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  • N.2 - Aprile-Giugno
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Libri

Francesco Forlenza
Il diritto penale nella divina commedia
Armando Editore, 2004, pag. 110, euro 12,00

Avevamo assistito, dopo aver letto la Commedia da studenti liceali, a tante e pur diverse interpretazioni del padre della lingua per eccellenza: tante le letture, finanche in forma di matematica applicata. Ma stavolta lo possiamo apprendere in una veste nuova, forse inattesa: quella del criminologo ante litteram, che a mezzo dei suoi versi mena condanne a destra e a manca, senza lasciarsi sfuggire nessuno. Ed appare allora indicativa quella frase di Nietzsche, laddove definiva il grande fiorentino come una iena che fa razzia tra le tombe. Sopra di tutto, egli, nell’aura del suo destino di esule, lancia il più lacerante atto di accusa contro i suoi contemporanei, rei di scarsa moralità: non a caso la peculiarità della Commedia Dantesca affonda qualche radice nella tumultuosità difforme di quegli eventi di grandezza e miseria, felicità e tormento, innocenza e colpa, che tanto caratterizzarono l’agone politico e culturale di quella società italiana. La Divina Commedia si atteggia anche a strumento di vendetta, che grida contro una sentenza ingiusta; per questo l’opera diviene espressione di zelo punitivo, con tutto il suo gravame retributivo nei confronti delle diversificate colpe dei vari protagonisti, ed impianto correzionale, talché ciascuno è collocato al suo posto proprio per espiare e redimersi. L’opera vuole appunto diffondere una implacabile etica penitenziale, sorretta e sottesa dal diritto di punire; in essa convivono il delitto e il castigo, il sorvegliare ed il punire, l’evento e il danno, e quindi l’opera è, senza equivoci, un compendio del diritto penale, con i reati e le sanzioni. I soggetti che Dante chiama a rispondere sono sottoposti al tipo normativo d’autore e al tipo criminologico, senza risparmio di accenni a casi di patologia morale. Non manca davvero nulla. E Dante non finisce di mostrarsi, talché l’opera, per originalità e prosa agevole ed accattivante, contribuisce senza dubbio ad arricchire la conoscenza, mai interamente compiuta, del grande fiorentino.

Ten. Col. CC Luigi Cortellessa


Gianrico Carofiglio
Alessandra Susca
La Testimonianza dell’Ufficiale e dell’Agente di Polizia Giudiziaria
Giuffrè editore, 2005, pag.180, euro 14,00

Il volume è alla sua seconda edizione e fa parte della collana Teoria e Pratica del Diritto. Com’è noto la testimonianza in generale e quella della polizia giudiziaria in particolare nel nuovo processo penale ha subito varie modifiche. L’ultima in ordine di tempo risale a quattro anni or sono, quando è entrata in vigore la riforma sul cosiddetto giusto processo. Gli autori si propongono di fornire un manuale completo e aggiornato in tema di testimonianza della polizia giudiziaria. Vengono rappresentate in modo scientifico molte delle problematiche connesse con la canalizzazione dell’attività procedimentale delle indagini nella fase processuale del dibattimento. L’opera poi affronta il problema della disciplina delle investigazioni della difesa e della loro utilizzazione nel dibattimento. Gli autori non si soffermano soltanto sulla rappresentazione teorica delle questioni, ma affrontano i problemi, con il costante riferimento alle innovazioni legislative e senza perdere di vista la pratica applicazione. In tale ottica forniscono una impostazione casistica e una guida alla lettura dei verbali di esame e controesame dibattimentali tratti da reali vicende giudiziarie.

Cap. CC Giovanni Fàngani Nicastro


Francesco Nuzzo
L’Appello nel Processo Penale
Giuffrè editore, 2005, pag. 288, euro 21,00

L’Autore dopo aver compiuto un approfondito excursus storico del mezzo d’impugnazione nel processo penale, snodandosi lungo un analitico percorso ricostruttivo che affonda le sue radici nelle origini dell’istituto, ne traccia gli aspetti attuali. In particolare, con l’ausilio di un cospicuo materiale giurisprudenziale e dottrinale, affronta i diversi profili del gravame attraverso l’esame di problematiche che presentano caratteri di novità rispetto al passato. Vengono analizzate, per fare un esempio, le recenti norme sulla competenza del giudice di pace e sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. L’opera, ispirata fondamentalmente alle esigenze della pratica, rappresenta per gli operatori del settore giudiziario un utile strumento di lavoro e per gli studenti un agile mezzo di conoscenza.

Cap. CC Giovanni Fàngani Nicastro


Vittorio Italia
Enrico Maggiora
Antonio Romano
L’ordinamento Comunale
Giuffrè editore, 2005, pag.888, euro 65,00

Il Comune, com’è noto, è l’ente pubblico più vicino al cittadino. Esso impersona da sempre lo “StatoApparato” e lo rapporta allo “StatoComunità”. Nella nostra società l’unità pubblica elementare, come autorevolmente definito, è in fase di trasformazione nella sua struttura, nelle sue funzioni, nelle sue competenze, nello svolgimento dell’azione amministrativa. Il comune oggi può disciplinare, in modo autonomo, attraverso lo strumento degli statuti e dei regolamenti, la propria organizzazione e le proprie attività. Gli Autori tracciano un completo quadro giuridico dell’ordinamento di questo insostituibile ente locale e ne analizzano gli aspetti essenziali. In particolare ne esaminano gli organi, il loro funzionamento, le attività, gli uffici, il personale. Affrontano, poi, numerosi problemi e casi pratici. Il volume è aggiornato con la legge n. 15 del 2005 sull’azione amministrativa.

Cap. CC Giovanni Fàngani Nicastro


Luigi Mone
L’Amministrazione della Pubblica Sicurezza e l’Ordinamento del Personale (volume primo) L’ordinamento del personale della Pubblica Sicurezza  principali fonti normative (volume secondo)
Laurus Robuffo,2004, pagg. 437 e pagg. 596, euro 28,00 ciascuno

