? Il secondo personaggio in evidenza è Giovanni Benelli, arcivescovo di Firenze, ma soprattutto ex sostituto della segreteria di Stato. All’età di 57 anni è stato nominato cardinale da Paolo VI e quindi molto giovane, ma questo non è un handicap. Pio XII è diventato Papa dopo aver ricevuto la porpora. Benelli non è un riformatore, non ha amici ma è intelligente, potente e rispettato. Le previsioni sono esatte al primo turno Benelli supera abbondantemente Siri. L’arcivescovo di Firenze non ottiene però i due terzi dei voti (75 voti) richiesti dalla costituzione “Romano Pontifici eligendo”. Al secondo ed al terzo turno Benelli conferma la tendenza ma non riesce a raggiungere il quorum. Il terzo turno per l’elezione del cardinale Benelli è quello cruciale, non riuscendo nell’intento i voti incominciano a disperdersi. La sera del 15 la situazione appare bloccata. Il cardinale Benelli non viene eletto per l’ostinazione dei seguaci del cardinale Siri e per il mancato appoggio dei cardinali del terzo mondo(10). Da quella sera incomincia a veleggiare la possibilità di eleggere un pontefice non italiano e fra questi il più accreditato è il cardinale Wojtyla. Durante la cena del 15 i cardinali tedeschi parlano con i colleghi americani e nasce un asse trasversale che con l’appoggio degli elettori di Benelli porterà il cardinale Wojtyla sulla soglia di Pietro. Stefan Wyszynski, il primate di Polonia, va da Wojtyla per confortarlo e convincerlo a non tirarsi indietro: “Se sarai scelto, dovrai accettare”. Il settimo turno conferma la svolta. Benelli raccoglie solo 38 voti mentre Wojtyla sfiora l’elezione con 73 suffragi. Il dato è tratto. L’ottavo turno consacra il nuovo pontefice. In segno di fedeltà verso i predecessori Wojtyla si fa chiamare Giovanni Paolo II. Alle 18.18 la folla ammassata in piazza San Pietro scorge finalmente una voluta di fumo che esce dal comignolo della Sistina: “Bianca! Bianca! Si questa volta è bianca!”. Incominciano a rincorrersi le voci sulla possibile elezione di un non italiano e Wojtyla è in fondo alle pagine di tutti i giornalisti. Alle 18.40 finalmente appare il cardinale Felici. Si sa già che non è eletto, perché è lui a dire “Con somma gioia vi annuncio….habemus papam!” La folla acclama. Assaporando l’effetto delle sue parole, Felici ripete “habemus papam”! e continua “…eminentissinum et reverendissimum… Carolum…cardinalem.”. La gente capisce Carlum e si stupisce. Non avranno eletto il vecchio Carlo Confalonieri! Felici alza la voce “…Wojtyla!”(11). La gente incredula si interroga su chi possa essere questo Papa straniero venuto da lontano. Qualcuno addirittura azzarda l’ipotesi del Papa di colore. Alle ore 19.35 Giovanni Paolo II molto emozionato( 12) appare sull’immenso tappeto con lo stemma di Paolo VI. Indossa una stola rossa e la papalina bianca, e allarga le braccia. La folla è in trepida attesa. Parlerà in polacco? in latino? ...si limiterà ad impartire la benedizione solenne? “Sia lodato Gesù Cristo! Carissimi fratelli e sorelle…”. Che piacevole sorpresa: il polacco parla in italiano e piuttosto bene! Sia lodato Gesù Cristo! Carissimi fratelli e sorelle…Siamo ancora addolorati per la morte del nostro amato papa Giovanni Paolo I… Ed ecco i venerabili cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma…. Lo hanno chiamato da un Paese lontano…. lontano, ma sempre vicino per la comunione nella fede e la tradizione cristiana… Avevo paura di accettare la nomina, ma l’ho fatto per obbedire a Gesù Cristo e spinto dall’assoluta fiducia in sua Madre, la santissima Madonna… Mi capite bene? Non so se riuscirò ad esprimermi nella vostra… nella nostra lingua…Se sbaglio, mi corrigerete! Corrigerete è un latinismo, un delizioso errore d’italiano. La folla divertita “Ti corrigeremo”! Poi il papa dà la sua prima benedizione in latino “…Patris et Filii et Spiritus Sancti… descendat super vos et maneat semper”! La folla risponde “Amen!”. È la prima benedizione urbi et orbi del nuovo papa. Al piccolo ricevimento organizzato subito dopo nella sala dei Pontefici parteciperanno tutti i cardinali. Nel giro di poco tempo Giovanni Paolo II si fa apprezzare per i suoi modi gentili. È affettuoso, calmo ed ha una parola per ciascuno(13). I giorni seguenti saranno molto frenetici per il nuovo pontefice che sta imparando a muoversi nella difficile Curia Vaticana. Giovanni Paolo II riuscirà a cambiare lo stato delle cose all’interno facendo ruotare la macchina burocratica che aveva portato alla morte il suo predecessore ai suoi ritmi. Il martedì 17 dopo pranzo allarma il suo seguito volendo andare a trovare al policlinico Gemelli il suo amico Deskur. Il papa si ferma a salutare i malati ma al congedo si dimentica di benedire. Qualcuno glielo fa notare e lui scherzosamente: “Mi stanno insegnando a fare il papa!”. Domenica 22 ottobre, la messa di inizio pontificato viene ricordata per due momenti molto suggestivi: l’omelia “Aprite le porte a Cristo” ed il gesto di rispetto nei riguardi del primate di Polonia. Il cardinale Wyszynski si inginocchia per baciare l’anello papale e Giovanni Paolo II con un gesto maldestro lo fa alzare baciandogli a sua volta la mano(14).

b. La vita del Papa in Vaticano

Karol Wojtyla entra molto presto nel nuovo ruolo riproducendo nella sua vita di tutti i giorni i gesti di quando era cardinale a Cracovia. Capisce da subito che se desse via libera alla Curia ne resterebbe ben presto soffocato. Un papa polacco, profondo conoscitore della struttura statale, sa più di chiunque altro che un apparato centralizzato può avere gli stessi limiti della burocrazia: lentezza degli ingranaggi, subordinazione all’interesse collettivo, moltiplicazione dei regolamenti(15). Nell’ottobre del 1978, il Vaticano regola l’orologio sull’ora di Cracovia. Alle 5.30 i rari passanti di Piazza San Pietro vedono che le tre finestre della camera del papa sull’angolo del palazzo apostolico sono illuminate. La camera del papa è una stanza di soli trenta metri quadrati, divisa in due da un pavimento vecchiotto. L’ambiente è austero. Da un lato, un grande letto, una poltrona, un tavolo, un piccolo crocifisso in legno ed il ritratto della Vergine. Dall’altro, un lungo tavolo con alcune fotografie e due sedie. Sulla parete in fondo, una piantina della Diocesi di Roma con le parrocchie che dovrà visitare. Due modeste fotografie in bianco e nero incorniciate: la prima dei genitori, Karol ed Emilia, l’altra del suo vecchio maestro, il cardinale Sapieha. Quest’ultimo lo aveva notato durante una sua visita al liceo del futuro papa e ne era rimasto favorevolmente colpito. Per molto tempo Giovanni Paolo II provvederà da solo alla cura della sua persona e solo dopo l’incidente alla clavicola del 1984 si farà aiutare dal suo cameriere personale Angelo Gugel, un veneto la cui devozione e discrezione sono irreprensibili. Il papa indossa la camicia con il colletto romano e con i polsini chiusi da gemelli, una tonaca immacolata di lana leggera, trattenuta in vita da una cintura bianca marezzata, con le insegne pontificie. Sulla tonaca, una pellegrina bianca ed una croce pettorale d’oro. In testa lo zucchetto anch’esso bianco. Al dito, un anello d’oro a forma di croce. Ai piedi, mocassini di cuoio bordeaux, numero 43. D’inverno indossa inoltre un soprabito, rosso o crema, sobrio come il resto del suo guardaroba. Dopo l’elezione inattesa, il segretario Dziwsz si era dovuto recare in tutta fretta ad acquistare della biancheria per il nuovo pontefice in quanto nelle proprie valigie non c’era quasi nulla(16). Quando è pronto, verso le ore 6.15, attraversa il corridoio ed entra nella cappella personale a pregare. Dopo la preghiera Giovanni Paolo II lascia la cappella e si reca a fare ginnastica. Il corpo deve essere in perfetta forma. Pio XII che sicuramente non era un ginnasta ha dotato il Vaticano di una struttura attrezzata per questa attività. Durante la bella stagione il papa preferisce passeggiare lungo la terrazza del palazzo o fare jogging nei giardini vaticani a quell’ora deserti. Durante la permanenza a Castel Gandolfo il papa si dedica molto di più all’attività esterna svolgendo anche parte del lavoro quotidiano sotto un albero nella meravigliosa cornice della villa di Domiziano I. A Castel Gandolfo, oltre alla ginnastica mattutina, va a nuotare tutti i giorni nella piscina fatta costruire da lui stesso su finanziamento dei cardinali americani. Nell’occasione, rispondendo a chi lo criticava per l’onere eccessivo, il pontefice scherzando aveva detto che la cosa sarebbe costata meno di un nuovo conclave. Alle 7.00 il pontefice celebra la messa nella sua cappella personale per tutto il personale che lo accudisce e tutti i giorni il Santo Padre invita i propri amici personali che nella maggior parte dei casi sono polacchi. Il papa dirà messa sempre, anche all’indomani dell’attentato, con l’aiuto del suo segretario( 17). Dal 1978 Dziwsz vive in un piccolo appartamento al quarto piano del palazzo apostolico, collegato con quello papale da una piccola scala a chiocciola. Ha l’ufficio proprio accanto a quello del Santo Padre. Sin dal 1979 verrà nominato secondo vicario e lo servirà per tutto il pontificato avendolo collaborato già da quando era cardinale a Cracovia. Dopo l’elezione Dziwsz si è recato dal nuovo pontefice per congedarsi, atteso che la dipendenza del segretario era dalla diocesi di Cracovia. In quella occasione Giovanni Paolo II, mettendosi sotto braccio il fedele segretario, gli proferiva: “rimarrai con me in Vaticano ed invecchieremo insieme”(18). Il segretario talvolta è entrato in contrasto con la curia, specialmente nei primi anni di pontificato e soprattutto con il prefetto della Casa Pontificia a cui spetta l’organizzazione quotidiana della vita del papa. Nel 1998 il pontefice, per chiarire meglio la posizione del suo segretario personale, nomina prefetto della Casa Pontificia l’americano mons. James Harvey e Mons. Staninslaw Dziwsz prefetto aggiunto. Entrambi saranno anche nominati vescovi insieme con il terzo uomo del seguito di Giovanni Paolo II, il maestro delle cerimonie liturgiche Piero Marini. La messa, senza omelia, dura all’incirca cinquanta minuti. Dopo aver salutato gli ospiti e benedetto i loro figli nella biblioteca attigua sotto l’obiettivo benevolo del fotografo Arturo Mari, il papa va a fare colazione in compagnia di quegli invitati che hanno ottenuto il privilegio grazie a Dziwsz. Nel 1979, il cattolicissimo Baldovino I del Belgio è la prima personalità ad usufruire di questo privilegio. La colazione preparata dalle suore polacche è ottima e tutto si svolge in maniera molto informale. Dopo colazione il papa dà uno sguardo alla rassegna stampa e subito dopo va in ufficio dove con i segretari concorda tutta la giornata. Alle 11.00 l’ambiente cambia, iniziano le udienze ed il papa scende al secondo piano. Nella biblioteca riceve le persone più importanti per le udienze dette “private”. A fine mattinata riceve i gruppi più numerosi nelle sale di rappresentanza. Il mercoledì è giorno di udienza generale. Ogni settimana, alle 11.00, il santo Padre attraversa in macchina le strade interne di Città del Vaticano per raggiungere l’uditorio in sala Nervi. Le udienze diventeranno un momento di vera catechesi che consentiranno al pontefice di approfondire questioni religiose ed i problemi del mondo che tanto lo affliggeranno. Il papa ha trasformato l’udienza in un vero e proprio palcoscenico con canti, balli, grida, sventolio di fazzoletti, prediche e momenti di meditazione. La domenica è il giorno del Signore anche in Vaticano ed il papa dice messa la mattina nella sua cappella privata. Spesso, essendo Vescovo di Roma e non intendendo la carica solo onorifica, visita le parrocchie interessandosi di tutti i problemi. Molte volte i parroci rimangono stupefatti. Alle ore 12.00 l’Angelus (nel “tempo pasquale”, il Regina Coeli) con la benedizione a tutti i fedeli presenti nel colonnato(19). Giovanni Paolo II pranza alle ore 13.30 ma non è un maniaco della puntualità( 20). Il suo orologio è il suo segretario ma molte volte è rimasto inascoltato. Il papa fa di testa sua. Gli altri pontefici hanno sempre mangiato da soli o al massimo in compagnia del proprio segretario. Giovanni Paolo II ogni giorno ha ospiti e si intrattiene dopo il pranzo a parlare con loro. Dopo pranzo, quando può, fa una siesta di dieci minuti e poi di nuovo al lavoro fino alle ore 18.30 circa quando incontra i vari responsabili della curia. Alle 20.00 cena davanti al telegiornale di Rai Uno in compagnia del suo segretario e dopo circa un’ora nuovo lavoro fino alle ore 22.45, quando entra nella cappella per la preghiera prima della notte. Alle 23.30 fuori, in Piazza San Pietro, gli ultimi curiosi vedono spegnersi le luci delle tre finestre d’angolo del palazzo apostolico.
 
2. La Polonia

a. Il primo viaggio del Papa

Mentre Giovanni Paolo II iniziava il suo pontificato, prendeva avvio una nuova fase. Le chiese in tutta la Polonia aprirono le loro porte alla “università mobile” del KOR. I suoi aderenti venivano distribuiti nelle varie zone universitarie e settanta noti studiosi ne appoggiarono apertamente i programmi. Non meno di duecento persone si resero disponibili per le lezioni. Era in corso una vera e propria rivoluzione intellettuale. Le autorità erano confuse e temevano di entrare nelle chiese ma di tanto in tanto arrestavano gli insegnanti lungo le strade o a una stazione ferroviaria se essi arrivavano da fuori città. Fatti come questi non erano mai accaduti prima sotto il comunismo(21). Fin dal giorno dell’elezione, Giovanni Paolo II manifesta l’intenzione di andare in Polonia. Ne parla ai collaboratori e lo scrive in una lettera ai fedeli della sua diocesi di Cracovia. Il 21 ottobre 1978, durante il primo incontro con la stampa, un giornalista glielo domanda e riceve una risposta ambigua “ Andrò a condizione che loro me lo consentano”( 22). L’occasione per ritornare è presto trovata: nella primavera del 1979 si celebra il novecentesimo anniversario del martirio di san Slanislao, vescovo di Cracovia, in coincidenza con la chiusura del sinodo diocesano indetto sette anni prima dal cardinale Wojtyla. Quando il pontefice, subito dopo la sua elezione, esterna questa volontà al suo segretario di Stato, cardinale Villot, quest’ultimo chiede informazioni ad un amico polacco per sapere se questo evento è veramente importante(23). Naturalmente nessun altro pontefice sarebbe andato in Polonia per un tale fatto ma non certo un polacco di Cracovia. Solo uno storico può sapere che il vescovo Stanislao Szczepanow è stato assassinato, l’11 aprile 1079, mentre celebrava messa nella chiesa di san Michele di Skalka, dalla stessa mano che ha ucciso re Boleslao II. Proprio come Thomas Becket che, un secolo dopo, cadrà sotto i colpi di Enrico II Plantageneto nella cattedrale di Canterbury. Le condizioni sono le stesse ed il movente anche: al pari di Becket, il vescovo Stanislao non voleva che la Chiesa diventasse uno strumento nelle mani dello Stato. Per Giovanni Paolo II si tratta di aprire una breccia nel muro del totalitarismo partendo da basi storiche e culturali convincenti. Il suo non è un progetto politico contro il comunismo ma un progetto di verità. Molta acqua è passata sotto i ponti della Vistola da quando Wladislaw Gomulka, capo del Partito comunista, si era opposto nella primavera del 1966 al desiderio del primate Wyszynski di invitare Paolo VI a presiedere le celebrazioni per il millenario della Polonia. Nell’autunno 1978 Edward Gierek, successore di Gomilka alla testa del Partito comunista polacco, si trova di fronte alla stessa richiesta, ma la situazione è cambiata: i rapporti fra lo Stato e la Chiesa sono ottimi. Il papa ha tenuto il suo vecchio passaporto in quanto polacco e quindi diventa difficile negargli la visita atteso che la Polonia si vanta di essere la più liberale del blocco socialista. E poi, facendo un’analisi approfondita, i gerarchi comunisti polacchi avevano compreso che era meglio aver l’illustre compatriota alleato che nemico. Il papa avrebbe colpito di più da San Pietro. Il POUP (partito comunista polacco) decide di dare prova di buona volontà e tramite il ministro Kazimierz Karol fa una dichiarazione di notevole apertura facendo presente che il papa sarebbe stato accolto con piacere in Polonia. L’unica eccezione è che le date dovevano essere fissate di comune accordo. Purtroppo, alcuni giorni dopo, il papa senza consultarsi con il potere polacco annuncia di persona l’intenzione di andare in Polonia e per il martirio di san Stanislao. Per i dirigenti polacchi è un affronto molto difficile da digerire tant’è che iniziano una serie di trattative che porteranno il Santo Padre in terra natia non in maggio ma a giugno. Da parte sua l’episcopato polacco, per venire incontro alle aspettative del papa, prolunga i festeggiamenti di un mese. Mosca guarda con sospetto. Leonid Breznev telefona personalmente a Gierek per convincerlo a ritornare sui suoi passi suggerendo al papa di rinunciare al viaggio adducendo motivi di salute. Ormai è troppo tardi il viaggio si farà(24). Il 2 giugno 1979 la Polonia si veste dei colori del Vaticano (bianco e giallo) e di quello della Polonia (bianco e rosso) e tutta la nazione è in festa. Giovanni Paolo II all’aeroporto di Okecie bacia il suolo della sua terra natale con un gesto che diventerà familiare. Quando le condizioni di salute non gli permetteranno di chinarsi per baciare il suolo si farà portare la terra dentro un vaso da una coppia di bambini del luogo. Il diplomatico vaticano Luigi Poggi, ora cardinale, era del seguito pontificio e ricorda che il viaggio in Polonia segnò “l’inizio del movimento di Solidarnosc, l’inizio di un’opposizione non violenta. D’allora in poi, il governo sarebbe sceso a trattative. Il fatto stesso di negoziare indeboliva la sua posizione”. Nina Gladziuk, allora studente universitario e ora professore, dice: “Era come se ci vedessimo per la prima volta, dopo decenni di comunismo. Scoprivamo di essere uniti e milioni erano come noi. Scoprivamo la comunità, la solidarietà ed il potere”(25). La Polonia è in festa ma la gente di Varsavia contiene il proprio entusiasmo e si limita a sorridere o a piangere, tant’è che si era pensato ad un fiasco del papa ma poco dopo nella piazza principale di Varsavia si radunano circa trecentomila persone festanti. L’applauso si leva alto quando il papa pronuncia “Nessuno può escludere il Cristo dalla storia dell’Uomo, in nessuna parte del mondo!”. Per tutto un popolo è la rivelazione che il regime non ha distrutto né la sua fede, né la sua identità, né la sua unità. La storia incomincia a fare il suo corso e la fine del comunismo inizia la sua marcia lenta ed inesorabile. Il giorno dopo le folle sempre più numerose a Gniezno, culla del cristianesimo polacco, Czestochowa, capitale del culto mariano, ed Auschitz. Il 10 giugno un milione e mezzo di persone si ammassano nel prato Blonie a Cracovia. Una folla oceanica ascolta le parole del papa “bisogna aprire le frontiere”( 26). Dall’altare alcuni dei numerosi concelebranti non polacchi ma degli altri paesi vicini non credono ai loro occhi. Da giorni la gente è in fermento e messa dopo messa i polacchi prendono coscienza della loro forza. Fortunatamente il tutto si svolge in un clima pacifico e festoso.