Luigi Mone pubblica nel 2004 la dodicesima edizione del suo lavoro in costante ed attento aggiornamento normativo, con lo scopo di offrire un valido ed efficiente strumento di lavoro nell’intricata selva delle disposizioni che regolano il servizio degli appartenenti alla Polizia di Stato sin dal 1981 con la promulgazione della legge 121. I volumi nascono dall’esigenza di offrire una maggiore comprensione delle norme che regolano sia l’attività di servizio, sia la gestione e l’impiego del personale appartenente ai ruoli della Polizia di Stato, in parte stante l’esperienza acquisita dall’autore “perché impiegato nello specifico settore della gestione del personale”, e in parte considerando che “quale docente” ha recepito la “crescente ed insistente domanda di certezza normativa ed interpretativa proveniente dagli allievi agenti, allievi vicesovrintendenti, allievi viceispettori, nonché allievi vicecommissari e commissari in prova che si sono succeduti nella Capitale negli Istituti e nelle Scuole di istruzione e formazione”. Il primo volume è strutturato su due parti: l’Amministrazione della Pubblica Sicurezza e l’Ordinamento del Personale. Nella prima l’autore ha affrontato l’attività di polizia, l’evoluzione storica dell’Istituto di Polizia, la legge 1° aprile 1981, n. 121, l’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, le Autorità Centrali ed il Comitato Nazionale per l’ordine e la sicurezza, le Autorità periferiche ed i comitati per l’ordine e la sicurezza e la Polizia di Stato. La seconda parte è dedicata invece alla costituzione, sviluppo e termine del rapporto, al regolamento di servizio, alle norme di comportamento politicosindacale, tutela del diritto di accesso e della riservatezza, alle sanzioni disciplinari e penali ed alla deontologia professionale dell’appartenente ai ruoli della Polizia di Stato. Il secondo volume “Principali fonti normative” è una interessante e utile raccolta della normativa in vigore per il Corpo della Polizia di Stato, che offre una panoramica completa delle disposizioni apparse dal 1981 (legge 1° aprile, n. 121) sino al 2003 (D.P.R. 1° agosto, n. 252, recepimento dell’accordo sindacale …). È opportuno sottolineare al riguardo che non si tratta solamente di una raccolta di norme ma, di un utilissimo ausilio per la trattazione di questioni di fondamentale importanza nella comprensione delle vicende interne di un’Amministrazione civile, quale la Polizia di Stato, caratterizzata, per i compiti assegnatele, da una decisa particolarità rispetto alle altre amministrazioni.
Le brevi pagine di introduzione storica dell’opera destano qualche perplessità, per ciò che attiene alla ricostruzione dei compiti delle forze di polizia nel Regno di Sardegna ed in particolare a proposito del ruolo svolto dai Carabinieri Reali: peraltro, tali dubbi, oltre ad esulare dall’oggetto della presente recensione, non inficiano in alcun modo la estrema validità del lavoro rispetto ai fini che la caratterizzano.

Magg. CC Flavio Carbone


Bortoletti Maurizio
Paura, Criminalità,Insicurezza. Un viaggio, nell’Italia alla ricerca della soluzione.
Rubbettino editore, 2005, pagg. 136, euro 10,00

Negli ultimi anni, in Italia, come in altri Paesi occidentali, si è andata diffondendo, sino quasi a radicarsi nella coscienza collettiva, l’idea che uno dei problemi più gravi della nostra società sia la diffusione dell’illegalità, ben oltre gli standard fisiologici che il corpo sociale è in grado di sopportare. È l’insicurezza del quotidiano a fare più paura e non l’eccezionale evento sanguinario, avvertito come lontano, come qualcosa che interessa altri: infatti è, soprattutto, la criminalità predatoria ad influenzare, come ha puntualmente indicato l’Autore, la paura personale della criminalità, mentre la grande criminalità organizzata non sembra avere una chiara relazione con tale sentimento. Questa insicurezza è ulteriormente aggravata da alcuni elementi di contorno di certi reati: il piccolo spaccio di droga per la strada infastidisce, di per sé, il cittadino che in quella strada abita o si trova a passare a piedi. A volte, però, crea più disagio e avvilimento ciò che ruota intorno a tale spaccio: l’accorrere di tossicodipendenti, l’impossibilità fisica di passare per certi marciapiedi, l’ostentata aggressione all’ambiente fatta di siringhe abbandonate, di androni e scale trasformati in orinatoi, di strade lastricate da cocci di vetro e di pulsantiere del citofono bruciate nei palazzoni di periferia. Solo alcuni di questi comportamenti possono essere definiti reati in senso proprio e, quindi, solo per una parte di essi i cittadini possono richiedere legittimamente l’intervento delle Forze di polizia. Ma la presenza di questi c.d. reati morbidi (soft crimes), o di inciviltà, segnalano la rottura di un ordine sociale condiviso e la perdita di controllo da parte delle comunità sul proprio territorio: possono, quindi, essere percepiti dai cittadini come segni dell’assenza di norme che governano la zona in cui vivono e della conseguente imprevedibilità di eventi o comportamenti dei potenziali autori di reato. È a partire almeno dagli anni settanta che la questione criminale, intesa nella sua accezione più ampia, costituisce uno dei problemi principali della società italiana. Tuttavia, per molto tempo, e sicuramente negli anni settanta ed ottanta, parlare di questione criminale nel nostro Paese significava mettere il dito su alcune piaghe particolarmente visibili, cariche di implicazioni politiche e dal forte impatto emotivo, come le stragi, il terrorismo, la corruzione e la mafia: problemi che, facilmente, hanno saputo richiamare l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, ma che rappresentano solo i momenti più eclatanti e traumatici della questione criminale. Snodo cruciale della vita italiana, il tema della sicurezza pubblica vede oggi una percezione diffusa in cui cresce il senso di disagio e di incertezza, specie, come rileva l’Autore, tra i cittadini di certe aree urbane e di certe regioni del nord Italia. La preoccupazione che la diffusa trasgressività sia ormai sfociata in endemica criminosità è condivisa sia dall’opinione pubblica e dalla stampa, sia dalle Forze di polizia e dalla Magistratura, e forse anche dagli stessi autori dei reati. In Italia, anzi, molti pensano erroneamente che, ormai, la criminalità sia più diffusa che nella media degli altri Paesi occidentali. A questo corrisponde un forte senso di insicurezza dei cittadini ed un conseguente propagarsi e generalizzarsi dell’allarme sociale. Qui tutti hanno ben chiaro che poco contano l’entrata in Europa o il federalismo, ma anche la riduzione del carico fiscale o la semplificazione burocratica per le aziende, quando in un attimo la violenza di queste bande delinquenziali può cancellare tutto: i sacrifici di una vita, gli affetti più cari e, finanche, la propria vita. Una sottile, ma logorante angoscia, amplificata e resa ancor più drammatica dai fatti dell’ 11 settembre che hanno fatto vacillare, in tema di sicurezza, quelle poche certezze che ancora sembravano intangibili e nelle quali il mondo occidentale si era illusoriamente cullato, quasi fossero consacrate da un patto non scritto tra criminali e Istituzioni statali. Ogni settimana muoiono sul posto di lavoro numerosi operai; ogni weekend sulle strade possono trovare la morte decine e decine di persone vittime di incidenti: ma al di là di un’emozione passeggera, tutto questo non suscita nessuna particolare emozione popolare, nessuna richiesta di norme più severe, di controlli più frequenti, nulla, cioè, di tutto quello che, normalmente, accompagna i giorni nei quali vi è una recrudescenza dell’aggressione criminale. È vero che tutti, più o meno, violiamo, qualche volta, le norme del codice della strada. È anche vero che, forse, purtroppo, alle morti bianche siamo oramai abituati da tanti anni. Ma, come l’Autore, penso che, forse, vi sia qualcosa di più profondo, nel senso di disagio collettivo in tema di sicurezza e che non sia possibile liquidare il fenomeno come un fatto di isteria collettiva o, peggio, come il segnale di rigurgiti razzisti. Non solo. La sottovalutazione del problema sicurezza ha finito con l’umiliare le vittime. Tollerare le degenerazioni del tessuto civile, che nascono dalla criminalità urbana, ha significato, per giunta, disprezzare i più umili che, per primi, subiscono questa situazione. Ed ha seminato veleni più in profondo: per questo, come indicato dall’Autore, le Istituzioni devono riuscire a prestare maggiore attenzione e considerazione alle “ vittime “ ed ai danni morali e materiali che hanno subito. Ma nel nostro Paese esiste un’emergenza sicurezza ? Cosa si può dire di fronte al comune sentire che vede il nostro “ sistema sicurezza “ come malato da una irreversibile inefficienza? E cosa si potrebbe fare per dare ai cittadini quella sicurezza e quella libertà che sono la base della fiducia in questo grande bene collettivo? Perché dalla mancata risposta al problema della sicurezza urbana nasce l’insoddisfazione del cittadino verso la “ sicurezza “ e qui, dalle offese della criminalità urbana, si apre quella ferita con le Istituzioni che alimenta sfiducia, senso di abbandono, distacco dallo Stato, sordi rancori, rabbie pronte ad esplodere. Perché fenomeni quali il “rondismo”, i “comitati per la sicurezza” sorti tra i cittadini, nascono da risposte inefficienti dello Stato a fronte di un cittadino che ha spesso l’impressione di essere abbandonato, solo ed indifeso. Solo recentemente la criminalità è stata riconosciuta, nelle sue molte manifestazioni, come un problema sociale generale, capace, perché tale, di influenzare, se non addirittura determinare, la vita economica, civile e politica del Paese. E solo recentemente è stata attribuita alla criminalità diffusa, alla microcriminalità tutta l’importanza che merita. Così la lotta alla criminalità ha iniziato a considerare la sicurezza come un investimento e non più come un costo, abbandonando il mistificante slogan “più sviluppo, meno criminalità” a favore del “più sicurezza, più sviluppo”: solo garantendo il rispetto delle regole, solo assicurando la vigenza dei pilastri fondamentali di un’economia di mercato sarà possibile attrarre investimenti e supportare la fiducia degli imprenditori. Da qui nascono tutte quelle iniziative, avviate a livello nazionale e locale, per contenere la criminalità e rassicurare il cittadino, per sconfiggere quella “paura” che non è nemica della politica e che, in caso contrario, rischia di rimanere un modo di interpretarla attraverso l’evocazione di un nemico per legittimarsi e rafforzarsi.
Solo, così, riprendendo la frase del Presidente Roosevelt con la quale l’Autore chiude il Suo lavoro, riusciremo ad aiutare gli Italiani “ad avere paura della paura”.