b. Gdannsk, agosto 1980

Allarmati dal crescente potere del libero movimento polacco, nel 1980 i Sovietici cercarono di sopprimere il KOR. In gennaio, Mikhail Suslov, il braccio destro di Brezhnev, era volato da Mosca per prendere parte alla quadriennale assemblea del Partito, a Varsavia, e aveva insistito con Gierek perché irrigidisse la sua posizione. Gli arresti di membri del KOR aumentavano così come il numero di coloro che protestavano. I funzionari di partito accusati di essere troppo indulgenti furono sostituiti. Ma la soppressione influenzò ben poco lo spirito che Giovanni Paolo II aveva portato in Polonia. La miccia fu accesa a una mostra artistica. Migliaia di persone attesero in fila anche tre ore a Cracovia per poter ammirare un’esibizione di trecento dipinti patriottici: alcuni risalenti al XII secolo. Gli ultimi due erano provocatori. Uno ritraeva il papa come un muscoloso atleta, con le mani piegate sotto il mento, una raffinata come quella di un membro dell’intellighenzia e un’altra nodosa come quella di un lavoratore. L’ultimo dipinto, che ritraeva un lavoratore con l’elmetto, in tono di sfida, fu intitolato “Polacco 79”. L’artistico manifesto socialista era stato modificato e reso anti comunista. “Questa mostra fu l’evento più decisamente patriottico degli ultimi decenni” dice Janina Jaworska, uno storico dell’arte che aiutò ad organizzarla. Fu visitata da così tanta gente “per la stessa ragione per cui le nostre chiese erano così piene in quegli anni, per protesta”. Il solo timore che le folle potessero insorgere impedì alla polizia di chiudere l’esibizione. Il 1° luglio del 1980, mentre tutti parlavano della mostra, il governo aumentò i prezzi della carne. Si diffusero voci che la carne destinata alla Polonia veniva dirottata a Mosca per le Olimpiadi. Gli scioperi si diffondevano di città in città. I membri del KOR aiutavano nell’organizzazione e ricordavano ai gruppi locali di lavoratori i loro diritti sotto la legge comunista(27). A metà luglio, una crisi scoppiò a Lublino. Dopo la chiusura di officine meccaniche, impianti caseari, industrie del te e allevamenti di pollame, gli operai delle ferrovie tagliarono i collegamenti con Mosca. Gierek apparve in televisione per avvisare del rischio che si correva disturbando gli “amici” sovietici della Polonia. Gli scioperi finirono quando il governo aumentò i salari e accettò le elezioni sindacali, ma non un sindacato veramente indipendente. Gierek volò alla casa in cui Brezhnev trascorreva le vacanze, per riferire la cessazione degli scioperi, ma trovò il premier sovietico “piuttosto seccato”(28). A Danzica, i sindacalisti si lamentavano che gli operai di Lublino avevano ceduto troppo in fretta. La polizia dava la caccia ai capi del KOR. Alla fine di luglio del 1980, i due principali indiziati, Jacek Kuron e Adam Michnik, s’incontrarono. “Jacek, con me, era assai a disagio per la situazione venutasi a creare a Danzica a causa di atteggiamenti un po’ troppo imprudenti”, ricorderà più tardi Michnik. Una di queste “idee imprudenti” erano “sindacati indipendenti e autogestiti …Jacek sapeva che questo era impossibile in un sistema comunista… Avrei dovuto andare a Danzica per spiegare che non aveva senso insistere su tale richiesta. Visto che lì ero ben conosciuto e assai apprezzato, forse li avrei convinti. Fortunatamente, fui arrestato”. Dunque Michnik tornò in prigione e i capi di Danzica avrebbero perseverato nella loro follia. Il 7 agosto esponenti governativi presso i cantieri silurarono Anna Walentynowicz per la sua partecipazione al sindacato di Borucewicz. “Robotnik” riportò la vicenda: era impiegata da trenta anni, a solo cinque mesi dal pensionamento. Alle sei del mattino del 14 agosto i lavoratori dei cantieri scioperarono per richiedere il suo reinserimento. Il bollettino dello sciopero firmato da Borucewicz e altri due fu ampiamente distribuito. Alle otto l’intera città, tra cui anche Walesa (che era stato costretto a lavorare altrove), ne era a conoscenza. Walesa saltò su una macchina e si diresse tra la folla verso l’ingresso dei cantieri, che erano stati sigillati dalla polizia. Incontrò un piccolo muro e, con un gesto plateale, lo scavalcò. Aveva sognato a lungo quel momento, scriverà più tardi. Pensava che “occorressero un anno o due di duro lavoro per prepararlo. Ma gli eventi ci sorpresero. Non avevamo altra scelta”. Usando il suo naturale carisma, la stima che si era guadagnata in precedenti proteste e la sua identità di operaio più che di intellettuale, Walesa si mise alla testa della protesta. Le richieste includevano ora il reimpiego suo e di altri operai, come pure la reintegrazione di Walentynowicz, un sostanzioso aumento di stipendio e l’innalzamento di un monumento alle vittime delle violenze del 1970. All’improvviso gli occhi del mondo erano su Danzica. Domenica 17 agosto 1980 il papa in compagnia del suo segretario Dziwisz guarda il telegiornale ed apprende che in Polonia gli operai dei cantieri navali “Stoczniz Gdanska Im. Lenina” stanno facendo, in segno di sfida al regime, la Comunione in tuta da lavoro blu e dietro le loro spalle ai cancelli è ben visibile un ritratto del papa. Il papa a quelle visioni rimane turbato e si ritira in preghiera. Conosce perfettamente i rischi di quei movimenti, ma del resto il tutto è legato alla grave crisi economica ed a nulla è servito l’aumento dei salari. È innegabile però che il viaggio del papa ha innescato una miscela esplosiva e dal quel viaggio si susseguono in tutto il baltico un’ondata di scioperi e tutti con il marchio della fede cristiana. L’Occidente osserva affascinato e perplesso ma il papa è preoccupato. Sa che i polacchi giocano con il fuoco. Il 20 agosto Stanislaw Dziwisz, in vacanza in Polonia, va in incognito a visitare i cantieri Lenin(29). Lo stesso giorno Giovanni Paolo II nel corso di un’udienza generale in San Pietro esce dal silenzio ed invita i ventimila pellegrini radunati a pregare per la patria natia invocando “la libertà della chiesa, la pace per la patria e la protezione del popolo contro tutti i pericoli”. Il riferimento è presto fatto(30). Il papa ha paura per un intervento armato della Russia e la cosa non è del tutto infondata. La stessa sera il papa scrive al primate di Polonia, cardinale Wyszynski, al quale rappresenta le gravi preoccupazioni per il paese. A Varsavia la posizione della Chiesa locale è molto difficile. Infatti da un lato non si possono sconfessare quegli operai così devoti, dall’altro bisogna assolutamente evitare il temuto intervento. Del resto dopo la primavera di Praga tutto è possibile. Il partito comunista polacco tenta di giocare la carta della Chiesa cattolica, l’unica istituzione in Polonia forte ed ascoltata. I dirigenti polacchi conoscono perfettamente che la Chiesa è molto preoccupata per un intervento sovietico e giocano la carta dell’accordo cercando di inviare al primate Edward Gierek, primo segretario del POUP. Dopo qualche esitazione il cardinale primate rifiuta. Sta preparando l’omelia per la festa della Vergine di Jasna Gora che si terrà il 26 agosto a Czestochowa ed ha paura che si possa fare un collegamento fra l’incontro e i toni moderati della predica. Preferisce incontrare un dirigente di livello più basso Stanislaw Kania, membro dell’ufficio politico incaricato di questioni religiose, al quale chiede che cosa intende fare Mosca. Il dirigente gli conferma quello che tutti sanno e cioè che per la ricorrenza del Patto di Varsavia si stanno mobilitando circa quarantamila soldati di varie nazionalità appartenenti al blocco sovietico. Il 26 agosto il cardinale primate pronuncia la sua omelia e con toni pacati, facendo presente che le aspirazioni degli operai sono giuste, esprime alcune riserve, cosa che il partito si aspettava, invitando gli operai a riprendere il lavoro. L’invito del primate cade sui dirigenti comunisti come manna dal cielo a tal punto da far passare inosservato che tre giorni prima il capo degli scioperanti Lech Walesa ha istituito una piccola squadra di consiglieri, reclutati fra i più autorevoli intellettuali del paese. Ne fanno parte fra gli altri tre amici personali del Santo Padre. Gli accordi di Gdansk firmati il 31 agosto sono una vittoria straordinaria. La calma e la determinazione degli operai, il coraggio e la solidarietà delle loro famiglie sono riuscite a far arretrare il potere. Sei mesi dopo, in occasione di un incontro in Vaticano, Giovanni Paolo II avrà modo di congratularsi personalmente con Walesa ed i capi di Solidarnosc. Il papa sa perfettamente che Mosca, non potendo accettare gli accordi di Gdansk, prima o poi reagirà non potendo accettare diverse cose ma soprattutto la libertà di religione ed i timori si fanno più concreti quando a capo del partito comunista polacco viene nominato il compagno Kania al quale Breznev invia una lettera di saluto molto persuasiva sul da farsi in Polonia. Il 5 dicembre i capi del Patto di Varsavia riuniti a Mosca sembrano decisi ad intervenire militarmente in Polonia per imporre la legge marziale e solo una vibrante arringa di Kania riesce ad evitare il peggio.

c. Lo stato di guerra

L’11 dicembre Miroslaw Chojecki, fondatore della stampa clandestina polacca, tenne una conferenza privata presso il Dipartimento di Stato a Washington. Era partito dalla Polonia per presentare le sue opere a una fiera del libro in Germania procedendo poi per il Canada dove Mazowiecki (l’editore) gli annunciò che alcuni sindacati si erano offerti di donare la tanto necessaria carta per la stampa. Una volta in Nord America, Chojecki colse l’opportunità di visitare suo zio Jan Novak, l’ex direttore della sede polacca di Radio Europa Libera, che si era da poco ritirato a Washington. Novak organizzò l’incontro con il Dipartimento di Stato(31). Chojecki, ignaro degli ammonimenti che la CIA aveva ricevuto dal colonnello Kuklinski, assicurò ai funzionari di Stato degli USA che una repressione di Solidarnosc era impensabile(32). Le sue assicurazioni confermavano la convinzione dell’amministrazione che i comunisti non sarebbero intervenuti. La sera di venerdì 11 dicembre, il consiglio dei vertici di Solidarnosc iniziò un incontro di tre giorni presso i cantieri di Danzica. I militanti presero subito il sopravvento. Con un Walesa quasi taciturno, il consiglio votò di richiedere un referendum nazionale da tenersi in febbraio per le libere e pubbliche elezioni parlamentari. La discussione iniziò con l’esame dei piani per il controllo e la “socializzazione” (come veniva intesa dal papa) delle aziende e della televisione. All’una di notte di domenica 13 dicembre, all’indomani di un’altra giornata di incontri, Lech Walesa incontrò privatamente “i due Zbigs”, Zbigniev Bujak e Zbignieww Janas; erano i rappresentanti eletti dagli operai presso un importante impianto industriale dell’entroterra. Il telefono ed il telex cessarono di funzionare. Stava accadendo qualcosa di insolito. Lungo la strada Bujak e Janas incontrarono l’autista di Walesa, il quale riferì loro che Walesa era stato arrestato presso la sua abitazione. I due Zbigs decisero di recarsi, separatamente, alle case di amici non attivisti dove la polizia non sarebbe andata e di incontrarsi il giorno dopo in cattedrale. Il 13 dicembre del 1981 tutto il mondo sa che il generale Wojciech Jaruzelski ha istaurato la legge marziale nell’intero territorio della Polonia ed ha fatto arrestare tutti i capi di Solidarnosc. Tutte le comunicazioni dalla Polonia sono interrotte e non si ha alcuna notizia di Walesa. A San Pietro durante l’Angelus il pontefice si rivolge ai pellegrini con toni moderati avendo paura che una resistenza disperata avrebbe potuto far scatenare una guerra civile di proporzioni terrificanti. Il papa è scioccato e non sa come reagire e nella circostanza, al contrario di altre volte, non è informato su quello che sta accadendo( 33). Il mercoledì successivo durante l’udienza generale il pontefice fa riferimento al primo discorso televisivo del nuovo primate di Polonia monsignor Glemp e quest’ultimo dà una prova di moderazione che sfiora il fatalismo. Il papa si rammarica con il potere per aver abbandonato la via del dialogo(34). Sabato 19 dicembre il pontefice invia a Varsavia il nunzio itinerante Luigi Poggi, profondo conoscitore dei problemi dell’Est, in compagnia del monsignor Janusz Polonec che lavora in Curia, per informarlo sulla situazione polacca. A monsignor Poggi il pontefice affida una lettera per il generale Jaruzelski (una copia è destinata al primate ed una copia a Walesa) che nasconde sotto la tonaca. La lettera fra le altre cose è un vibrante appello ad interrompere lo spargimento di sangue ma purtroppo il furbo generale dopo aver fatto attendere per giorni l’alto prelato lo riceve davanti alle telecamere di tutto il mondo. Domenica 20 dicembre il papa durante l’Angelus, rivolgendosi ai fedeli riuniti a San Pietro, li invita a pregare per coloro che trascorreranno le prossime feste in carcere o in campi di prigionia. Il giorno successivo riceve in segreto e per un lungo colloquio nel suo studio privato monsignor Bronislaw Dabrowski, vescovo ausiliare di Varsavia e segretario generale della Conferenza episcopale polacca. Il colloquio è molto interessante e utile per il pontefice in quanto Dabrowski ha incontrato nella villa dove è tenuto prigioniero Walesa ed ha appreso da costui che non cederà alle richieste del generale Jaruzelski, tenendo un atteggiamento diverso da quello del primate Glemp. Dopo quella conversazione il pontefice non abbandonerà più la causa di Solidarnosc e la notte del 24 dicembre terrà in segno di resistenza un cero acceso alla finestra invitando i fedeli di tutto il mondo ad unirsi a lui. Da quel giorno Giovanni Paolo II ha fatto la sua scelta sicuramente difficile e piena di insidie. Solidarnosc è l’unica speranza che si può abbattere il muro del totalitarismo senza spargimento di sangue. Il pontefice in occasione dei vari riti del Natale non si risparmia, durante le omelie, a fare riferimento alla sua amata terra natia. Il 1° gennaio 1982 in occasione del messaggio “Urbi et orbi” il pontefice ritorna sui temi di Solidarnosc per ricordare che tutti i lavoratori hanno diritto ad associarsi in sindacati autonomi e di godere dei diritti familiari ed individuali. Da allora ad ogni udienza pubblica il pontefice fa riferimento alla situazione polacca. Il pontefice non trascura l’alta politica e nel gennaio 1982, rivolgendo un discorso al corpo diplomatico, denuncia solennemente le conseguenze degli accordi di Yalta che hanno portato divisioni e limitazione della sovranità altrui. Richiama più volte l’episcopato polacco ad una politica più accorta e meno permissiva nei confronti del governo totalitario.

d. Dal 1983 al 1987


La terza settimana del giugno del 1983 fu la più importante del pontificato di Giovanni Paolo II. Il suo primo viaggio in Polonia nel 1979 e i suoi incontri prima con Reagan e poi con Gorbacev, anche se cerimoniali, avevano ricevuto una grande pubblicità; anche le sue prese di posizione e le encicliche sulla contraccezione e sull’aborto avevano avuto una grande eco. Il secondo viaggio del Papa in Polonia fu invece un punto di svolta nella storia. Un sogno non può durare senza passare all’azione. Quando un sogno muore la gente perde perfino la capacità di sognare. Al culmine della stato di guerra nel 1981 monsignor Glemp vuole scongiurare la sorte parlando del prossimo viaggio del Santo Padre in Polonia nel 1982, in occasione del sesto anniversario della fondazione del convento di Jasna Gora, a Czestochowa e durante l’omelia esprime la speranze che lo stato di guerra cessi al più presto( 35). Il generale Jaruzelski sogna di accogliere il Santo Padre al fine di togliere quella brutta impressione della Polonia. Una visita del papa sarebbe salutare per i rapporti con la comunità internazionale ma non viene fatto alcun segnale di distensione circa “lo stato di guerra”. Mentre il papa era in viaggio per Varsavia, Jas Gawronski, un italiano di origini polacche e membro del parlamento Europeo, si fece portavoce dei pensieri di molte persone: “il viaggio desterà false attese e produrrà frustrazione” disse ad alcuni corrispondenti(36). Il 16 giugno 1983 il pontefice atterra all’aeroporto di Varsavia ed i commenti sulla visita sono divisi. Padre Ken Doyle del National Catholic News Service, corrispondente delle visite papali per gli Stati Uniti, descriveva agli Americani una “scena lugubre”. Le strade erano silenziose e le persone, anche se cortesi, quasi mai sorridevano. Un velo di discreto cinismo era steso sulla nazione( 37). È giusto che con quella situazione il Santo Padre visiti la Polonia? La risposta viene da uno degli arrestati di Solidarnosc Adam Michnik che alla vigilia dell’arrivo del pontefice scrive una lettera dal carcere affermando che questa visita segnerà il fallimento morale del potere. Il papa appena giunto farà presente che non potrà visitare tutti i prigionieri e non visiterà, per cause indipendenti la sua volontà, tutti i luoghi( 38). L’ultimo riferimento è per Walesa costretto a vedere in televisione l’arrivo del pontefice. Il papa con il suo viaggio alimenta la speranza e non fa ammainare la bandiera. All’arrivo del papa a Varsavia la folla inizia a urlare Solidarnosc non curante dei gravi rischi a cui va incontro. La stessa scena si ripete in tutte le città della Polonia visitate dal papa. Il pontefice risponde alle proteste del popolo con un discorso mirato che ruota attorno alla verità, alla solidarietà ma soprattutto alla vittoria. E tutto questo in pieno stato di guerra. Domenica 19 giugno il papa depone ai piedi della Vergine nera di Jasna Gora la cintura bianca bucata dai proiettili che indossava il 13 maggio del 1981 giorno dell’attentato ed in quella occasione riprende i suoi cari discorsi sulla libertà e sui doveri democratici. La ricerca del dialogo è il desiderio profondo del pontefice, ma in quali termini? Sarebbe sufficiente azzerare gli accordi di Gdansk e trovare una nuova intesa a spese di Solidarnosc. Il papa a tal proposito risponde al generale Jaruzelski che gli chiedeva se voleva incontrare Walesa con una frase affermativa e decisa. Su quell’incontro un po’ misterioso molto è stato scritto e sarà costretto alle dimissioni l’abate Virgilio Levi, vice direttore dell’Osservatore Romano. Infatti l’indomani della visita l’Osservatore Romano pubblica in prima pagina “Onore al sacrificio”. Il papa furente non sente ragioni e pretende le immediate dimissioni di Levi(39). Nel giugno del 1987 la storia si ripete in occasione di una nuova visita del pontefice in Polonia(40). Migliaia di fedeli si ammassano sulle barriere metalliche e cantano dei canti tanto cari al pontefice. Le voci della folla si levano assordanti sempre negli stessi termini “Wa - le - sa……So - li - da - rno - sc”. Qualcosa di nuovo però c’era stato qualche mese prima. Infatti il generale Jaruzelski era stato ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II e l’incontro era durato circa settanta minuti. Il fatto è sicuramente storico, atteso che avveniva a cinque anni dall’instaurazione dello “stato di guerra”, quando ancora tutti i potenti della terra del blocco non sovietico guardavano con sospetto il generale dagli occhiali scuri. L’ex allievo dei padri mariani parla con il pontefice non tremando più come ai tempi del primo incontro in Polonia. Entrambi parlano da polacchi consapevoli che il destino della loro Patria deve essere cambiato. Un altro fatto importante per la risoluzione della questione polacca è che a Mosca viene nominato nuovo capo del Cremlino Mikhail Gorbacev, un uomo deciso a cambiare rotta(41). Nel corso dell’incontro il pontefice fa presente al generale che il prossimo giugno andrà in Polonia solo se gli sarà concesso di visitare Walesa che le autorità comuniste si ostinano a chiamare semplice cittadino. O l’incontro con Walesa o la visita salta(42). Giovanni Paolo II è irremovibile. Il generale non può non accettare ma vieta al papa di avvicinarsi ai cantieri Lenin. Entrambi si lasciano andare a qualche concessione. Infatti il generale, se la visita andrà bene, aprirà al pluralismo mentre il Vaticano riconoscerà l’autorità politica polacca. Durante la visita però tutto assume una dimensione diversa ed il Santo Padre in diverse occasione parla esplicitamente della parola solidarietà chiedendo a gran voce l’applicazione degli accordi di Gdansk. Il pontefice afferma che il tempo dell’attesa e della prudenza è terminato chiedendo a gran voce il ripristino del sindacato polacco. La mattina del 14 giugno giorno della partenza le personalità aspettano il pontefice sotto l’aereo per i saluti di rito ma il papa ritarda. Il generale Jaruzelski ha espresso il proprio desiderio di incontrarlo nuovamente e nel corso della visita rimprovera il pontefice di avere utilizzato un tono troppo severo nei confronti dell’autorità polacca(43). In buona sostanza il papa non ha rispettato i patti. L’incontro burrascoso dura cinquanta minuti(44). Per la riconciliazione nazionale ci vorranno due anni sotto l’avallo di Gorbacev. Il 6 febbraio 1989 si apre un incontro a Varsavia sotto le telecamere di tutto il mondo presieduto dal ministro Kiszczak, braccio destro di Jaruzelski e da Lech Walesa, portavoce dell’opposizione polacca. I negoziati, inediti per i paesi dell’Est, hanno per oggetto la partecipazione del sindacato Solidarnosc ad un accordo nazionale. In sintesi quello che il papa chiedeva da tempo.