Gemma Marotta
Temi di Criminologia
LED edizioni, 2004, pagg. 236, euro 20,00

La Criminologia è la Scienza che studia la natura, l’estensione e le cause del crimine, partendo da una molteplicità di approcci scientifici molto differenti fra loro. Il fenomeno criminoso è considerato nella sua complessità e le differenti discipline che si sovrappongono consentono di districarsi nel complesso labirinto di situazioni collocate alla base del comportamento criminale. La Criminologia, quindi, non è una disciplina univoca ma interdisciplinare e multidisciplinare, che elabora le tecniche efficaci di controllo sociale del crimine. Sintetizzando si può affermare che in essa si confrontano due gruppi di scienze  quelle umane e quelle giuridiche  che considerano i fenomeni criminali dal punto di vista sia sociale ed individuale sia teorico e sperimentale, senza tralasciare l’aspetto penale. Temi di Criminologia affronta il problema della violenza nella società attuale nelle sue più diversificate modalità. Con il mutamento dei valori e degli stili di vita, infatti, è necessario ristabilire “culturalmente” i diritti dell’uomo sempre più messi a repentaglio dalla minaccia e dalle manifestazioni criminali. Quest’opera, nata con l’intento di mettere in luce la violenza da malessere legata ai nuovi processi di vittimizzazione, evidenzia quel tipo di crimini che destano un sempre più forte allarme sociale quali i reati violenti e a sfondo sessuale, nonché le violenze intrafamiliari. Il volume raccoglie le esperienzedell’Autore e dei suoi collaboratori e vuole offrire uno strumento didattico  il più possibile semplice  su una materia molto diversa da quelle ordinariamente caratterizzanti il programma di studi giuridici, che fornisca concise ed aggiornate informazioni su tematiche criminologiche di attualità come quelle relative, ad esempio, alla figura della vittima, oggi tragicamente trascurata. Gemma Marotta è professore associato di Criminologia nonché di Istituzioni giuridiche, sicurezza e mutamento sociale presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Roma “La Sapienza”; è inoltre docente di Sociologia criminale alla Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma. È autore di varie monografie su tematiche sociologiche e giuridiche inerenti alla materia.

Mar. Ca. CC Alessio Rumori


Gemma Marotta
Tecnologie dell’informazione e comportamenti devianti
LED edizioni, 2004, pagg. 293, euro 20,00

La finalità di uno studio criminologico è anche quella di adeguare l’analisi scientifica alla realtà contemporanea, individuandone scelte delittuose e metodi di esecuzione criminale. Le nuove tecnologie dell’informazione hanno prodotto rilevanti effetti sociali positivi ma, come avviene in tutti i fenomeni, si sono verificate anche ricadute negative nel mondo deviante e criminale. Alla Criminologia spetta il difficile compito di individuare l’abuso dei mezzi informatici (che si è velocemente propagato a tutti i livelli, dal singolo alle organizzazioni più sofisticate) al fine di assicurare un sistema di protezione dei requisiti di integrità, disponibilità e confidenzialità delle informazioni trattate nell’ambito delle attività informatiche e telematiche stesse. Tecnologie dell’informazione e comportamenti devianti si propone appunto di decodificare il complesso rapporto tra tecnologia e devianza evidenziandone le problematiche più importanti. Lo scopo è quello di offrire uno strumento conoscitivo sulle possibili minacce ai sistemi informatici e telematici, sui metodi di attuazione, sui diversi tipi di criminalità informatica, nonché sulle misure normative e di sicurezza e sulle metodologie investigative; rappresentando quindi non solo una valida raccolta di argomenti di estrema attualità, ma anche un indispensabile strumento di aggiornamento per la preparazione specifica di studenti di diversi corsi di laurea e, quindi, con differenti background culturali. Nonostante la complessa diversità delle varie aree tematiche in esame, e la difficoltà dei temi trattati, l’eterogenea formazione e professionalità degli autori permette di “navigare” nel multiforme mondo della criminalità e devianza informatica per comprendere meglio gli aspetti giuridici e criminologici degli scenari più attuali, fornendo un valido supporto professionale sia agli operatori del settore sia a tutti quelli che intendono acquisire una visione completa del fenomeno. La presente opera collettanea, a cura della professoressa Gemma Marotta, va vista in collegamento con
Teorie criminologiche. Da Beccaria al postmoderno,
dello stesso autore e si aggiunge ad un’ulteriore opera, dal titolo Temi di Criminologia, a firma di altri autori. In sostanza le due “letture” sono connesse con il manuale completandolo nei settori di specifica trattazione.