3. Fine del comunismo

a. La Polonia

La questione polacca è durata dieci anni e sicuramente è uno dei fattori più importanti del processo disgregativo dei regimi dell’Est ma da sola non può spiegare gli effetti che hanno provocato la caduta del muro di Berlino. Il papa dal giorno della sua elezione in tutti i modi ha annunciato il suo messaggio e, diffondendo le sue idee che avrebbero risvegliato le coscienze di quei popoli, ha accelerato il crollo dell’Impero sovietico(45). All’indomani della elezione nel 1978, durante la messa inaugurale del pontificato, Giovanni Paolo II dopo il famoso “non abbiate paura” indirizza il suo saluto in decine di lingue di nazioni in cui la Chiesa è silenziosa. Il papa in quell’occasione, a chi gli chiedeva di non dimenticarsi della Chiesa del silenzio, rispondeva che ormai quelle Chiese parlavano con la voce del papa. Il fatto assume una svolta storica. Il papa, profondo conoscitore dei problemi della chiesa dell’Est e motivo non trascurabile della sua elezione, si prende a cuore la situazione dei popoli sotto la cortina di ferro. Il papa da subito allude ad un’Europa senza confini e getta le basi per una “casa comune europea”. L’occidente aveva ratificato gli accordi di Helsinki nel 1975 preferendo dialogare con i paesi ostili piuttosto che perpetuare nella guerra fredda ed il fatto aveva riguardato anche il Vaticano che quell’accordo lo aveva ratificato. Il diplomatico Agostino Casaroli, appoggiato da Achille Silvestrini, proseguiva sulla via indicata da Paolo VI stabilendo un dialogo a costo di discutere con il diavolo. Questo atteggiamento del Vaticano dava enorme fastidio alle Chiese oppresse ed ecco che l’atteggiamento di Giovanni Paolo II di contro disturbava la curia(46). Alla morte di Villot, nel marzo del 1979 con enorme sorpresa, Giovanni Paolo II nomina suo Segretario di Stato monsignor Casaroli. Il papa che non era cresciuto all’interno della Curia capisce da subito che per non essere schiacciato dalla burocrazia è necessario nominare un esperto. A Casaroli la burocrazia, al papa i grandi orientamenti. Il 2 ottobre del 1979 fa leggere a Casaroli il discorso che andrà a fare all’ONU. Il nuovo segretario, preoccupato di non turbare la prestigiosa assemblea, elimina dal discorso le parti che riguardano la libertà religiosa e i diritti dell’uomo. L’anno seguente presso l’Unesco, a Parigi, il papa traccia un vero e proprio programma etico per il mondo libero. Il papa afferma che la crisi del mondo è possibile superarla appoggiandosi alla cultura in quanto la comunità naturale è prima di ogni cosa realtà culturale. Solo appoggiandosi alla cultura è possibile resistere ai totalitarismi. Il papa dà una speranza a tutti. Il papa si ostinerà ad esaltare le radici culturali dell’Europa di fronte al comunismo ed a festeggiare le ricorrenze religiose che il comunismo ha soppresso. Nella storia di ogni popolo c’è la via per la libertà.

b. La Cecoslovacchia

Sicuramente la prima nazione a cui ha rivolto lo sguardo il santo Padre è, per evidenti motivi, la Polonia ma ben presto l’onda verrà trasmessa a tutti i paesi oppressi dal comunismo. A Gniezno in Polonia il 3 giugno 1979 il papa nota un cartello con il quale gli si chiedeva di non dimenticare i suoi figli cechi. Come può un papa polacco non tener conto dei problemi della vicina Cecoslovacchia? Il pontefice conosce bene che i cechi presenti hanno dovuto aggirare gli ostacoli che il regime impone e del resto al cardinale primate della Cecoslovacchia il giorno dell’inizio del pontificato aveva detto “Noi siamo tanto vicini l’un l’altro e lo saremo ancor di più…”. Il vecchio Tomasek di 79 anni aveva scontato tre anni di prigione nel 1949 per essere stato fatto vescovo clandestinamente ed era diventato un vero e proprio modello di prudenza dopo aver sostituito nel 1965 monsignor Beran. Dopo la primavera di Praga del 1968, aveva perso ogni speranza ma il giovane collega polacco a poco a poco gliela fa ritrovare(47). Con i continui contatti il papa riesce a convertire il cardinale. Nel 1984, con un gesto audace, monsignor Tomasek invita il papa a presiedere a Velehrad il millecentesimo anniversario della morte di san Metodio, uno dei due evangelizzatori dei popoli slavi. Il governo nega la visita e reprime tutti i movimenti giovanili che sponsorizzavano l’evento. Il papa non si arrende e l’anno seguente invia al cardinale primate una lettera che verrà letta a tutti i sacerdoti, anche a quelli vicini al regime, a Velehrad. Dopo tre giorni il pontefice nella sua quarta enciclica, la Slavorum Apostoli, parla dei fratelli Cirillo e Metodio, ai quali gli slavi devono la loro evangelizzazione. Il 5 luglio del 1985 circa duecento pellegrini si ritrovano a Velehad ed il governo cerca di trasformare un evento religioso in festival della canzone, inviando il ministro della cultura Mila Klusak che azzarda un paragone fra i due santi e l’Armata Rossa liberatrice della nazione nel 1945. I fischi della folla, che chiede una messa e la presenza del Santo Padre, diventano assordanti. Non si vedeva tanto dai tempi del 1968. Da quel giorno comincia la resistenza di massa ed il cardinale primate ormai ottantaduenne diventa una sorta di guida spirituale. Il papa aumenta i gesti di simpatia nei confronti dei fratelli dell’Est e ben presto la chiesa oppressa invade la curia con una serie di incarichi molto importanti che vengono assunti da prelati dell’Est. Giovanni Paolo II fece un ingresso trionfale a Praga nell’aprile del 1990(48). Subito dopo aver baciato il terreno, Vaclav Havel - come il papa un capo di Stato con una formazione letteraria - dichiarò: “Il messaggero dell’amore viene oggi in una nazione devastata dall’ideologia dell’odio”. Giovanni Paolo II celebrò una Messa davanti a mezzo milione di persone. Incontrò studenti e insegnanti della versione ceca della “università mobile” che egli aveva contribuito a lanciare in Polonia e un’infinità di altri eroi della rivoluzione non violenta in Cecoslovacchia. Entusiasta, colse di nuovo l’occasione per il suo sogno dell’evangelizzazione e indisse un “eurosinodo” a Roma per l’anno seguente, per riunire le Chiese d’Oriente e d’Occidente(49).