Mar.Ca. CC Alessio Rumori


Gianremo Armeni
La strategia vincente del Generale Dalla Chiesa contro le brigate rosse e la mafia
(Prefazione di Nando dalla Chiesa)

Edizioni Associate Roma, 2004, pagg. 187, euro 13,00

L’autore di questo libro, secondo un approccio di ricerca sociologica, mette insieme testimonianze “privilegiate” e articoli di giornale dell’epoca nell’intento di raccontare la storia del Generale dalla Chiesa e delle sue strutture investigative anticrimine, riuscendo a delineare un quadro generale di quegli anni drammatici, caratterizzati da un terrorismo interno incalzante e difficile e dallo sforzo dello Stato per combattere e debellare quel fenomeno. L’autore, confortato dalle testimonianze raccolte, parte da un dato storico condivisibile: il terrorismo, al suo divampare, prevalse sulle forze dell’ordine, abituate com’erano a dinamiche criminali locali e a sviluppare indagini sui singoli reati, nell’ambito di un metodo di contrasto relativo e circoscritto. Con il generale dalla Chiesa si assistette ad un nuovo approccio culturaleoperativo nella conduzione delle attività investigative verso i fenomeni criminali complessi, qual era l’eversione, approccio basato su un modello investigativo nuovo, speciale, con caratteristiche di agilità e flessibilità, capace di conoscere, analizzare e prevedere il nemico e le sue azioni, e con una intelligence a livello centrale in grado di raccogliere i fatti dispersi, analizzarli per definire le linee di contrasto secondo una visione strategica unitaria. Diventava così di fondamentale importanza l’analisi criminale che costituiva il valore aggiunto della manovra anticrimine e forniva una vasta gamma di conoscenze necessarie. L’autore passa quindi in rassegna, con stile giornalistico e con adeguato rigore scientifico e storico, alcuni dei fatti più significativi della lotta all’eversione, riportando sul testo i resoconti dei giornali e dei periodici dell’epoca e le testimonianze dei principali collaboratori del Generale della Chiesa. La medesima strategia  continua poi l’Autore nelle ultime pagine del suo libro viene poi utilizzata con successo per la lotta alle associazioni di tipo mafioso, con la ristrutturazione anticrimine imperniata sul Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) e sulle sue Sezioni periferiche. Condividendo, infine, il giudizio di Nando dalla Chiesa nella prefazione, il testo è senz’altro un’ antologia di testimonianze, raccolta in modo semplice ma con “diligenza e rispetto”, certamente utile per una ricostruzione storica dei fatti di quegli anni drammatici per la nostra Nazione.

Ten. Col. CC t.ISSMI Rosario Castello


Mary Gibson
Nati per il crimine
Bruno Mondadori Editore, 2004, pagg. 389, euro 28,00

Il volume analizza il pensiero di Cesare Lombroso e dei suoi collaboratori e allievi che hanno rappresentato il nucleo più consistente della Scuola Positiva. L’autrice, già nota per aver pubblicato un lavoro sulla prostituzione femminile nei primi cinquant’anni di vita del Regno d’Italia (Stato e prostituzione in Italia, Il Saggiatore, 1995) affronta la nascita e lo sviluppo della teoria biologica della delinquenza, tipicamente lombrosiana, con le numerose sfaccettature dovute all’opera dei suoi successori. L’analisi parte, com’è ovvio che sia, dall’uomo delinquente, per passare alla concezione della Scuola Positiva su “la donna delinquente” spostando poi l’attenzione su razza e criminalità e, infine sulla delinquenza minorile. Aspetti che appaiono di grande interesse, soprattutto in questa sede, sono i capitoli dedicati alla “polizia scientifica” e a “teoria e legge dopo Lombroso”, con tutti i successivi sviluppi che investirono sia le forze di polizia, sia il sistema carcerario, sia il “nuovo” codice penale voluto dal Guardasigilli Rocco. La Scuola Positiva prese piede in Italia non solo nelle Università ma soprattutto nell’Amministrazione dell’Interno con la costituzione della Scuola di Polizia Scientifica, grazie all’apertura concessa con l’istituzione di questo primo centro di studio praticoscientifico da parte del Direttore Generale di PS Leonardi e del Ministro dell’epoca, Giovanni Giolitti. L’attenzione dedicata a questo campo portò velocemente l’Italia in una delle primissime posizioni nella organizzazione di un sistema per l’identificazione dei pregiudicati e dei sospetti su basi inoppugnabili e sempre al passo con i tempi. È da rilevare, peraltro, una imprecisione  forse dovuta ad una inesatta traduzione con la quale si fanno apparire gli “appuntati di PS” parificati alle funzioni ed al ruolo degli ufficiali e dei funzionari di PS, attività dalle quali erano ben lontani appartenendo a quella che era definita “la truppa”. Dispiace che questo lavoro sia stato condotto da una studiosa straniera, testimoniando il minor interesse che in Italia settori così importanti del pensiero scientifico a cavallo tra l’Otto ed il Novecento mostrano (nonostante debite eccezioni come il lavoro di Delia Frigessi su Lombroso). In sintesi, si tratta di un lavoro di grande interesse, che riesce ad affrontare numerosi aspetti della vita scientifica di Lombroso e dello sviluppo della Criminologia, della Psicologia edell’Antropologia criminale nel nostro Paese.

Magg. CC Flavio Carbone


Daniele Biacchessi
Vie di fuga. Storie di clandestini e latitanti
Mursia Editore, 2004, pag. 190, euro 12,50

La narrazione di una delle pagine più drammatiche della storia recente italiana si svolge con precisione di dati e contesti storici e politici, nei quali si consumò la stagione del terrorismo di sinistra. Il destino agghiacciante di una generazione che non seppe svolgere un antagonismo politico costruttivo, ma ritenne, follemente, di percorrere la strada della violenza, è riportato dall’Autore attraverso una ricostruzione minuziosa di origini, svolgimento ed epilogo del fenomeno. Quella lucida strategia della contrapposizione violenta è illustrata anche attraverso singole testimonianze, riportate senza peraltro appesantire la vivace dinamica espositiva. Non si spende nel giudizio, ma nella ricerca dei tanti drammi individuali che resero buia quella stagione della nostra storia. Il libro esordisce con un drammatico e crudo bollettino, la cui attualità è data da coloro che ancora non hanno saldato il loro debito con la giustizia: ben 163 latitanti sono stati localizzati all’estero, in paesi che ritardano o ostacolano addirittura le pratiche di estradizione o i cui ordinamenti assicurano protezione ad imputati per reati politici. Le cifre sono le testimoni asettiche della tragedia che intaccò, in un modo o nell’altro, un’intera generazione: dal 1969 al 1989 sono state 4087 le persone condannate in via definitiva per reati di terrorismo, la cui militanza è ascrivibile a 24 sigle di organizzazioni maggiori e ad un centinaio di sigle meno note. Vi sono poi i testimoni del dolore, in particolare i congiunti delle 131 persone assassinate dal terrorismo di sinistra e gli oltre 2000 feriti. Attraverso queste cifre l’A. tratteggia e compone in modo efficace gli elementi di una storia ancora recente, ma da affrontarsi serenamente, anche grazie a contributi come quello del libro di Biacchesi.

Ten. Col. CC Luigi Cortellessa


Bruno Vespa
(Con le testimonianze di Giulio Andreotti)
Storia D’Italia da Mussolini a Berlusconi
Edizione Mondadori, 2004, pag. 828, euro 18,00

Un attento osservatore della vita politica italiana, padrone di casa di uno dei salotti più vivaci e seguiti della nostra televisione, ci racconta la storia del nostro Paese, mettendo a frutto la sua straordinaria competenza di cronista. E difatti la narrazione viene condotta con la penna spigliata del giornalista, abituato da sempre ad essere presente sui fatti. L’accompagnatore d’eccezione in questo viaggio è il Senatore a vita Giulio Andreotti, che ha conosciuto Monarchia, Prima e Seconda Repubblica, sempre con la qualifica di protagonista di primo piano, sorretto da memoria incorrotta dal tempo e da straordinaria capacità di connettere episodi e tratteggiare personaggi. Gli episodi non vengono solamente narrati, ma anche spiegati, con citazione di aneddoti e retroscena. Un importante riferimento documentale è fornito in appendice, con i risultati di tutte le elezioni politiche del sessantennio repubblicano e un’accuratissima cronologia dell’intero periodo.
Dalla penna del giornalista al servizio della storia scaturisce una narrazione piacevole e al tempo stesso portatrice di un armonico panorama d’insieme della storia recente. L’opera assume quindi rilievo per la sua originalità, quella in definitiva di aver raccolto, dal 25 luglio 1943 al dibattito politico dei nostri giorni, gli elementi salienti del nostro divenire, collocandoli in un mosaico intelligibile.

Ten. Col. CC Luigi Cortellessa


Massimo Mongai
Cronache non ufficiali di due spie italiane
Robin BdW, 2004, pagg. 419, euro 18,00

Il giovane Tenente dei Carabinieri Dante Nicoloso promette bene sin da giovane. Riservato, a volte introverso, con i privilegi del figlio unico, qualche vicenda d’amore che non diventa storia per una innata allergia alla stabilità, missioni delicate che ne hanno consolidato la considerazione di professionista serio e affidabile. L’Autore per la prima volta a confronto con una storia di trame ed operazioni ad alto rischio, gestisce vivacemente una vicenda di non facile conduzione, ma al tempo stesso ricca di ironia e fibrillazione, amore e tragedia, intrigo e idealismo. La vicenda, incastonata in un modernità pericolosamente a confronto con nuove minacce, sodalizi criminali privi di scrupoli nel mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa di intere comunità, risorgenze violente di antiche faide etniche, è continuamente messa in parallelo con una storia di tanti anni prima. Ed infatti Mongai affianca alla trama principale il diario del trisnonno di Dante, quel Felice Nicoloso, prima ufficiale dell’Esercito Piemontese e poi dell’Esercito Italiano, che con le sue riflessioni di un secolo prima regala al discendente i preziosi consigli della sua esperienza. Il diario del trisnonno (riportato con caratteri tipografici diversi) riaffiora nelle ore solitarie del protagonista, ripercorrendo le vicende nazionali dell’800 con la narrazione, davvero interessante, della nascita e dei primi impieghi sul campo dei nostri servizi d’informazione. La scansione delle vicende, quelle di avo e pronipote, lascia assistere ad una saga romantica e struggente: ciò che lega le due generazioni è l’amore incondizionato alla Patria ed un senso del dovere che trascende la politica del momento.

Ten. Col. CC Luigi Cortellessa


Carlo Spartaco Capogreco
I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (19401943)
Giulio Einaudi Editore, 2004, pagg. 326, euro 20,00

L’autore, medico chirurgo e presidente della fondazione Ferramonti (dal nome dell’omonimo campo di internamento), già da tempo noto per numerosi articoli e saggi dedicati ai campi per gli internati civili, propone in 314 pagine l’analisi del fenomeno che si sviluppò principalmente durante la prima parte del conflitto mondiale, in cui il Regno d’Italia combatteva a fianco della Germania hitleriana. L’autore, dimostrandosi profondo studioso della materia, fornisce una classificazione chiara e precisa delle diverse forme di restrizione della libertà personale analizzate ne “I campi del duce”. Tra le numerose categorie devono essere distinti i molti confinati per lo più per motivi politici che furono “trasformati” in internati. Questi ultimi devono essere nettamente distinti dai prigionieri di guerra e dai detenuti nei campi di concentramento, poiché tali gruppi di persone non rientravano, ad esempio, nella sfera di intervento del Comitato Internazionale di Croce Rossa. Vi erano, poi, due tipi di internamento dei civili, uno gestito dal Ministero dell’Interno ed un altro direttamente dal Ministero della Guerra. Mentre il primo era rivolto a oppositori politici, “spie accertate”, “sudditi nemici” civili, “ebrei stranieri” ed apolidi, il secondo risultava dedicato esclusivamente a civili “soprattutto nelle aree della Jugoslavia occupate o annesse nel 1941”. Inoltre, almeno per una parte delle strutture che furono gestite dall’Interno, vi fu un riutilizzo di quelle già riservate al confino degli oppositori politici, oltre che di quelli “comuni”. Una parte del libro che appare estremamente interessante è quella dedicata all’esatta localizzazione dei luoghi di internamento (mappatura) che raccoglie, in oltre cento pagine, moltissime notizie sugli stabili, sulle condizioni di vita e sulla permanenza degli internati. In definitiva, il libro affronta in maniera completa un argomento non troppo noto e poco studiato quale l’internamento di civili in Italia.

Magg. CC Flavio Carbone


Carlo Cetteo Cipriani
I libri di Alessandro Dudan nella Fondazione Cini di Venezia
Il Calamo, 2004, pagg. 115, euro 15,00

Analizzare e riportare un elenco di libri costituisce certamente qualcosa di utile, visto che già soltanto l’analisi della biblioteca posseduta dalla persona oggetto dello studio dell’Autore del volume consente di comprendere la formazione e l’evoluzione intellettuale. È questo, appunto, il caso del lavoro condotto da Cipriani, socio della Società Dalmata di Storia Patria il quale, pazientemente, ha provveduto a stendere un elenco dei libri posseduti dal senatore Alessandro Dudan e custoditi  presso  la  Fondazione  Cini  di  Venezia. 
È da sottolineare subito che le opere precedenti il 1921 (anno di applicazione della legge sulla stampa anche alle provincie della Dalmazia) e pubblicate nel dissolto Impero AustroUngarico non sono reperibili né presso la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma né presso altre biblioteche che aderiscono al sistema SBN e Meteopac Azalai; grazie a questi ultimi è stato possibile verificare come la localizzazione dei volumi di Dudan, invece, fosse concentrata in biblioteche del Nord Italia. Cipriani ha voluto realizzare, su segnalazione del Consiglio Direttivo della Società stessa, una completa biografia di Dudan, personaggio importante per la storia dalmata e “per la vita pubblica italiana del ’900”. Sin da giovane il senatore fu un entusiasta sostenitore della causa dell’italianità della Dalmazia forse proprio a causa dei soprusi legati alla croatizzazione di Spalato quando egli vi attese gli studi liceali (le sue pagelle sono scritte esclusivamente in croato). Un contributo importante alla causa italiana fu offerto da Dudan con la presenza tra le file dell’Esercito Italiano quale sottotenente principalmente nel Servizio Informazioni della IV Armata (e poi della III) dove si distinse nel settore delle intercettazioni telefoniche. Successivamente assegnato al servizio propaganda fu allontanato dal Territorio in stato di guerra per evitare di essere catturato dagli austroungarici dai quali era stato condannato per alto tradimento. Al termine del conflitto mondiale Dudan sostenne l’impresa fiumana e aderì al fascio di combattimento di Roma partecipando poi alla marcia su Roma e alla caduta del sistema liberale in Italia. Accettò anche l’incompatibilità tra fascismo e massoneria (come era stato deciso dal Gran Consiglio del Fascismo nel 1923), venendo espulso dal Gran Maestro di palazzo Giustiniani. Infine, la vittoria degli Alleati pose Dudan in una particolare posizione: in quanto considerato elemento pericoloso, fu rinchiuso nel campo di Padula. Ne uscì dopo alcuni mesi e ottenne, come soddisfazione morale, l’annullamento della decadenza da senatore del Regno da parte della Corte di Cassazione nel 1948. Il lavoro di Cipriani costituisce un prezioso contributo alla conoscenza di uno dei più accesi sostenitori della componente italiana nella Dalmazia, dall’inizio del 900 alla metà degli anni quaranta.