c. La Russia
Il 24 gennaio del 1979 alla vigilia della sua prima visita in America Latina il papa riceve in Vaticano Andrei Gromyko di anni ‘70, ministro degli Affari esteri e membro del Politburo del Partito comunista sovietico, una delle voci più ascoltate del Cremlino. Il “signor no” sempre accigliato e deciso ha conosciuto Giovanni XXIII e Paolo VI e vuole continuare sulla linea del dialogo. I dirigenti russi sono molto orientati sul disarmo e presumono che Giovanni Paolo II sia un interlocutore attento. Il dialogo dura poco ma è sufficiente a far capire al dirigente russo che le cose in Vaticano sono cambiate e da quel giorno c’è un interlocutore difficile(50). Gromyko conosce bene il papa polacco ed in Russia l’elezione di Giovanni Paolo II non ha riscaldato più di tanto gli animi. La Russia è atea ed i pochi cristiani sono ortodossi nemici giurati dei cattolici. La Russia sovietica può rispolverare una vecchia battuta di Stalin su quante divisioni avesse il papa e, pur temendo l’avversario, sa che, come aveva fatto durante il cardinalato di Varsavia, non si scontrerà frontalmente con il potere(51). Il pontefice dal canto suo, almeno nella fase iniziale del suo pontificato, non conosce questo sconfinato paese, pur essendo un esperto di marxismo, ma dal giorno della sua elezione vuole riconciliare i cristiani dell’ovest con quelli dell’est e per questa riconciliazione non può che passare per la Russia. Paese che vorrà da sempre invano visitare. Nel 1985 Mikhail Gorbacev diventa capo del partito comunista sovietico e la cosa non suscita particolari attese in Vaticano. Del resto qualche mese prima Gromyko era stato ricevuto in Vaticano dal Santo Padre nel corso di un freddo colloquio. Cosa ci si poteva aspettare da un uomo che era stato così fortemente sponsorizzato proprio da Gromyko! Soltanto dopo il 1987 quando Gorbacev incomincia a parlare a chiare lettere di “perestroika” (riforma) e di “glasnost” (trasparenza, chiarezza) Giovanni Paolo II comincia a credere che qualcosa di veramente nuovo stia succedendo in Russia anche se guarda sempre con sospetto al dirigente sovietico in controtendenza a quello che avviene per gli altri leader europei. Le autorità russe oppongono un nuovo rifiuto alla richiesta del papa di recarsi in URSS per andare a festeggiare, nella primavera del 1987, il seicentesimo anniversario della conversione al cristianesimo della Lituania. Un viaggio nella piccola repubblica profondamente religiosa sarebbe una follia bella e buona. Perché non prevedere una sosta a Mosca con delle limitazioni ben precise, suggerisce l’entourage di Gorbacev? Il papa però non si fermerebbe mai in Russia senza visitare le piccole repubbliche. Il tutto viene complicato dall’ostilità della chiesa ortodossa che non può accettare una simile cosa invocando affermazioni poco obiettive del pontefice sul comunismo(52). In quel periodo cattolici ed ortodossi si preparano a celebrare un anniversario eccezionale, il millenario battesimo di san Vladimiro che ebbe luogo a Kiev nel 988, periodo in cui Russia ed Ucraina non esistevano ancora come stati costituiti, e cattolici e ortodossi non erano ancora due confessioni separate. Per gli occidentali tali finezze storiche sono incomprensibili ma per il papa polacco tutto ha un nesso logico molto preciso. Come festeggiare i cattolici ucraini senza urtare il patriarcato di Mosca? Il papa non essendo stato invitato né a Mosca né a Kiev, indirizza una lettera agli ortodossi e poi una ai cattolici greci. Rinunciare al riavvicinamento con il patriarcato di Mosca soprattutto in questi frangenti di comunione storica appare fuori questione. Il papa ha a cuore i cattolici orientali che devono professare la propria fede in segreto rischiando il carcere ad ogni riunione e per questo deve approfittare delle nuove idee che circolano in Russia. In giugno il papa invia a Mosca al Cremlino i cardinali Willebrands e Casaroli e quest’ultimo al teatro Bolscioi pronuncia un discorso in cui difende a spada tratta la libertà religiosa. Successivamente consegna personalmente a Gorbacev una lettera personale del Santo Padre in cui lo invita in Vaticano in occasione di una prossima visita in Italia per parlare della ripresa delle relazioni fra URSS e Vaticano, del ripristino della libertà religiosa e della condizione degli uniati ucraini costretti a professare in clandestinità (53). Giovanni Paolo II conosce perfettamente che Gorbacev è desideroso di dimostrare la propria buona volontà togliendo i divieti che gravano sulla Chiesa cattolica ucraina ma non può spingersi oltre per non inimicarsi ulteriormente il patriarcato di Mosca. Il 1 dicembre del 1989 Mikhail e Raissa Gorbacev varcano in auto blindata la porta di S. Anna e, ricevuti da monsignor Monduzzi, prefetto della casa pontificia, vengono accompagnati presso la biblioteca ove li attende Giovanni Paolo II. L’incontro fra il capo della Chiesa cattolica ed il capo del movimento comunista internazionale è veramente storico. Gorbacev, che da tempo si definiva come un ateo non praticante, era il primo leader russo a visitare il Vaticano dal tempo in cui Nicola I fece visita a Gregorio XVI nel 1845 (54). Il papa parla qualche parola di russo ma ben presto i due vengono affiancati da interpreti (55). Il colloquio dura più di un’ora ed il papa ribadisce i tre concetti a lui tanto cari, la libertà religiosa, il problema dei cattolici ucraini e l’apertura delle relazioni diplomatiche con il Vaticano. Gorbacev afferma, per la prima volta per un leader di quel livello, che il marxismo-leninismo non è la verità assoluta e di contro il papa sottolinea che i cambiamenti dell’est non devono per forza rifarsi al modello occidentale. Il papa lo incoraggiò vivamente nei suoi progetti, sebbene comprendesse che la dignità umana di cui Gorbacev parlava era “difficilmente perseguibile nel contesto di una filosofia atea”(56). In relazione agli uniati Gorbacev fa presente che qualsiasi accordo prenderanno le autorità religiose quelle politiche non si opporranno. Si tratta di una mossa abile di un vero statista. L’incontro davvero storico segue ad una serie di eventi in Europa molto importanti che stanno segnando la fine del comunismo. Nell’attesa che Gorbacev e Giovanni Paolo II concludano il loro colloquio a quattr’occhi, il nuovo ministro degli Esteri sovietico Eduard Shevarnadze, si china verso il cardinale Casaroli e gli fa presente che senza il Vaticano tutto questo non sarebbe successo. Anche lo stesso Gorbacev qualche giorno dopo alla stampa italiana sottolinea questo importantissimo principio. Per Giovanni Paolo II tutto questo è frutto della Provvidenza e dopo nove anni il Santo Padre può fare visita a Cuba. Anche in questo caso è il frutto del lavoro di alto livello della diplomazia vaticana che già nel 1979, in occasione della visita del papa in Messico, aveva ricevuto l’invito da Fidel Castro a visitare l’Havana. In quel caso si preferì non effettuare la visita per evitare di improvvisare un evento così importante per di più in un paese comunista nel quale ai cristiani non è concesso alcun diritto. Castro, da quello che ha dichiarato, ci è rimasto molto male. Dopo lunghe trattative e la visita segreta del cardinale Etchegaray, lo stesso pontefice dà il tono della visita al suo arrivo all’Havana “Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba”. L’intervento è simile a quello del primo viaggio in Polonia(57). Il vecchio rivoluzionario apprezza l’intervento del Santo Padre che ribadisce la condanna agli Stati Uniti per un embargo che dura ormai da trentacinque anni. Alla storia rimarrà la messa solenne in piazza della rivoluzione con la duplice condanna papale dei sistemi atei e del neoliberismo capitalista.
 
4. L’attentato

a. Il folle gesto
Piazza San Pietro 13 maggio 1981. Alle ore 17.00 circa, come tutti i mercoledì di primavera, la folla ha invaso lo spazio compreso fra le colonne del Bernini per assistere all’udienza generale all’aperto. Alla sinistra della basilica il papa sale sulla jeep scoperta, con a fianco il segretario Dziwisz, il cameriere personale Gugel ed alcuni agenti della sicurezza. Per il Santo Padre è una situazione normale e del resto tutti i mercoledì ne ha fatto un momento di catechesi importante per i pellegrini di tutto il mondo. Nella piazza ci sono circa venticinquemila persone ed il papa, se potesse, li saluterebbe tutti; per questo la jeep molto lentamente percorre il tragitto prefissato(58). Urla di gioia e bambini vengono avvicinati al pontefice che li accarezza teneramente. Nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo di lì a poco. Due uomini armati attendono con calma il momento propizio, Mehmet Ali Agca, in giacca grigia e camicia bianca, si è appostato vicino ad una transenna, con in mano il calcio di una Browning calibro nove, ed Oral Celik, con giubbetto di pelle, jeans e scarpe da ginnastica, tiene stretta in mano una Beretta cal. 7,65. I due hanno studiato bene il percorso e sanno cosa devono fare. In via di Porta Angelica hanno parcheggiato una Ford Taunus che non avranno difficoltà a raggiungere nel panico che si diffonderà subito dopo l’attentato. Alle ore 17.17 il papa arriva all’altezza dei due sicari, sul lato della Porta di Bronzo. Agca estrae la pistola e con calma alla distanza di circa tre metri spara due colpi. Celik più distante un solo colpo. Giovanni Paolo II si accascia fra le braccia del Segretario mentre centinaia di colombi si levano in volo. Il Santo Padre è stato attinto in tre parti all’addome, al gomito destro ed all’indice della mano sinistra. L’autista della jeep in quel frangente capisce che è necessario trasferire il pontefice ferito in una ambulanza attrezzata per la rianimazione e di lì immediatamente al Policlinico Gemelli(59)(60). Il Santo Padre più volte aveva fatto sapere che in caso di necessità voleva essere portato in ospedale come un cittadino normale. Il tragitto, miracolosamente in quell’ora di punta, durava solo otto minuti. Qualche attimo in più ed il papa sarebbe morto dissanguato. Il medico personale del papa, il dottor Buzzonetti, assiste il ferito, assieme a un infermiere. Dziwsz, chino sul Santo Padre, lo sente pronunciare qualche parola che assomiglia a una preghiera(61). Al policlinico, dopo un attimo di scompiglio generale, si fa salire il paziente al decimo piano. La pressione è scesa pericolosamente, il polso quasi impercettibile. Le condizioni generali disperate. Dziwsz gli somministra l’estrema unzione durante il trasferimento in sala operatoria, al piano inferiore, per un intervento urgente. Il Prof. Francesco Crucitti, uno dei primari di chirurgia del Gemelli, appresa la notizia si precipita all’ospedale. In piazza San Pietro, al panico subentra lo stupore. Dall’altra parte delle transenne due turiste americane, Rose Hall e Ann Odre, che sono rimaste ferite da una pallottola dell’assassino, vengono a loro volta portate in ospedale. Celik si è dileguato; un americano che lavora per la rete televisiva ABC, Lowell Newton, lo ha visto chiaramente sparire tra la folla, con una pistola in mano. Agca invece non è riuscito a raggiungere il complice in quanto una suora vestita di nero, Suor Letizia, gli si è aggrappata al braccio e dopo avergli fatto cadere a terra la pistola è riuscita a fare intervenire un poliziotto della Gendarmeria Vaticana che lo ha immobilizzato. Al policlinico Gemelli alle ore 18.00 inizia la difficile operazione sotto la direzione del professor Crucitti. Quest’ultimo riferirà che c’era sangue dappertutto ed è stato necessario drenarne tre litri prima di fermare l’emorragia e costatare che nessun organo importante era stato leso. Un vero miracolo(62). Né l’aorta centrale, né l’arteria iliaca, né la spina dorsale. Man mano che l’operazione va avanti l’emozione cede il passo alla speranza(63). Alle ore 20.00 viene letto prima ai giornalisti accorsi numerosi e poi in Piazza San Pietro alle migliaia di fedeli il primo bollettino medico. Il testo non è né pessimista né ottimista, conferma che il papa non è morto. A mezzanotte un nuovo bollettino in cui si fa presente che l’operazione è riuscita perfettamente e le condizioni generali del paziente sono soddisfacenti. Il papa viene trasferito in sala rianimazione in cui rimarrà per quattro giorni. L’indomani mattina, intorno a mezzogiorno il Santo Padre, riprende conoscenza e la prima cosa che chiede al suo segretario che lo ha assistito sveglio per tutta la notte è se hanno recitato la compieta. La domenica successiva dal suo letto d’ospedale dopo aver celebrato messa recita, in collegamento da San Pietro, il Regina Coeli e pronuncia parole che stupiscono tutto il mondo. Ringrazia tutti coloro che gli sono stati vicini e si sente accanto alle altre persone ferite per causa sua. Perdona il fratello che gli ha sparato e prima di concludere si rivolge a Maria con la celebre frase “A te, Maria, Totus tuus ego sum”. Lunedì 18 lascia la rianimazione e viene trasferito in un piccolo appartamento per lui allestito al decimo piano. Il 20 maggio vengono sospese le trasfusioni ed il pontefice consuma il primo pasto. Il tutto fa sperare per il meglio, a parte una difficoltà respiratoria ed una leggera e persistente febbre che non vuole abbandonare l’illustre ospite dell’ospedale. Il 25 maggio il cardinale primate di Polonia, gravemente malato, aveva voluto essere benedetto da Giovanni Paolo II(64). Il 3 giugno, nonostante l’opposizione dei medici, lascia l’ospedale e si reca a San Pietro dove ricomincia a lavorare come al solito. Le sue condizioni generali non migliorano. Il giorno 10 una brutta febbre genera inquietudine e dopo alcuni giorni viene nuovamente ricoverato per altri accertamenti al Gemelli. Dopo una serie di approfondite analisi si capisce che il pontefice ha contratto un virus durante le prime trasfusioni. Qualche giorno dopo il paziente sta meglio e dopo poco incomincia a pretendere che gli venga tolta la colostomia che tanto lo disturba. I medici non volevano fare quell’intervento tanto delicato d’estate ma dietro le insistenze del pontefice decidono di operarlo il 5 agosto. L’operazione di un’ora riesce perfettamente ed il Santo Padre all’uscita dall’ospedale va a riposarsi nella sua residenza estiva di Castelgandolfo.
b. Ali Mehmet Agca
Dopo qualche ora dall’attentato lo sparatore viene accompagnato dalla polizia italiana nella sede centrale della polizia romana. L’uomo sui ventitre anni in un primo momento si è dichiarato cileno ma poi ha fatto presente di essere il pericoloso terrorista turco “Mehmet Ali Agca”. Vengono convocati diversi interpreti al fine di decifrare i suoi primi discorsi indecifrabili. Dalle prime perizie si evince che il terrorista turco è sano di mente ed incominciano le indagini al fine di stabilire se ha agito da solo o se qualcuno lo ha armato. Tutti incominciano a pensare all’est e soprattutto al KGB. Ali Agca non è uno sconosciuto, soprattutto in Turchia. Infatti nel 1979, dopo essere stato arrestato per aver fatto parte dell’organizzazione terroristica dei “lupi grigi”, dietro la complicità dei funzionari governativi evade dal carcere e poco dopo dichiara che avrebbe ucciso il papa in occasione della visita del Santo Padre ad Istanbul. La visita fortunatamente si svolge regolarmente sotto delle asfissianti misure di sicurezza. Il papa torna a Roma sano e salvo. Di Agca si perdono le tracce fino al tragico 13 maggio. I giudici italiani continuano ad indagare anche se Agca, forse sperando si essere liberato come era successo in passato, si chiude in silenzio. Dopo circa un anno, quando capisce che le cose questa volta stanno in maniera diversa, incomincia a parlare all’ufficio del giudice Martella. Da subito si prese in considerazione la possibilità che estremisti sovietici o dell’America Latina avessero ordito un complotto per uccidere il papa; i secondi furono esclusi per mancanza di contatti con Agca(65). Dopo i primi depistaggi, Agca rivela di essere il braccio armato dei servizi segreti dell’est, di aver ricevuto a Sofia passaporti ed istruzioni e di essere stato preparato all’impresa da agenti bulgari(66). Li riconosce in foto ne descrive abitudini e fornisce numeri di telefono. Il 25 novembre, dopo una serie di discrete indagini, il giudice Martella fa arrestare Sergei Antonov, trentacinque anni, capo scalo della Balkan Air, la compagnia di bandiera bulgara. Gli altri due sospetti, Teodor Aivazov, cassiere dell’ambasciata bulgara a Roma, e Zelio Vasiliev, vice dell’addetto militare bulgaro, sono in vacanza a Sofia. L’arresto fa sensazione ed ora la pista bulgara sembra acclarata. Seri dubbi vengono ad incrinare questa apparente unanimità. Se Antonov è l’agente operativo, perché i suoi superiori l’avrebbero lasciato al suo posto a Roma per diciotto mesi? Se i tre bulgari hanno organizzato il tutto, come si spiegano quei grossolani errori? Molto strano altresì è l’atteggiamento degli Stati, Uniti tanto abbottonati sull’intera vicenda. L’imbarazzo della CIA e dei servizi segreti occidentali è sorprendente. Agca però continua a contraddirsi, a ritrattare e moltiplica folli dichiarazioni. Ci vorranno più di quattro anni di inchieste perché la tesi della pista bulgara venga abbandonata nel marzo del 1986 per insufficienza di prove. L’interrogativo principale, però, rimane: chi ha avuto l’idea di uccidere il papa? Per quale motivo? Perché il trafficante Bekir Celenk ha promesso tre milioni di marchi a Agca e Celik, sicari di professione, per uccidere il papa? Il mistero poteva essere svelato solo da Celenk ma quest’ultimo muore in carcere ad Ankara nel 1985 portandosi nella tomba il suo segreto. Tuttavia si pensa alla rivelazione del mistero quando il Santo Padre va di persona a fare visita a Mehmet Ali Agca. Centinaia di giornalisti studiano l’incontro ma non trapelerà nulla. L’unica cosa che farà sapere il pontefice è che il suo aggressore aveva una grande paura della Vergine di Fatima e sul punto Agca è stato tranquillizzato sull’eterna misericordia della Madonna. Sicuramente a quella distanza un professionista esperto non poteva sbagliare. La Vergine aveva salvato il papa e di questo è consapevole anche l’aggressore( 67).