Magg. CC Flavio Carbone


Louis N. Panel
Maisons Alfort
Gendarmerie et contreespionnage (1914-1918)
Service Historique de la Gendarmerie nationale, 2004, pagg. 250, euro 18,00

L’autore, Louis Panel, è Aspirant presso il SHGN (Service Historique de la Gendarmerie nationale), dove svolge servizio presso la Sezione Studi e Ricerche Storiche; questo primo lavoro rappresenta la prima realizzazione di una produzione scientifica più articolata, orientata alla stesura di una tesi di dottorato sulle attività della Gendarmerie nationale nella Grande Guerra. Durante il primo conflitto mondiale la Gendarmerie nationale viene investita di numerosi compiti da espletare sia al fronte sia all’interno. In questo periodo storico, la questione principale alla base delle recriminazioni fatte ingiustamente ai gendarmi consiste nell’essere l’unica Arma composta da militari di carriera che non partecipa ai combattimenti; insomma che non si tratti di un’arma combattente. Tale situazione assumerà un peso determinante da parte dei fanti francesi al momento del passaggio dalla prima linea alle retrovie per i periodi di riposo. La Gendarmerie nationale ha in ogni caso espletato compiti altrettanto importanti nel sostenere lo sforzo bellico, al pari dei soldati al fronte, degli operai nelle fabbriche e dei deputati in parlamento. Tra i vari compiti, Panel focalizza l’attenzione sullo sforzo condotto dalla GN nella lotta allo spionaggio durante il primo conflitto mondiale, dimostrando trattarsi di un elemento altrettanto indispensabile al funzionamento dello strumento militare francese. All’organizzazione del servizio, l’autore dedica tutto il primo capitolo (un corps prédisposé) evidenziandone le funzioni indicate sin dalla loi Boulanger del 18 agosto 1886; il secondo capitolo tratta il riaggiustamento dell’organizzazione allo scoppio del conflitto. Le altre tre parti del volume (Action, Partenaires et adversaires e Identité) individuano le attività condotte sul campo, i rapporti tra la Gendarmerie e gli interlocutori civili e militari nel servizio di controspionaggio e, da ultimo, la percezione che i gendarmi avevano di se stessi come Corpo e il conseguente senso di appartenenza all’Istituzione. La guerra porta con sé anche alcuni riconoscimenti dell’importanza del lavoro svolto come ad esempio, la costituzione nell’ambito del Ministero della Guerra di una sottodirezione della Gendarmerie (1918) di lì a poco elevata a direzione (1920). Da ciò, oltre che dalla concessione di circa 5000 croci di guerra individuali, si desume una conferma dell’importanza dei compiti assolti dalla Gendarmerie nationale durante la I Guerra Mondiale, ivi compresa la lotta allo spionaggio.

Magg. CC Flavio Carbone


Olivier Buchbinder
Maisons-Alfort
Gendarmerie prévôtale et maintien de l’ordre (19141918)
Service Historique de la Gendarmerie nationale, 2004, pagg. 166, euro 14,00

Affrontare i compiti di polizia militare assegnati alla Gendarmerie prévôtale durante la Prima Guerra Mondiale non appare un lavoro semplice, dovendo districarsi in questioni in relazione alle quali ancora oggigiorno il dibattito non è completamente sopito, almeno in Italia. Olivier Buchbinder è un giovane aspirant in servizio presso il Service Historique de la Gendarmerie Nationale che ha svolto questo lavoro inizialmente per conseguire il diploma di mâitrise presso l’Università di Parigi IV Sorbona sotto la direzione del professor JeanNöel Luc. Il lavoro originario, riorganizzato e rivisto, è apparso nel catalogo del SHGN sul finire del 2004. La Gendarmerie mobilitata si trovò a subire insieme a quella territoriale  legate insieme ed individuate facilmente per l’utilizzo dello stesso tipo di uniforme  la riprovazione da parte del comune fantassin francese e dei ceti meno abbienti a causa delle fortissime misure di sorveglianza e di repressione che furono da essa mantenute e condotte durante il primo conflitto mondiale. A questo deve essere anche aggiunta la forte spinta antimilitarista manifestatasi nell’immediato dopoguerra. La Gendarmerie interpreta comunque un ruolo ben poco apprezzato dai cittadini francesi  sia in armi o meno  ma molto richiesto da parte degli alti comandi. Il volume di Buchbinder analizza con serietà e serenità l’operato di questa consorella dell’Arma senza agiografia e senza requisitorie. Il lavoro è strutturato per i cinque anni di guerra su sette capitoli: “la prévôte aux armées sur le front occidental”, “L’entrée en campagne”, “la campagne de répression”, “Le contrôle de la zone des armées”, “l’évolution des normes disciplinaires”, “l’adaptation de la prévôte” e “soldats citoyens et gendarmes prévôtaux”. Particolarmente significativa è l’attenzione posta dall’autore sul ruolo della Gendamerie prévôtale verso il funzionamento della componente logistica e nella gestione della circolazione stradale nelle immediate retrovie del fronte, aspetti quasi mai analizzati e pressoché caduti in oblio. In definitiva, si tratta di un lavoro importante che riesce a far luce su uno dei periodi più difficili e complessi per la storia mondiale nel quale i gendarmi ebbero non poca parte.

Magg. CC Flavio Carbone


Jean-Noël Luc
Maisons-Alfort
Histoire de la Maréchaussée et de la Gendarmerie. Guide de recherche
Service Historique de la Gendarmerie nationale, 2004, pagg. 1105, euro 33,00

Il volume, presentato ufficialmente giovedì 10 febbraio 2005 durante un incontro organizzato dalla Gendarmerie nationale al Castello di Vincennes, rappresenta uno strumento indispensabile per chiunque si voglia avvicinare allo studio della storia della Gendarmeria francese. È evidente, che per la produzione scientifica del Service Historique de la Gendarmerie nationale, il 2004 costituisce il punto più alto della produzione sinora realizzata in materia di ricerca storica. E in effetti, lo stesso direttore generale (il primo proveniente dalle forze armate dalla liberazione), général d’armée Guy Parayre, è persuaso che il libro rappresenti “uno strumento di lavoro di prim’ordine non solo per gli universitari, gli studenti, ma anche per i gendarmi che desiderano trovare una chiarificazione e un riferimento: numerose informazioni permettono di comprendere l’evoluzione progressiva dell’organizzazione dell’Arma [gendarmeria]”. “Storia della Gendarmeria a quale scopo?”, sempre secondo il direttore generale, è importante per relativizzare i problemi attuali di contrasto alla criminalità e al terrorismo facendo percepire e comprendere rotture e continuità in una prospettiva storica. Ciò consentirà, a suo giudizio, di fornire elementi di analisi, che combinati tra loro, condurranno a soluzioni innovatrici. Questo lavoro, conclude il generale Parayre, “arriva a proposito con la creazione del Servizio Storico della Difesa sin dal 1° gennaio 2005 perché evidenzia il lavoro compiuto in meno di dieci anni e allo stesso tempo che ci si muove verso un avvenire che apre un vasto campo di ricerca”. È evidente che lo sforzo congiunto di numerosi studiosi sotto la guida del professor Luc nel realizzare un lavoro del genere non poteva essere realizzato in poco tempo; esprime, in effetti, l’impegno di più anni di ricerca e di studio che viene “ridotto” in oltre 1100 pagine. La Guida è decisamente importante per molteplici aspetti, che non possono essere trattati tutti in questa sede. Si è ritenuto opportuno valorizzare quello più significativo: si tratta di uno strumento di ricerca essenziale, che consente di coprire un’importante lacuna nel panorama più ampio della ricerca scientifica.
Analogamente a quanto si è verificato per l’Arma dei Carabinieri, anche per la Gendarmerie tracciare un profilo storico delle attività condotte e conoscere, attraverso le pagine dei suoi rapporti o dei processi verbali, la società soprattutto nelle fasi di una evoluzione sociale e politica di una nazione è cosa sempre difficile. La documentazione prodotta dalla Gendarmeria nel corso dei secoli, è ora sparsa su tutto il territorio francese e, se da un lato avvantaggia gli storici locali, dall’altra consente con maggiore difficoltà uno studio d’insieme, che si concentri su di essa nel suo complesso. Lo sforzo in questo campo, quindi, si è concentrato sulla necessità di fornire, quanto più possibile, degli elementi d’informazione per lo sviluppo di attività di ricerca, concentrando l’attenzione sia sulla Maréchaussé, sia sulla Gendarmerie. L’organizzazione della Guida è strutturata su più parti tutte ben ordinate in relazione allo scopo: “L’Istituzione”, “Bibliografia”, “Gli Archivi”, “Altre fonti”, “Luoghi della memoria”, “Dizionario storico”.
Il Professor Luc, ha osservato che “sin dagli anni Ottanta numerosi specialisti di forze di polizia hanno deplorato la rarità delle ricerche sulla storia della gendarmeria. […] Minerve, il prezioso inventario del Centro di studi di storia della Difesa faceva osservare lo stesso alla fine degli anni Novanta: in dodici anni, sette lavori universitari solamente potevano essere recensiti sulla gendarmeria, contro alcune centinaia sulle altre Forze armate”. È evidente che questo volume, insieme a tutti quelli realizzati dalla collaborazione tra il SHGN e l’Università Paris ISorbona, attraverso l’impegno in prima persona di Luc, rappresentano un chiaro e consistente balzo in avanti nella produzione scientifica che analizza in maniera equilibrata e senza agiografia né requisitoria la storia dell’Arma dell’Esercito francese più radicata sul territorio nazionale.

Magg. CC Flavio Carbone


Benôit Haberbuch
Maisons-Alfort
La Gendarmerie en Algérie (1939-1945)”
Service Historique de la Gendarmerie nationale, 2004, pagg. 593, euro 28,00

Questo volume rappresenta la riduzione della tesi di dottorato che il tenente Haberbuch (responsabile della cellula di storia orale del SHGN) ha sostenuto presso l’Università di Paris IV  Sorbona. Come il titolo del libro indica chiaramente, viene analizzato un periodo molto importante per la storia d’Algeria attraverso il “prisma della Gendarmeria” d’Africa come ricorda il prof. Jacques Frémeaux che firma la prefazione. Le fonti utilizzate sono numerose e inedite, come i documenti consultati presso gli Archivi nazionali, quelli de l’Armée de Terre e ovviamente del Service Historique de la Gendarmerie nationale. I problemi della Gendarmeria d’Africa assumono particolare peso inizialmente con lo scoppio della II Guerra Mondiale e successiva sconfitta francese. Dopo il 22 giugno 1940 (firma dell’armistizio), il periodo di due anni e mezzo che separa dallo sbarco alleato non viene vissuto serenamente con una pace assai precaria. A ciò si aggiungano le spinte autoritarie del regime di Vichy che si estendevano anche all’Algeria e che modificano i compiti della Gendarmerie. Successivamente, con lo sbarco angloamericano, la Gendarmerie si trova ad essere sballottata nel campo alleato. Nel frattempo, sale lentamente la tensione tra gli algerini per i focolai di nazionalismo che hanno il loro punto più alto e tragico di questo periodo nelle manifestazioni del maggio 1945, durante le quali, oltre a festeggiare la fine della guerra, si chiede l’indipendenza. Il volume è anche di grande interesse perché riesce a fornire una visione più articolata e ampia del rapporto tra Gendarmerie e popolazione locale. Il libro è organizzato su cinque lunghi capitoli: “portrait de la gendarmerie d’Algérie à la veille du conflit”, “La campagne 19391940, une guerre par procuration?”, “Une paix sans influences (juillet 1940  novembre 1942)”, “La nouvelle donne du débarquement angloaméricain (novembre 19421945)”, “La victoire de 1945 à l’épreuve du nationalisme algérien”. In sintesi, le 593 pagine analizzano in modo scientifico la Gendarmeria in sei anni di guerra e allo stesso modo, come ricorda il medesimo autore, gli avvenimenti prodromici del nazionalismo algerino. Numerose carte del territorio algerino e tabelle completano il volume.

Magg. CC Flavio Carbone


Médard Bonnart
Souvenirs d’un capitaine de gendarmerie (1775-1828)”
(Edizione curata da Edouard Ebel e Gildas Lepetit, MaisonsAlfort)
Service Historique de la Gendarmerie nationale, 2004, pagg. 659, euro 26,00