5. Conclusioni

La figura straordinaria, direi gigantesca di Giovanni Paolo II - L’ultimo gigante ha titolato L’Express un articolo in memoria del papa scomparso - è destinata per più versi a dominare questo periodo di passaggio tra i due millenni, un periodo convulso e colmo di eventi che stanno cambiando il volto del mondo. E a sua volta il papa che ci ha appena lasciato manifesta la sua grandezza per il modo con cui ha cambiato profondamente il rapporto tra la Chiesa ed il mondo e ha contribuito a cambiare il mondo stesso. I temi finora dominanti della secolarizzazione, dell’“apostasia dal Cristianesimo” da parte delle masse, di un mondo in cui pochi sembravano avvertire il richiamo del Sacro, sembrano sbiadire di fronte alle enormi folle che hanno partecipato emotivamente, con una commozione che ha dell’incredibile, alla scomparsa di un uomo profetico, dotato di un grande carisma, che lottava con la sofferenza e la malattia fino all’estrema benedizione muta dalla finestra dei palazzi apostolici. Che però era pur sempre il Romano Pontefice, capo di una Chiesa universale, ma al tempo stesso parte di un mondo globale al cui interno convivono religioni, ideologie, orientamenti culturali molto diversi e lontani dal mondo cattolico. Molti, soprattutto laici, si chiedono infatti se questa vastissima partecipazione, che ha coinvolto milioni e milioni di persone, non faccia emergere qualcosa di molto profondo, e quasi nascosto finora, di un animus religioso, presente consapevolmente o persino inconsapevolmente, sotto la fragile patina della secolarizzazione, nel cuore degli uomini(68). Una secolarizzazione che fino a ieri sembrava devastante e dominante. Al punto che l’Europa, centro della Cristianità, non è riuscita neppure a mettere alla base della sua Costituzione, il richiamo alle sue radici cristiane. Giovanni Paolo II si è battuto senza risparmio perché queste radici venissero dichiarate nella nuova Europa unitaria, ma non è riuscito nel suo intento. Giovanni Paolo II “il Grande” ha vissuto con spirito tutt’altro che rassegnato la secolarizzazione, anzi ha condotto con forza la battaglia della sfida del laicismo. Ma l’ha combattuta senza troppo preoccuparsi dell’abbandono della chiesa da parte di molti fedeli, ha lottato con l’ottimismo di chi sa che alla fine sarà il Signore ed il bene a prevalere sul male. Nessun pontefice inoltre aveva finora mostrato un’apertura così grande verso le altre Chiese e le altri fedi, in particolare l’Ebraismo, l’Islam, le altre religioni ed ideologie, tranne la giusta condanna per tutte le forme di totalitarismo. Alla fermezza dottrinale si univa una straordinaria apertura verso tutti gli uomini, pur lontani dalla Chiesa, diversi, che prima sarebbero apparsi estranei ad ogni interesse per il Cristianesimo; anzi, aveva quasi una preferenza per questi ultimi. La capacità comunicativa di Karol Wojtyla è stata la peculiarità di un uomo dotato di una grande sensibilità e di tante corde al suo arco. Attore, drammaturgo, regista e poeta, egli ha messo le sue doti a servizio della sua opera apostolica per raggiungere tutti, senza esclusione. Per questo i mass-media e la moderna rapidità di spostamento da un punto all’altro della terra si sono rivelati uno strumento prezioso, che gli ha permesso di far giungere in ogni angolo del mondo la predicazione del Vangelo con l’intensità e la passione di cui era capace. La pace è stato uno dei temi più rilevanti del pontificato di Giovanni Paolo II, nella convinzione che la guerra, qualsiasi guerra non solo non risolve le controversie internazionali, ma le aggrava. Papa Wojtyla non solo ha condannato le guerre, tutte le guerre, ma era visibile, tangibile la sua sofferenza durante la guerra in Kossovo, Afganistan e le due guerre in Iraq. Raggiungere tutti, soprattutto i giovani con cui aveva stabilito un rapporto privilegiato. Egli ben sapeva che questi, nonostante l’edonismo ed il consumismo, avevano bisogno di punti di riferimento saldi, di comprensione, di entusiasmo per valori veri. Oggi il loro dramma è quello di essere sperduti, disorientati, alla ricerca di percorsi sicuri e profondamente soddisfacenti, alla ricerca di chi poteva offrire loro amore. E a questo Giovanni Paolo II ha risposto con slancio e senza risparmiarsi. Adesso è salito sul trono di San Pietro - nel segno di una continuità creativa - Benedetto XVI, che sin dai primi atti del suo pontificato ha mostrato quanto la fermezza si possa coniugare alla dolcezza, quanto la raffinatezza si possa unire a sentimenti profondi di fede, di carità e di umanità. Seguirà senz’altro le orme del suo grande predecessore, ma con uno stile nuovo, forse del tutto inedito. E forse con grandi sorprese e con aperture inattese, che dal cardinal Ratzinger non si sarebbero potute immaginare e non ci saremmo aspettate. Certo sarà un Papa adeguato ai nostri tempi, che conosce acutamente e profondamente.