Nella produzione scientifica curata dal Servizio Storico della Gendarmeria Nazionale francese il volume che viene presentato “Souvenirs d’un capitaine de gendarmerie (17751828)” di Médard Bonnart si inserisce nella collezione dedicata alle testimonianze. Una prima edizione delle memorie del capitano della Gendarmeria Médard Bonnart risale al 1828 in due volumi con il titolo di Storia di Médard Bonnart, capitano della gendarmeria in pensione. L’edizione attuale è stata curata dal Chef d’Esquadron Edouard Ebel, capo della sezione Studi e Ricerche Storiche e dalla Aspirant Gildas Lepetit addetta alla medesima sezione del Servizio Storico della Gendarmeria Nazionale. Si tratta di una testimonianza preziosa che il SHGN ha inteso valorizzare riproponendone la stampa; la particolarità risiede nel fatto che sono note pochissime memorie di ufficiali e di appartenenti alla Gendarmeria. Analoghe considerazioni possono essere fatte anche per gli appartenenti all’Arma dei Carabinieri e agli altri Corpi di Polizia: ciò rappresenta una forte limitazione alla comprensione della vita e alle attività degli appartenenti a tali Corpi. Bonnart descrive la propria esperienza militare attraverso i ricordi nella prima parte come appartenente all’esercito francese della rivoluzione mentre dedica la seconda alla propria esperienza nella gendarmeria. L’importanza di queste memorie risiede proprio nella necessità di rompere il velo che nascondeva e in parte nasconde ancora la conoscenza della storia della gendarmeria e dei suoi membri. Nato nel 1775, Bonnart viene integrato nel 1790 nella Guardia Nazionale e parte come volontario nel 1791. Nel 1807 chiede di passare nella Gendarmeria come maréchal de logis, cosa che riesce ad ottenere dopo un esame di una commissione. Nel 1810, dopo aver ottenuto il grado di sottotenente quartiermastro ottiene la nomina a Luogotenente e tre anni dopo la Légion d’honneur. Le sue capacità di gestione amministrativa gli consentono una vita in qualche modo migliore rispetto ai parigrado, soprattutto all’inizio della propria carriera nella GN, tanto che ha la possibilità di migliorare le proprie condizioni economiche. È presente anche in Spagna tra il 1812 e il 1813 sino all’abbandono della Penisola. Bonnart all’abdicazione di Bonaparte abbandona la coccarda tricolore per quella bianca ma nonostante ciò viene accusato di bonapartismo da una parte e di “realismo” dall’altra. In ogni caso, mantiene il suo posto di ufficiale contabile che lascerà solamente nel nel 1817, venendo promosso capitano honoraire nel 1818. Dopo 26 anni di servizio egli decide di andare a vivere a Parigi dove si iscrive alla facoltà di Lettere e nel 1826 si sposa finendo con il gestire una somma di denaro che gli consente una rendita non disprezzabile. Queste memorie, in conclusione, rappresentano un elemento importante per la comprensione della vita nella Gendarmeria dell’Impero e della prima Restaurazione fornendo un quadro di grande interesse, sinora poco conosciuto. In tal senso, pertanto, va particolarmente apprezzato lo sforzo dei due curatori e del SHGN per la ristampa delle memorie, introdotte da 26 pagine che riescono a dare un esatto profilo storico della Gendarmeria nel periodo analizzato.

Magg. CC Flavio Carbone


Simonetta Agnello Hornby
La zia marchesa
Feltrinelli, 2004, pagg. 322, euro 16,00

Pare di rivivere quello stesso ambiente che appartenne al Gattopardo, grazie a questa scrittrice siciliana, inglese di elezione. La storia, contestualizzata nella seconda metà dell’800, è quella di un’antica famiglia feudale siciliana, i Safamita di Sarentini, poco disposta a cedere gli antichi privilegi di casta: il crollo del regime borbonico, la vendita dei beni ecclesiastici, il potere eroso dalla mafia lacerano le certezze di un ceto fino ad allora autoreferenziale. Il racconto, con un canovaccio a più voci, si svolge sulla vicenda umana di Costanza Safamita, la bimba dai capelli rossi, adorata dal padre Domenico e rifiutata dalla madre Caterina, donna instabile e nevrotica. La balia della piccola nobile, Amalia, protegge la bimba e le dona il calore umano che non trova nella madre naturale. Sarà poi Costanza l’unica erede del prestigio e del patrimonio del vecchio casato. Zie bigotte e cugine libertine riempiono le pagine con i loro colloqui, pettegolezzi e sfoghi, immagine di un’aristocrazia annoiata e ripiegata su stessa, incapace di interpretare i tempi, adattandosi e rinnovandosi. Sullo sfondo una terra bruciata dal sole e teatro di moti rivoluzionari e rivolgimenti politici, che fanno traballare secoli di dominazione feudale. E qui l’autrice tratteggia mirabilmente il dramma di una casta che si interroga sulle scelte da operarsi in modo più conveniente, perché nulla cambi. Il libro è anche un bel trattato sociologico sulla società siciliana di quel secolo.

Ten. Col. CC Luigi Cortellessa


Alessandro Baricco
Senza sangue
BUR Scrittori Contemporanei,2004, pagg. 105,euro 5,00

Una delle caratteristiche di Baricco, tali da farne un protagonista forte della nostra letteratura, è la immediatezza della prosa, corroborata dalla capacità, purtroppo non diffusa, di andare al cuore della storia. E le dimensioni del libro lo confermano. La scena iniziale e determinante si svolge in una fattoria isolata di Mato Rujo, attimi di esistenza quotidiana di un uomo qualunque, due figli e una vita ordinaria. Ma le conseguenze di una guerra appena terminata si fanno sentire: su una vecchia Mercedes, rumore inatteso di disgrazia incombente, arrivano quattro uomini armati. Uccidono senza pietà, lasciando a terra Manuel Roca e suo figlio. La bimba, Nina, riesce a sfuggire alla strage, non vista dagli assassini. Ma il destino non molla i protagonisti di questa faida e dopo tanti anni, nella ordinarietà di un incontro casuale, avviene la resa dei ricordi: ma senza sangue. Si tratta di un riuscito apologo sulla violenza e sul dolore. La storia, breve ed incalzante, tenta di risolvere, attraverso la finzione letteraria, un grande dilemma della nostra epoca, e cioè la difficile scelta se operare o meno una rimozione del passato per guardare avanti, con l’ausilio della grande lezione tratta dalla storie dei singoli.

Ten. Col. CC Luigi Cortellessa


Valerio Massimo Manfredi
L’isola dei morti
Marsilio Editore, 2004, pagg. 79, euro 8,00

Storia breve, lettura che ti prende, compagnia di una serata: anche se il titolo non mette certamente allegria. Ma l’Autore, abituato com’è ad andare a scavare nelle cose antiche, per farne delle storie sempre suggestive, è abituato da sempre a giocare su questi nervi scoperti del grande pubblico, oggi, più che nel passato, fortemente proteso ad accostarsi alla storia d’intrigo più che alla letteratura d’introspezione. Venezia è lo scenario di questa storia: quale ambiente più adatto se non le nebbie della laguna, contenitore ideale di misteri? Dante è il protagonista assente. Tra i comprimari della vicenda compare anche un giovane ufficiale dell’Arma, il tenente Savelli, del Nucleo per la protezione del patrimonio archeologico. Il giovane ufficiale, unitamente a ricercatori distratti, filologi e linguisti appassionati a tesi stravaganti, penetra all’interno di un mistero della Commedia di Dante: la tesi avvincente è che il poeta fosse ritornato sul suo testo fino all’ultimo momento e che certi ripensamenti o aggiunte fossero state apportate addirittura poco prima della sua morte. La storia si articola sullo sfondo di una caccia senza tregua, con duelli senza esclusione di colpi, nel tentativo del recupero di un’antica nave affondata in un’isola maledetta, dove si È un bel racconto investicircostanze misteriose sui aggirano gli spettri della gativo. fondali misteriosi di laguna.

Ten. Col. CC Luigi Cortellessa