(*) - Capo della 3a Sezione, Ufficio Addestramento e Regolamenti del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri.
(1) -BERNARD LECOMTE, Giovanni Paolo II. La biografia. Baldini Castaldi Dalai 2005.(2) -JONATHAN KWITNY, L’uomo del Secolo. Piemme 2005.
(3) -MIECZYSLAW MALINSKI, Il mio vecchio amico Karol, ed. Paoline 1980.
(4) -Secondo padre Kukolowicz, assistente del cardinale Wyszynski.
(5) -ALAIN VIRCONDELET, Giovanni Paolo II. La biografia del Papa che ha cambiato la storia. Lindau. 2005.
(6) -DAVID YALLOP, In nome di Dio: la morte di papa Giovanni Paolo I, ed. Paoline,1996.
(7) -Notizie non documentate apprese direttamente dallo scrivente da ambienti Vaticani durante la permanenza come Comandante dal 2001 al 2003 della Compagnia Carabinieri di Castelgandolfo.
(8) -BERNARD LECOMTE, Giovanni Paolo II. La biografia. Baldini Castaldi e Dalai 2005.
(9) -ALAIN VIRCONDELET, Giovanni Paolo II. La biografia del Papa che ha cambiato la storia. Lindau, 2005.
(10) - BERNARD LECOMTE, Giovanni Paolo II. La biografia. Baldini Castaldi Dalai 2005.
(11) - ALAIN VIRCONDELET, Giovanni Paolo II. La vita di Karol Wojtyla. Rizzoli libri illustrati 2005.
(12) - In compenso, padre Stanislaw Rylko, appena nominato da Wojtyla vicedirettore del seminario di Cracovia, che assisteva alla funzione nella basilica, non ricorda di aver notato nessuna emozione nell’officiante.
(13) - Monsignor Wojtyla teneva ogni giorno il “diario delle attività da Vescovo” in una agenda di medio formato, sciupata, dove annotava tutto con una scrittura veloce ma chiara, usando molte abbreviazioni. Il diario termina con gli appunti presi durante la sua elezione: - 16 ottobre: ore 7, concelebrare; - festa di santa Edvige. Conclave; - 17.15 circa, Giovanni Paolo II.
(14) - MIECZYSLAW MALINSKI, Il mio vecchio amico Karol, ed. Paoline 1980.
(15) - ALAIN VIRCONDELET, Giovanni Paolo II. La biografia del Papa che ha cambiato la storia. Lindau, 2005.
(16) - Notizie non documentate apprese direttamente dallo scrivente da ambienti Vaticani durante la permanenza come Comandante dal 2001 al 2003 della Compagnia Carabinieri di Castelgandolfo.
(17) - ALAIN VIRCONDELET, Giovanni Paolo II. La biografia del Papa che ha cambiato la storia. Lindau, 2005.
(18) - Notizie non documentate apprese direttamente dallo scrivente da ambienti Vaticani durante la permanenza come Comandante dal 2001 al 2003 della Compagnia Carabinieri di Castelgandolfo.
(19) - JONATHAN KWITNY, L’uomo del Secolo. Piemme 2005.
(20) - ALAIN VIRCONDELET, Giovanni Paolo II. La vita di Karol Wojtyla. Rizzoli libri illustrati 2005.
(21) -JONATHAN KWITNY, L’uomo del Secolo. Piemme 2005.
(22) - ALAIN VIRCONDELET, Giovanni Paolo II. La biografia del Papa che ha cambiato la storia. Lindau, 2005.
(23) - ANTOINEWENGER, Le cardinal Villot (1905-1979), Desclèe de Brouwer, 1989.
(24) - I dirigenti hanno inoltre cancellato dal programma desiderato dal papa le due tappe più “proletarie”: Piekary (feudo di Edward Gierek, capo del Partito) e Nowa Huta (dove il cardinale Wojtyla aveva fatto la celebre battaglia per le chiese).
(25) - JONATHAN KWITNY, L’uomo del Secolo. Piemme 2005.
(26) - SOLIDARNOSC, Documentario di J.M. Murice, K. TALCZEWSKI e G. METERYK, Ed. Point du Jour, 1990.
(27) - JONATHAN KWITNY, L’uomo del Secolo. Piemme 2005.
(28) - JANUSZ ROLICKI, EDWARDA GIEREK: PRZERWANA DECADA, WYDAWNICTWO KAKT, Varsavia 1990, citato in Tad Szulc, Pope John Paol II.
(29) - BERNARD LECOMTE, Giovanni Paolo II. La biografia. Baldini Castaldi Dalai 2005.
(30) - GORGE WEIGEL, Testimone della speranza: la vita di Giovanni Paolo II. Mondatori, 1999.
(31) - JONATHAN KWITNY, L’uomo del Secolo. Piemme 2005.
(32) - Interviste con Chojecki e Richarda Pipes, l’esperto di questioni sovietiche e dell’Europa dell’Est per il Consiglio Nazionale di sicurezza.
(33) - BERNSTEINCARL, POLITIMARCO,Sua Santità. Rizzoli 1996.
(34) - BERNARD LECOMTE, Giovanni Paolo II. La biografia. Baldini Castaldi Dalai 2005.
(35) - ALAIN VIRCONDELET, Giovanni Paolo II. La biografia del Papa che ha cambiato la storia. Lindau, 2005.
(36) - JONATHAN KWITNY, L’uomo del Secolo. Piemme 2005.
(37) - Conversazioni con Doyle ed una sequenza tratta dalle sue telecronache. (38) - “La Croix”, 19 giugno 1983.
(39) - TAD SZULC, in Pope John Paul II.
(40) - JEAN OFFREDO e DOMINIQUE LE CORRE, Jean-Paul II en Pologne, Cana, 1983.
(41) - ANDRZEJ DRAWICZ, ZMIANA KLIMATU (Cambiamento di clima), «Tygodnik Powszechny» 12 ottobre 1986.
(42) - LECH WALESA, Un cammino di speranza. Istituto Geografico De Agostini. (43) - ANDRÉ FROSSARD, Portrait de Jean-Paul II. ROBERT LAFFONT, 1988.
(44) - Jaruzelski riferirà a Szulc una versione diversa e autocelebrativa secondo cui il papa gli avrebbe detto “Generale, non si senta insultato; non ho nulla contro il socialismo. Voglio solo un socialismo dal volto umano”.
(45) - BERNARD LECOMTE, Giovanni Paolo II. La biografia. Baldini Castaldi Dalai 2005.
(46) - JEAN-BERNARD RAIMOND, Jean Paul II, un pape au coeur de l’histoire, Le Cherche-Midi, 1999.
(47) - Giovanni Paolo II manda al cardinale Tomasek un messaggio per il Natale 1978, poi questa lettera per il 250° anniversario della canonizzazione di Giovanni Nepomuceno (2 marzo 1979). Lo riceve nel febbraio 1979, luglio 1979, marzo 1980, ottobre 1981, novembre 1982, ottobre 1983 ecc. Il cardinale ceco, che ha prestato servizio con i polacchi nell’esercito austriaco prima della guerra del 1914-1918, parla correntemente il polacco.
(48) - JONATHAN KWITNY, L’uomo del Secolo. Piemme 2005.
(49) - Sull’attività di Giovanni Paolo II in ciascuno dei Paesi dell’Europa dell’Est, conviene consultare La verità prevarrà sempre sulla menzogna. Mursia 1992.
(50) - Rapporto del 4 novembre 1978 al Comitato centrale del PCUS. Nello stesso periodo negli Stati Uniti gli esperti della CIA redigono una prima valutazione secondo la quale l’URSS ha tutto da temere dall’elezione di questo papa che va a complicare ulteriormente i suoi sforzi per “contenere l’attrazione della Polonia verso l’Occidente”. “L’avvento dell’arcivescovo di Cracovia al papato si dimostrerà estremamente preoccupante per Mosca”, si rileva in questo memorandum segreto in data 19 ottobre 1978 (cioè tre giorni dopo l’elezione di Giovanni Paolo II), sottolineando altresì che essa “contribuirà a un aumento del nazionalismo nell’Europa dell’Est”. Questo documento è oggi di pubblico dominio (AFP, 12 marzo 2001).
(51) - BERNARD LECOMTE, Giovanni Paolo II. La biografia. Baldini Castaldi Dalai 2005.
(52) - JACQUES AMALRIC, Le patriarchi aux mains sales. «Le Monde», 5 maggio 1990.
(53) - WEIGEL GORGE, Testimone della speranza: la vita di Giovanni Paolo II. Mondatori, 1999.
(54) - DAVID WILLEY, God’s Politician. John Poul at the Vatican, St. Martin’s, New York 1992.
(55) - Giovanni Paolo II non conosce abbastanza il russo per fare un colloquio in questa lingua. Padre Sloweniec, un polacco che ha trascorso l’infanzia in Siberia, gli serve da interprete ufficiale.
(56) - L’espressione proviene da Rocco Buttiglione, che l’aveva udita da Giovanni Paolo II.
(57) - Circa 4000 giornalisti, soprattutto americani, si sono accreditati per questo viaggio, il che costituisce un primato. Va precisato inoltre che una parte della stampa americana fa i bagagli a poche ore dall’arrivo del papa per rientrare in fretta e furia negli USA in seguito all’inattesa esplosione del caso Monica Lewinski. (58) - ALAIN VIRCONDELET, Giovanni Paolo II. La biografia del Papa che ha cambiato la storia. Lindau, 2005.
(59) - Porta il nome del francescano padre Agostino Gemelli (fondatore dell’università cattolica di Milano nel 1921); il policlinico è stato fondato per un voto di papa Pio XI nel quartiere di Monte Mario, a nord di Roma. È stato inaugurato da Giovanni XXIII nel 1961.
(60) - André Frossard riferisce che il papa gli raccontò che la prima ambulanza dovette essere sostituita con una seconda a causa di un guasto, tuttavia nessun’altra fonte conferma questa informazione ed il Prof. Crucitti nega il fatto. (61) - Confidenza ad André Frossard.
(62) - Intervista rilasciata a Jonathan Kwitny dal Prof. Crucitti del Policlino Gemelli. (63) - In maniera non meno immaginosa, Giovanni Paolo II si confiderà con i vescovi italiani nel corso di una meditazione dopo l’uscita dal Policlinico Gemelli il 13 maggio 1994, “è stata una mano materna a guidare la traiettoria della pallottola ed il papa agonizzante si è fermato sull’orlo della morte”.
(64) - Nel 1979, durante la visita del papa a Czestochowa, Joseph Dembo, inviato della CBS News, fu portato da alcuni sacerdoti ad ammirare in esclusiva l’effigie della Madonna Nera. La cappella dove è esposto il dipinto era stata sigillata quel giorno a causa della folla. Ma aprendo la porta scoprirono una figura solitaria inginocchiata e in preghiera. Era Wyszynski. Un cronista non cattolico che aveva scritto parecchie cose sulla chiesa diceva che la maggior parte dei cardinali non crede in Dio. Il fatto si commenta da solo.
(65) - WILTONWYNN, Keepers of the Keys.
(66) - Vedi dossier pubblicato in Francia dall’autore, all’epoca, in “La Croix” dell’8 gennaio 1983 dal titolo La filiere bulgare: prudence!.
(67) - BERNARD LECOMTE, Giovanni Paolo II. La biografia. Baldini Castaldi Dalai 2005.
(68) - Bulletin Europeen. Edizione Italiana. Giovanni Paolo II: un pontificato epocale. Aprile 2005.